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Ott
12

La mia tesi di laurea su Bateson, Gödel, Hofstadter, la coscienza, la vita l’universo e tutto il resto

C’è stata un’epoca in cui facevo il filosofo, in cui mi barcamenavo tra logica, antropologia, esistenzialismo, linguistica e tante bibliografie . Accumulavo libroni della Laterza e ristampe anastatiche della Nuova Italia come se fosse una cosa assolutamente normale, l’unica che si poteva fare. Passavo giornate a rimuginare su verità, realtà, principio di induzione e giochi linguistici. “Intenzionalità della coscienza” e “circolo ermeneutico” erano formule che mi poteva capitare di pronunciare come se stessi parlando del tempo.

Insomma, ero un gran pipparolo. Quell’epoca è finita, e altre cose si sono a poco a poco infilate nella mia vita. Poi se ne sono andate anch’esse (per dire di quanto tempo è passato) ed è rimasta la mia tesi di laurea a testimoniare che non è stato un sogno.

Ieri, allo UX book club è rispuntata fuori (chissà perché) e stamattina qualcuno mi ha addirittura chiesto se potevo passargliela. Insomma, sono stato costretto a ripensare a questo lavoro che ho fatto e a quanto sia riconoscente al me stesso di allora per averlo fatto.

Non credo che possa interessare davvero qualcuno, ma in ogni caso mi sembra giusto metterla a disposizione di tutti. Il roboante titolo è: “Coscienza, autoriflessività e paradossi: la teoria del doppio legame di Gregory Bateson (PDF)“, l’ho scritta in 4 mesi nel 1994, e non avevo né la mail né il telefonino.

Ecco l’indice

3          Introduzione

13        Note

14        Capitolo 1: Cibernetica, Mente, formalismi

14        1.1 Bateson: dall’antropologia alla cibernetica

29        1.2 Le forme dell’informazione

42        1.3 I criteri del processo mentale

47        1.4 Russell, Gödel, Tarski

59  Note

61        Capitolo 2: La mente e la coscienza in Bateson

61        2.1 La tesi di Lucas

69        2.2 L’indeterminatezza del concetto di  “meccanismo”

2.3 La problematicità della nozione di coscienza in Bateson e nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale

120      2.4 La coscienza e l’unità di sopravvivenza

125     2.5 Linguistica e pragmatica: una discussione epistemologica sui limiti del codice verbale

143      2.6 Il codice analogico

154      2.7 Conclusione: il  fenomeno della coscienza non  è una prova della tesi di Lucas

158  Note

161      Capitolo 3: Incompletezza e trascendenza

161   3.1 Gödel e la trascendenza

169   3.2 Livelli di apprendimento e intuizione

185   3.3 Il meta-punto di vista: incertezze e cautele

195   3.4 Il teorema di Gödel come ideale regolativo

217  Note

 

218      Capitolo 4: Il  “doppio legame” e i limiti della  comunicazione

218      4.1 La comunicazione e il paradosso pragmatico

251      4.2 Il  “double  bind” e   l’indecidibilità    pragmatica

263      4.3 Il “double bind” e il problema menti-macchine

270            Note

271     Conclusioni

281 Note

282     Bibliografia

 

Tanti saluti a tutti

 

Ott
11

Progettare community con il motivational design

Dobbiamo ammetterlo: spesso ci barcameniamo tra progetti di community interne o di intranet “sociali” con solo una vaga idea di quello che succederà e, talvolta, anche con un’analoga incertezza su quello che dovrà succedere. Ad esempio, le persone potranno creare gruppi, votare i contenuti, creare un profilo ricco, guadagnare dei punti, o ciascuna di queste cose potrebbe essere indifferente o addirittura controproducente nell’economia complessiva del sistema?

L’analisi degli utenti, la progettazione basata su euristiche e standard riconosciuti e la nostra esperienza possono fare molto (assieme alla disponibilità e all’apertura mentale delle aziende, come ovvio) ma arrivano fino a un certo punto.

Qual è il pezzo che manca?  Progettare elementi partecipativi in un ambiente intranet dovrebbe sempre tenere conto di una domanda fondamentale: “perché le persone dovrebbero voler fare questo?” Insomma, per progettare qualcosa di davvero utile è necessario guardare in faccia le motivazioni delle persone. E, se possibile, incorporare queste motivazioni nei nostri artefatti sotto forma di funzionalità, di dinamiche, di soluzioni progettuali pensate per supportarle (e per aumentarle).

Come fare? In questo ci viene in aiuto il lavoro di due progettisti italiani, Gianandrea Giacoma e Davide Casali, che da tempo si occupano di questi temi e hanno prodotto un testo importante “Motivational Design” che nelle loro intenzioni vuole essere un punto di partenza per una nuova pratica progettuale da affiancare al “classico” User Centred Design.

Il testo è sotto licenza Creative Commons ed è scaricabile liberamente (ecco il PDF).

motivational designCredo che su questo terreno siamo davvero agli inizi, ma credo anche ce se c’è un territorio che vale la pena di esplorare per chi, come me, si occupa in qualche modo di ingegneria della partecipazione, beh, quello delle motivazioni sociali (unito all’usabilità sociale) è certamente uno di questi.

Per chi fosse interessato, stasera parleremo del testo di Davide e di Gianandrea al Rome UX Book club, che in questa occasione si riunisce alle 19:30 al Books&Brunch in Via Saluzzo 53/55 (Roma).

 

 

Ott
5

Il microblogging interno tra fantasia e realtà

E’ uscito recentemente un bell’articolo di Catherine Grenfell dedicato al microblogging interno e alle sue tante implicazioni e conseguenze. Vi consiglio di leggerlo perché affronta diversi temi legati a questo tipo di tecnologie in azienda.

Ci sono in effetti tanti aspetti da considerare, che si trasformano in altrettante domande: è bene lasciare che le persone usino liberamente queste piattaforme o  il loro uso va regolato?  E se va regolato in che modo è utile farlo per evitare che l’iniziativa venga ignorata? Quali sono le funzionalità in più necessarie a trasformare queste piattaforme in strumenti utili all’attività lavorativa? La crescita va sostenuta da una qualche forma di community management? Sono strumenti adatti a tutti i contesti?

Le domande potrebbero proseguire, ma leggendo alcuni casi, ad esempio il caso (interessante) dell’uso di Yammer in Capgemini o di quello sull’introduzione di Yammer tra gli impiegati di Ragan, alcuni elementi cominciano a chiarirsi, dando degli abbozzi di linee guida.

 

Che utilizziate strumenti commerciali come Yammer o il recente Tibbr (su quest’ultimo ecco un approfondimento di Ross Dawson) oppure strumenti open source come Elgg o Identi.ca (su quest’ultimo ecco un approfondimento) ci sono alcune regole di base che stanno emergendo e che alcuni tra articoli che ho citato definiscono piuttosto chiaramente. Proviamo ad elencarle:

– Integrazione LDAP: la piattaforma deve essere integrata facilmente con i sistemi di directory aziendali, sia per le questioni di autenticazione sia per le profilazioni nello streaming di publishing

– Tassonomie: la libertà e la facilità di  publishing dovrebbe poter essere compensata con un sistema tassonomico flessibile ma definito a monte, che permetta alle persone di pubblicare e iscriversi a streaming differenziati a seconda degli interessi professionali. Guardate i “channels” nello screenshot che ho pubblicato sopra.

– Policy: vanno definite in modo chiaro, così da indirizzare il tipo di comportamenti che si svolgeranno online tra i colleghi nei contenuti, nello stile, nelle possibilità offerte (ad esempio quella di aprire un nuovo gruppo).

– Notifiche: vanno utilizzate in modo intelligente le possibilità di notifica via email, sia dei post che degli eventuali digest per chi vuole collegarsi solo saltuariamente.

– Lavoro con i champions: vedendo i casi pubblicati è chiaro che vi sarà una differenziazione di comportamenti tra i colleghi: solo il 5% sono in media utenti attivi, mentre la maggior parte restano, in genere, spettatori. Ok, no problem, va bene anche così, ma ricordiamoci di coinvolgere e valorizzare i colleghi più attivi e di fargli fare da apripista.

– Uso da parte del management: il management dovrebbe essere in prima fila nel promuovere questo modo di condivisione.

Credo che questo tipo di tecnologia diventerà, almeno in una forma base (come semplice piattaforma SaaS) uno standard nei progetti e nelle piattaforme enterprise dei prossimi anni. Ed è bene attrezzarci fin da subito per capire che cosa possiamo e che cosa non possiamo aspettarci.

Ott
4

Di gamification, rewarding, engagement e altre inquietanti parole

Oggi si parla molto (all’estero) di meccanismi di gamification (associare dinamiche di gioco a comportamenti e ad ambienti che di per se non sarebbero ludici) e di sistemi di riconoscimento simbolico per i contributi che arrivano dai dipendenti.  Se ne parla talmente tanto che si cominciano – giustamente – a fare i primi distinguo, a cercare di capire che cosa funziona veramente e che cosa è solo frutto di una moda passeggera.

Per capirlo abbiamo ovviamente bisogno di appoggiarci a dei casi di studio concreti, che ci aiutino a distinguere, tra le tante soluzioni, quella che davvero ha un senso. Fortunatamente di casi cominciano ad uscirne, ed uno in particolare, che citerò alla fine, mi ha davvero colpito non tanto per il sistema in se, quanto per la coerente, pervasiva e intelligente campagna di coinvolgimento che è stata fatta presso i dipendenti.

Cominciamo da Accenture, che ha associato un dettagliato sistema a punti per favorire l’adozione della nuova piattaforma interna (Sharepoint). Il caso di Accenture è ben documentato ed è uscito recentemente (c’è anche chi ha già espresso alcune perplessità).

 

PeopleProfile

image

 

C’è poi il noto caso di Sabre town, e del suo social network di Q&A, associato al meccanismo dei Karma point sulle risposte (qui un approfondimento nientemeno che di di Jared Spool).

LinkedIn

Poi c’è il caso di Idea Street, un sistema di generazione di idee per i dipendenti pubblici del dipartimento inglese per le pensioni (la nostra INPS), che ha creato un meccanismo di visibilità per gli autori delle idee, che poi è stato replicato da un’azienda che si occupa di piattaforme enterprise 2.0 (qui il caso).

 

 

 

 

 

 

 

 

Poi c’è il caso di GreenNature, con la sua piattaforma per sostenere le cause dei colleghi.

 

Ma la cosa che più mi ha colpito è il caso del colosso della ristorazione Yum!, e della sua piattaforma collaborativa interna, dal bellissimo nome di Iching. Il caso è documentato solo da alcune slide in PPT che potete scaricare da qui (vi consiglio di farlo).

Le slide contengono alcune perle: per prima cosa il primo caso di uso dei badge di cui io sia venuto a conoscenza.

 

Ma la cosa che mi ha davvero colpito è stata la strategia di lancio e di “engagement” del personale per l’adozione della piattaforma. Di seguito alcune immagini:

 

Lancio della intranet gadget

 

Lancio della intranet messaggistica

 

Davvero delle idee carine e intelligenti.

Il tema, come potete immaginare, è abbastanza in divenire. Una cosa è certa: il giusto dosaggio di meccanismi di visibilità, gioco, riconoscimento è certamente una chiave vincente nell’adozione interna di questi sistemi, anche dalle nostre parti. A presto per aggiornamenti in merito :-)

 

 

 

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede