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Ott
18

Sei un lavoratore autonomo, e devi solo morire

Sei un lavoratore autonomo, e devi solo morire.

Sei un lavoratore autonomo ma non sei avvocato, architetto, notaio o medico. E neanche idraulico, elettricista o falegname. Magari sei web designer, archeologo, traduttore, grafico, pubblicitario, copywriter, pubblicista, videomaker, formatore, sviluppatore php, disegnatore, architetto dell’informazione, consulente aziendale, fotografo. Appartieni a uno stano contenitore che i tuoi genitori, ma anche l’INPS o il TG3, non hanno ancora imparato a riconoscere. Lavori col Computer.

Sei un lavoratore autonomo e lavori da casa. Ma questa condizione non assomiglia all’idea che ti eri fatto quando stavi in ufficio, non corrisponde al quadretto pigiama-computer-frigorifero. Ti svegli alle 7.00 e alle 20.00 alzi la testa e dici “toh”. Ti chiedono il venerdì sera le cose per lunedì mattina sapendo che le avranno. La tua casa assomiglia a un ufficio, mangi davanti al pc. La domenica puoi fare le slide in santa pace.

Sei un lavoratore autonomo perché c’hai la partita Iva. Quando eri privo di partita Iva, nella tua condizione di allegro dipendente o di cupo disoccupato, la Partita Iva ti sembrava un segno distintivo di professionalità, uno stigma del mondo dei seri lavoratori. Dopo un po’ ti accorgi che  partita Iva significa solo meno rogne per chi ti dà lavoro e tanti soldi che devi versare ogni trimestre. Anche se non ti hanno pagato. Ogni tanto puoi dire dei no, toglierti qualche soddisfazione, ma la maggior parte delle volte dirai di sì.

Sei un libero professionista, ma non sei un professionista libero. Le tue fatture giacciono da 6 mesi al ministero, e non c’è un cazzo che tu possa fare. Ti sei fatto la pensione integrativa, hai l’assicurazione sulla vita, sei stai fermo 6 mesi non si ricordano di te neanche i tuoi familiari. Non solo la banca, ma anche la Findomestic ti rifiuterà un finanziamento per il PC, per concederlo invece a tuo nonno pensionato a 600 euro al mese. Hai l’ansia.

Sei un lavoratore autonomo e non hai orari, assistenza, albi professionali, casse previdenziali, reti. Sei lasciato a te stesso, sei la quintessenza della condizione liquido-moderna di baumaniana memoria. Fai parte dell’ingranaggio ma non appartieni a una Classe, lavori duro ma non fai parte di un Popolo; nessuno scenderà in piazza per te, e tu non saprai mai con chi scendere in piazza. Fai parte della famosa “Moltitudine”, ma questo non ti tranquillizza, perché con i concetti filosofici non sempre si arriva a fine mese e la moltitudine va bene nei libri di Toni Negri ma non quando devi rivendicare un diritto.

Sei un lavoratore autonomo e devi essere sempre costantemente bravo e aggiornato se no nessuno ti richiamerà. Ma anche così ogni tanto qualcuno ti chiama e ti dice che hanno tagliato il budget, se ne riparla l’anno prossimo. E tu inventi, perché inventare è il tuo mestiere. Ti aggiorni, a tue spese, perché è l’unica cosa che puoi fare.

Sei un lavoratore autonomo ma non sei un parasubordinato, un cococo, un cocopro, un coccodè. Macché, tu fai un lavoro cognitivo in autonomia, cosa che non ti renderà simpatico a nessuno. In realtà non lo sai che cosa sei, fino a che non gli devi dare il 27% di INPS e il 27% di IRPEF e allora ti accorgi che c’è qualcuno che conta davvero tanto su di te.

Sei un lavoratore autonomo e non aspettarti la solidarietà di nessuno: non si dà solidarietà ai fantasmi, agli invisibili. Non sei un disoccupato quindi niente Santoro per te, non sei un precario, quindi niente Epifani-Bonanni-Angeletti per te.

Sei un lavoratore autonomo, e devi solo morire.
Oppure no. Oggi c’è qualcuno che sa bene chi sei e sta provando a cambiare le cose. Si chiama ACTA (Associazione consulenti del terziario avanzato).

Se ancora non li conosci fatti un giro sul loro sito, oppure su Facebook, su Twitter, su Linkedin o su Friendfeed.

Se ti sei riconosciuto nelle cose che ho scritto sono sicuro che non te ne pentirai.

Ott
4

Il micoblogging interno alla prova dei fatti: un caso di studio

Il tema del microblogging interno e della real time communication mi affascina particolarmente per la sua natura borderline: da una parte deve confrontarsi con altri strumenti simili (chat, instant messaging, email usate in modo quasi-sincrono e incontri faccia a faccia), dall’altra deve continuamente smarcarsi dall’accusa di essere una gigantesca macchina per far perdere tempo alle persone e per aumentare il rumore di fondo in azienda.

Per questo sono attratto da qualsiasi caso di studio che racconti i retroscena del processo di adozione, e al momento non sono molti. Quello che ho letto oggi è molto interessante: parla di un’azienda di Dresda, la Communardo Software, che ha cominciato ad usare un sistema di microblogging, chiamato Communote,  nel settembre 2008, data in cui è anche partita la ricerca sull’adozione del sistema da parte degli utenti.

Uno screenshot di communote, il sistema di microblogging di Communardo

Uno screenshot di communote, il sistema di microblogging di Communardo

I risultati sono molto interessanti e di seguito vi riporto una sintesi di quello che è emerso:

– l’adozione di questi sistemi non richiede particolari training o tutorial: le persone in genere imparano da sole ad usarli, anche se ci vuole un po’ di tempo perché il processo di adozione si sviluppi viralmente;

– per evitare troppo rumore di fondo è stato necessario creare una serie distinta di streaming: quando creo un post devo decidere a quale stream inviarlo (ad esempio a quello del mio gruppo di progetto o altri stream definiti a monte);

– l’uso dello strumento tende a smarcarsi rapidamente da quello di altri strumenti, come la mail;

– l’adozione si ripartisce nel classico schema a coda lunga, con pochi utenti molto attivi e moltissimi utenti poco attivi;

– l’utilità principale è data dagli input inaspettati che arrivano dai colleghi rispetto alle attività che vengono raccontate nei post. A riguardo il report riporta un aneddoto:

With a view to the imminent launch of the service for external customers the head of the project assigned a lawyer to the formulation of the terms of service and the privacy policy, but did not consider that the two documents should also be available in English. The error would normally only have been discovered days later when the documents would be needed. The use of microblogging led instead to the following dialogue:

16:41, User A (project manager): “Telephone call with #attorney: […] concerning
#termsofuse, #privacy: draft by friday, coordination on Sunday, fine tuning monday […]”

16:52, User B (team member): “@UserA: Does the # attorney consider an English version
necessary as well?”

There are a number of similar cases concerning the use of microblogging at Communardo.
What most of them have in common is that the crucial input comes from colleagues that
normally – in the case of email or direct communication – would not have been informed or
included.

Se siete interessati ecco il report da scaricare in PDF (via un post di Oscar Berg).

Ott
4

Intranet redesign in 6 fasi

Luke Oatham ha pubblicato una serie di post dedicati alle fasi di redesign della intranet della sua azienda. Il progetto è durato un anno e i post sono il diario di questo lungo processo di ristrutturazione. Svolto, è il caso di dirlo, a regola d’arte.

1: user research
http://intranetdiary.blogspot.com/2010/09/intranet-redesign-phase-1-research.html

2: architettura informativa e content audit
http://intranetdiary.blogspot.com/2010/09/intranet-redesign-phase-2-information.html

3: wireframe e user testings
http://intranetdiary.blogspot.com/2010/09/intranet-redesign-phase-3-wireframe.html

4: visual design e CMS
http://intranetdiary.blogspot.com/2010/09/intranet-redesign-phase-4-visual-design.html

5: migrazione contenuti
http://intranetdiary.blogspot.com/2010/09/intranet-redesign-phase-5-migration.html

6: lancio
http://intranetdiary.blogspot.com/2010/09/intranet-redesign-phase-6.html

Ott
3

La tolleranza del content manager

Come sappiamo, nelle intranet che funzionano il publishing è decentralizzato: c’è qualcuno che scrive di marketing, qualcuno pubblica i piani di carriera, altri creano pagine sui servizi al personale e così via. E se il publishing è decentralizzato, è fatale che la qualità complessiva delle pagine possa subire oscillazioni. Ci saranno alcuni molto bravi e scrupolosi , altri meno bravi e più frettolosi.

Entro una certa soglia questo fenomeno è fisiologico e non ci si può fare niente, anche se ovviamente ci sono una serie di accortezze che è bene predisporre, ovvero:

  • una serie di standard tecnologici vincolanti;
  • una sezione di risorse online per i publishers;
  • delle guide editoriali;
  • delle policy editoriali;
  • dei meccanismi automatici di controllo, come quello di cui parla Mark Morrell;
  • momenti di allineamento reciproco con valorizzazione delle cose migliori;
  • momenti di formazione sul web writing;

Ma nonostante questo non potete essere certi che questa uniformità si realizzerà, almeno in breve tempo: ci sono troppe variabili interne che riguardano il tempo a disposizione e l’impegno richiesto.

Per questo sono grato a Wedge per aver pubblicato due post il cui senso è quello di promuovere l’arte della tolleranza verso i publishers: può darsi che alcune pagine siano povere o inefficaci, ma dobbiamo essere in grado di vedere il Grande Disegno dietro le piccole realizzazioni. Il secondo post approfondisce il tema: Wedge distingue tra pagine “eccellenti”, “buone”, “abbastanza buone” e “povere”. E conclude che le pagine povere sono inevitabili anche se si possono sempre migliorare una volta pubblicate.

Ott
3

Nel tritacarne dello SMAU, il 21 ottobre

Cari lettori, sono stato anch’io coinvolto nel tritacarne dello SMAU. Ho accettato anche perché sono quasi 10 anni che non vado allo SMAU e quindi sono curioso. L’evento è all’interno della sessione Ecosistema 2.0, coordinata da Gino Tocchetti.

Il mio – breve – intervento si intitolerà: “La intranet 2.0, il fattore Gino e altre amenità organizzative” e quanto prima cercherò di pubblicare le slide relative.

L’appuntamento per il mio intervento è il giorno 21 ottobre, dalle 14.30 alle 15.00,  all’arena Microsoft Padiglione 4, ma la sessione parte prima, alle 13.30, con altri interventi interessanti, e si conclude alle 16.30.

Qui c’è il link al coupon gratuito per partecipare.

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede