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Nov
30

Materiali per capire la Rete

Per chi non lo avesse ancora fatto, vi invito a scaricare le slide di Sergio Maistrello al Webdays 2005 di Torino. Si parla di tassonomie create dal basso in Rete. Ottimo. E anche gli altri materiali meritano. Da studiare.

Nov
29

Dice dice lui…

L’ultimo singolo di Frankie è, come al solito di grande livello (il suo sito, invece, un po’ meno, ehm…). Frankie è davvero un artista della parola, della parola viva, orale, raccontata, vissuta, agonistica, e-ve-ne-men-zia-le (scusate, mi è scappato il parolone…). Due citazioni che meritano:

“Il tuo posto è in braccio a Sant Antonio, sei talmente anonimo che vieni superato da Sempronio…”

“Sei come sei, vali quanto una verruca messa all’asta su Ebay…”

E qui trovate il testo completo del brano.
Massimo rispetto, gente…

Nov
29

Sullo scrivere

Bella,  molto bella, questa raccolta di aforismi sullo scrivere e sulla scrittura, curata dalla Manu. Chi è la Manu? Una che fa il nostro mestiere, ovvero scrivere in Rete e curare contenuti per il web. La trovate qui.  Ciao

Nov
28

Web marketing per tutti

Mi segnalano il sito di un collega che merita, effettivamente, una (breve) segnanazione. Nello spazio web di Francesco Cascioli potrete trovare, ad esempio, un mini-corso online sul web marketing e una sitografia abbastanza interessante sulla comunicazione.
Il sito non è esattamente “impeccabile”, ma si può ancora sostenere (e scusate se sono maniaco dell’usabilità…)

Nov
24

Questioni di forma: un piccolo esperimento

Come forse sapete, mi capita (a dire il vero sempre più spesso) di tenere corsi sulla scrittura efficace in Rete. La questione ha molti aspetti e diverse sfumature (e in aula capita infatti di imbastire discussioni, anche accese, su questo o quel tema specifico): ad esempio la formattazione dei testi, che in rete ha un’importanza assai maggiore che sulla carta stampata, e tralascio la caterva di studi e opinioni autorevoli a supporto.

La questione è: i contenuti bastano a se stessi? c’è chi dice si, (ovvero: può essere scritto anche in Comics lampeggiante ma se mi interessa mi ci butto lo stesso con la bava alla bocca), c’è chi dice no (ovvero: nessun contenuto è così importante da farmi rischiare la vista e la salute mentale, e poi tanto sono sulla Grande Rete e troverò certamente un testo di uguale valore scritto in modo decente).

Il tema ha tuttora una sua importanza, visto che esistono ancora fior di testi, scritti in ambito universitario, di grande valore concettuale ma di pessimo valore comunicativo (le università sono purtroppo ancora preda di questa scissione tra una grande voglia di condividere il sapere e una pessima capacità di farlo).

Allora vi propongo un piccolo esperimento: aprite questo testo, segnalatomi da Livio (un mio allievo con uno spiccato senso dell’ironia e un piercing sul sopracciglio). Il testo vìola almeno una decina di regole per la formattazione delle pagine sul web. Lo leggereste comunque?

Nov
22

Costruire intranet migliori

Le tecnologie web nelle aziente stanno maturando: ormai non è più questione se avere o no una intranet, ma di come renderla milgiore, cioè produttiva, efficace, in una parola di come renderla viva.

In un articolo  pubblicato sul sito britannico ZDNet, ormai quasi un anno fa, Robert L. Bogue prova a dare qualche consiglio in un articolo dal titolo “Building a better intranet” (attenzione che è su tre pagine). Consigli sacrosanti e condivisibili, come: cercate prima di capire che cosa state costruendo. Ecco.

Nov
21

Date voce al brusio di fondo

Insomma, le intranet aziendali devono essere diventate un argomento terribilimente serio, se anche lo SDA Bocconi, per bocca del suo periodico Ticonzero, comincia ad occuparsene. Recitando la litania di sempre: grandi attese, pochi risultati, eccesso di aspettative tecnologiche, pochi contenuti, scarsa attenzione all’utente finale. C’è da chiedersi se in giro ci sia una sorta di epidemia che costringe le aziende a fare sempre gli stessi dannati errori. Errori ben sintetizzati nell’articolo di Roberto Cobianchi: “La progettazione centrata sull’utente è alla base del successo dell’Intranet“, articolo che potete scaricare in PDF (e vi invito caldamente e farlo).

Ora, la tesi sostenuta da Cobianchi (assolutamente condivisibile) è: le intranet che riflettono solo i sogni manageriali o tecnologici del vertice non hanno successo. Ma perché, se basta così poco, le intranet non sono centrate sull’utente? La risposta getta purtroppo inquietanti ombre sulla gestione mangeriale delle nostre imprese. Centrare sull’utente una intranet non è come fare del marketing accurato su inernet: è qualche cosa che riguarda il nostro modo di lavorare, i nostri procssi decisionali, le nostre scelte strategiche, i nostri assetti organizzativi. Significa, udite udite,  coinvolgere il personale operativo nel progetto. E magari ascoltarlo anche. Ma il personale operativo è, per i nostri manager, una massa informe, una specie brusio di fondo risentito e maldestro, e non un insieme di teste pensati.

Forse la tesi di Cobianchi va ribaltata in maneira più illuminante: la progetazione basata sul Vertice è alla base dell’insuccesso dell’intranet.  Complimentoni. E buone stock option a tutti.

Nov
18

Del perché la filosofia aiuterà i parrucchieri

Quando ero giovane facevo spesso l’autostop. In realtà, meno per un incontenibile spirito di emulazione kerouachiana che per risolvere il più prosaico problema di spostarmi dalla periferia del nulla, nella quale vivevo, verso il centro del nulla, nel quale mi toccava andare.
Non era troppo difficile: in quel lembo di frettolosa, malinconica e cementata Padania c’era sempre qualche camionista con l’animo da gentiluomo, o qualche gentiluomo con l’animo da camionista, disposto a dare una mano a un ragazzotto magro e un po’ sgarrupato; una figura, la mia, forse un po’ patetica, sicuramente inoffensiva.
E poi c’era sempre la promessa di una qualche forma di conversazione, per quanto ciò fosse possibile in tali condizioni.

Una volta venni raccolto da un uomo che viaggiava su di una modesta utilitaria. Un tipo dall’approccio rapido e automatico, un signore oltre la quarantina ben piantato nel corpo e nell’anima; un po’ arrogante nei modi, ma comunque di cuore, come solo certi “lumbard” sanno essere a volte.

– Che fai nella vita? – Mi chiese.
– Studio Filosofia – Risposi timidamente.
– Ah, io odio i filosofi! – Punto.

Non era una dichiarazione di guerra, lo avevo capito (o, quantomeno, oscuramente intuito): era, piuttosto, la continuazione di un dialogo con se stesso che, si capiva, andava avanti da tempo. Insomma, il signore era più filosofo di quanto fosse disposto ad ammettere.

In quell’occasione rimasi zitto, non tanto per una forma di strategica laconicità, non per una volontà di pormi, comunque, in ascolto dell’altro. Queste sono cose che avrei appreso e praticato solo in seguito; a quel tempo, la mia consapevolezza di che cosa significasse comunicare si limitava ad una forma animale di mera reazione agli stimoli esterni.
Ma in quel caso non ebbi alcuna reazione apparente. Rimasi così, interdetto e un po’ stupito da tanta serafica semplicità. Ero un ragazzetto. Mentre lui era un sano, operativo e perfettamente integrato “lumbard”, con l’animo del gentiluomo-camionista.

Che avrei potuto dire, allora? Nulla. Nulla avevo da dire, se non rimarcare, con il mio silenzio, un insanabile baratro.
Lui ci rimase male, però: in fondo, si capiva, avrebbe voluto che replicassi, che gli ponessi la domanda di prammatica: e perché mai? E credo anche che avrebbe voluto, in fondo in fondo, che provassi a convincerlo che no, odiare i filosofi era sbagliato, che esisteva un motivo valido per tutti, anche per lui che faticava e “tirava la carretta”, per studiare la filosofia.
Io, ora come allora, capivo profondamente la sua posizione: per lui, semplicemente, la filosofia non aveva senso. Lavorava, viaggiava, faticava, aveva una famiglia, aveva sempre fatto del suo meglio e continuava a cercare di tirare avanti meglio che poteva. Che se ne sarebbe potuto fare di riflessioni sull’io, la coscienza, il pensiero pensante, la deiezione, la dialettica dell’essere, il rapporto tra mutamento e identità? insomma, condividevo in parte il suo odio, il che equivale a dire che odiavo me stesso, cosa non difficile per un ragazzo di vent’anni.

Rimase quindi in sospeso la domanda: a che cosa serve la filosofia? E perché dovremmo amarla? Oggi, dopo 19 anni, sento di essere pronto a rispondergli. E non perché sia diventato più acuto e preparato, ma perché sono successe, nel modo del lavoro, alcune cose che mi vengono in aiuto.

Dunque, la mia idea è che la filosofia costituisca, oggi, l’ unico vero passaporto cognitivo per la nostra sopravvivenza. E non sto parlando di una sorta di sopravvivenza spirituale di stampo umanistico: queste sarebbero osservazioni fuori luogo, fuori moda oltre che poco convincenti.
No, sto parlando della sopravvivenza nel mondo del lavoro post-fordista di oggi. Sto parlando, in omaggio al mio gentiluomo-camionista, della nostra sopravvivenza come prestatori d’opera. Il fatto ha naturalmente qualche cosa a che vedere con l’ossessione, ribadita da più parti, per l’esercizio del “sapere pratico”, ossessione testimoniata anche dal mio occasionale interlocutore di allora.

Ora, Il fatto è semplicemente questo: non esiste più, oggi, alcuna “pratica” lavorativa che non sia soggetta ad una obsolescenza più rapida della nostra capacità di aggiornamento. In un mondo nel quale anche il parrucchiere è costretto ad aggiornarsi sulle nuove tecnologie tricologiche per non essere fuori dal mercato, nel quale il gestore di lavanderia è costretto ad integrare il suo sapere con sofisticate tecniche di marketing one-to-one e nei quale le “assistenti alla poltrona” dei dentisti riescono a lavorare solo se conoscono i rudimenti della comunicazione interpersonale, il concetto di “pratica”, cavallo di battaglia di quanti vorrebbero una preparazione più orientata concretamente al lavoro, si trasforma in un inquietante paradosso.

La pura e semplice “trasmissione di pratiche specialistiche” rappresenta oggi solamente la via più facile per trasformarsi, nel giro di una o due stagioni, da giovane promessa a vecchio rincoglionito. E non servirà a nulla pensare che la nostra pratica sia talmente specializzata – e rara – che ci tutelerà. “Specializzazione” equivale da sempre a  “fine dell’evoluzione”.
Per non parlare del fatto che, naturalmente, arriverà un nuovo applicativo software nel quale basterà “flaggare” un parametro per svolgere automaticamente la nostra “preziosa” attività specialistica (pensate, che so, alle versioni più recenti di Dreamweaver che integrano componenti ASP, o alle opzioni di Photoshop che consentono di trattare un’immagine in modo “cubista” o “divisionista”).
Tutte le pratiche, una volta sedimentate, si possono prima o poi standardizzare, e rendere altrettante “opzioni” di un adeguato software.

Scommetto che avete avuto tutti un brivido lungo la schiena, vero?

Eppure c’è qualche cosa che ancora conserva una sua tenuta, qualche cosa il cui esercizio sfugge ad ogni standardizzazione possibile, una pratica la cui genericità  e astrattezza evita di impantanarsi nelle secche dell’involuzione delle pratiche, di ogni nostra pratica. Questo qualche cosa si chiama pensiero. Sembra banale, ma ciò che ci consente di dare il “valore aggiunto” che il mercato oggi ci chiede non è altro che l’esercizio costante, affilato, originale e coraggioso della nostra “pratica di pensiero”. E qual è la disciplina che consente di tenere in costante esercizio le facoltà e gli organi deputati alla produzione di idee?
Avete capito.

Ricordate Pico della Mirandola e la sua orazione sulla dignità dell’uomo? Si parlava dell’uomo e del suo destino di eterno costruttore del suo mondo della vita. Oggi, dopo 500 anni, abbiamo finalmente la consolante e terribile consapevolezza – tangibile – di questa nostra  “mobilità”, di questa intrinseca plasticità, di questa nostra dislocazione permanente. Consapevolezza consolente, perché sappiamo che nulla sarà mai deciso per sempre. E consapevolezza terribile, perché il successo di ogni carta che ci giocheremo dipenderà da noi.

Ho passato un anno studiando la “Critica della ragion pura” di Kant, e altri due studiando la “Fenomenologia della spirito” di Hegel. Ho studiato logica formale, e discusso animatamente sul mondo-della-vita. Ho passato intere settimane, mesi, anni,  seduto alla mia scrivania in un esercizio di pensiero astratto al limite delle mie possibilità, devo ammetterlo. A che cosa è servito tutto questo? La risposta è: non è servito a nulla.  Perché questo esercizio non è, né sarà mai, servo di nulla. Ed è proprio per questo che potrà governare facilmente tutti i miei aggiornamenti pratici da qui ai prossimi anni. E so già che saranno tanti.
E’ proprio l’astrattezza di questa preparazione, il suo sovumano tentativo di arrivare al limite del pensiero stesso, che consente di applicarla poi a qualsiasi pratica “illuminandola” finalmente della luce di un pensiero vivo.

Non so che fine abbia fatto il mio gentiluomo-camionista, se abbia conservato la sua opinione sui filosofi e, cosa più importante, se abbia  conservato il suo posto di lavoro (cosa che gli auguro di cuore).

Oggi ho solo voluto replicare, nella maniera più onesta e affettuosa di cui mi sento capace, a ciò che mi disse in quella nebbiosa mattina di 19 anni fa.

Nov
10

Casino

Ok, ragazzi, non sono morto (credo). E’ solo che stanno succedendo un sacco di cose e ovviamente il blog ne risente (per non parlare del, brrr, sito web, fermo da giugno, che vergogna….). Insomma, per esempio, sta succedendo che: sto facendo il docente in un sacco di corsi (fico), mi sono dimesso da Alcatraz (fichissmimo), sto leggendo un sacco di cose interessanti (stra fichissimo), sto prducento alcuni moduli di e-learning (ehm, se vogliamo chiamare così delle inquietanti slide parlanti, ma di questo ne riparleremo….). Insomma, sto lavorando. In attesa di tempi migliori, beccatevi questo articolo di Nielsen dedicato alla sua ricerca sulle migliori intranet del 2005. A presto.

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede