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Giu
28

Un libreria geek per fare cultura digitale e coworking: può funzionare?

Cari amici, il post di oggi è da “angolo del crowdsourcing”, o dell’intelligenza collettiva, o del mercato predittivo o, detto in parole povere, del consiglio che vi chiedo per una cosa che non c’entra niente con questo blog.

Il discorso è questo: da tempo io e alcuni miei amici stiamo cercando una “exit strategy” per dedicarci a qualcosa di diverso dalle nostre attività consuete. Ieri, dopo l’ennesimo passaggio alla Feltrinelli dove non ho trovato ciò che cercavo, sono uscito con un’idea, ma non so se può funzionare.

L’idea è questa: mettere su una libreria specializzata in informatica e cultura digitale. La libreria sarebbe in città (presumibilmente Roma) e avrebbe tra le sue caratteristiche:

  • Tutti i libri italiani di informatica, internet, cultura digitale, management digitale ecc, compresi quelli che non si trovano di norma alla Feltrinelli
  • Molti libri stranieri, con tutte le ultime uscite che in genere non si trovano assolutamente in Italia
  • Tutta una parte dedicata ai videogiochi

Ma oltre a questo la libreria dovrebbe diventare un ulteriore punto di diffusione della cultura digitale in Italia, con incontri con gli autori, dibattiti tra blogger e specialisti nel campo.

Inoltre dovrebbe fare da punto di segnalazione di eventi nel nostro paese e collegarsi a scuole ed enti che fanno formazione e alfabetizzazione (magari con convenzioni)

Infine, nell’ambiente troverebbe posto una parte per il co-working, con postazioni dedicate per i lavoratori mobili che hanno bisogno di scrivanie, servizi e connettività per breve tempo
Ovviamente nella libreria ci sarebbero anche PC, WI FI, punti lettura, consolle videogames ecc

Inoltre ci sarebbe una presenza in Rete della libreria attraverso un sito col catalogo aggiornato, blog e tutto il resto dell’armamentario.

La domanda è: secondo voi questo progetto, arricchito di tutto quello che ho detto e che poi ci verrà in mente, potrebbe funzionare?

Nel frattempo voglio ringraziare Luca Vanzella, Mafe De Baggis, Alberto D’Ottavi, Antonio Pavolini, Achille Corea, Michele Melis, Leonardo Agrò, Mauro Lupi, Federico Fasce, Fabio Masetti, Irada Pallanca, Laura Marconi, Emanuele Quintarelli, Maurizio Galluzzo, Tony Siino, Roldano de Persio, Luca Mascaro per le tante suggestioni che mi hanno dato via Facebook, e che vado a sintetizzare:

– Aggiungere la parte cafè e aggregazione
– Spingere molto sul co-working
– Diventare reseller italiano di cose da geek e libri stranieri
– Stringere accordi con i fornitori di e-book reader
– Creare laboratori di scrittura e collegarsi con i maketplace degli autori come Lulu
– Creare uno spazio versatile per ospitare eventi da geek
– Spazio libri usati
– Lavorare sulla parte innovativa dell’editoria (es libri in PDF e e-book)
– Stabilire un business plan preciso

Infine uno di loro mi ha detto esplicitamente che un progetto del genere avrà si è no sei mesi di vita (ecco).

Ovviamente io non so niente del mondo del commercio (distributori, licenze, finanziamenti e tutto il resto) e quindi ogni consiglio è bene accetto.

Voi che dite: può funzionare?

Giu
26

Appunti sul microblogging in intranet

Il tema del microblogging in azienda in passato mi lasciava un po’ indifferente, perché non riuscivo proprio a dargli una collocazione operativa. Non riuscivo ad immaginarmelo. Sbagliavo. In realtà una collocazione ce l’ha, eccome.

Il microblogging (ovvero la possibilità di aggiornare il proprio status e fare sapere qualcosa in modo rapido a un gruppo di persone) è anzi, forse, il modo migliore per gestire l’insieme di conoscenze “fluide” e contestuali che attraversano quotidianamente le attività organizzative.

Fare domande ad un gruppo di colleghi, segnalare una risorsa al proprio team, condividere piccole esperienze a beneficio dei propri colleghi non sono altro che le attività che quotidianamente ciascun dipendente fa per conto suo in azienda. Queste tecnologie permettono di espandere al quadrato e di capitalizzare un’attività che è forse la più naturale per le persone in azienda (molto di più che caricare un documento e mettere dei metadati, ad esempio)

Il modello migliore che mi viene in mente in questo senso è, come ho già detto, Yahoo anwsers, oppure Stack overflow e non a caso uno dei casi più belli e funzionali che ho potuto vedere, quello della Sabre, si ispira proprio a questo tipo di modelli di microblogging. (Qui potete leggere il caso di studio della Sabre)

Schermata domande e risposte social network Sabre

La mia idea che è queste cose possono funzionare alla grande, ma, rispetto ad un tool come Twitter, è necessario aggiungere una serie di funzionalità che permettono l’uso in modo appropriato all’interno del contesto lavorativo.

Ad esempio:

– Possibilità di condividere in modo differenziato. Se mando un messaggio devo poter sceglierlo se mandarlo a tutti, solo ai miei contatti, solo ai miei gruppi di lavoro, solo agli esperti della materia (se sono stati previsti), solo ad una persona in specifico (modalità Instant messaging)

– Commentabilità. Ogni domanda o post deve poter essere commentato (è il grande passaggio da Twitter e Friendfeed)

– Tag e categorie. Qui ci vengono in aiuto Yahoo answers e Stack overflow. Devo poter associare i post a categorie (Y. answers ) o tag (Stack overflow) in modo da creare una base di conoscenza in cui poi le persone possono pescare.

– Voti. Ogni risposta è votabile dai colleghi (pollicioni)

– Esperti. Ci si può candidare come esperti di una categoria o tag. A questo punto le domande o i post riguardanti quel tag o categoria verranno inviate di default alle persone, con un alert aggiuntivo.

C’è altro? Probabilmente si, siamo solo agli inizi. Mi in ogni caso le attività che questi sistemi sono destinati a supportare richiederanno comunque e sempre un impegno di personalizzazione relativamente alle singole organizzazioni (è il motivo per cui usare Twitter non è la scelta più indicata).

A supporto di quanto dico vi segnalo una serie di risorse molto interessanti sull’argomento

Twitter-like tools for enterprise. Un bellissimo articolo sull’inserimento di questi tool per gestire la conoscenza fluida. Quoto:

“internal microblogging allows people to talk about things that they can’t talk about externally. It’s potentially a form of catharsis. An interesting metric – on Twitter, 80% of traffic is social. On internal microblogging platforms, 80% is professional. That changes the way we need to think about these tools. There’s a need to separate the wheat from the chaff – how to balance the big talkers from the important talkers? One of the panellists reported that he stopped using twitter because the loudest and most verbose people used it; while more innovative/quiet people didn’t use it – quality vs quantity.”

Twitter on your intranet: 17 microblogging tools for business. Un bell’articolo di Dion Hinchcliffe sui motivi organizzativi e tecnologici per i quali è meglio installare una piattaforma all’interno, invece di usare un prodotto esterno. Inoltre Dion cita ben 17 prodotti che si possono utilizzare. Tra l’altro cita anche un prodotto open source, ovvero Laconica.

Anche Andrew McAfee dedica un post all’argomento, concentrandosi però sui vantaggi del “modello” twitter, mentre Gil Yehuda riconosce che a livello enterprise Twitter è davvero primitivo, e afferma con decisione che se vogliamo usare questi sistemi internamente i pattern di adozione sono molto più complessi e ci deve essere uno scopo organizzativo ben preciso. In ogni caso, come dice Oscar Berg, l’informazione ha bisogno fluire.

Finisco riproponendo il caso di Jitter, l’esperimento di microblogging di Janssen-Cilag australia e nuova Zelanda

Giu
26

Altre risorse sui wiki interni

Recentemente Matthew C. Clarke ha pubblicato su Boxes and Arrows un bel caso di studio che raconta il loro percorso di adozione dei wiki interni nella sua società, la Corvu.  Stiamo parlando di migliaia di persone che si occupano di Software per aziende (performance management).

Il loro problema era trovare un sistema per ottimizzare la redazione di documentazione tecnica che poi viene rilasciata al cliente, su ciascuno dei prodotti commercializzati così come sui prodotti in fase di sviluppo.

L’articolo si intitola significativamente Control and Community: A Case Study of Enterprise Wiki Usage, e vi consiglio caldamente una lettura attenta, perché entra nel merito di molte questioni concrete quali i permessi, le revisioni, il controllo, le motivazioni individuali che stanno dietro ad un progetto collaborativo di questo tipo.

Wiki Workflow Diagram

Segnalo solo alcuni spunti:

  • Il senso di appartenenza come veicolo per una anarchia sostenibile nei wiki pubblici
  • La moderazione come elemento importante nei wiki aziendali, per gestire l’alto numero dei contributori che spesso non hanno vincoli reciproci
  • La necessità nei wiki interni di gestire le risorse centralmente, evitando il proliferare di wiki autonomi di singoli settori (questo è un problema loro; in Italia, ma quando mai?)
  • Il vantaggio di creare una navigazione familiare e comprensibile (nel loro caso era l’elenco dei prodotti)
  • L’opportunità di segnalare in evidenza chi è l’autore primario della singola pagina, ovvero il creatore
  • in alcuni casi la necessita di avere pagine che solo un gruppo scrive (nel loro caso gli ingegneri di Ricerca & sviluppo) e gli altri possono solo commentare
  • La ricerca costante di sponsorship al più alto livello possibile
  • Lavorare con i champions
  • Identificare le persone-chiave che devono contribuire dando cose di qualità e dando anche autorevolezza allo spazio
  • Nel loro caso, l’importanza di coinvolgere dei revisori finali del materiale che poi va in mano ai clienti
  • L’importanza dell’integrazione con LDAP e del single sign-on
  • Ovviamente le funzionalità WYSIWYG
  • La possibilità di aggiungere allegati documentali alle pagine
  • L’importanza della creazione di una massa critica di contributori e di contenuti
  • L’importanza di imparare a spedirsi link invece di contenuti. Se qualcuno chiede qualcosa via mail la persona risponde creando una pagina wiki e poi mandando il link

Insomma, leggetevi l’articolo perché nel vale la pena.

Risorse Wiki

Steward Mader elenca una serie di prodotti per enterprise wiki che rispettano i requisiti necessari per creare wiki in azienda. Il problema è che sono tutti proprietari. A parte uno, ovvero  Mindtouch – Deki, l’unico prodotto distribuito anche in open source e che è abbastanza solido (per Mader) per le necessità aziendali.

Andatevi comunque a leggere la scheda dedicata a Mindtouch su Wikimatrix.

Altri articoli interessanti (tutti tratti da FutureChanges)

E per finire…

una bella presentazione su Slideshare dedicata al progetto wiki della John Hopkins University

Giu
26

RSS in l’azienda: uno schema

Molto carino questo schema di Ross Dawson: credo solo che manchi un pezzo, ovvero la documentazione. Ce ne dimentichiamo sempre eppure è un pezzo davvero importante.

Se metti gli RSS, beh, li devi mettere anche per i documenti (cartelle, categorie, tag sui documenti) se no manca una componente.  Dallo schema inoltre non si capisce dove vanno a finire questi RSS. In home, in un pezzo della home o in una “my page”? Propenderei per la terza ipotesi.

RSS_diagram.jpg

Giu
25

Progettare fianco a fianco con gli utenti

Ecco, questo dovrebbe diventare una norma di progettazione di uso comune: lavorare fianco a fianco con gli utilizzatori per creare un design fatto su misura per le loro esigenze. In intranet gli utilizzatori sono lì: approfittiamone.

Riporto il passo che mi ha colpito, tratto dal caso della intranet dei punti vendita IKEA negli Stati Uniti.

IKEA’s intranet team also delivers key content and tools based on personas or “key roles” in the stores. The team built manual pages called “dashboards’ for role specific functions. In doing so, the intranet team hit the road and visited employees on the store floors to determine the scope and focus of these dashboards, working side-by-side with employees to understand what content and online they need.


Giu
25

Altri case studies di profili personali su intranet

Navigando tra gli arretrati del mio aggregatore scopro moltissime informazioni, davvero molto interessanti , che faccio molta fatica ad assimilare. In questo senso il blog diventa un ottimo strumento di riflessione e “digestione” delle tante suggestioni.

Sul tema dei profili personali, in particolare ho trovato delle segnalazioni interessanti, ad esempio Dorjem segnala una serie di casi che ha visto durante gli Intranets live 2009.

Ecco il post con le sue segnalazioni sui profili  personali di Nokia, Deloitte, e delle sua azienda (non so quale sia, ma è grande e  sta in Nuova Zelanda).

Nokia:

Deloitte:

Grande Azienda neozelandese:

In particolare è interessante il caso di Nokia, nel quale sono evidenziate molte funzionalità interessanti, tra cui l’indicatore di presenza della persona, la possibilità di inviare wia web un SMS alla persona, le competenze personali e le esperienze in azienda.

Giu
25

Il decalogo della intranet 2.0

Anche per rispondere alle sollecitazioni di Emanuele, provo a buttare giù un rapido decalogo delle caratteristiche che dovrebbe avere una intranet per essere definita “intranet 2.0”.

Quando parlo di intranet 2.0 intendo, innanzitutto, l’evoluzione delle tradizionali intranet verso un modello e degli standard di eccellenza guidati dalle migliori pratiche a livello mondiale. Possiamo parlare di “nuovi standard” che tutte le intranet dovrebbero adottare per avere successo.

In questo senso distinguerei quindi tra la intranet 2.0 (I2.0) e l’enterprise (E2.0) che invece consiste in specifiche applicazioni del nuovo web riadattate all’interno dell’organizzazione per gestire, in genere, la conoscenza aziendale. Naturalmente i due ambiti si sovrappongono:  la mia idea è che le intranet possono – e devono – adottare delle “iniezioni” di 2.0 all’interno delle tradizionali strutture, conservando tuttavia il tradizionale impianto “a portale” che eroga anche servizi e integra informazioni.

Vediamo dunque quelli che – secondo me – sono le caratteristiche-chiave:

1) Profilo personale. Le schede dei dipendenti sono sostituite dai profili personali dei dipendenti, che si arricchiscono di nuovi elementi. I profili personali sono l’evoluzione della rubrica del telefono e vengono collegati ad ogni contenuto prodotto sulla intranet (dei profili personali, di come costruirli e del rapporto dei profili personali col cercapersone ne ho parlato fino alla nausea su questo blog).

2) Ownership esplcita. Ogni sezione o informazione della intranet ha associato in modo esplicito l’owner della sezione o dell’informazione. Può essere un piccolo box con link e foto o un link al profilo, ma è importante che si passi dalla logica dei dipartimenti a quella delle persone (le quali, ovviamente, lavorano in un qualche dipartimento, che sarà esplicitato anch’esso).

3) Commentabilità delle notizie e delle informazioni. Ogni informazione sulla intranet è commentabile dei dipendenti. Potete, se volete, parlare di blogging diffuso, ma io preferirei distinguere i due ambiti. Un blog è un oggetto costruito secondo determinate caratteristiche, con un autore, un argomento e una dinamica cronologica precisa. Qui parliamo della commentabilità diffusa di ogni informazione, anche di una sottosezione della intranet.

4) votabilità delle informazioni. Ogni informazione è votabile quanto a utilità dai dipendenti. Questo non per dare i voti di bravura, ma per poter fare emergere le informazioni ritenute più utili e poterle mettere a disposizione subito dei dipendenti. Vale ad esempio anche per documenti o modulistica.

5) Feed-back continuo. Ogni informazione dovrebbe fornire la possibilità di un feed-back diretto con gli amministratori o con lo staff che gestisce l’intranet (leggetevi questo bel post sull’importanza di consentire i feed-back tecnici per chiudere il circolo del design sulle intranet). Questi feed-back tecnici possono finire in un forum dedicato, o trasformarsi in FAQ, o in semplici messaggi verso gli amministratori. Possono riguardare le funzionalità ma anche mancanze o lacune nelle informazioni.

6) Catalogazione polidimensionale. Ogni informazione dovrebbe poter essere taggata da chi la produce, oltre che categorizzata. Questo consente la possibilità di classificare polidimensionalmente le informazioni, facilitando la ricerca. Si possono associare tag liberi (con completamento automatico) a categorie definite a monte, salvando in genere capra e cavoli.

7) Personalizzazione. Le intranet di nuova generazione sono personalizzabili. Ciò significa varie cose: potrò avere dei box che contengono link personalizzati, oppure potrò scegliere quali tipi di informazioni vedere all’interno della “my page” della intranet, scegliendole da un set di argomenti possibili (se volete rifarvi gli occhi a riguardo è sufficiente andare sulla home della BBC).

8) Filtri, iscrizioni e notifiche. Nelle intranet di nuova generazione è possibile iscriversi a categorie di notizie o informazioni, e ritrovarle sulla propria “my page”. Posso iscrivermi a una categoria di notizie, ad un tag associato alla documentazione, alle novità di una sezione, agli orgomenti di un forum interno e così via. Uno specifico box in home si incaricherà di notificarmi le ultime novità sulle coese che ho sottoscritto (come avrete notato sono riuscito a scrivere questo paragrafo senza nominare i feed RSS, ops..).

9) Comportamenti emergenti. Nelle nuove intranet le informazioni sono disposte in modo tale da evidenziare anche i comportamenti emergenti legati ai contenuti. Non solo quindi le ultime cose, ma anche le cose più lette, più scaricate, più commentate ecc. In questo modo risparmiamo dei clic all’utente e sfruttiamo l’intelligenza collettiva.

10) SaaS e coda lunga. Le intranet di nuova generazione non contengono “poche cose per tutti”, ma moltissime cose per gruppi di colleghi. Deve quindi essere possibile con facilità creare gruppi di lavoro, spazi documentali condivisi,  aree profilate dedicate a piccoli team. In questo modo la intranet diventa una vera e propria piattaforma Saas che consente in autonomia la generazione di contenuti e l’utilizzo di strumenti collaborativi in mano ai singoli team. Il grande e il piccolo, il generale e il particolare, convivono nello stesso spazio mettendo a fattor comune tecnologie e funzionalità.

Fine. Come ho detto queste sono caratteristiche che dovrebbero riguardare tutte le intranet di nuova generazione, indipendentemente dal tipo di progetto e dal tipo di contenuti e servizi che si forniscono. Naturalmente non parlo qui di UGC, governance diffusa o strumenti collaborativi. Queste caratteristiche sono in larga misura indipendenti da come si affrontano e si risolvono tali questioni.

Si tratta quindi di caratteristiche che fanno tesoro delle recenti lezioni apprese sulla Grande Rete, ma che restano, a mio parare, distinte dalle funzionalità, dai tools e dai prodotti dell’enterprise 2.0 (ovvero blog, wiki, social network, podcasting, prediction market ecc) .

E per finire guardatevi questa bella presentazione di Toby Ward dedicata all’intranet 2.0. (anche se nel suo caso si parla piuttosto di enterprise 2.0).

La parte più interessante resta, a mio parere, quella di Sabre (slide 30-31) e del suo sistema di microblogging di domande e risposte.

View more documents from Toby Ward.

Giu
24

Pacchettizzare il social networking

E’ buffo, perché mentre qui da noi si discute molto se fare o non fare social network interni, quali opportunità ci sono, se davvero è una cosa che può funzionare, e poi magari in questo momento non è il caso eccetera eccetera, ci sono, da altre parti, fior di società che ormai questo tema lo hanno assmiliato, metabolizzato, digerito e trasformato in offerta commerciale.

Quando mi imbatto nei siti di queste socieltà rimango a bocca aperta, vendendo che molte delle funzionalità che a volte vengono solo ipotizzate sono diventate delle features installabili nativamente.

Guardate per esempio Cubetree, e la sua gestione dei profili dei dipendenti, oppure Selectminds, con la sua offerta per il talent management. Insomma, c’è una grande attenzione ma anche una certa maturità dell’offerta.

Per concludere vi sognalo questo bell’articolo scritto dal CEO di un altro vendor (Mindtouch) che parla delle differenze tra i social network esterni e i social network collaborativi.

é interessante riportare le due tabelle esposte nell’articolo

Social Networks’ Characteristics Collaborative Networks’ Characteristics
One to one Group to group
Social interaction centered Objective and content centered
Achieving personal objectives Achieving group objectives
Individual enrichment Operational excellence
Results immeasurable Results measurable
Social Networks Solve Collaborative Networks Solve
Who wants to meet at the club? Who can give me access to financials, market reports and customer profiling?
What’s your favorite Mexican restaurant? What are the expectations of this project?
Why did they unfollow me? Why did we see a drop in Q3 revenue?
Dude, where is the company picnic? I thought we already did this work, where are those documents?
How was “Casablanca”? How do we cut costs and increase revenue?

Giu
23

Tra Fantozzi e Pol Pot

Non sono molto d’accordo con questo recente articolo di Seth Gottlieb, secondo il quale in intranet servono innanzitutto publisher, e non ha alcuna importanza se le tecnologie siano o no facili da usare.

La sua idea è che se non ci sono motivazioni sufficienti a pubblicare in intranet la facilità delle tecnologie non aiuterà, mentre se ci sono motivazioni sufficienti beh, certo non sarà un ostacolo. Non sono d’accordo, perché è proprio nell’abbassamento radicale dei costi (cognitivi e materiali) di transazione che si rende possibile un’esplosione di contenuti e le aziende (italiane) sono piene di persone che si tirano i remi in barca di fornte a tecnologie complicate, poco performanti ecc.

La soluzione di Seth è quella di rendere l’attività di publishig parte integrante della job description, magari con un capo polpottiano che te lo ricorda continuamente.

Riporto un passo dell’articolo

There is only so much you can do to motivate your employees to “want” to publish on your Intranet. You can make it part of their job description; you can recognize their efforts. But you will probably not be able to create the hunger for attention within your firewall that will unleash that entrepreneurial publisher spirit. If they have that spirit within them, it will be expressed on their personal blogs. To get your employees to act like journalists, you need a J. Jonah Jameson type. Maybe not as abrasive, but just as passionate. Have your internal publisher imagine that he is in a circulation war with a competing intranet and that he should do whatever it takes to capture and enthrall subscribers. Just tell him to 86 the cigar; he will never get that approved by HR.

Ma così non si va da nessuna parte, sul lungo periodo. Credo che per aumentare la quantità di contenuti e pubblicatori su intranet la sponsorship sia ovviamente necessaria, ma ancora di più lo sia rendere il blogging o qualsiasi altra dannata attività di pubblicazione una parte di lavoro che crea un qualche vantaggio per le persone (e per i pubblicatori innanzitutto).

Naturalmente possiamo discutere all’infinito su quali possano e debbano essere i vantaggi, ma questa deve essere la leva principale: contrariamente ritorneremmo a situazioni fantozziane di nuova generazione (“un commento Fantocci, almeno un commento di deve lasciare, capito Fatocci?“)

Giu
21

Senza vergogna: i video di Intranetmanagement

Cari amici,  quando la spudoratezza cresce e il senso della misura decresce…finiamo su Youtube. E il vostro intranetmanagement si trova oggi esattamente nel punto di intersezione tra queste tue opposte linee di tendenza.

Questi video sono tratti da una mia lezione su Intranet content management dell’anno scorso in quel dell’Aquila (da quei gran farabutti della TILS, oggi possiamo dirlo. A proposito, cari manager di TILS, vi ricordo che anche se hanno arrestato il vostro boss io rientrerò in possesso dei soldi che mi dovete, a costo di venire lì a pignorarvi le scrivanie).

Ok, chiusa parentesi. Sui video posso dire – a mia discolpa – che ero stanchissimo e in una certa difficoltà, il che si è tradotto in interiezioni fuori luogo, farfugliamenti senza senso, ipercinesi, ripetizioni, divagazioni a vanvera.

E per chi non fosse ancora soddisfatto ecco tutto il mio canale su youtube, dove sto raccogliendo i vari spezzoni, che poco alla volta pubblicherò.

Abbiate pietà, anche per il modesto editing:  ho lavorato da autoditatta con Moviemaker.

Giu
21

Scrivere per il web: il mio mini-manuale

Mi ero dimenticato di averlo scritto, qualche tempo fa, su commissione; poi una serie di vicissitudini mi ha portato a ritrovarlo, grazie al fatto che uno dei destinatari lo ha pubblicato su Issuu.

Si tratta di un manuale di scrittura per il web che ho creato qualche tempo fa per tutti i redattori locali della Polizia di Stato (ma la copertina non è mia). E’ un manuale molto sintetico, per non addetti ai lavori  e – beninteso – non troverete nulla di realmente nuovo (salvo forse qualche esempio); inoltre di molte delle cose che scrivo sono – naturalmente – debitore a Luisa (come, ad esempio, l’idea della pagina come una mappa geografica vista dall’alto, e di molte molte altre suggestioni sparse).

Visto che Federico ha deciso di pubblicarlo lo rilancio anch’io, in preda a questa vuota compulsione narcisistica domenicale.

Giu
13

Le più belle slide sul nuovo knowledge management

Devo veramente ringraziare il vulcanico Quintarelli per aver segnalato questo bellissimo set di slide dedicate al rapporto tra knowledge management di prima generazione ed Enterprise 2.0.

Non posso fare a meno di segnalarle a mia volta, aggiungendo in appendice la breve presentazione che terrò la settimana prossima alla CGIL nazionale. Come noterete ho utilizzato, reinterpretandoli un po’, un paio di schemi di queste presentazioni, cogliendo la palla al balzo.

Enterprise 2.0 Knowledge Management – Getting started

Ed ecco la presentazione che terrò la settimana prossima. In realtà non c’è niente di nuovo, rispetto ad altre mie presentazioni recenti, ma tant’è…

Giu
5

Enterprise 2.0, o del Problem centred design

Quando si progetta un sistema 2.0 all’interno delle organizzazioni sono possibili, ovviamente, vari approcci generali. Uno di questi recita, più o meno così: “costruiamo una piattaforma di servizi innovativi e lasciamo che le persone se ne approprino poco alla volta lasciando emergere degli utilizzi e dei pattern“. In poche parole, si crea una piattaforma che si pone come geenral pourpose technology e si guarda che succede. Un po’ come portare l’energia elettrica e lasciare che gli utenti la usino come vogliono.

Questo tipo di progettazione ha, naturalmente, il pregio di permettere la nascita di soluzioni nuove e divergenti, ma sconta il difetto di concentrasi sulle soluzioni invece che sui problemi (e basta leggere i bandi di gara per rendersene conto): vogliamo i forum, poi i blog, poi qualcosa per gestire progetti, un motore interno con un pizzico di semantica e una spolverata di wiki. Innaffiamo con un po’ di groupware e abbiamo quello che ci serve.

Ma, dato che queste applicazioni hanno successo nella misura in cui i dipendenti le utilizzano, il rischio di fallimento è ovviamente dietro l’angolo.

Ora, il mondo che è emerso dall’International forum on enterprise 2.0 di Milano mostra, diversamente dall’approccio che ho sommariamente descritto, lo stretto rapporto che lega i progetti enterprise 2.0 con specifici problemi organizzativi e locali.

Sono in genere problemi e questioni pratiche molto concreti: accorciare la filiera dell’informazione, migliorare alcune dinamiche organizzative, rendere più intelligenti alcuni processi decisionali, velocizzare le risposte verso i clienti, coordinare meglio certi flussi di lavoro, gestire in modo efficace la documentazione di progetto e così via. Sono questioni a volte prosaiche, poco cool e in certi casi decisamente noiose.

Questi problemi organizzativi hanno in genere un rapporto vago e per lo più implicito con il mondo delle applicazioni web 2.0 o enterprise 2.0. La novità non sta certo nei problemi, ma nelle soluzioni nuove che queste applicazioni riescono a portare.

E riescono a farlo perché definiscono una specifica promessa e un patto chiaro con i partecipanti, qualcosa che tutti in azienda possono capire: UN singolo problema, UNA singola esigenza alla quale si cerca di rispondere in modo specifico utilizzando in modo creativo (ovvero, in molti casi, ricombinando) soluzioni nuove.

Potremmo chiamare questo approccio PCD, ovvero Problem centred design: identifico esattamente il problema e progetto una soluzione 2.0 che risponda solo a quello. Niente megapiattaforme, niente megaprogetti: soluzioni locali guidate da un pensiero globale.

Credo che questo sia il messaggio più importante che emerge dal Forum e con il quale bisognerà fare i conti: il futuro è, a mio parere, in una collezione di specifiche applicazioni che permettono di risolvere specifiche questioni.

Il primo corollario di questo approccio è evidente: nessuna applicazione sarà identica all’altra e ogni soluzione sarà quella soluzione a quello specifico problema in quella specifica azienda.

Il secondo corollario è che qualunque iniziativa costruita sulla moda del momento è destinata al fallimento perché non si concentra su un problema, ma cerca unicamente di adottare qualcosa senza una promessa esplicita e condivisibile. Lo stesso errore delle piattaforme di KM degli anni ‘90.

Ma naturalmente questa è solo una parte della storia, perché comportamenti emergenti, pattern non previsti e dinamiche divergenti sono comunque parte integrante della vita di questi progetti. È per questo che ogni iniziativa che funziona tende nel tempo a riconfigurasi, ad aggiungere dei pezzi e a modificare alcune clausole del patto stabilito con gli utenti. Ma questa è solo un’estensione dinamica di qualcosa di locale che ha funzionato prima.

E soprattutto è l’applicazione di metodi e strumenti nuovi a problemi di volta in volta diversi.

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede