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31

Tra globale e locale

James Robertson è tornato recentemente su un tema abbastanza discusso nel design delle intranet (specialmente all’estero, dove ci sono molte più aziende grandi e grandissime), ovvero il rapporto tra informazioni e servizi globali (che riguardano tutti i dipendenti) e informazioni e servizi locali (che riguardano a vario titolo particolari gruppi di dipendenti).

La sua idea è che non ci sia una ricetta corretta per bilanciare aspetti globali e aspetti locali, e che globale e locale siano estremi di uno stesso spettro, che Robertson esemplifica con alcuni casi tratti che ha seguito da vicino.

 

 

Il realtà, come Robertson lascia intendere e come anche io ho cercato di dire anche recentemente, gli aspetti globali (news che riguardano tutti, servizi comuni, pagine informative globali ecc) sono in genere la parte più “debole” delle intranet: è ciò che viene dato per scontato, insomma il minimo sindacale. Ciò che porta a casa il risultato e fa fare un salto di qualità al progetto sono proprio le diverse segmentazioni che si possono operare sulla coda lunga dei bisogni informativi dei dipendenti.

E le segmentazioni tipiche sono:

  • per azienda (nel caso di gruppi industriali);
  • per lingua (nel caso di multinazionali);
  • per area geografica (es le filiali, ma anche i palazzi);
  • per settore (IT, HR ecc);
  • per ruolo (dirigente, venditore ecc);
  • per mansione (sviluppatore, ingegnere ecc).

Ricordate che riuscire a “localizzare” la intranet non è uno scherzo, e richiede di operare contemporaneamente sui piani tecnologico (profilazione, multiportali), di governance (policy, standard editoriali, redazioni distribuite), di content management (palinsesti, rapporto globale/locale), di architettura informativa e di design.

Tenete conto che è indispensabile “localizzare” il più possibile tutte le volte che:

  • l’azienda è un gruppo industriale;
  • l’azienda ha sedi all’estero;
  • l’azienda ha molte sedi sparse;
  • l’azienda ha alcuni ruoli al suo interno con caratteristiche particolari.

Naturalmente il problema principale della localizzazione resta come far quadrare il cerchio: assicurare servizi comuni utili (evitando duplicazioni) e allo stesso tempo preservare la specificità delle esigenze di ciascuno.

dic
30

Intranet 2.0: spiegarla significa tradurla

Dobbiamo proprio concordare con Rachel Happe (co-fondatrice, ricordiamolo, di The community roundtable) sulla necessitò di tradurre, all’interno dell’azienda, le iniziative e le nuove funzionalità web in un linguaggio comprensibile a manager e stakeholder interni.

Rachel fa una serie di esempi per spiegare di che si tratta:

Social technologies and processes for internal use
Social Tool Use Case Translation Value
Blog for executives and subject matter experts Be more productive, interact with a lot more people, and repeat yourself less. Cuts duplicate effort, improves personal relationships, and provides faster action and reaction times.
Discussion board for project status updates Reduce email clutter and time lost managing it; centralize information so it’s easy to find even after employees leave. Saves up to 2 hours per day per person not having to manage project-related email, and increases knowledge capture and visibility.
Wiki for review cycles Cut down on time wasted finding the current version of documents and editing the wrong versions. Provides faster feedback and ensures you’re always contributing to the most current information. Cuts wasted effort.
Microblog for work updates among teams Reduce or eliminate project status meetings while staying more aware of project status. Saves up to four hours per person per week in time previously spent in meetings.
Internal social network that centralizes employee profiles and includes tags and expertise fields. More easily find subject experts in your organization. Reduces duplicate work, increases innovation, and cuts time spent looking for information.
Online chat tool that lets employees ask HR questions Lets you easily locate policies, documents, and other HR info Centralizes more of the HR team and reduces time spent looking for HR information.

A mio avviso questa operazione di traduzione non è affatto un tradimento: è anzi un banco di prova della bontà delle nostre iniziative di innovazione. Se riusciamo a trasformare, anche nel linguaggio, queste idee in qualcosa che coincida con gli obiettivi generali dell’azienda avremo per le mani qualcosa di più solido oltre che vendibile internamente.

Riusciamo a fare questa operazione per ogni cosa che ci passa per la testa?

Ecco l’articolo.

 

dic
29

Correva l’anno 2003

Nel 2002, anche su consiglio di Luisa (che ringrazio ancora per questo), scrissi il mio primo libro, che si intitolava “intranet”, e si basava quasi interamente sulla mia esperienza, alquanto avventurosa di content manager in una grande azienda. Il libro uscì nel 2003, con una bibliografia ridotta al minimo e un impianto metodologico un po’ scricchiolante (c’era davvero poca letteratura all’epoca).

Copertina di IntranetE’ inutile ribadire quanto tempo sia passato da allora e quanti cambiamenti siano avvenuti nel frattempo. Tuttavia, sfogliandolo recentemente mi sono reso conto di come alcune intuizioni che avevo avuto all’epoca abbiamo resistito alla forza del tempo.

Il libro è fuori catalogo da tantissimo tempo, ho chiesto all’editore se aveva intenzione di farci qualcosa e non ho avuto risposte chiare. Ora, dato che capita ancora che qualcuno me lo chieda e dato che alcune parti, relativamente agli aspetti di governance, restano a mio parere ancora valide, ho deciso di metterlo a disposizione dei miei lettori (sempre che l’editore non si manifesti bellicosamente).

Non ho il PDF dello stampato, ma solo il testo grezzo che ho mandato all’editore, quindi dovrete accontentarvi :-)

Ecco il PDF del libro, buona lettura.

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28

La difficile arte dell’intranet content manager

Chi si occupa di contenuti per la intranet, che questa sia sociale o no, ha di fronte a se un lavoraccio quotidiano: trovare risorse, rendere presentabili risorse altrui, aggiornare testi e documenti, trasformare il formato di contenuti originari in qualcosa di digeribile e così via.

Ma allo stesso tempo deve gestire l’aspetto umano e organizzativo della questione: deve farsi dare contenuti da persone di altri settori, gestire i problemi della redazione distribuita, fare rispettare standard e policy editoriali, contattare IT per tutti i malfunzionamenti e i fine tuning tecnologici, riportare ai manager.

E molto, molto altro. Oltre a celebrare questo mestiere (a volte dileggiato da colleghi che entrano nella tua stanza con un sorrisetto che dice tra le righe “qui state giocando”) vorrei oggi segnalare alcune risorse pescate in giro che affrontano da diversi punti di vista questa attività.

Ad esempio Malcom Davidson, un web writer inglese, spiega in questo post come non sia possibile, ma neanche desiderabile, ottenere una “voce unica” in ciò che viene scritto per intranet. Per varie ragioni ciò che viene pubblicato è sempre molto eterogeneo, affidato a sensibilità diverse che non sempre rispettano gli standard. Ma in intranet possiamo fare a meno di queste sottigliezze.

Tuttavia la buona scrittura è una competenza che dovrebbe essere diffusa tra tutti i publisher: ecco un post che spiega come fare buoni titoli per intranet e un altro, molto interessante, che fornisce qualche consiglio per chi organizza corsi di scrittura tra i redattori intranet.

Una delle tante attività del content manager è quella di pubblicare o editare documenti: ecco qualche consiglio da Janice Redish, tratto dal suo libro “Letting go of the words“, su come gestire i PDF, una delle tanti croci che affliggono i content manager. In particolare vi segnalo il punto in cui l’autrice specifica come dare due versioni, una in PDF e una in una sere di pagine html, sia a volte la soluziojne preferibile (ad esempio per il contratto di lavoro).

 

figure 5-14

 

Un’altra risorsa interessante è questo post che spiega come le narrazioni siano un contenuto fondamentale per le intranet. L’autore lo ha capito conversando con il CEO di un’azienda, il quale gli ha confidato che per capire che cosa succede in azienda la cosa migliore è chiederlo ai fumatori: sono infatti quelli che più si raccontano storie mentre sono in cortile a fumare. La morale della storia è che tutto quello che riesce a “mimare” questo strato narrativo è il benvenuto in intranet.

Infine, un articolo che non riguarda direttamente le intranet ma che spiega bene quali elementi considerare per creare un buon content mix in un progetto web.

 

Buona lettura (e scrittura).

dic
27

Un like vale più della pelle dell’orso

I cambiamenti più significativi il più delle sono piccoli cambiamenti,  e ne è riprova il caso di Arla foods descritto da Janus Boye in un suo post. L’azienda ha deciso di intraprendere un percorso “social” per la intranet e per prima cosa ha introdotto la semplice possibilità di dare un “like” o un “dislike” ad ogni news della intranet.

Arla thumbs up on intranet

La funzionalità è stata introdotta su richiesta pressante dei dipendenti, ed è stata accompagnata anche da una cambiamento nella politica di comunicazione manageriale, orientata ad una maggiore onestà e apertura.

http://jboye.com/wp-content/2011/12/arla-intranet-news-story.jpg

 

Guardate, io apprezzo molto questi casi, molto più delle roboanti comunicazioni di cambiamenti stratosferici all’orizzonte e di pelli dell’orso vendute prima, ma moolto prima, di averlo ucciso  (qui il caso più eclatante negli ultimi mesi. Verrebbe da dire “booooooom”), perché questi casi testimoniano *reali* passi in avanti, che tengono conto delle *reali* condizioni di partenza.

Per questo apprezzo anche casi come quello descritto recentemente da Alessandro Donadio sul suo blog, in cui un tradizionele house organ viene sviluppato cercando di seguire logiche partecipate.

Ogni cambiamento reale è il cambiamento che ci possiamo permettere in un dato momento organizzativo. E per valutarlo dobbiamo guardare sempre il punto di partenza, non il punto di arrivo.

dic
26

Intranet: sotto il segno della paura

Jason Averbook ha scritto un post molto divertente e un po’ polemico sulle intranet di vecchia generazione e l’arrivo delle intranet sociali. Lo stile è diretto e incisivo, per cui mi sono preso la briga di tradurlo (spero di esserci riuscito).

Credo che Jason sia troppo severo verso le “vecchie” intranet così come credo sia un po’ troppo ottimista sul “nuovo”, ma il tema della paura, che domina da sempre le aziende e le loro scelte, è centrato perfettamente. Buona lettura.

Intranet 2.0: questa volta è personale – di Jason Averbook

Vi ricordate le intranet? Quelle reti interne private, cool e onniscienti dove si poteva accedere a tutte le conoscenze aziendali, tenere sotto controlli i progetti, leggere i regolamenti e le policy e, naturalmente, accedere al cercapersone.

Ricordate le riunioni (oh, le riunioni) per decidere che cosa dovesse andare sulla intranet, chi dovesse essere autorizzato a fare cosa, e la paura (oh, la paura) di permettere commenti “anonimi”, o di permettere commenti tout court. Se non avete mai partecipato a queste riunioni siete fortunati, ma state sicuri che in giro ne hanno fatte parecchie.

Una volta lanciata (per la fine dell’anno, promesso), si potranno diffondere messaggi ai colleghi, postare domande nel forum “chiedi al management”, o aggiornare i propri skill nella propria personalissima scheda personale. Si potrà…ma non verrà fatto.

Non rammaricatevi, nessun altro lo fa.

I processi formali per creare, pubblicare e gestire contenuti diventano troppo onerosi, e alla fine molte intranet escono da una pianificazione organica.

Ok, ora c’è molta gente che discute, là fuori, di rimpiazzare questi vecchi dinosauri obsoleti con qualcosa di più nuovo, ricco ed efficace. La intranet sociale.  Se questo vi richiama alla mente cose come: “fico, tutti i colleghi potranno avere il loro blog”, o “il team di sviluppo potrà avere il proprio wiki” dovete pensare più in grande – i blogger stanno già bloggando e i tipi-da-wiki stanno già wikificando.

C’è dell’ironia in tutto questo…Molto temono che la intranet sociale poterà i dipendenti a usare gli strumenti in modi inappropriati, o a ledere la cultura aziendale “dicendosi delle cose”.

Voi saprete che all’inizio le e-mail sono state esaminate così a fondo, quando sono apparse per la prima volta sulla scena aziendale, che sono state date solo a pochi eletti per paura che gli impiegati “si dicessero delle cose”.

Inoltre, durante il primo periodo di mania per intranet, alla fine degli anni ’90, molti CEO, dipartimenti HR e tizi della comunicazione interna erano paralizzati dalla paura che se i dipendenti avessero potuto pubblicare informazioni, queste sarebbero state errate o obsolete. Inoltre avrebbero potuto “dirsi delle cose”.

E questa è la principale ragione per cui nessuno usa le intranet oggi: è, allo stesso tempo, piena di informazioni errate e obsolete, e mancante di informazioni critiche.

Questo è il bello della intranet sociale – non c’è bisogno che ci sia qualcuno incaricato di tenere i contenuti aggiornati. Ah, e per la cronaca, i dipendenti stanno, alla fine, “dicendosi delle cose”. L’intranet sociale permette nuovi livelli di sef-service e  scatena la condivisione della conoscenza in nuovi efficaci modi. Penso che vedremo una crescita di queste nuove realtà nelle aziende, consentendo questa volta alle cose di crescere più organicamente.Se seguite questo blog sapete che parliamo spesso di governance. Quando tutte le discussioni sulle intranet sociali diventeranno azioni, la governance di questi ambienti sarà il pezzo mancante che li renderà contagiosi, facendo perdere terreno alle intranet tradizionali.

Governance non significa controllo, ma collaborazione. Non riguarda tanto lo stabilire regole quanto farle capire e accettare da tutti. Sarà interessante seguire l’evoluzione e vedere come le aziende “sociali”permetteranno di esserlo ai loro impiegati.

dic
24

L’adozione della intranet 2.0 e i suoi dilemmi

C’è un aspetto che riguarda i social software interni e più in generale tutte le funzionalità avanzate di collaborazione e community che, fino a ora, non ero mai riuscito a chiarirmi: quanto dobbiamo lasciare libere le persone di adottare queste funzionalità e quanto invece dobbiamo costruire un contesto adeguato capace di dare un senso operativo a questi strumenti?

Naturalmente conosco bene l’importanza del community management, e io stesso battuto su questo tasto ripetutamente in questi anni. In buona compagnia peraltro: basta leggere ad esempio “Software is not enough“, di Rachel Happe o”6 Keys to Launching Successful Collaborative Intranet Groups“, o ancora “Enabling Participation: More Art Than Science“, solo per citare alcuni esempi, per rendersi conto di quanto sia diffusa la convinzione che sia *sempre* necessaria una qualche strategia di adozione.

Eppure c’è qualcosa che non mi quadra in questa posizione così netta: tutte le volte che un cliente mi parla del successo immediato del nuovo sistema di instant messaging o tutte le volte che leggo di come un qualche software di microblogging sia stato adottato seza problemi all’inerno di una certa realtà organizzativa, un campanello d’allarme suona nella mia testa.

In questo caso infatti non c’è alcuna “strategia di community management”, ma solo una logica Software as a Service (SaaS) nella quale un nuovo sistema viene messo online per fare fare ai dipendenti alcune cose (in genere comunicare) dopodiché vengono esaminati i risultati e i valutati comportamenti.

Come la mettiamo allora, SaaS o community management? Notate che le conseguenze della risposta influenzano l’organizzazione interna, il peso che le tecnologie assumeranno, le strategie di comunicazione e di analisi preliminare.

E la risposta è che queste due alternative non si escludono tra loro, e il dilemma tra “lanciare un software e vedere che effetto fa” e “costruire il contesto perché le persone lo utilizzino” è in realtà falso. Si tratta di capire che le due alternative sono in realtà due estremi di uno stesso spettro, nel quale vanno inseriti i diversi strumenti.

Spero che lo schema seguente mi aiuti a farmi capire:

Lo schema presenta:

  • nella parte alta gruppi di strumenti, in ordine di adottabilità SaaS;
  • nella parte bassa le relative strategie di adozione.

All’estremo sinistro dello spettro abbiamo gli strumenti che possono essere erogati in modalità SaaS, e man mano che ci spostiamo verso destra troviamo strumenti e funzionalità che necessitano sempre di più di modalità gestionali complesse.

Come vedete, all’estremo sinistro troviamo strumenti legati per lo più alla comunicazione, mentre all’estremo destro troviamo iniziative legate per lo più alla partecipazione attiva e alla produzione di contenuti. Come vedete, gli strumenti SaaS come la webmail o l’instant messaging necessitano in genere solo di policy e tutorial, mentre man mano che ci spostiamo verso destra le strategie di adozione diventano sempre più complesse.

Adottare in modalità SaaS un sistema di IM è quindi relativamente più “facile” che adottare gli RSS, che sono più facili della compilazione del profilo personale arrichito, il quale è a sua volta più facilmente adottabile dei commenti ai contenuti e così via, fino ad arrivare ai wiki o ai forum tematici.

Credo che questa soluzione, che vede SaaS e communtiy management lungo una linea di continuità, permetta di superare certe “anomaile di Kuhn” nelle quali talvolta ci capita di imbatterci (almeno per me).

Che ne dite? Intanto buon Natale a tutti.

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23

Il modellatore di intranet (con Sharepoint)

Per chi volesse cimentarsi con la creazione di wireframe relativi ad un progetto intranet con Sharepoint, segnalo lo sharepoint modeler, messo a disposizione da IntranetFactory.

Una volta registrati potete accedere al tool di disegno e creare i wirerame componendoli con le tante webpart già a disposizione.

Non è semplicissimo, almeno all’inizio, ma poi ci si fa la mano.

wireframe intranet con sharepoint

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23

Come ti lancio il microblogging

Un altro bel caso di lancio interno di un tool di collaborazione: il Department of Education & Communities (DEC) dello stato del Nuovo Galles del sud, in Australia, ha creato un bellissimo videotutorial per spiegare ai dipendenti l’utilizzo del loro sistema interno di microblogging (dopo varie vicissitudini sono passati da Yammer a Socialtext).

Lo spazio si chiama Maang.

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23

Community manager interno, ho capito bene?

Matteo Sigismondi ha tradotto un articolo di HR communication dedicato al community management interno. L’articolo si intitola “I 13 ruoli di un community manager interno“. Da comico a psichiatra passando per mediatore e bidello.

Vi ci riconoscete?

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23

Monitorare la intranet? Rendetevi la vita facile

In questo divertente post Ellen van Aken racconta come la sua esigenza di avere un buon sistema di statistiche per la intranet sia diventata, in mano ai consulentoni dalla slide facile, un mega progetto costosissimo che alla fine ha partorito un topolino.

il consiglio finale è di accontentarsi, quando non ci siano esigenze particolari ben definite, dei sistemi di statistiche nativi.

E se questi sistemi non ci sono? Io ho cominciato a utilizzare, per le staistiche di uso delle intranet, Piwik, un sistema open source (ovviamente da installare sul server interno e configurare) e mi trovo bene: non ha pretese, ma la maggior parte delle esigenze che emergono internamente non sono certo pretenziose.

Ecco l’articolo, intitolato “KISS: Keep Intranet Statistics Simple“.

dic
23

Per gioco, o quasi

Catherine Grenfell ha scritto un articolo sui contenuti non lavorativi sulle intranet, articolo condivisibile in massima parte: le intranet sono spazi di lavoro ma il lavoro è qualcosa di complesso, e non si riduce certo all’esecuzione meccanica di task come certe applicazioni gestionali lascerebbero supporre.

Nella mia vita di intranet manager prima e di consulente e formatore dopo posso dire di averle provate tutte, e tutte con massima soddisfazione e ritorni in termini di accessi, continuità di partecipazione, apertura culturale e presenza di segnali deboli incoraggianti.

Tra i contenuti che segnala Catherine troviamo:

Naturalmente possiamo agigungere altri elementi a questa lista ad esempio:

  • iniziative di solidarietà
  • recensioni
  • contest sui pi diversi argomenti
  • compleanni del giorno

E così via.

Naturalmente, oltre ai contenuti propriamente “ludici” vi sono dinamiche ludiche applicate ai contenuti seri (l’autrice cita il caso di un sistema di feed back sulle ricerche interne)

Insomma, le possibilità sono molte e su intranet, come sul web in generale, è sempre meglio esplorare tutto lo spettro di possibilità, piuttosto che limitarsi a quello che sembra strettamente sensato in un certo momento.

 

dic
19

Si fa presto a dire profilo personale

Sono contento che negli ultimi tempi il tema dei profili personali in intranet e nelle community interne abbia fatto un gigantesco passo in avanti; si è infatti passati dal problema di capire perché dovremmo averli a quello, molto più pratico, di come far compilare il profilo ai dipendenti.

Si, perché la grossa novità (si fa per dire) che stiamo scoprendo e che non basta mettere a disposizione la mera possibilità affinché i dipendenti accorrano a compilare la sospirata scheda. Ma come? Abbiamo fatto le barricate per riuscire ad avere questa funzionalità e adesso la snobbate in questo modo? Che ingrati.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e la constatazione di questa amara verità è  di fatto il primo passo per capire meglio come funzionano le dinamiche di partecipazione. Le persone, nella vita e ancora di più in azienda, non fanno nulla se non percepiscono un qualche valore, reale o potenziale. E il profilo personale, lasciato a se stesso, ha solo l’aria di una vaga promessa.

E questa promessa viene tradita tutte le volte che:

  • il profilo è in competizione con altri sistemi di gestione dell’identità a cui gli utenti sono abituati;
  • il profilo è troppo complicato da compilare;
  • il profilo è slegato da tutte le altre applicazioni della intranet;
  • con il profilo, apparentemente, non ci puoi fare una mazza.

Parlo di questo tema perché è uscito un articolo, come sempre illuminante, di Oscar Berg dedicato proprio ai profili personali (intitolato “The employee profile – What’s in it for me?“). Nell’articolo Berg analizza in modo dettagliato tutti i fattori di impedimento, che dicendono come declinazioni dal Grande Problema Principale, ovvero l’inutilità percepita. Ecco le ragioni che elenca per motivare il disinteresse del personale:

  • i dipendenti devono fornire dati senza sapere per che cosa saranno usati e in che contesto saranno visualizzati;
  • l’inserimento è troppo complesso;
  • spesso devono fornire tutti i dati assieme senza una guida e una distinzione tra i dati importanti e quelli marginali;
  • non è facile dare feed back e nessuno si cura della qualità dei dati inseriti;
  • i dipendenti non hanno alcun controllo su quello che verrà visualizzato;
  • i dipendenti sono sanno per quale scopo saranno usati i dati.

Come vedete sono tutti problemi seri, che riguardano in primo luogo fattori di comunicazione e accompagnamento, oltre che di tecnologie performanti.

Ecco invece quali sarebbero gli elementi di un possibile scenario che favorisse al massimo la partecipazione dei dipendenti:

  • il mio profilo è visibile a chiunque ne avesse bisogno, che può condividerlo e aggiungerlo ai propri segnalibri;
  • il mio profilo è ricercabile e appare negli altri sistemi aziendali;
  • il mio profilo è un hub per tutti i miei contributi;
  • non devo compilare tutti i campi subito: il sistema mi guida nel fornirli e mi aiuta a compilare quelli fondamentali. Mi avvisa anche del progresso nel completamento;
  • per ogni dato che inserisco  so chiaramente quale potrebbe essere l’utilità;
  • compilare il profilo è così facile e intuitivo che non richiede sforzo;
  • i colleghi possono inviarmi feed back e suggerimenti su quello che ho inserito;
  • altre persone possono interagire e arricchire i dati che ho fornito;
  • i dati che fornisco si combinano automaticamente con altri dati per darmi valore;
  • alcuni dati del profilo sono mostrati automaticamente in contesti dove possono creare per me nuove opportunità;
  • ho il controllo sui dati che vengono mostrati e forme di preview nei diversi contesti;
  • ho dettagliate informazioni su dove questi dati sono stati mostrati e chi li ha visti o condivisi;
  • i dati sono connessi automaticamente ad altre informazioni che mi permettono di scoprire altre informazioni rilevanti per me.

Come vedete, in questo scenario il profilo non è più un’ulteriore incombenza, ma un’ulteriore possibilità, che le persone percepiscono perché è stata ben descritta e comunicata.

La disponibilità a partecipare non quindi è una caratteristica dei singoli, che alcune aziende avrebbero la fortuna di avere ed altre no, ma un percorso che può essere progettato

A volte il gradino da superare (economico, tecnologico, culturale, cognitivo) per partecipare è semplicemente troppo alto. Abbassiamolo, e le persone lo saliranno.

 

dic
19

E se Google mappasse l’azienda?

Come sappiamo, nelle intranet le informazioni di servizio sono essenziali: navette, orari, mensa, badge, come fare per eccetera eccetera. E tra le informazioni di servizio rientrano anche le mappe degli edifici e le varie indicazioni logistiche, specialmente se l’azienda ha stabilimenti, capannoni o tanti edifici all’interno di un campus.

In questo senso promette bene l’ultima trovata di Google , ovvero google maps indoors, un servizio per utilizzare le mappe di Google all’interno di grandi spazi come gli aeroporti.

Pensate alle implicazioni nel momento in cui collegassimo queste mappe interne con il cercapersone interno, che dite?

(via infoarch).

dic
19

Buone ragioni per dimenticarsi degli house organ

Ho già parlato ampiamente del tema degli house organ e della loro insufficienza nel mio libro del 2008. Torno sul tema solo perché un articolo di James robertson ricorda a tutti che cosa significa il passaggio dalla carta al digitale nelle pubblicazioni interne. Come sappiamo noi interpretiamo sempre i nuovi media alla luce dei vecchi, e d’altra parte reinterpretiamo i vecchi alla luce nei nuovi. I nuovi media permettono di vedere i limiti dei vecchi, ed è per questo che oggi possiamo vedere l’insufficienza delle vecchie pubblicazioni cartacee interne.

In particolare per Roberson questi limiti sono:

  • aggiornamenti sporadici;
  • laboriosità realizzativa;
  • difficile trovabilità dei contenuti;
  • comunicazione a una via;
  • competizione a perdere con altri media interni
  • difficile targhettizzazione

Che cosa significa, dunque, passare come dice Robertson dalle newsletter (cartacee) alle news (online)?

  • maggiore trovabilità;
  • flessibilità dei tempi di pubblicazione;
  • maggiore varietà possibile;
  • Velocità e risparmio nel publishing;
  • commentabilità;
  • targhettizzazione e personalizzazione;
  • supporto ai device mobili;
  • integrazione con le email (aspetto push).

Tutte queste mancate possibilità della carta, ripeto, potevano emergere solo con l’arrivo di nuove tecnologie.

Ora ci sono: usiamole.

dic
19

Ricordiamoci dei wiki

Vi segnalo un breve articolo che sintetizza gli usi possibili dei wiki interni. Niente di particolarmente nuovo, ma sono interessanti anche gli articoli correlati, ad esempio quello relativo alle più comuni piattaforme wiki disponibili.

Lo segnalo solo per ricordare, prima di tutto a me stesso, che questi strumenti esistono, e si possono usare con profitto.

Buona lettura.

 

dic
19

Atos, e la guerra perduta alle email

Si è parlato un po’ nei giorni scorsi, della decisione di Thierry Breton, Amministratore delegato di Atos, di dichiarare guerra alle email interne (è uscito qualcosa anche in italiano): le email infatti ( ma guarda un po’, verrebbe da dire) fanno perdere un sacco di tempo tempo agli impiegati, sia nelle attività di gestione sia nella separazione di quelle utili da quelle – troppe – inutili.

Il tema ha una solida storia alle spalle, oltre ad appoggiarsi al vissuto quotidiano di ciascuno di noi. Non sono mancate le reazioni alla notizia, e in particolare mi ha colpito quella di Brian Prentice, di Gartner, alquanto pessimista a riguardo: la policy “zero mail”, dice l’analista, fallirà. Perché? il problema nella maggior parte delle aziende non riguarda la quantità di email, ma il peso degli adempimenti ad esse connessi.

Oggi, dice, le email rappresentano solo la parte visibile della serie di attività assegnate a ciascuno di noi, attività per lo più burocratiche e inutili, ma che reclamano comunque una risposta. Il problema si sposta quindi dalla manifestazione visibile (le email) alla sua causa latente: l’eccessiva burocratizzazione di alcuni processi, anche tecnologici (ad esempio CRM).

Sono contento di questo articolo, come di tutte le posizioni che fanno fare passi in avanti ad un tema rimettendo in discussione quello che sembrava assodato (e come sapete rimettere in movimento concetti che sembravano solidi e distinti è il compito principale che Hegel assegna alla filosofia), ovvero che le email sono il male assoluto da combattere.

Tuttavia le osservazioni di Prentice colgono solo un aspetto del fenomeno, ovvero le email legate al coordinamento direzionale: “fai questo e quest’altro”. Purtroppo l’universo dei messaggi che ci scambiamo in azienda è più vasto di questo sottoinsieme, e la parte eccedente, guarda caso, è proprio quella che ci crea più problemi: scambio documenti, archivio discussioni, verbalizzazioni, insomma conoscenze.

Ed è su questo aspetto, guarda caso, che i progetti intranet cercano di incidere. Su questo aspetto vi invito a leggere il bel post di Wedge, che elenca gli errori tipici dell’uso delle email in questo senso.

 

dic
18

Qual è la homepage più utile? Il contest del WIC

Il Worldwide intranet challenge è un progetto ideato dall’ottimo Andrew Wright per promuovere un benchmark e un confronto permanente tra professionisti intranet in tutto il mondo.

una delle ultime iniziative è un contest dedicato alla home page di intranet ritenuta più utile per le persone che la utilizzano. E’ naturalmente un’occasione per mostrare un po’ di esempi; al momento non c’è nulla di davvero “stratosferico”, ma lo scopo non è quello, e in ogni caso è sempre utile sbirciare un po’ dietro ai firewall altrui.

Di seguito alcuni esempi tratti dal contest.

2.MyCo Intranet - Mike Gallers

 

 

3.The Customizers - Sonja Madsen

 

6.Smart & Savvy - Tara Clark