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Gen
30

Il nuovo “portal-mondo”

Siccome ho smesso di fumare e mi devo tenere impegnato, oggi sono stato qui (ero incuriosito dal roboante titolo:  “Content 2.0 – La gestione dell’informazione, la sfida organizzativa e i modelli evolutivi nell’era del Web 2.0 – rumore di tuoni in lontananza”).

E chi non si sarebbe incuriosito con un titolo del genere? (Ma sarò fesso?)

Insomma, mi metto la maschera del giornalista freelance e parto verso il nuovo mondo della gestione ”enterprise” dei contenuti.

E’ stato un viaggio brevissimo. E non solo perché la sede era a centro metri casa mia (se no col cavolo che ci andavo).

La sala era zeppa di superspecialisti incravattati delle maggiori aziende, pronti a illustrarci il nuovo mondo del contenuto digitale e della sua gestione tramite i CMS di nuova generazione.

All’inizio ero a disagio lì in mezzo a tutti questi specialisti del content management; e poi ho anche lasciato il mondo aziendale, e chissà che passi avanti hanno fatto mentre io non c’ero eh…

Ho dovuto ricredermi: affrontare questo tema non è affatto difficile anche se, guardando le slide, sembrerebbe il contrario.

Le slide, come nelle migliori tradizioni consulenziesi, erano illeggibili e piene di schemi a blocchi complicatissimi. Chiunque, di fronte a quelle slide tipo “astronave di Vega” , non può che sentirsi un cretino.  Ma siccome sono abbastanza allenato, sono in grado di fornirvi un modello comune semplificato:

Schema_CMS

E poi non dite che questo non è un blog di servizio.

Decine di slide par raccontare le infinite varianti di questo schema. Stavo per svenire sulla sedia.

Eppure avrei dovuto capire tutto fin da quando il secondo relatore ha chiesto se qualcuno conosceva (udite udite) You Tube. Il suo tono era apocalittico: aveva capito che siamo nel mezzo di una rivoluzione.

Poi qualcuno parla di blog. Ehi, dico, la mattinata si anima finalmente. Poi chiede chi tra i presenti ha un blog: zero mani alzate. Chiede se qualcuno legge ogni tanto un blog: p. Pochissime mani alzate.

Ok, da questo capisco che in questa sala si sta veramente facendo la Storia.

Qualcuno parla di 2.0. Un bell’intervento su dati e metadati, una slide tipo astronave di vega per parlare dell’interoperabilità dei vari linguaggi e poi i CSS e l’XML e AJAX e mia nonna in carriola.

Poi fa vedere un esempio di sito costruito con il loro superfico CMS superaccessibile.

Ok, tenetevi, perché il sito è questo.

E con questo la mattinata è finita in bellezza. Mi sembrava di essere nel 1997.

E pensare che se non mi spacciavo per giornalista, questa roba me la facevano pagare 1200 euri.
Chiaro?

Gen
26

Esperienze estreme di usability

Fantastico

Gen
25

Fare del bene e farsi del male

Dunque, parliamo del bene e del male. O meglio, parliamo bel buono e del cattivo. Siamo tutti d’accordo che il bene è buono e il male è cattivo, e che dovremmo desiderare il bene e respingere il male. E che dovremmo essere buoni e non essere cattivi, e che dovremmo coltivare la nostra parte buona e fare appassire la nostra parte cattiva.Ma non è così semplice.

In un recente film di Lars von Trier, “Il grande capo“, un manager di una società informatica inventa un personaggio fittizio al quale vengono attribuite le decisioni scomode dell’azienda. Fusioni, licenziamenti, cambiamenti organizzativi, nuove regole e divieti vengono fatti cadere sulle spalle di questa figura fittizia. In questo modo il vero artefice delle decisioni può conservare, agli occhi degli altri, la sua immagine di bonaccione

Il tema non è nuovo in Lars von Trier: se ci pensiamo, anche Dogville era costruito intorno a questo meccanismo. Una ragazza vuole sfuggire al suo destino (e a suo padre) e subisce le peggiori vessazioni pur di conservare la sua immagine buona. Fino a che è, dopo avere conosciuto la cattiveria degli altri, è costretta a chiamare in soccorso suo padre (o la sua parte cattiva) per fare giustizia.

Lars von Trier non è ovviamente l’unico ad aver affrontato il tema del bene e del male, della lotta contro la propria ambivalenza per scacciare le parti inaccettabili di sé e proiettarle su qualcun altro. In ambito letterario l’antecedente più vicino che conosco è certamente “L’anima buona di Sezuan” di Bertold Brecht. Anche in quel caso una brava ragazza deve inventare la figura di un fratello cattivo per potere farsi pagare dei creditori e non finire in miseria.

Il messaggio di Brecht era politico; nel capitalismo la bontà pura non può esistere: dobbiamo corromperci per sopravvivere e le “anime belle” sono destinate a soccombere. Ma a me non interessa questo aspetto, quanto il fatto psicologico legato alle “buone” immagini di sé.

In fondo tutti queti esempi ci dicono che la bontà “pura” è, alla fine, una posizione perversa, malata, non rispettosa della realtà. E ci dicono anche che la vera bontà, come posizione, è destinata necessariamente a compromettersi. Qualcuno ricorda “Le mani sporche” di Sartre?

Non possiamo piacere a tutti, non dobbiamo piacere a tutti: se desideriamo questo siamo necessariamente destinati all’astrattezza, alla solitudine e alla schizofrenia (e, alla fin fine, anche al disprezzo degli altri).

La bontà è una posizione che assume dialetticamente su di sé ampie dosi di crudeltà e anche Proust rievoca, in qualche punto della sua opera (quale? Vattelapesca) , una persona, una governante credo, la cui bontà era segnalata proprio dal suo fare rozzo e sbrigativo.

Credo che faremo tutti un passo in avanti, come persone, se saremo in grado di vedere noi stessi e la nostra realtà come un grande gioco che mescola cose buone nelle cose cattive e viceversa.

E diventeremo grandi solo se saremo in grado di accettare su noi stessi il male che gli altri, necessariamente, ci attribuiranno.

Gen
25

Intervento impressionistico sul Barcamp

Il Barcamp è stato, come era prevedibile, un’esperienza elettrizzante, anche se non ho potuto vedere molto perché dovevo partire. Ma credo di aver capito che:

– L’intellighenzia della blogosfera e della rete italiana non è fatta di giovani pischelli ma di arzilli quarantenni con la maglietta e lo zainetto. Il che è confortante, perché credevo di essere il solo pirla in giro (non nel senso dell’intellighenzia, ma della maglietta e dello zainetto)

– In giro c’è gente in gambissima, molto fichi e interessanti e spiritosi e innovativi, e quindi se avete problemi di autostima non andate al Barcamp

– Al Barcamp ci sono solo i guru e gli appassionati come me, ma pochi giornalisti e pochissime aziende. Il che getta una luce fosca sul rapporto tra il mondo del web-pensiero e il resto della società. Per cui se pensate di potere fare affari o conoscere clienti, non andate al Barcamp

– tutti si salutano e si conoscono e c’è un’aria davvero elettrica, come quando è imminente la costruzione di qualche cosa. E forse si sta veramente costruendo qualche cosa. In ogni caso, se vi sentite un po’ degli emarginati, non andate al Barcamp

– Gli interventi sono interessanti, e il bello è che si saltano molti preliminari e si va subito al dunque.  Sono interventi complessi, quello di Quintarelli me lo sono proprio goduto, ma anche molto tosti, e lo dice uno che di queste cose un po’ ci mastica. Per cui se avete poche competenze in materia, non andate al Barcamp

– Come ho detto sono tutti molto simpatici e chiacchieroni, ma sono anche tutti impegnati a “rimediarsi” l’un l’altro, con telecamere e macchine fotografiche digitali. Mi raccomando, se non avete una macchina digitale, non andate al Barcamp.

Aggiunta dell’ultima ora: tutti hanno computer fichissimi con la mela, il pinguino, e stranissimi programmi installati sopra. Tutti sono connessi wi-fi e si affollano l’uno sul notebook dell’altro. Per cui vi dò un consiglio: se avete un portatile senza connessione wi-fi, con dentro solo Office e, come sistema operativo, una cosa tipo Windows 98, non portatelo al Barcamp.

Siccome era la prima volta che partecipavo, questo è un resoconto impressionistico: quando mi sarò abituato allo stile riuscirò forse a entrare nel merito di alcune questioni (forse).

Ringrazio tutti quelli che ho incontrato (come ad esempio Zoro, che però non conoscevo) e che finalmente ho visto di persona, il che è sicuramente l’esperienza più sconvolgente di tutte. Grazie a tutti.

Gen
24

O mia bella madunina

Quando lavoravo ad Alcatraz, sede romana, mi proposero di tornare a Milano. Mi strizzavano l’occhio, come a dire “eh, te ne torni a casa eh!” e non capivano la mia faccia terrorizzata e gli strani segni di scongiuro.

Ancora oggi, quando per lavoro mi chiamano a Milano, metto le dita a croce, e faccio due ore di training autogeno. Ma perché?

I motivi sono davvero tanti, ma vorrei illustrarne solo uno. E per illustrare intendo proprio illustrare, dato che all’epoca feci un mini-reportage fotografico sui miei luoghi d’origine (assieme a una mia amica di sventura dell’epoca)  per togliere quello sguardo ammiccante dalla faccia dei miei colleghi.

Credo sia l’unico luogo al mondo che è stato in grado di creare il nulla dove prima c’era qualche cosa. Un luogo che esiste per sottrazione, insomma. Per un terzo fabbriche, per un terzo palazzoni, per un terzo villette. Ogni tanto salta un negozio. Sulla strada: cuboni commmerciali. Dentro le case: caloriferi accesi per 8 mesi l’anno.

Parchetti nella nebbia e persone sulle panchine. Per molti anni anche io sono stato su quelle panchine. Cappuccio e cornetto oggi costano 2 euro e10. Se stai fermo per troppo tempo in un punto, dopo un po’ o arriva la polizia o vengono a rapinarti. Quando avevo 17 anni dovevo prendere l’autobus per andare da qualunque parte. Un autobus ogni ora: a mezzanotte, fine.

Ecco il reportage. E questa è casa mia.

E sempre grazie, mia cara Roma, per avermi offerto una chance.

Gen
17

Il vissuto di Alfredo

Alfredo Civita è stato mio professore all’università e mio correlatore della tesi di laurea. All’epoca, dopo la discussione,  mi disse: “si faccia vedere in dipartimento che magari proviamo a lavorare un po’ assieme su questi temi”.

Non ci sono mai andato: avevo troppo da fare come operatore di call center e non avevo una lira.

Pazienza: acqua passata. Ma mi è dispiaciuto soprattutto perché era una delle poche persone pulite lì dentro, se capite che cosa voglio dire…

Scopro ora che un suo libro (“La filosofia del vissuto”) è disponibile da scaricare in PDF e ve o segnalo.

Ciao Alfredo, che certamente nun te ricordi…:-)

Gen
17

Sconclusiontato post su dati, informazioni e conoscenza

“Nessun dato è completamente certo, e si può sostenere che non ci siano dati davvero indipendenti dalla teoria. Nonostante questo, il requisito fondamentale per l’uso scientifico di qualsiasi dato non è che esso debba essere assolutamente certo e indipendente dalla teoria, ma solo che sia più affidabile della teoria che serve a confermare o confutrare”

Questa bella citazione è tratta Dan Sperber, uno dei più eccentrici, originali e “scomodi” antropologi contemporanei (se volete approfondire il suo pensiero….)

In realtà questa citazione mi interessa meno per la sua specifica posizione riguardo ai fatti scientifici che per  le indicazioni che sembra lasciare intravedere rispetto al lavoro di chi manegga le informazioni e il sapere (giornalisti, insegnanti, intranet manager, professionisti che fanno il Powerpoint, eccetera eccetera.

Personalmente ho sempre pensato e agito con la piena consapevolezza che “i fatti puri” non esistono (in buona compagnia peraltro). Tuttavia molti di noi lavorano quotidianamente con le “informazioni”, o perché le trasmettono, o perché le ricevono, o perché le elaborano. Lavoriamo con le informazioni e spesso non ci facciamo domande rispetto al loro statuto, e tantomeno rispetto al loro rapporto con la conoscenza in generale. Non abbiamo tempo, e queste sono pippe da filosofi.

E’ tutto vero, ma dovremmo essere almeno un po’ coscienti che l’informazone, ovvero l’ogggetto (inindagato) con cui abbiamo a che fare non è mai un “dato”, ma una sua opportuna rielaboraizone. Ci tengo a precisare che “rielaborazione” non vuol dire “manipolazione” : rielaboro i dati anche quando faccio “l’informazione all’inglese”, obbedendo ad un gioco linguistico che mi dice: “dividi i fatti dalle interpretazioni”.

Purtroppo è lo statuto di “fatto” ad essere ambiguo (basterebbe la semplice constatazione che usiamo un linguaggio per descriverlo e qui casca molto più di un asino). Insomma, la nozione di informazione eredita questa ambiguità di conseguenza. Insomma il discorso è molto lungo.

E pensate che questo è l’aspetto più semplice della questione: perché è vero che le informazioni, in tutta la loro intrinseca ambiguità, non fanno ancora “conoscenza”. Purtroppo la conoscenza richiede una ulteriore integrazione nella nostra testa delle informazioni (integrazione fatta di filtri, traduzioni, rielaborazioni,  eccetera).

Alla fine di questo percorso possiamo dirre di avere una “conoscenza”. Ma non è finita: questa è ancora davanti a noi. CI guarda, la nostra conoscenza, come un oggetto esterno e alieno e noi ci rapportiamo a lei, la utilizziamo come un attrezzo.

E volte capita che la nostra conoscenza non stia più davanti a noi. Non riusciamo più a vederla perché si è messa dietro di noi e in qualche modo si confonde con la nostra ombra, si mescola con la nostra anima.

Quando questo succede abbiamo acquisito un po’ di saggezza.

Gen
16

La intranet della General Motors

Eccola

Gen
16

Voglio smettere

Voglio veramente smettere di fumare, e quindi il 23 andrò qui.

Voglio anche smettere un sacco di altre cose. Voglio smettere di avere paura, voglio smettere di pensare che non ce la farò, voglio smettere di volere andare via, voglio smettere  di addormentarmi con la paura di non svegliarmi e voglio smetterla di pensare che gli altri sono sempre e comunque migliori di me.

E voglio smetterla di portarmi addosso questa zavorra di un quintale e voglio smetterla di pensare che il passato non si può modificare. Voglio smetterla con questo film che da troppo tempo gira dentro la mia testa.

Beh, insomma, per queste cose non so proprio dove andare.

:-)

Gen
16

Barcamp a Roma

Io ci vado (almeno spero) e così spero di voi.

Ecco tutte le informazoni. Che cosa seguirò? C’è l’imbarazzo della scelta, ma credo che opterò (ho scritto opterò? Ma che razza di termine è?) per Stefano Epifani, Diego La Monica, Luciano Giustini, Emanuele Quintarelli.

Che dite?

Gen
16

Gli articoli di Paul

Dopo un periodo di stanca Intranet Journal è tornato, da qualche anno, a  pubblicare cose interessanti. Una di queste cose sono gli articoli di Paul Chin.

Però è meglio che ci arriviate dal suo sito, che è piuù ordinato. Tantissimi interventi utili, dal corporate blogging alia leadership del progetto fino ad arrivare al tema del valore dei contenuti generati dagli utenti.

Gen
9

Intranet e la coda lunga

Ok, tenetevi perché sto per proporre un metafora per il ruolo della intranet nella comunicazione interna.

Credo che molti dei lettori di questo blog (e dei lettori dei blog in generale) sappiano che cos’è la cosiddetta “coda lunga”. Tuttavia, per chi non lo sapesse, la “coda lunga” è una metafora (coniata dal direttore di Wired nel 2004) per rappresentareil modo in cui si distribuiscono le vendite in rete di prodotti come libri, CD, film, (e in futuro, chissà).

Mentre nella distribuzione tradizionale (ad esempio in una libreria del centro di Roma) il grosso del fatturato è costituito dalla vendita dei libri “da classifica”, che vengono acquistati dalla grande maggioranza dei consumatori, in internet il grosso del fatturato è costituito dalla vendita dei libri meno noti, acquistati da piccole nicchie di consumatori.

L’andamento delle vendite assume quindi una configurazione di questo tipo:

coda_lunga

Insomma, in internet conviene di più vendere poche copie di migliaia di libri di astrofisica, filosofia teoretica, etologia che molte copie dell’ultimo libro di Bruno vespa. Conviene avere a disposizione l’archivio dei libri che parlano di logica modale piuttosto che diecimila copie dell’ultimo best seller di Faletti. Aaaaahh: la rivincita delle nicchie specialistiche sul mass market.

I motivi di questa inversione del principio di Pareto sono tanti: in internet non abbiamo il problema della collocazione fisica e quindi vendere 1.000 libri costa lo stesso che venderne 1.000.000. Inoltre in internet c’è una maggiore informazione, e questo spinge la domanda. Infine, in internet vengono meno i vincoli geografici.

A dire la verità cominciano a sollevarsi voci critiche su queste ipersemplificazioni, ma il potere delle metafore va oltre la loro conferma empirica. Se no, perché le creeremmo?

Ok, tutto bello e arci-risaputo, ma che cosa c’entra con la comunicazione interna?

Bene, ora chiedetevi a quante persone arriverete con l’ultima convention. Domandatevi quanti sono veramente interessati al contenuto del vostro house organ. Provate a riflettere su sul numero effettivo di persone che verranno coinvolte nel vostro piano di comunicazione e a chi arriveranno concretamente tutti i soldi del vostro budget annuale. Quanti guarderanno la vostra stramaledetta e costosissima TV interna?

E adesso pensate invece a come funziona la comunicazione in intranet. In intranet non avete pochi prodotti informativi che devono arrivare a tutti, ma molti, moltissimi prodotti informativi che arriveranno a pochi. In intranet non catapultate messaggi nella testa della gente, ma mettete a disposizione informazioni che si attivano a partire dal basso.

Certo, il “grosso” della vostra comunicazione broadcast lo fate con convention, manifesti patinati, house organ e cose del genere. Certo, in questo modo arrivate a tutte le persone indistintamente , ma per quanto continuiate a proporre il vostro Bruno Vespa interno,. la rete interna è la vostra “coda lunga”.

Poche persone alla volta, piccoli gruppi di colleghi si organizzano sulla intranet e danno il via a una comunicazione locale. Ciascuno seleziona, filtra, rilancia le informazioni più pertinenti per la sua attività e per quella della sua comunità. Un mare invisibile di scambi informativi e di comunicazione tra nicchie di colleghi . Non è niente di altisonante, nulla di clamoroso. Non fa rumore ma coinvolge molte più persone per molto più tempo su molti più temi.

Eccola, la nostra coda lunga.

E’ tutto quello che ci serve.

Gen
9

Contro il neo-determinsimo tecnologico

Ma perché la discussioni che vorrei si sviluppassero sul mio blog attecchiscono invece sempre nei blogghe dell’altri?

Mistero. Ad ogni modo, vi invito a seguire questa discussione (post e commenti) perché credo che sia istruttiva. Le posizioni mi sembrano abbastanza composite ma chiare. Personalmente ripeto quello che ho sostenuto lì, ovvero: non credo al potere salvifico delle tecnologie in quanto tali, ancorché tecnologie 2.0.

Certo, devo ammettere che un wiki, rispetto ad un mega-portale, consente una maggiore “flessibilità interpretativa” da parte delle comunità di utilizzatori, ma il punto non è questo. Il punto è che a essere deterministi, con la tecnologia, si rischia di fare veramente i conti senza l’oste.

Gen
8

Cose da (veri) smanettoni

Io non sono un esperto di software e piattaforme: mi sono sempre limitato ad utilizzarle o a dare indicazioni a chi le sviluppava per avere un prodotto funzionale e adatto alle tante esigenze di una intranet.

Ad ogni modo ho sentito in questi anni molti nomi di prodotti e ho raccolto qua e là qualche parere estemporaneo. Oggi voglio fare qualche segnalazione per quelli che ci capiscono veramente qulache cosa e vogliono cimentarsi nella creazione di una intranet con pprodotti open source.

Questi prodotti open source sono rivolti a un target abbastanza preciso:

1 )chi non ha soldi da spendere
2) ma ha discrete capacità di sviluppo al proprio interno

Se avete queste carattersitiche di base, questi sono prodtti che fanno per voi.

Il più classico è Joomla, sviluppato in PHP e che sta ormai diventando quasi uno standard. Spero di potervi dire qualche cosa di più quando lo vedrò (presto) in azione.

Un altro prodotto di cui sento paralre da più parti e Drupal. Sembra sia molto buon per i sistemi di classificazione  multidimensoinale che consente (vedi ad esempio questio articolo di Roberto Cobianchi e questo altro, segnalatomi da Maxx, sulla creazione  di classificazioni a faccette con Dupral) e per la creazione di ambienti di community.

Un terzo prodotto che mi sembra ottimo è  Metadox (sul sito trovate anche delle belle demo sulle funzionalità). Qui trovate una breve recensione al prodotto.

Sempre via Maxx, ecco un articolo comparativo tra Joomla, Dupral e un altro prodotto che non ho mai sentito (scusate l’ignoranza), ovvero Plone.

Ok, ho finito: ricordatevi: questi prodotti costano zero solo se sapete programmare. Se no avrete comunque bisogno dell’assistenza (che vi costerà comunque meno della mega-piattaforma all included)

;-)

Gen
6

La verità inabitabile

Variazioni sulla depressione (mettetevi comodi che è lunga)

Per il buon Heidegger, come noto, il nostro rapporto primario con il mondo è innanzitutto pratico: noi siamo gettati-nel-mondo, e il rapporto di utilizzabilità è quello che principalmente caratterizza il nostro vivere quotidiano, il nostro entrare in contatto con le cose. Solo in seguito a qualche tipo evento questo rapporto diventa teoretico.

La conoscenza, la consapevolezza dunque, sono un precipitato, una conseguenza di un momento di rottura del nostro abituale tran tran quotidiano (l’ultimo link è assurdo, lo so…)

E quali sono questi momenti di rottura? Potremmo decidere anche noi di chiamarli, seguendo l’altisonante linguaggio di Heidegger, Essere-per-la-morte, oppure potremmo accontentarci di chiamarli con un nome più popolare e prosaico: depressione.

Da che io mi ricordi sono sempre stato depresso. Per la maggior parte del tempo questa era semplicemente una condizione che vincolava e determinava i miei comportamenti; in altri periodi della mia vita è stata anche oggetto di una qualche riflessione. Anche oggi sono depresso, e anche oggi non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo, al di là dell’innegabile sofferenza di questo stato, al di là di questa mia innegabile sofferenza, senta una sorta di maggior consapevolezza delle cose. E’ come se il dolore potesse veramente, come voleva Heidegger, fare acquisire un certo spessore, una certa acutezza di sguardo, una capacità di guardare la nudità delle cose

Distacco. Un distacco non privo di sofferenza, certo, ma anche pieno di conseguenze. Come se potessi finalmente fare spazio al Mondo, del quale fino ad un momento prima ero semplicemente parte. Se sei parte del mondo non lo puoi contemplare: puoi solo accontentarti di viverlo.

Io e il mio amico, all’epoca,lo chiamavamo “il premio per essere depressi”. Figuriamoci. Filosofico cinismo di giovani depressi (ad ogni modo mi rincuora il fatto di non aver trovato su Google nessun riferimento per la frase “premio per essere depressi”.)

Lo psichiatra Eugenio Borgna, in un attacco di heidegggerismo acuto, sembra confermare in parte questa mia esperienza quando scrive, in un suo saggio: “Non si può non risottolinare drasticamente come l’esperienza malinconica non sempre spiana e svuota, prosciuga e inibisce, l’interiorità e l’immaginazione; ma, anzi, talora agisce come una dolorosa frustata sulla vita emozionale […] la sofferenza che scaturisce dal vissuto della malattia, dilata vertiginosamente la profondità degli abissi che si aprono nella conoscenza della propria soggettività e della propria esistenza”.

Amen.

Dall’altra parte Dostoevskij (credo ne “I demoni”), con il suo consueto acume nel mettere a nudo l’anima degli uomini, diceva che la depressione dona solo un’illusione di profondità, che avvolge in modo temporaneo le persone superficiali facendo loro credere di avere conquistato un nuovo livello di consapevolezza che sparirà in breve tempo. Illusi.

E credo che anche Thomas Mann, da parte sua, prenda un po’ in giro in nostro Heidegger quando, nella Montagna incantata, mostra un paziente al quale restano pochi giorni di vita che se la spassa allegramente come se niente fosse. Altro che Essere-per-la-morte: la consapevolezza non è sempre sopportabile e l’autenticità non è certo una condizione paradisiaca.

E allora chi ha ragione? Borgna e Heidegger o Dostoevskij e Thomas Mann? Beh, io propenderei per i primi, anche se molto spesso credo di aver agito come il personaggio di Dostoevskij. Ma forse penso questo perché oggi sono depresso.

Perché siamo depressi? Un tempo credevo si saperlo, oggi non ne sono più così sicuro. Certo, posso dire che sono depresso perché mi sento solo, il mio passato mi perseguita, mi sento inadeguato e tutti sono migliori di me, le cose hanno perso il loro senso abituale, ho la chiara consapevolezza che non riuscirò mai ad essere felice, oppure ho un livello basso di serotonina.

Ma allo stesso modo potrei dire che sono depresso e quindi mi sento solo, il mio passato mi perseguita, eccetera. A dire il vero potrei anche dire che sono depresso in quanto mi sento solo, ecc.

In ciascuno di questi casi, il fatto che abbia senso considerare queste ragioni indifferentemente come cause, effetti, o espressioni della depressione mi dice solo che queste ragioni non hanno alcun valore esplicativo.

Ma oggi non mi interessano le cause della depressione ma i suoi effetti; non mi importa del suo contenuto, che conosco così bene, ma, per così dire, della sua forma.

Sartre considerava l’angoscia come il sentimento che si accompagna al senso della propria libertà, e la nausea come il sentimento che si accompagna al senso della propria contingenza. La depressione, forse, è il sentimento che si accompagna al nostro temporaneo distacco dal mondo.

Il sentimento della contemplazione.

Platone non aveva un termine che equivalesse al nostro “depressione”, e neanche Kant o Husserl, ma tutti, a modo loro, si sono occupati di come arrivare a contemplare la verità, di come coglierla e di quali effetti produca. Credo però che nessuno di loro si sia mai preoccupato di dirci quale dovrebbe essere il sentimento che si accompagna a questo “coglimento” .E temo proprio che questo sentimento sia la depressione. Ora che ci penso, credo proprio che una buona metà della filosofia occidentale sia figlia della depressione. Perché non ci ho mai pensato prima?

Capito Husserl? Per fare l’epoché fenomenologica dobbiamo essere depressi, se no non viene tanto bene.

Capito Kant? Per contemplare in maniera disinteressata la bellezza dobbiamo essere depressi, se no essa sarà solo una “misera” promessa di felicità.

Capito Platone? (che per la cronaca scriveva cose come questa)? Per voltarci dalla caverna e guardare il sole della verità dobbiamo essere de-pres-si, perché a nessuno verrebbe mai in mente di imbarcarsi in una “seconda navigazone” se è già felice nella prima.

Perché non me lo avete detto? Avrei voluto poter scegliere.

La depressione può diventare cronica, come sappiamo; in quel caso diventa una patologia seria. Il che è come dire che non possiamo restare troppo fuori dal Mondo, che non possiamo distanziarci a contemplare le essenze troppo a lungo.

Le essenze non amano essere contemplate per troppo tempo e ciascuno di noi di noi è destinato ad assorbirne solo una piccola dose, in particolari momenti.

Quello della verità, forse, è veramente un mondo inabitabile.

p.s Confesso di aver scritto questo post anche pensando a Clelia, mia assidua lettrice che deludo costantemente riservandole in genere, ahimé, solo verbose pippe sulla intranet.

Gen
5

Perdersi nei musei

Il tema delle interfacce e dell’usabilità è un mio pallino, ed è stato anche il mio vero  “passaporto cognitivo” per passare dalla filosofia alla professione che svolgo oggi (quale? Come sempre più spesso capita, il nome non è ancora stato definito). E ovvio che ci sia affezionato.

Ogni volta che trovo nuove soluzioni web, quindi, il mio occhio passa spesso dai contenuti al design. Oggi, grazie a una notizia di Punto informatico, sono approdato al sito del Museo del design di Londra, e da lì mi sono perso in altri siti di musei nel Mondo. Che ne dite? Bello eh? Niente Flash, niente colori strani o composizioni pirotecniche, solo grandi  foto che intersecano i testi.

Ok, e gli altri? Beh, Anche il sito del Centre Pompidou di Parigi esprime uno stile strano e trasgressivo: ogni pagina è fatta come se fosse un  manifesto da strada, con grandi caratteri nero su bianco a metà strada tra il volantino e le locandine dei vecchi film (come in questa pagina) .

Il MOMA di New York utilizza invece una struttura molto più canonica, con un uso di Flash moderato nella parte superiore. Il sito riesce ad esprimere eleganza e raffinatezza, per una mole di contenuti decisamente superiore al primo. Peccato per il layout e i caratteri bloccati e non modificabili.

Comunque, al di là delle differenze, tutti hanno un design molto attento ai contenuti, e le loro home page sono piene di richiami e scorciatiorie verso le informazioni più “calde” e i punti strategici.

E l’italia? Eccoci qui.

Gen
4

Intranet e “profumo dell’informazione”

Il lavoro di Jared Spoo è certamente utile per chi progetta interfacce.  In uno dei suoi ultimi articoli affronta il tema delle intranet, partendo dal concetto di “profumo dell’informazione

Le sue ricerche dimostrano che:

  • Le persone accedono alla intranet sono quando hanno qualche necessità. Hanno quindi qualche cosa di specifico in mente
  • I migliori portali sono quelli che, già dalla home page, forniscono i link alle funzioni più importanti e richieste
  • I designer dovrebbero evitare di confidare nelle funzioni di ricerca, perché sono poco usate, o sono usate come ultima spiaggia>
  • Bisognerebbe guardare i log delle ricerche in intranet, perché forniscono le parole più ricercate e meno trovate in intranet
  • l’86% delle ricerche sono rivolte a trovare colleghi. Un buon cercapersone evita la maggior parte delle ricerche
  • Una buona intranet divide le informazioni su molteplici pagine, in modo da rendere ogni pagina precisa su un argomento
  • Le pagine iniziali servono più che altro ad indirizzare verso queste molteplici pagine e a permettere ai colleghi di eliminare quello che non gli serve. Questo, dicono gli autori, è come zooommare su una mappa per vedere una stradina, mentre prima si vedevano solo le strade più grandi
  • Le buone intranet danno fin dalle pagine più alte della gerarchia un buon “aroma” di informazione” sulle pagine successive
  • Le intranet ben disegnate raggruppano i link secondo divisioni logiche che rispecchiano come gli impiegati percepiscono i contenuti e le loro relazioni, e non secondo le logiche dipartimentali
  • Il Card sorting è sempre un’ottima tecnica
  • L’ordine e la gerarchia dei link sono importantissimi

Ecco l’articolo completo, di tre settimana fa.

Gen
3

Anche l’e-learning verso il 2.0?

Per capirlo, alcuni formatori e ricercatori legati all’LTE di Firenze e alla mitica casa editrice Erickson. hanno cominciato a discuterne online.

Questi la sanno veramente lunga….Il loro blog è nato da poco, ma è una vera chicca…

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede