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mar
31

Controvento

Ascoltando le canzoni di Ivano Fossati (non il primo, il Fossati romantico rokkettaro, ma il Fossati da “La pianta del tè” in poi, il Fossati del misticismo e della ricerca) mi sono spesso chiesto a chi si rivolgesse. Da dove nasce questa sua immensa epica individuale, questo coraggio delle immagini, questa viaggio titanico che ci racconta? Per chi sono queste forme immense, ariose, potenti che si respirano nelle sue canzoni? Dove collocare questa vertigine del sublime, questa umiltà del piccolo, questa sensazione di vastità? Che tragitto ci sta descrivendo? Cosa ci lascia intravedere nei suoi personaggi? Marinai, pionieri, enigmatici poeti, viaggiatori senza meta… Fossati non si rivolge certo all’amore: l’amore è carne, passione, desiderio, piccolezza. Ossessione. E neanche al mondo: il mondo è caos, frenesia, insensatezza, calcolo. Impegno.

No. Fossati non ha in mente nulla di così astratto come il “mondo”, niente di così concreto come “l’amore”. Fossati parla alla vita, e parla della vita stessa, nel suo mistero di essere “vita” invece che “nulla”.
Ma della vita non si può parlare: la vita si può solo viverla. E in questo paradosso risiede tutta la sua poetica ed il suo grande, ambizioso, e fin’anche scandaloso paradosso estetico: simulare, nelle sue immagini, la vita stessa nel suo mero esserci. Il suo camminare è camminare nella vita, il suo viaggio è viaggio nella vita, il suo “mondo” non è ciò che ci circonda ma ciò che, in senso proprio ci “fonda”. Un mistero che si può solo intuire. E il sentimento di questo viaggio, di questa pazza rotta senza meta non può essere che lo stupore.

A Ivano, alla vita, e al suo quieto respirare.

mar
31

E’ primavera, fioriscono i tesisti :-)

Ieri, l’ennesimo vivace tesista si è presentato alla nostra porta, per studiare la nostra comunicazione interna online. In questo caso cerchiamo sempre di darci una ripulita per non fare la solita brutta figura di sciattoni. Non riusciamo mai nel nostro intento. Dopo averlo ammorbato per una buona ora con pippe teoriche sulle intranet, le community, le aziende, ecc (e io sono veramente *micidiale* quando mi ci metto. Scusami, vivace tesista…), l’ho riempito di roba da leggere e l’ho congedato. Inizio di un, speriamo, proficuo lavoro. Sorrideva. Meno male…

mar
30

Il mondo in un clic

Lo so non c’entra nulla, ma le immagini sono ottime (banda larga, se no si impalla…)

mar
30

Un pensiero vivente

Sono pochi quelli che considero miei maestri spirituali. Uno di questi è un pensatore che sfugge ad ogni definizione, e ancora oggi è fonte di grandi suggestioni nel mondo della ricerca nelle scienze umane. Spesso chi si occupa di comunicazione fa riferimento alla sua opera, anche se, magari, non consapevolmente. E’ il destino dei grandi. A Roma, il 14 e 15 maggio 2004, si sovlgerà un convegno dedicato al pensiero e all’opera di Gregory Bateson. Per chi volesse approfondire

mar
29

Se Aristotele ci incontra esce pazzo…

Oggi mi sono dovuto inventare di sana pianta le categorie di classificazione per un sistema documentale del marketing. A loro non veniva in mente nulla.
Visto che la cosa mi è riuscita nel giro di dieci minuti mi domando: è l’eccessiva vicinanza alle cose che impedisce la loro classificazione? Voglio dire: l’eccesso di connotazione vanifica le possibilità denotazione? Troppe proprietà e nessun genere? O quelli del marketing sono senza fantasia? O io ho lavorato troppo ed è meglio che me ne vada a casa?

mar
28

Le università e i tesori in rete

C’è un curioso paradosso nella comunità dei ricercatori italiani: le università e, più in generale, i centri di ricerca, rappresentano ancora uno dei più ammirevoli esempi di condivisione libera delle conoscenze. Navigando nei siti delle università si scoprono spazi ricchissimi di materiali, notizie, idee e relazioni. D’altra parte navigare in quesi siti (e trovarli) è spesso difficilissimo. C’è come un comune riserbo, e uno scarso orientamento alla comunicazione verso l’esterno. Chissà, forse è l’unico modo per mantenere aperti e liberi spazi che altrimenti sarebbero preda di ben altre “tensioni”.
Ad ogni modo oggi vi sgnalo SWIF, il sito web italiano di filosofia. Un sito ***bellissimo*** che nasce all’interno dell’università di Bari. Al suo interno potete trovare (con difficoltà), i numeri della rivista Networks, dedicata all’intelligenza artificiale e alle scienze cognitive. Hei! mi direte: ma che razza di argomenti astrusi ci vieni proponendo? E invece, uno dei numeri è dedicato interamente a uno dei temi cari ai patiti di nuove forme di comunicazione in Rete: il sematic web. Tra gli articoli da scaricare vi segnalo quello dell’economista Matteo Bonifacio, che evidenzia come alla base dell’idea di semantic web vi siano alcune assunzioni non indagate sul linguaggio, sul significato, sulla dinamica dei processi di creazione del senso.

Libera ricerca in libera rete…

mar
27

Lo skill del content manager

Sul web ognuno sarà famoso per 15 persone. La felice parafrasi di Andy Warhol non è ovviamente mia, ma di David Weinberger, una delle voci più originali del web. E allora, per non scontentare i miei 15 lettori, alcuni dei quali mi hanno chiesto spesso delucidazioni sul mestiere, ansiosi di entrare nel mondo del web, voglio provare a dare una mia personale ricetta delle competenze necessarie al mestiere di content manager, web editor, specialista di comunicazione on line.. Attenzione: questo mestiere, nei prossimi anni, si giocherà molto all’interno delle aziende. La ricetta è quindi tarata sul web editor aziendale, e include alcuni aspetti a prima vista poco “congruenti”. Non spaventatevi: chi scrive è un autodidatta della materia. Tranquilli: ce la si fa.

Cultura generale

  • Una laurea in materie umanistiche (lettere, filosofia…)
  • Qualche nozione di semiotica
  • Qualche nozione di psicologia
  • Qualche nozione di logica

Conoscenze specifiche

  • Saper scrivere
  • Saper scrivere per il web
  • Conoscere le nozioni base di usabilità sul web
  • Conoscere un minimo di architettura dell’informazione
  • Essere aggiornati su temi quali l’e-learnig, il knowledge management, le intranet, il web marketing
  • Conoscere un minimo di html (basta un semplice manualetto, io ho imparato sull’appendice di Internet 2000)
  • Sapere cosa è un server e come funziona (senza impegolarsi nei dettagli…)
  • Conoscere, almeno di nome, i principali linguaggi “tosti”: ASP, PHP e sapere cosa permettono di fare

Conoscenze informatiche

  • Office: ci vuole una conoscenza ottima
  • Dreamweaver: quanto basta a scrivere un testo e aggiungere un’immagine, mettere un link
  • Photoshop: quanto basta a fare un resize delle immagini

Basta. Il resto viene usato da grafici e sviluppatori. Non ci perdere tempo.

Azioni

  • Aprire un blog
  • Costruire un sito. Niente di stratosferico, basta qualcosa per mettersi alla prova
  • Iscriversi ad alcune mailng list specializzare
  • Partecipare a forum e liste di discussione

Per fare tutto questo non occorrono master costosissimi, ma la semplice curiosità, la voglia di studiare ancora un po’ dopo la laurea, e un progetto (anche “sgrauso”) a cui applicarsi. E magari leggersi la bibliografia che vi dò da scaricare.

Buon lavoro

mar
27

Contingenze

Lo scrittore Ernesto Sabato scrisse che la sua vita era stata scandita da catastrofi spirituali. Pochi di noi possono aspirare a tanta epica interiore. Personalmente, la mia è stata scandita dalle mie borse. La prima era una borsa militare verde, di quelle molli, con una lunga fascia da spalla, o, nei momenti più temerari da indossare a tracolla. Una borsa scomoda, sciatta e buona per tutte le occasioni e inefficace in quasi tutte. Si insaccava al centro e si chiudeva male. Abitualmente c’erano i libri (anche se quelli non erano dei veri libri: erano degli strani oggetti polimorfi, senza dignità senza alcuna aura), quaderni unti e altre cose non riferibili. Quella specie di sacco era un tentativo di unire impegno e disimpegno in una sorta di ossimoro spirituale. Una mescolanza possibile solo nella testa di una ragazzo di sedici anni. Era la mia borsa delle scuole superiori.
La seconda è una borsa tipo borsello lungo, rigida e capiente, brutta e funzionale, con maniglia e tracolla. Un borsello che conteneva perfettamente il quaderno ad anelli dei miei appunti, amico fedele che avrei conservato anche sdrucito, rotto, pasticciato. Oltre al quaderno conteneva (sempre) libri seri, importanti, libri di cui andare orgogliosi. Sicurezza, riflessione, fiera delle vanità. Per un certo periodo contenne anche, costantemente, una bottiglia di Martini. Era una borsa da rapace, capace di partire vuota alla mattina e tornare alla sera piena come un otre. Librerie, concerti, ristoranti cinesi, manifestazioni. Era la mia borsa dell’università.
La terza è una borsa di stoffa blu, sottile, morbida, da portare più a mano che a tracolla. Una borsa a cui manca veramente pochissimo per essere una borsa seria. Contiene sempre (e da sempre) un piccolo ombrello, e una cartelletta rigida che non apro da sei anni (chissà cosa c’è dentro…). Macchina digitale, articoli stampati dalla Rete, Slide. Ricette mediche. Una borsa da uomo, adatta ad affrontare il lungo ciclo della necessità.

Non so perché ho scritto questo post: forse per ricordarmi che tutte le cose della nostra vita sono frutto di contingenze che, a posteriori, si trasformano in destino.

mar
25

Skizo-post

Ho cancellato un post che mi autonauseava. In cambio vi regalo una bella frase di Rene Daumal:

Sono morto perché non ho il desiderio, non ho desiderio perché credo di possedere, credo di possedere perché non cerco di dare. Cercando di dare, si vede che non si ha niente, vedendo che non si ha niente, si cerca di dare se stessi, cercando di dare se stessi, si vede che non si è niente, vedendo che non si è niente, si desidera divenire, desiderando divenire, si vive.
René Daumal

mar
23

Sliderman fotografato…

Svestiti i panni, indegnamente indossati, del filosofo da ballatoio, rieccomi nella mia veste più conosciuta dalle mie parti. Alcuni colleghi mi hanno immortalato mentre veglio sulle presentazioni del mondo intero. Presuntuoso? Cedo volentieri il mantello a chiunque se la senta…

mar
22

Plotino, Morin e l’illusione manageriale

I nostri manager, specie nelle grandi aziende, sono spesso vittime di un’illusione, a sua volta figlia di una “epistemologia sbagliata”, come direbbe qualcuno. Chiamerei questo paradosso “l’illusione di Plotino“: la convinzione, cioè, che l’organizzazione si propaghi dal centro verso la periferia, in un continuum ontologico, come pura “emanazione” di direttive centrali, così come, in Plotino, l’essere delle cose era una emanazione più o meno forte dell’essere “proprio”, ovvero l’essere divino (Plotino usa la celebre metafora del profumo del fiore, che emana e via via scema man mano che dal fiore ci si allontana..).
Su questa illusione, intesa come paradigma, emergono una serie di tipici “rompicapo” organizzativi. Ecco, allora, che abbiamo i “famosi” problemi di allineamento tra centro e periferia, la cattiva comunicazione che “non arriva” in tutti i rami dell’organizzazione, i ritardi nell’esecuzione perfetta delle procedure.
Questa illusione si basa sulla certezza che l’unica realtà in senso proprio sia quella del “fiore”, ovvero dell’headquarter, delle riunioni nella stanza dei bottoni, delle direttive e degli ordini di servizio. Tutto il resto è una pallida imitazione, che non avrebbe un vero e proprio statuto ontologico: una realtà di “secondo grado” che vive di luce riflessa e va riportata all’ordine.

Questa illusione è stata poco alla volta abbandonata: abbiamo capito (in biologia, in sociologia, e anche in fisica…) che, oltre una certa soglia di complessità, avvengono fenomeni di autoorganizzazione che stravolgono lo schema ontologico centro-preiferia (o, se vogliamo, totalità-parti). Ovunque esistano “forze” sufficienti avvengono cambiamenti, si creano eventi, si modificano delle componenti e si creano vere e proprie organizzazioni autonome. Che non hanno nulla a che vedere con quello che avviene al centro e, soprattutto, non sono misurabile in termini di maggiore o minore distanza dalla “luce”.

Il paradigma della complessità (Il cui ultimo e più illustre divulgatore è stato E. Morin) dà indicazioni anche per capire e gestire ciò che avviene nelle organizzazioni. I nostri manager non possono, come in un panopticon controllare “tutto” e allo stesso tempo non hanno alcun potere sui fenomeni di autoorganizzazione che si sviluppano spontaneamente sotto forma di soluzioni microorganizzative, comunità di pratiche, gerarchie non ufficiali, network sociali.
Queste organizzazioni “di fatto” non sono una distorsione e, soprattutto, non sono una mera “parvenza”: spesso, anzi sono il modo con cui il business (ovvero la cosa ontologicamente più viva per i nostri manager) riesce a prodursi. Imparare a gestire questi fenomeni, con o senza intranet (meglio con…) è la sfida che dovremo affrontare tutti, non solo in azienda. E significa, per tutti, imparare a passare dal controllo al governo.

Se questi argomenti vi interessano provate a navigare nello “strano” Bloom, un sito di consulenti e teorici della complessità. L’aspetto lo penalizza, ma i contenuti sono incredibili. Da studiare attentamente…

mar
21

Vivere è capirla male…

Oggi mentre gli uccellini domenicali cinguettano fuori dalla mia finestra (Roma, Roma…), un passo (un po’ lungo, ma ne vale la pena..) di Roth sul mistero degli altri, e sulla condanna (tragica) di non capirli mai ed essere sempre costretto a tentare comunque di farlo. Ringrazio Fausta, per aver estratto questo passo dal mio flusso di lettura, in questo modo restituendomelo.

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze e di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici o corazze spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di venute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che noi ogni giorno mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento esame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di avere ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite…Beh, siete fortunati.
P. Roth – Pastorale americana – Einaudi

mar
19

Luci e ombre nella comunicazione pubblicitaria

Mentre la mia influenza prosegue la sua corsa febbrile (chissà, forse una punizione per il mio post di martedì…) vi segnalo Lettera P, una lista di pubblicitari che parlano a “ruota libera” del loro mondo. La lista è attualmente ferma, ma potete trovare una serie di spunti interessanti sulla comunicazione pubblicitaria, e saggiare le opinioni di chi vive questo mondo dall’interno. Tra i tanti contributi, simpaticissimo l’elenco dei 10 comandamenti di Frédéric Baigbeder. Io ho capito una cosa: anche i pubblicitari, come tutti coloro che lavorano nel campo della comunicazione, devono piegarsi ad esigenze e vincoli che con la comunicazione non c’entrano nulla. E forse per loro, così votati alla creatività, i bocconi da digerire sono anche più grossi dei nostri.

mar
18

Sliderman: missione Egitto

La fama di Sliderman ormai non ha confini e si è estesa (purtroppo) oltre il mediterraneo. La sua opera è stata richiesta nientemeno che per una presentazione al Cairo. Non poteva sottrarsi: la sua missione è impillolare tutto l’impillolabile dell’universo: in incognito, come si conviene, sldierman ha compiuto la sua opera, ammanendo punti elenco e animazioni personalizzate che hanno, si presume, stordito la platea egiziana meglio delle antiquate pistole laser.
Sembra che la cosa abbia funzionato: tutti hanno avuto l’impressione di aver capito qualcosa. E pensare che ci sono ancora degli scettici al mondo che pensano che Powerpoint debba essere usato solo in particolari occasioni. Non hanno capito la forza di questo nuovo esperanto, capace di unire i popoli sotto la bandiera vittoriosa del freccione.
Alla prossima missione…

mar
16

Un OT che mai avrei voluto

Oggi è arrivato, per e-mail, l’ennesimo no da parte di una possibile-aspirante-amica-compagna-anima-gemella. Ora io mi chiedo: dove sbaglio? Dove sbagliamo tutti? Andare a un concerto è compromettente? Sono un uomo cosi pesante? Se sei simpaticone sei troppo simpaticone (bambinone no no no). Se sei colto sei troppo colto (professorino no no no). Se sei virilone sei troppo virilone (macho no no no) Se sei esplicito sei troppo esplicito (oh, che spavento!!!) Se la tiri in lungo…Beh, se la tiri in lungo non se ne fa niente. Avete tutte 10.000 cose da fare, dovete farvi strada, siete confuse oppure avete le idee fin troppo chiare. Siete depresse, ma vi riprenderete, da sole dovete farcela da sole. Andate in palestra dove coltivate a più non posso amicizie mordi a fuggi (più fuggi che mordi) e state appresso a stronzate che mi vergogno anche solo a nominare. Viaggiate di corsa sulle vostre macchinine con i vostri telefonini sempre pieni di messaggini. E siete già impegnate con persone che non capisco come vi abbiano impegnate visto che siete sempre tanto tanto impegnate. Io sarei disposto a lasciare tutto. Da subito. Ma non vi basta. Volete essere corteggiate, ma non seriamente, solo come onanismo mentale, dongiovannesche fino al parossismo di godere dell’assenza, degli atti incompiuti, del puro simulacro di un rapporto. Adesso abbiamo anche i blog, le mail, gli sms, così possiamo tirarci scemi a vicenda in modi che non avremmo mai immaginato. Abbiamo tutti così paura della vita, siamo terrorizzati che ci attacchiamo alle quattro cose consentite socialmente per socializzare senza impegnarci. Nel locale con la capirigna e altre 15 persone che non si conoscono e mai si rivedranno: ecco questo sì. E’ c’è anche chi si vanta di fare questa vita. E di conoscere “gente”, ovvero un simulacro sociale ben costruito per farci dormire bene la notte. Un oggetto a cui stringiamo la mano dicendo “piacere sono pincopallino, non ci rivedremo più così cerchiamo di parlare di stronzate tutta la sera. grazie”: Non avevate niente da dire a 16 anni, e andavate in discoteca, non avete niente da dire a 26, e andate nei locali, non avrete niente da dire a 36, quando divorzierete. E allora vorrete darvi alla *pazza gioia* scoprendo, solo allora, che non avete mai avuto niente da dire. Ma non preoccupatevi: se siete belle gnocche troverete comunque un uomo, che però vi deluderà perché è troppo superficiale, (ma guarda un po’) Cosa volete? Non mi dite che volete la dolcezza, non mi dite che volelete l’avventura, e soprattuto non mi dite che volete *l’amore*, perché è *esattamente* quello che non volete. Voi non sapete più cosa farvene di queste cose. Non sapete più dove andare a cercarle. E neanche io, a dir la verità.

mar
16

Non capisco ma mi adeguo…:-)

Dopo alcuni solleciti di lettori interessati, mi sono deciso a fornire anch’io dei Feed RSS, pur non avendo la *minima idea* di cosa cavolo siano. Lo so: sono old fashion. O forse carburo un po’ in ritardo. Mah… Fatemi sapere, please, se così va bene oppure (come è probabile) ho sbagliato qualcosa. Ciao, aggregatori…

mar
14

Scrivere sul web ovvero: parlare alla tribù

Spesso ci si è chiesti se il lettore sul web sia un vero lettore. Molto meno ci si è chiesti se lo scrittore sul web sia un vero scrittore. Il lettore salta, scorre, clicca, frantuma il testo e lo scompone, girovaga di qua e di là in barba a qualsiasi intenzione editoriale. Annusa più che leggere. Un vero rompicapo per lo scrittore online.
Scrittore? Sembra che quest’ultima nozione sia meno problematica: in fondo scrivendo sulla tastiera stiamo facendo un’operazione riconoscibile e nominabile. In realtà quando si parla di scrivere sul web sorgono altrettanti punti interrogativi. La scrittura sul web (e non intendo solo le pagine web, ma le mail, le chat, i post, ecc.) è vera scrittura? Il mio testo è un vero testo? O conserva tracce di qualcosa che con il testo nulla o poco ha a che vedere?

La questione è aggrovigliata per il fatto che il tema in questione non è tanto (o solo) tra scrittura su carta e scrittura online ma, più propriamente, tra oralità e scrittura. La scrittura sul web è una scrittura orale, o un oralità scritta, ed è per questo che le sue caratteristiche ci spiazzano e qualcosa non ci torna. E non è solo questione di stile, ma di strutturazione del pensiero..
Il tema delle culture dell’oralità e di quelle della scrittura è stato affrontato, in un epoca in cui ancora il web non esisteva, da Walter Ong nel il suo “Oralità e scrittura” (ed: Il mulino), probabilmente uno dei testi più importanti degli ultimi 20 anni. Non esagero. (approfondimenti qui, qui e qui). Nel brillante capitolo sulla “psicodinamica dell’oralità” Ong elenca una serie di caratteristiche che differenziano Il pensiero orale (delle culture precedenti la scrittura) e il pensiero scritto. In queste brillanti intuizioni ritroviamo, a mio parere, una serie di elementi che cominciano a farci capire qualcosa di più dell’enigma della scrittura on line. Paratattico, aggregativo, situazionale, agonistico: sono caratteristiche del testo web? No, sono innanzitutto caratteristiche delle culture orali, dove la parola è una fatto della vita, e si mescola con la vita stessa.

Quando parliamo di “comunità in rete” esprimiamo dunque qualcosa di più di una semplice metafora: in rete, attraverso i testi, le persone ritrovano una dimensione comunitaria che è propria delle culture orali. E il paradosso è che tutto questo viene fatto attraverso i testi, cosa che neanche Ong era riuscito ad immaginare, limitandosi a parlare “oralità secondaria” legata a Radio, televisione, word processor. Insomma, una comunicazione che ritrova le caratteristiche dell’oralità e del suo modo di strutturare il pensiero.

Forse questo post non sarà originale, lo riconosco, ma sono convinto che per studiare ciò che avviene in rete e migliorare la comunicazione questo terreno di studio sia molto fecondo. Onore al grande W.

mar
9

Intranet e i suoi alleati

Un rapido post, rubato ai miei enormi casini di questi giorni, per segnalarvi l’archivio di Form@re, una webzine dedicata ai temi dell’e-learning e apprendimento in rete. Intranet, si sa, ha dei potenti alleati: i sistemi di knowledge management e i sistemi di e-learning. Questi tre oggetti vanno tenuti concettualmente distinti, anche se spesso e volentieri si trovano utili sovrapposizioni operative. Qui trovate modelli teorici, casi di studio, sperimentazioni, ecc. Ciao