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Mar
29

Parigi

Devo riflettere, prendere decisioni, trovare soluzioni, guardarmi dentro, capire, sentire. Per cui stacco. Ci risentiamo lunedì.

Mar
29

Domande intelligenti, risposte nutrienti

Hans Magnus Enzensberger, Ilya Prigogine, Noam Chomsky, Jacques Derrida, Saul Kripke, Hilary Putnam, Douglas Hofstadter…Sono veramente poche le personalità del mondo della filosofia e del pensiero a essere sfuggite al riflettore del nostro Piergiorgio Odifreddi. In questa raccolta di interviste trovate molte domande intelligenti e molte risposte nutrienti (sicuramente più nutrienti della media dei volumi della Franco Angeli…;-)

Mar
29

Intranet e P.A.

Se potete (sono 32 Mb), scaricatevi la relazione del (mitico) CNIPA dedicata allo “stato dell’informatizzazione nella Pubblica Amministrazione” (l’ultimo quaderno è riferito al 2004): troverete anche, verso pagina 80, una piccola rassegna sulle intranet delle P.A (tra l’altro sono citati alcune iniziative locali interessanti). In generale, si può notare una forte focalizzazione documentale e una presenza ancora troppo sporadica e occasionale degli spazi di community. Ma staremo a vedere.

Io sto lavorando abbastanza con le P.A.: quello che vedo in giro è grande intelligenza, grande preparazione, tanta voglia di fare e una certa disponibilità a investire. Insomma, tutti gli ingredienti giusti. tra qualche anno vedremo (e parlaremo di) grandi risultati, ne sono certo.

Mar
28

Meatrix

E’ un cartoon che ha vinto un sacco di premi: e ci credo. assolutamente da vedere

Mar
27

Piccolo guru

slide su intranetIl guru non dà spiegazioni, ma lancia suggestioni. Il guru non illustra concetti, ma racconta storie.  Il guru non entra mai nei dettagli tecnici, ma regala citazioni tratte da ambiti disciplinari differenti. Il guru, infine, non mostra mai slide troppo complesse, ma semplici parole evocative per ipnotizzare la platea.

Insomma, è proprio così che, mio malgrado, mi sono sentito sabato. E le mie slide, (che vi faccio scaricare, tanto sono fatte si e no da una parola), sono una testimonianza della mia saccente guruaggine alla buona. Era, anche, un mio esperimento personale, ma non mi è piaciuto mica tanto. (insomma, alla fine mi sono sono sentito un po’ un pirla. va bè).

Mar
22

Appuntamenti romani

Cari colleghi, vi avviso che sabato sono qui (ex caserma Sani, via Principe Amedeo 184 – Roma, h. 10.30) Insomma, tengo una breve lezione sul tema delle intranet, ospitato dal titolare della cattedra. Se non avete nulla da fare potete fare un salto, l’entrata è libera (credo) e a me farebbe piacere. Ciao.

Mar
22

Fatevi la vostra web TV a costo zero

Andrea Zani, sul  blog di Aspitalia, ci dà qualche consiglio su come mettere su una mini web-tv in internet o intranet usando Windows Media Encoder.  Ok, ok, sono solo i consigli di uno smanettone ma perché non provarci, in un momento di pausa della vostra attività (di smanettoni)? Personalmente, alcune delle cose più carine lo ho realizzate in queste fasi di esplorazione-smanettonica-per-risolvere-problemi-contingenti.

A regà, famo na prova?.

Mar
22

Il valore della “letteratura grigia”

La letteratura grigia di un’organizzazione è l’insieme di “discorsi” informali che si svolgono in un’azienda. Chiacchiere da bar, consigli dati al volo, piccole riunioni estemporanee nei corridoi, storie e racconti che girano, tabelle unte e bisunte che ci vengono passate di fretta, foglietti volanti, cose sentite dire, trucchi e suggerimenti del collega della stanza a fianco.

Questa letteratura è il cuore che manda avanti la baracca. Non ci credete? Provate a entrare in un’azienda e a capire come funziona basandovi solo sull’organigramma, sulla mission, sullo schema dei processi, sulle procedure codificate. Vedrete che non funziona così.

Schema del feedback organizzativoIn realtà l’apprendimento e l’innovazione si situano sempre in un’area di feedback, che è l’area dove si collocano le relazioni e le “conversazioni situate” che nascono come risposta di una data micro-comunità a certi input ambientali.

Su questo punto fa chiarezza un bell’articolo di Salvatore Roberto Capacchione, pubblicato, pensate un po’, su Comunitazione, il portale  legato alla facoltà di Scienze della comunicazione (un portale che avevo messo ottimisticamente nei miei bokmark, ma nel quale non avevo fino ad ora trovato nulla di veramente interessante, confesso). L’immagine a fianco è tratta dall’articolo.

L’articolo si intitola: “intranet o internet: l’importante in azienda è gestire la conoscenza“, ed è diviso in tre parti. Niente di veramente sconvolgente, solo la precisa intenzione, unita a qualche ottimo consiglio, di agire concretamente su questo specifico terreno organizzativo.

Un terreno, bisogna dirlo, minato oggi da pessime abitudini, tanta diffidenza, preconcetti,  idee strampalate su che cosa voglia dire comunicare.

Mar
21

Frammenti sulle comunità di pratica

In questo periodo lavoro molto (per ‘lavorare’ considerate anche: leggere, studiare, discutere, riflettere, e cosi via) e tra le cose che mi occupano ci sono anche le famose “comunità di pratiche”. Per i nuovi di questo blog (se ce ne sono) ripeto brevemente: per ‘comunità di pratiche’ intendiamo i gruppi informali in un’organizzazione che si formano intorno ad un progetto comune, che condividono uno stesso linguaggio, stessi strumenti tencologici, stesse abitudini e procedure e che sviluppano nel tempo modalità condivise per affrontare i vari problemi.

In rete c’è molto (ma proprio molto) sull’argomento e voglio darvi alcuni “consgili di lettura”. Cominciamo con “Cpsquare“, la comunità in rete dedicata all’argomento (il link me lo ha passato Etienne Wenger “in persona!”); ed ecco un altra risorsa, sempre in inglese, dedicata al rapporto tra comunità di pratiche e tecnologia (stessa fonte).

Un’altra risorsa, in italiano, l’ho letteralmente rubata ad un corso online: si tratta di un modulo didattico scritto da Antonio Calvani (mitico…) e dedicato alle “comunità di apprendimento”  (è un PDF di 140 kb, attenzione). Vi interssano le comunità di pratica nella didattica? Ecco un interssante intervento di Cristina Zucchermaglio, una delle studiose più attive sul tema (se volete accedere a tutto il corso parite da qui).

E per finire, un intervento video, sempre di Cristina Zucchermaglio, sulle comunità di pratiche. Molto, molto interessante.

Ciao ciao

Mar
21

Per un uso sostenibile dello stagista

Cinzia, una delle tante tesiste che ho seguito nel tempo, mi confida che nell’azienda dove sta facendo lo stage (pagato, finalmente) si annoia a morte. Franco, altro neolaureato, mi parla di fotocopie. E altri miei allievi mi ripetono, periodicamente, la stessa solfa. Insomma: abbiamo brillanti laureati pieni di buona volontà che si ritrovano catapultati dal’oggi al domani in un’altra città, parcheggiati davanti ad un PC e nutriti da qualche polveroso organigramma da studiare o da qualche brochure che nessuno si degnerebbe di guardare. Perché?

La domanda è peregrina solo in apparenza: se lo stagista è trattato così, evidentemente, c’è sotto un idea del lavoro che forse va indagata meglio. Forse il lavoro è considerato troppo complesso per un novizo? La persona non conosce bene le procedure? Non vi fidate di chi non ha esperienza “sul campo”? Non scherziamo: forse avete un’idea troppo alta del vostro lavoro e un’idea troppo bassa degli altri. Quanto alle procedure…prima di diventare ‘procedure’ erano solo delle timide idee: forse però non ve lo ricordate più.

E allora vorrei provare a dare qualche indicazione per trattare meglio questa risorsa che, se ben usata, può dare un grande contributo al nostro lavoro.

1) Lo stagista non ha esperienza, ma proprio per questo è il miglior banco di prova per le nostre idee: ci dirà quello che pensa senza prudenze da quattro soldi e ci potrà fornire una visione fresca e non troppo compromessa dei nostri progetti.

2) Lo stagista è fresco di laurea, e per questo è il miglior candidato per confrontare i nostri metodi di lavoro con il più generale panorama accademico e dottrinale sull’argomento: potrà, se è il caso, fornire i dovuti approfondimenti e fare le dovute divagazioni. Guardate che non sono puttantate: tutto quello che facciamo, che lo sappiamo o no, sta sempre all’interno di un preciso “panorama”, ma questo panorama, spesso, lo ignoriamo perché troppo presi “al tornio”, a fare il pezzo. E’ bene che qualcuno ce lo illustri.

3) Lo stagista non è ancora invischiato nei nostri giochi politici da quattro soldi e può pertanto valutare in modo più sereno  i progetti e, soprattutto, lanciare delle idee che a noi non verrebbero mai in mente, causa la nostra irrimediabile autocensura. E’ un fattore di innovazione involontaria che va sfruttata.

4) Lo stagista ha voglia di lavorare: so che qualcuno potrà sorprendersi di questo, ma chi non ha sulle spalle anni di frustrazioni e tristi compromessi, chi deve mettere alla prova se stesso perché ha qualche cosa da dimostrare, lavora di più, meglio e con più entusiasmo. La cosa migliore per tutti, allora, è assecondare in tutti i modi questa insana pulsione. Poi passerà, ma per il momento perché non approfittarne, visto che ci guadagnano tutti?

5) lo stagista è molto più pronto di me e di voi ad affrontare i casi imprevisti: per lui tutto è nuovo, e quindi affronta le cose con una dose di energia cognitiva adatta a situazioni “di emergenza”, cosa che noi facciamo molto più raramente. Coglierà tutti i dettagli, sarà più pronto e, probabilmente, saprà elaborare meglio una soluzione, perché già orientato a risolvere in maniera creativa e divergente i problemi. Vorrei far notare di sfuggita che la vita lavorativa, oggi, non è fatta di compitini da svolgere, ma di emergenze da risolvere.

6) Infine, lo stagista ha un modo interiore, un modo che tiene dentro di se e che è la fotografia della vostra organizzazione. Quando vi fanno una fotografia digitate qual è la cosa che fate immediatamente? Non andate dal fotografo a vedere come siete venuti? Ecco, lo stagista vi ha fatto una foto: approfittatene.

Metteteli alla prova, portateli in riunione, dategli la parola quando potete, chiedete il loro parere, dategli degli obiettivi. Parlate con loro. Cercate di capire che cosa li motiva, che cosa  non gli quadra, che cosa pensano. Lo stagista è il vostro prezioso alleato, il vostro confidente, la vostra cartina di tornasole. E’ una persona laureata, intelligente e volenterosa. Buttatelo nella mischia, sommergetelo di lavoro, dategli delle sfide, guardate che cosa combina, provocatelo. Ascoltatelo.

Se userete così questa opportunità ci guadagnrete voi personalmente, ci guadagnerà l’azienda, ci guadagenrà lo stagista. In caso contrario, avremo sprecato un’altra occasione, producendo altri frustrati che giocano a solitario davanti al PC.

Mar
6

Perché Bachtin può dirci qualcosa

Per il grande Tzvetan Todorov è stato il massimo teorico della lettaratura del novecento. Ha scritto migliaia di pagine, ma ha pubblicato solo due libri a suo nome. Un signore austero, confinato per cinque anni in siberia, modesto insegnante di provincia per la maggior parte della sua vita. Eppure portatore di un pensiero potente, luminoso e penetrante. Una delle voci più importanti nelle scienze umane del ventesimo secolo. Eppure mai apocalittico. Parliamo, ovviamente, di Michail Bachtin.

michail bachtinPerché ne parliamo? Perché Bachtin capì maniera molto più profonda di qualunque altro teorico della letteratura che cosa significhi e quali conseguenze abbia un processo di comunicazione. Comunicazione letteraria, artistica, espressiva. Comunicazione professionale, amichevole, amorosa. Non ha molta importanza. Quello che rende così potente il suo pensiero è il suo coraggioso e per nulla scontato spostamento dell’asse d’analisi: dalla produzione testuale al rapporto con il destinatario, dallo studio del messaggio allo studio del dialogo, dalla proposizione all’enunciazione.

Quando studia la letteratura Bachtin non studia mai un testo morto, ma un dialogo vivo. Un dialogo che coinvolge noi tutti, fin da subito, inesorabilmente implicati nella trama del linguaggio, della sua originaria e costitutiva socialità.

Bachtin non è uno studioso di linguistica, ma di pragmatica: non gli interssano le cause ma gli effetti, non guarda l’universalità delle forme, ma l’unicità dei rapporti, non vuole studiare i sedimenti linguistici, ma il corpo vivo dell’enenciazione qui e ora, in un contesto, a partire da un insieme di premesse condivise. E in questo cerca di fare scienza.

Ogni atto di comunicazione, per Bachtin, non è un processo isolato, ma una continua replica ad un discorso collettivo che è già da sempre in essere in una comunità. E la comunicazione stessa, il processo di produzione di un testo, si fonda costituitvamente come dialogo, un dialogo che prosegue anche in assenza. E’ questo turbinante contesto di emissione che svela il significato. E’ in questo dialogo qui ed ora che emerge il senso delle nostre proposizioni. Forse c’è qualcuno, tra chi si occupa di comunicazione in Rete, a cui questi temi ricordano qualcosa.

“Nessun membro della comunità verbale trova mai parole della lingua che siano neutre, immuni dalle aspirazioni e dalle valutazioni altrui, che non siano abitate dalla voce altrui. No, Ognuno riceve la parola attraverso la voce altrui, e questa parola ne resta colma. Interviene nel suo proprio contesto a partire da un altro contesto, permeato dalla intenzioni altrui. La sua propria parola trova una parola già abitata”

Per questo Bachtin è così utile a chi comunica: se volete capire l’efficacia della comunicazione, sembra dirci, non leggete e rileggete il vostro testo, ma guardate i visi dei vostri ascoltatori. Non guardate le vostre frasi ben scritte, la vostra prosa così efficace, ma considerate la concreta situazione nella quale queste frasi avranno senso, un senso che è debitore solo in minima parte del vostro specifico intervento. Le vostre parole non sono “vostre”, il vostro testo è sempre anche il nostro testo. Non inseguite il sogno di un’unicità discorsiva che non può esistere, perché siamo tutti, da sempre, dentro un universo di discorso che abitiamo collettivamente.

Pensateci, quando comunicate in azienda: ogni atto di comunicazione è un “turno” in una più ampia conversazione che sta già avvenendo. Non pensate mai di aver scritto la prima e l’ultima parola, perché la vostra non sarà la prima, e tantomeno sarà mai l’ultima parola.

Mar
4

Per confrontarsi sulle intranet

Chi lavora su intranet sa quanto sia difficile confrontarsi sui propri prodotti e sulle proprie scelte: le intranet sono un oggetto chiuso ed è difficile aprire i firewall, fisici e culturali, per lasciare entrare un po’ di aria fresca.

Sensibile a questo tema, un gruppo inglese ha creato un sito, che si chiama Intranet Benchmarking Forum, e il nome mi sembra già abbastanza chiaro. In realtà è una società che vende servizi alle imprese, ma è significativo che qualcuno abbia tirato su un business a partire nalla necessità di condividere le “best practices”. Buona idea, no?

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede