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Conoscenze latenti nei corridoi dell’ufficio

Vi segnalo, grazie alla sempre attenta Luisa, un interessante articolo di Shiv Singh, che abbiamo già incontrato parlando del valore dei servizi, dedicato al rapporto tra intranet e Knowledge management. Al solito Singh puntualizza alcuni tipici errori di approccio al tema da parte delle aziende, quali la mancanza di collettività nella costruzione dei contenuti, la mancanza di contenuti interessanti per le persone, i pochi aggiornamenti, la presenza di sistemi alternativi tra loro, la mancanza di una strategia basata sull’entusiasmo, le errate classificazioni, la povertà dei metadati (ovvero dell’indicizzazione dei contributi secondo parametri di ricerca).

Forse l’unico punto in cui mi sento di non condividere l’approccio di Singh è quello riguardante il problema della certificazione dei contenuti, da lui ritenuta di vitale importanza. Credo che nel KM i contenuti, spesso legati a problemi pratici e non normativi, abbiano nel loro stesso successo pratico una forma di certificazione sufficiente. Il problema dei “contenuti certificati” introduce subdolamente quello di forme di controllo “super partes” e, di conseguenza, quello di un’ammistrazione centralizzata dei contenuti che spesso, si sa, può rappresentare un problema per la velocità e la flessibilità del tutto.

3 Commenti

  1. tolli ha detto:

    Giacomo vai sul nostro Blog di Zeus, troverai una novità interessante….

  2. Nonostantetutto ha detto:

    “Certificare” i contenuti di KM può avere, a mio modesto modo di vedere, una duplice prospettiva. “Certificare chi offre” la conoscenza esplicita. Cioè garantire gli utenti che quella sia la fonte autorevole del sapere. Può non bastare in certi casi una semplice affermazione di proprietà. A mio modo di vedere la questione non è di lana caprina. Nè tanto meno facilmente trascurabile nella prospettiva di trasformare “conoscnza” tacita in esplicita (conoscenza è quella di chi la possiede e la certificazione ne à una sorta di garanzia). Ricorderete Nanni Moretti in “Sogni d’oro” quando domanda “parlo mai di fisica quantistica io?” Insomma una cosa è accedere ad un articolo su internet un’altra è accedere ad un knowledge base. Non è necessariamente un male ogni tanto garantire certi processi. Il KM non è nè autarchia ne anarchia. E’ per sua natura un processo che garantisce l’aumento della conoscenza. Se la fonte non è quella giusta in alcuni coasi la cosa potrebbe trasfomrarsi, addirittura, in danni economici. Insomma è un tema scarsamente fucalizzato in italia perché la conoscenza non è la cosa su cui si fonda (ahimé la ricchezza di questa nazione tanto per parafrasare, “o contraire”, Adam Shmith). Pensiamo ad una busness school che offra contenuti non certificati…

    L’altra non meno sginificante prospettiva, anche se su questa sono meno manicheo, dopo le promesse mancate di alcune piattafrome, è quella di fornire certificazione ai dati di utilizzo dei contenuti. Cioè non più certificare “chi offre” la conoscenza quanto piuttosto “chi la utilizza”. Banalmente. Una cosa è sapere che esiste un contenuto un’altra è conoscere, con esattezza, chi lo ha fruito, se lo stsso è stato correttamente compreso/interirizzato. E’ come spostare l’attenzione dalla formazione all’apprendimento altro tema scarsamente focalizzato dal sistema paese se non nella macchina di esami che sono le univesità dove l’enfasi va al controllo ma non all’apprendimento. Esistono tecniche di strutturazione di contenuti che possono offrire questo tipo di deliverebale. Una cosa è internet, dove pure, peraltro, esiste il tema di quantificare e certificare gli accessi, altra è il KM. Nel KM è importante anche per il più autorevole possessore di conoscenza misurare il grado di usabilità di ciò che esplicita come tale. La focalizzazione sugli end users nel web nel momento della diffusione della conoscenza può non essere cosa secondaria. E’ il completamento del processo di gestione della conoscenza. Insomma che senso ha trasformre conoscenza se la stessa non è conoscibile? Nel bene o nel male sono gli utenti a dover esprimere l’ultima parola anche nel KM.

  3. Error ha detto:

    Per le questioni del giardino di casa mi sembra che lasciar fare al “mercato” sembra ovvio alla mia esperienza; mi sento poco sicura del “libero mercato” quando sono in ambitol lavorativo. Essendo un lavoro rivolto alla comunità di persone, avendo riflessi legali pesanti, il tempo di procedura di espulsione del nocivo da parte del mercato mi sembra troppo lungo. Certo è che dare sempre spazio al consolidato non permette di procedere velocemente a situazioni innovative e selezionare il meglio. Nel progettare e riprogettare la intranet ci penso sempre: lasciar succedere ciò che succede come quando qualche interpellato dice inesattezze a voce o fare e far fare tutte le esperienze negative che servono perché gli interlocutori siano avvertiti che Internet, anche nella forma Intranet non è TUTTO ?

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede