Home » Archivi per ottobre 2007

Ott
31

La coda lunga del customer care

Gli operatori dei call center potrebbero avere un brivido dietro la schiena: con l’ultima versione di skipe possiamo diventare noi tutti possibili operatori del call center di Skipe. Il che fa venire un brivido dietro la schiena anche a me.

maschera_skipe_prime

Anche perché credo che funzionerà alla grande. Meno code di attesa, maggiore competenza, più motivazione. La quadratura del cerchio. Si chiama wikinomics, giusto?

Posso solo dire che non mi candiderò: ho già dato per quattro anni, grazie.

Ott
30

I want to “changes” my rhythm (narcissistic post)

Ma che blogger sarei se non vi mettessi puntigliosamente al corrente di ogni minima puttanata che faccio?

Perciò, rispettando la tradizione, vi sottopongo il brano che ho creato all’interno del laboratorio orchestrale a cui partecipo. Il brano (corretto dal nostro maestro) è una variazione sulla nota sequenza armonica Rhythm changes (detta anche Anatole, in Italia, e solo in Italia). Su questa sequenza armonica hanno composto i più grandi (da Parker a Rollins) e naturalmente non potevo non infilarmi anch’io giusto per rovinare un po’ sta lista di capoccioni.

anatole_mio_brano

Lo spartito contiene il tema, il background e la sequenza armonica (un po’ modificata in alcuni punti per motivi di background). Ecco dunque il PDF da scaricare della mia fatica.

Per chi fosse interessato fornisco anche il file in formato sibelius, per permettere tutte le manipolazioni del caso.

Ciao ciao

Ott
30

Filosofia del linguaggio per tutti

Ribadisco che i siti delle università sono una miniera d’oro, anche se a volte in modo involontario. Per la serie “pillole di filosofia del lunguaggio” andatevi a scaricare i materiali didattici prodotti da Massimiliano Carrara, dell’università di Venezia.

Potrete soddisfare alcune morbose curiosità sulla filosofia del linguaggio, ad esempio la teoria dei designatori rigidi di Kripke,  la teoria della conversazione di Grice, e la conseguente nozione di implicatura conversazionale, la critica del descrittivismo, il principio di composizionalità del valore di verità degli enunciati, la semantica di Frege, leteorie della metafora., le condizioni di verità degli enunciati.

Alcuni sono doc, altri PDF.

Buona lettura.

Ott
29

Il link? E che devo fà tutto io?

Metti che uno legge su Repubblica questa notizia, che parla del vortice di spazzatura che infesta un’area poco frequentata del Pacifico.

Se ha un minimo di interesse farà una breve ricerca e troverà che questa cosa è conosciuta e, ad esempio, che Greenpeace fornisce una mappa interattiva del fenomeno e che Wikipedia ha una voce dedicata alla corrente che produce questo vortice disgustoso. Su alcuni blog ci sono anche delle foto, come qui.

Ok, fermiamoci qui. La mia domanda è: che cosa impedisce a un giornalista come Luigi Bignami, autore dell’articolo, di corredare il suo pezzo con questi materiali? Forse dovremmo considerare il suo articolo l’alfa e l’omega dell’informazione? O come un implicito spunto da cui partire per farci – da soli – le nostre ricerche? O come una cosa che Luigi Bignami ha saputo in esclusiva perché si è recato sul posto?

La cosa mi inquieta un po’ perché una delle cose che sentiamo dire (e che diciamo) in giro frequentemente è che quello che distingue il miglior giornalismo online dal giornalismo tradizionale è l’accesso diretto alle fonti e agli approfondimenti: scrivo il pezzo ma ti segnalo anche degli approfondimenti fighi, le fonti online da cui ho tratto la notizia, delle immagini o dei disegni che ho trovato in giro e che mi sembrano interessanti. Certo, mi prendo un impegno verso questi link che metto: ma è proprio per questo motivo che questa è una parte integrante dell’attività editoriale del giornalista, il cui valore si misura, come in ogni brava dinamica di rete, anche dalla qualità di link che segnala. E non è un optional: se sei bravo lo devi fà. O no?

Al di là delle polemiche mi piacerebbe sapere se tutto questo corrisponde ad una precisa policy editoriale (e credo di si) e in base a quale logica è stata redatta. Perché, ragazzi, qui stiamo parlando proprio dell’abc.

In ogni caso, per il momento darei un consiglio a Repubblica.it: di mettere alla fine di ogni articolo un piccolo disclaimer che reciti: “Ti intetressa questa notizia? Cercati pure altro materiale su Google e buona fortuna!.”

Ott
29

Gonzo disclaimer

Ieri ero alla festa di Paolo, uno dei miei primi amichetti romani, che festeggiava i suoi trent’anni (beato lui) assieme ad altri amici di quel gruppo pazzoide che è la Brassmati Aw!rkestra.

Siccome mi occupo di web e godo ancora di una immeritata credibilità, egli dava per scontato che conoscessi asphalto, di cui invece non sapevo una beneamata ceppa (come spesso mi capita su svariati argomenti). Altri punti persi, e vabbè…:-)

La cosa che vi voglio segnalare è il disclaimer di Asphalto, una perla di web writing che non rispetta alcuna regola e per questo funziona. In genere, quando penso a “gonzo” contenuti immagino anche cose del genere.

Grandi questi asphaltisiti, e barvo Paolo, sempre capace di sorprendermi: c’è gente che con un solo decimo del suo talento ce la mena dalla mattina alla sera (e io probabilmente sono tra questi).  Lui invece ti ascolta e cerca di imparare qualcosa da te, mentre fa cose bellissime (almeno per me) di cui poi vieni a sapere per caso. E’ bello che ci siano persone così.

Grazie Paolo, e ancora buon compleanno.

Ott
29

Open source cognitivo all’italiana

La lettura di Wikinomics mi scatena parecchi pensieri. Uno di questi è legato al fatto che noi abbiamo un esempio concreto, nel nostro Paese, di open soruce cognitivo nei processi produttivi.

Questo esempio è stato studiato in tutto il mondo negli anni scorsi e, anche se può sembrare bizzarro, è all’origine del fortunato termine “post fordismo”. Mi sto riferendo come ovvio ai distretti industriali.

Leggete questo breve passo del grandissimo Enzo Rullani, tratto dal suo “La fabbrica dell’immateriale“. E poi ditemi se non vi suona stranamente familiare.

Se una grande impresa di abbigliamento deve prevedere il colore che andrà di moda quest’anno, il suo metodo di risposta al problema è quello tipicamente razionalistico, dello studio e comprensione ex ante. Si comincia a fare un certo volume di ricerche di mercato (da tenere ovviamente riservate), si consultano esperti e distributori, si sceglie una soluzione e si progetta una risposta corrispondente. A questo punto, sono passati mesi, il prodotto non è ancora sul mercato e i consumatori non hanno ancora avuto la ventura di vederlo o di sentirne parlare. Ma il futuro produttore è già fuori con qualche milione di euro di spese “preventive”. Se poi, una volta messa la soluzione trovata alla prova, ci si accorge di aver sbagliato, il milione è perso e diventa difficile immaginare di ricominciare daccapo. Comunque, se si decide di cambiare rotta, la cosa non si compirà in breve tempo.

In un distretto industriale le cose funzionano in tutt’altro modo. Prima di tutto non ci sarà un solo sperimentatore, ma cento, che andranno in ordine sparso e possibilmente all’insaputa l’uno dell’altro ad esplorare cento possibili strade (colori). Siccome ciascuno sa di poter adattare la soluzione inizialmente trovata, non ci saranno né ricerche di mercato, né grandi investimenti preventivi, né mesi di attesa perché la conoscenza emerga. Al contrario, usando le tecniche dell’apprendimento evolutivo, si andrà avanti senza copione e senza modello. Cento imprese proveranno, e una di queste avrà scovato (per caso o per intuito) la soluzione giusta. Non sono passati mesi ma giorni. E nessuno ha immobilizzato forti somme nell’esplorazione delle possibilità, avendo ciascuno soltanto “provato” una delle cento soluzioni. Una volta emersa la soluzione vincente, grazie al meccanismo della cooperazione involontaria, tutti saranno

in grado di sapere la risposta al problema in poco tempo e a basso costo. E potranno rapidamente adeguarsi.

Il risultato è che, se tutto va come deve andare, l’innovatore avrà speso poco, fatto presto ma avrà soltanto un lieve vantaggio (di settimane) nei confronti degli altri. Chi deve imitare, avrà anche lui speso poco (o niente), ma sa che non verrà tagliato fuori: la propagazione (involontaria) della conoscenza che serve basterà a tenerlo in gioco. Alla fine, gli investimenti e i rischi dell’esplorazione saranno limitati per ciascun concorrente, ma l’apprendimento realizzato da uno diverrà ben presto – con un lieve distacco – apprendimento di tutti (gli interni).

Nel distretto l’apprendimento avviene mediante una rete di imprese ciascuna delle quali ha la propria strategia e autonomia, ma ciascuna delle quali dipende dall’evoluzione dell’insieme per la produzione della propria conoscenza. E’ una rete cooperativa se si guarda alla funzione svolta, che mette i singoli apprendimenti in sinergia (spesso involontaria); ma è anche una rete competitiva se si guarda all’autonomia rivendicata da ciascuna impresa nel suo stare nella filiera.

Le due strategie – quella etichettata come cooperation e quella, canonica, della competition – in realtà coesistono, dando luogo ad un ibrido (co-opetion?) che consente alle singole imprese di crescere più velocemente e con meno rischi forzando in questa o quella direzione, a seconda delle circostanze, un rapporto che resta comunque multidimensionale.

Se vi interessa, l’intero capitolo del – bellissimo – libro di Rullani (Capitolo dal titolo “il territorio come mediatore cognitivo”) è scaricabile da qui.

Ott
26

(auto)organizzare la collaborazione

Sempre per la serie “vecchi articoli dimenticati nei bookmark” ecco un bel post di Dave Pollard dedicato alle strategie di collaborazione e all’introduzione di metodi 2.0 nelle aziende.

il metodo è interessante per vari aspetti:

1) identifica come strategica la creazione di figure di “animatori” (i champions) che possano far crescere viralmente il modello di collaborazione aperto

2) Richiede meccanismi di auto-organizzazione e non di governo dall’alto

3) Fa leva sull’entusiasmo, le passioni e le competenze individuali, da mettere in gioco fin da subito.

Modello_collaborazione_2.0

Ecco il post completo con l’illustrazione della metodologia.

Ott
26

Qual è il tuo panorama intranet?

E’ un po’ vecchio come post, ma è carino: qual è il panorama che vi somiglia di più?

Panorama_intranet

Ott
25

Le slide di Luca

Luca Mascaro ha messo in linea una sua recente presentazione sulle intranet 2.0 (grazie a Cristiano per la segnalazione).

Luca è bravo, competente e motivato e merita una segnalazione. Tra l’altro a slide 28 trovate un Wireframe del progetto a cui sta lavorando (ma VVF che significa? Viglili del Fuoco?).

Vogliamo saperne di piùùùùù. Luca, dacci aggiornamenti, mi raccomando….

Ott
25

‘giorno Prof

Oggi ho fatto lezione a simpatici ragazzi di vent’anni, aspiranti grafici e web designer. Era la prima volta che mi spingevo così in basso con l’età (generalmente non vado al di sotto dei neo-laureati, e per la maggior parte del tempo lavoro con persone adulte, nel senso di adulte adulte).

Come al solito sono partito con l’idea che mi avrebbero fatto un mazzo così su ogni cosa, ma alla fine credo di essermela cavata (cavarsela significa niente gente che dorme o che guarda il cellulare e si fa allegramente i fatti suoi), complice anche il fatto che mancava la connessione a internet (e lasciamo perdere…).

Come ovvio, nonostante le mie eterne velleità giovanilistiche, questa platea ha decretato il mio ingresso irreversibile nella fascia di persone che si chiamano “prof”, a cui si dà del lei e che, quando passano in corridoio, provocano un lieve abbassamento della voce nei gruppi di persone. Non basta parlare di web (no, neanche di web 2.0) e andare in giro con lo zainetto: hai le rughe, e si vede.

La cosa nuova è che ho scoperto che a tutto questo ero preparato, e non mi dispiace neanche.

Benvenuta, età adulta.

Ott
24

Metterci la faccia

Sam Marshall fa una proposta non certo apocalittica, ma proprio per questo implementabile da subito sulla vostra intranet: dare un volto alle persone che ricevono i feed-back. La questione è ovvia: se alla fine degli articoli, o nelle pagine di sezione della intranet ci sono, (come è assolutamente necessario) solo dei form di feed-back o delle mail per ricevere segnalazioni e contributi, il processo rischia di restare nell’anonimato. Con il rischio delle spiacevoli conseguenze del caso (flaming innanzitutto, ma anche poca serietà nei feed-back).

E’ molto più utile e produttivo che quando chiediamo un feed-back associamo a questa richiesta almeno la foto della persona concreta che lo riceverà. Questo, ovviamente è molto semplice da realizzare se, ad esempio, esiste una pagina dedicata alla redazione “allargata”, con foto e mail (e altre cose) relative a tutte le persone che collaborano e che sono, di volta in volta, destinatarie dei feed-back.

Se poi il cercapersone è  già strutturato in questo modo la cosa diventa ancora più facile. Alla fine si tratta di costruire dei profili come si deve delle persone che partecipano al progetto. e come sappiamo, in intranet, tutte le persone partecipano al progetto.

E’ un piccolo passo. Facciamolo.

Ott
23

Adoro il Pans

Il pans, alias Vertigoz, ha aperto un vignetta blog. Il Pans è un grande (e anche la bravissima Gnegnet.). Ho sempre saputo che le proprie nevrosi si possono sublimare in arte, ma non sapevo che questa cosa si potesse fare in team…

Vignetta_pans

Ott
19

Taggare il modo reale

Lo conoscevate? Io proprio no. E’ un progetto per taggare luoghi fisici con informazioni prese da Wikipedia. Uno attacca il codice al monumento e, grazie al cellulare, un altro accede alle informazioni di wikipedia relative. L’ho incrociato grazie a Domenico.

In genere non sono incline a segnalare innovazioni di questo tipo, anche perché spesso mi entusiasmo per cose che sono già stradigerite da tutti e faccio la conseguente figura da pirla. Ad ogni modo mi sembra talmente visionario da meritare una citazione.

Nel frattempo ho ricevuto un sms da una mia ex che diceva più o meno “Hai ancora questo numero? Un saluto affettuoso”. Con questa persona ho avuto una storia a dir poco tragica, come sanno tutti quelli che mi conoscono da un po’ di tempo.

In ogni caso non la sento da cinque anni, appartiene ad un passato che comincia a sconfinare nel sogno ed è stata la causa di parecchie scelte radicali che ho fatto in questi anni, tra cui il cambio di città. Se la rivedessi penso proprio che le attaccherei sulla schiena, di nascosto, questo tag.

Ott
19

Un passo avanti (veloce) per l’Italia

Non ci posso credere: la Fiat ha vinto L’intranet Innovation Award 2007, promosso da StepTwo.

In realtà si tratta di un sotto-portale rivolto ai dirigenti, creato con lo scopo di affrontare la crisi degli scorsi anni. Il motivo della mia increadulità sta nel fatto che mai avrei pensato possibile che qualche italiano si affacciasse sulla scena di questi premi (ma il sito è scritto in inglese, anyway).

Da quello che vedo, ad ogni modo, mi sembra che il sito sia ben fatto e molto focalizzato sugli aspetti di community. Va bene, ma in ogni caso il nome (“Avanti e veloci“) non mi piace per niente.

Home_page_intranet_fiat_auto

In ogni caso tanto di cappello per aver utilizzato uno spazio web (semi) pubblico per affrontare a viso aperto una situazione di crisi. Credo che il premio sia stato dato anche per questo.

Anche gli altri casi premiati sono molto interessanti: guardate il cercapersone che si intravede qui sotto, ad esempio:

intranet_boris

Carino no?

Nell’articolo trovate descritti altri casi e altri (piccoli) screenshot.

Ott
17

La mia CdP musicarella

Ok, non ve ne fregherà niente, ma io sono molto contento di questo nuovo spazio che ho messo in piedi per supportare il lavoro della Franknsteinband, l’orchestra jazz a cui partecipo.

Home_page_gruppo_frankenteinband

Ho usato google gruppi, che tutto sommato dà le funzionalità che servono.Per il momento è tutto abbastanza fico: abbiamo le nostre discussioni, inseriamo i nostri brani, il nostro maestro li corregge, creiamo pagine di aiuto e tutto è divertente e utile.

Non posso negare che questo sia anche un piccolo esperimento personale, per vedere come, all’interno di una Comunità di Pratica (e sfido chiunque a dire che questa non lo sia), si articoli la dialettica tra partecipazione e reificazione.

Staremo a vedere. Bye.

Ott
17

Sul tagging e la partecipazione

Partiamo dalla nota regola dell’1%: in genere in internet solo l’1% delle persone crea contenuti, mentre il 9% li modifica e li commenta. E il restante 90%? Sta a guardare. In termini più precisi la situazione è questa, secondo Forrester Research:

La partecipazione_al_web_per_forrester_research

In questo rticolo si riassume la situazione, con un occhio alle intranet.

Com’è la situazione in azienda? Ho chiesto un parere al mio ex colloga, compagno di tante battaglie e oggi impegnato a lottare contro alcuni flamer negli spazi di community sulla intranet, limitandomi al fenomeno del tagging. Mi ha risposto così:

“Dopo un mesetto si sperimantazione sulla nostra community fotografia (tipo Flikr) mi sono accorto che ci sono almeno 4 tipologie di utilizzatori di TAG (calcolando pure che l’ho messo come campo obbliatorio!):

gli “esperti” che mi inseriscono anche 10 TAG

gli “interessati” che ne inseriscono 2 o 3 magari sbagliando la forma

gli “scazzati” che ne inseriscono 2 o 3 a vanvera

gli “scocciati” che mi chiedono di eliminare l’obbligo di inserimento

e pensare che stimo parlando di una gestione dei TAG a livello social !!!

Ho anche dato loro una spiegazione di come funzionano e anticipato che a breve saranno visibili nella home racchiusi in una TAG Cloud, etc…

Evidentemente in azienda non c’è quello spirito “libero” che si ritrova su internet e per cui c’è voglia di mettersi in mostra utilizzando al meglio gli strumenti messi a disposizione dai siti 2.0.

Qui (in azienda) sono diversi i motivi per cui le persone usano la community. Si… ci sono anche coloro che sono frequentatori dei social web su internet (e si riconoscono lontani un miglio) ma sono comunque una percentuale ridotta del bacino totale. Le altre due fette di popolazione sono o coloro che la usano perchè non altro di meglio da fare o coloro che hanno scoperto questo “mondo” ma non hanno tempo per stargli dietro con i dovuti accorgimenti…”

Come fare? Proporrei alcune ipotesi:

1) Avere un insieme di tag ufficiale a monte

Avere un sistema di tag definiti (ma “espandibili”) che chiunque pubblica può utilizzare all’occorrenza. Non è certo il social tagging che conosciamo, ma è comunque un passo in avanti perché le informazioni sono inserite in modo “multidimensionale”, ovvero non solo in una sezione specifica, ma in varie situazioni diverse (ad esempio un materiale su una sperimentazione di un nuovo servizio che coinvolge i colleghi lo si potrà mettere “tipicamente” sotto “risorse umane”, ma si potrà aggiungere anche il tag “sperimentazioni” e “nuovi servizi”, permettendo ai colleghi di trovare meglio il materiale. In questo modo vengono fuori anche, alla fine, insiemi di oggetti più coerenti tra di loro.

2) Quali tag ufficiali?

Si potrebbero inserire tag riguardanti le business unit/dipartimento interessato, oppure altri tag riguardanti il tipo di formato o il marco-argomento generale. Come dicevamo, deve però essere possibile utilizzare più tag, cercando di venire incontro alle molte possibili navigazioni

3) Tag “ufficiali” e tag “liberi”

Come dicevamo, ogni contributore dovrebbe essere “costretto” a utilizzare uno o più

tag “ufficiali” (se no la notizia non appare), ma deve essere incentivato ad utilizzare anche tag liberi. Quali? Gli si può proporre un menù che fa apparire i tag che sono stati usati fino a quel momento. E infine come ulteriore scelta gli si dice: non ti soddisfano questi tag? ok, aggiungine tu uno nuovo. In questo modo si facilita l’insrimento e allo stesso tempo si limita la proliferazione

4) Gli utenti che non taggano

Ok, ci sono ovviamente gli scazzati. Va bene, si può lasciare comunque il vincolo di almeno un tag obbligatorio, avvisandoli che se no il contenuto non appare oppure che quei contenuti speriranno ben presto e non saranno più rintracciabili dagli altri.

Sono ovviamente ipotesi: i lavori sono in corso e quando avreo qualche esperienza più stabile ce la racconteremo.

Ciao

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Integrazione su tassonomie, tag ufficiali, tag liberi e Folksonomie

Nei commenti a questo post, Gigi ha inserito il link a un suo interessante lavoro sulle folksonomie, che vale la pena di segnalare (ecco il PDf da scaricare).

Al suo interno si trovano degli esempi (che lui ha realizzato in ambito e-learning) di coesistenza tra tag ufficiali e tag generati dagli utenti.

doppi_tag_1

doppi_tag_2

Ott
16

Segnalazioni

Il redesign della intranet di Canon Australia (By Steptwo)

Come usare i social media per coinvolgere gli impiegati. Primo capitolo del report scaricabile gratuitamente da qui (by Melcrum )

L’architetto dell’informazione come agente del cambiamento dentro le organizzazioni (By Boxes and arrows)

Un bellissimo articolo sulle intranet dento le organizzazioni no-profit (by Techsoup)

Un altro caso di studio sulla creazione di un wiki-intranet (By Headshift)

Ott
16

Collaborare o condividere? Problemi (quasi) filosofici

Si ha un bel dire sull’importanza di collaborare, di condividere la conoscenza, di favorire la partecipazione. Queste cose che ho elencato non sono sinonimi: proviamo a fare un passo avanti e guardare meglio la questione.

Mettiamo che creiate un gruppo su Lotusnotes, o un teamsite su Sharepoit, o un team di progetto su yoo+, o anche un gruppo chiuso su google gruppi. Avete creato uno spazio di collaborazione per un gruppo ristretto di persone, all’interno dell’organizzazione. Ora moltiplicate questa operazione per 10, 100, 1000 gruppi: avete ottenuto una frammentazione dell’organizzazione in cluster di interesse, o in gruppi di lavoro.

Ma, nel contempo, avete anche creato dei silos funzionali, (anche se informali) che non permettono alla conoscenza di fluire in modo fluido tra i diversi gruppi.

Ma questa conoscenza può veramente fluire?

Questo è un tema interessante (uno dei più interessanti degli ultimi tempi su questo tema, a dire il vero, ovvero: quanto la collaborazione è un ostacolo alla condivisione?

Detto in altre parole: quanto è necessario un contesto per permettere ad una conoscenza di circolare? E’ ovvio che un documento o un’informazione hanno una loro storia, legata ad un contesto di scambi tra un gruppo: al di fuori di questo contesto non assumono particolare rilevanza. Se quindi prendo un documento elaborato all’interno di un teamsite e lo porto “fuori”, a disposizione di tutti, l’informazione diventa insufficiente e poco significativa.

Insomma, mentre all’interno dei gruppi si produce in gran parte conscenza tacita, difficilmente trasportabile, negli spazi aperti (ad esempio uno spazio per la modulistica o per la manualistica) si condivide conoscenza esplicita, facilmente decontestualizzabile, ma che non ha una storia di collaborazione alle spalle (almeno in forma visibile). Sembra quindi che il grado di collaborazione sia inversamente proporzionale al grado di condivisione possibile: se le informazioni hanno una storia e un contesto, questa storia diventa un insieme denso e non esplicitabile facilmente.

Quali sono le soluzioni a questo problema? Il dibattito è aperto, e io posso solo dare il mio punto di vista.

I gruppi che elaborano conoscenza tacita sono sempre esistiti, e la creazione di gruppi chiusi non fa che prendere atto di questa situazione, fornendo un ambiente adatto alla collaborazione. Ma, allo stesso tempo esistono pratiche di confine che sono quelle che permettono ai gruppi di apprendere al loro interno e di trasportare conoscenza all’esterno. Esiste sempre la figura che connette, che passa da un gruppo all’altro, l’innovatore, colui che frequenta i “confini” delle comunità. Sono queste figure che fanno da ponte cognitivo alle conoscenze prodotte localmente (Mario che arriva nel suo gruppo in ufficio e dice: ehi, quelli del piano di sotto stanno portando avanti una cosa fichissima. Potrebbe esserci utile. Dopo vado dal mio amico che lavora lì e mi faccio spiegare meglio….).

In una intranet che si rispetti dovrebbero convivere queste diverse pratiche legate alla conoscenza: gruppi chiusi che producono collaborazione e conoscenza tacita e contestuale, gruppi aperti che permettono alla conoscena esplicita di circolare (pensiamo ad un forum interno sui problemi di Excel: in questo caso la conoscneza è meno contentuale), e infine, una pratica di “lavoro sui confini” che permette a diverse figure una partecipazione periferica ai diversi gruppi chiusi, in modo da poter fare da ponti cognitivi.

Inoltre non è detto che le conoscenze tacite e contestuali derivate dalla collaborazione non possano, ad un certo punto, trasformarsi in conoscenze esplicite: alcuni prodotti finali possono essere messi a disposizione di tutti poiché hanno raggiunto un livello di esplicitazione tale da poter essere condivise. In questo caso la collaboraizone diventa una sorta di incubatore contestuale per la condivisione.

Di tutto questo (o quasi) si discute in questo articolo, pubblicato da StepTwo.

Buona lettura (e buona riflesisone).

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede