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feb
22

Alla ricerca del modello perfetto per intranet e l’enterprise 2.0

Devo dire che nell’intenso dibattito – permanente – su enterprise 2.0 e intranet innovative, un dibattito attraversato da momenti di euforia, ripensamenti, grandi intuizioni e prosaici casi di studio, ci scontriamo con un autentico diluvio di modelli interpretativi e tentativi di cogliere astrattamente in un tutto l’insieme di dinamiche che queste nuove tendenze e questo insieme di tecnologie abilità.

La cosa è piuttosto divertente e il risultato assomiglia ad un collage di visioni che nel momento in cui si legittimano (poiché ognuna di essere ha dalla sua un bel po’ di evidenza empirica) contribuiscono a dipingere un quadro ancora davvero acerbo del fenomeno. Siamo tutti alla ricerca del nostro modello definitivo e della nostra narrazione unificante, anche se questa non si lascia ancora cogliere pienamente.

Nel frattempo accontentiamoci di frammenti di sistema: il primo, certamente già molto famoso e con un grande potenziale davanti a sé, è quello di Andrew McCafe, che cerca di dividere il territorio delle relazioni aziendali (Ricordate? Rapporti forti, deboli, potenziali, assenti).

Enterprise 2.0 Rings

Recentemente Andrew ha sottolineato come, secondo lui, gli strumenti dell’enterpse 2.0 diano i loro più grandi benefici negli anelli esterni di questo “bersaglio”.

Un secondo modello interessante è quello proposto da Bryan Menell, di Thoughtfarmer; Bryan racconta come nella definizione dei processi di user centred design per la loro intranet abbia utilizzato un modello che richiama la prossemica di Edward T. Hall. Il risultato è una definizione dell’ambiente intranet che va dalla persona all’ecosistema aziendale.

thoughtfarmer_proxemics

L’articolo è interessante anche per un altro motivo, ovvero perché propone un approccio alla personalizzazione degli ambienti che bypassa l’alternativa tra la personalizzazione totale da parte dell’utente (strategia su cui più di uno specialista ha qualche dubbio) e controllo centralizzato della home page (Un tema che molti, naturalmente, affrontano a modo loro, dai saggi consigli di Jane McConnell all’approccio darwinista di Stephan Schillerwein).

Vorrei provare a dare, in questo senso un mio contributo a questa intensa battaglia combattuta a colpi di schemi, diagrammi, freccioni e bersagli: il mio schema parte dal fatto che ogni ambiente intranet di nuova generazione supporta il lavoro dei singoli, ma lo supporta e lo segue nelle diverse situazioni sociali in cui sono impegnati in azienda:

- Supporta me in quanto lavoratore
- Supporta me in quanto appartenente a un dipartimento
- Supporta me in quanto appartenente a un team di progetto
- Supporta me in quanto appartenente ad una community (di pratica o di interesse)
- Supporta me in quanto appartenente ad un ecosistema di informazioni aziendali

Nelle diverse situazioni, ovviamente, cambiano i contenuti, i servizi, le funzionalità; ma anche l’impegno che mediamente è richiesto (sulla questione dell’impegno diversificato vi consiglio questo post di B. Duperrin, molto illuminante) il tipo di contributo che le persone danno (lavorare è diverso da collaborare che è diverso da condividere che è diverso da contribuire). Anche l’uso della mail, da sempre cartina di tornasole delle attività svolte in azienda, tende a diminuire man mano che si passa dall’uso individuale a quello “sociale”.

Modelli dei diversi usi della intranet

E’ importante, a mio parere, che ragioniamo sempre in termini di usi prevalenti e che pensiamo in quale contesto d’uso (più individuale o più sociale) si inseriscono le nostre applicazioni. Perché dobbiamo pensare che cambiano gli scopi, i tempi di utilizzo ma soprattutto l’impegno che la situazione (la situazione, non la tecnologia) richiede.

Che ne pensate?

feb
18

Qualche regola per l’enterprise 2.0

Vi segnalo un’altra bellissima presentazione di Oscar Berg, dedicata all’enterprise 2.0. Le presentazioni di Berg sono sempre impeccabili e hanno il pregio di comunicare cose mai banali. Mi sembrano molto preziose le indicazioni da slide 27 a 37. Buona lettura.

feb
2

Una manciata di link su collaborazione, ruolo di H.r. microblogging interno, community management e molto altro

Vi segnalo un po’ di link interessanti in ordine sparso: riguardano argomenti un po’ disparati (e-learning, collaborazione, ruolo di h.r. ecc)  ma sempre legati al tema centrale di questo blog.

Alcune preoccupazioni attorno al microblogging interno. Oscar Berg affronta alcune tipiche obiezioni (poche persone orientano le discussioni, arriva lo spam, c’è il rischio di essere fraintesi). Interessante anche un suo articolo precedente:  “Il microblogging interno può intimidire“.

L’importanza di un community management attivo, provata con i dati.  L’esperienza di un community manager nel corso di un anno di gestione; i numeri mostrano che cosa succede quando le communty vengono lasciate sole. Appassiscono.

Google Analytics - 1/1/2008 to 12/31/2008

Come cambia il ruolo di H.R. con il web 2.0. Una tabella interessante (in francese). Sul tema leggete anche il post di Jon Husband.

RH 2.0   HR 2.0

L’organizzazione tradizionale è una macchina e noi invece siamo esseri umani. Questo articolo prosegue il tema del rapporto tra orgnanizzazione e processi informali, tra struttura e flusso. Aspettiamo gli altri articoli della serie

Employee_Engagement_This_is_how_it_is2

Il lato oscuro dell’enterprise 2.0. E’ bene che qualcuno ricordi non solo le promesse ma anche i rischi. Anche perché sono quelli che i manager vedono per primi. Bella anche la presentazione.

12 motivi per i quali l’e-learning è così efficace. Vale la pena ripassarseli.

Tecnologia e processi collaborativi negli ambienti di ricerca e sviluppo. Interessante esplorazione dei mutamenti nei tema di lavoro legati alla ricerca con l’arrivo delle tecnologie di social networking per i team.

Un bel caso di studio su un blog interno. E alcune regole per farlo funzionare bene.

E per finire, alcuni dubbi sull’efficacia effettiva dei sistemi online per la ricerca di esperti interni. Il senso è: magari li trovo più facilmente, ma se sono straimpegnati che ci faccio? In risposta a questo articolo, un po’ troppo agiografico.

Buona lettura :-)

gen
3

Microblogging fai-da-te con Socialcast

Sto provando ad utilizzare Socialcast, un servizio online per gestire il lifestreaming aziendale e  e devo dire che è un’applicazione di microblogging interno che promette bene. Il modello di business è il solito: puoi utilizzarla gratuitamente, con funzionalità limitate,  con la mail aziendale tua e dei tuoi colleghi;  se vuoi delle funzionalità aggiuntive (come il question and answers) devi fare richiesta inserendo la tua carta di credito (e questo è un po’ inconsueto in effetti). Per le funzionalità a livello enterprise c’è un prezzo da pagare.

Le funzionalità e l’interfaccia, ovviamente, scimmiottano un po’ i social network mainstream, ma nel complesso è interessante. C’è qualcuno che vuole fare una prova un po’ più intensiva con un gruppo di colleghi un po’ numeroso? Sarebbe interessante…

gen
2

Usare i social network interni con dispositivi mobili: un esempio

Chris Sparshott è (a quanto ho capito) un intranet-evangelist di IBM e nel suo spazio su Slideshare pubblica periodicamente delle piccole finestre sul mondo “Enterprise 2.0″ di big Blue.

Vi segnalo in particolare questa presentazione perché mostra in modo concreto e chiaro il possibile utilizzo di un social network tramite mobile devices. Vi consiglio di guardare in particolare le slide dalla numero 5 alla numero 16, perché sono davvero illuminanti.

Credo che dovremmo cominciare a pensare a questa dimensione del mobile fin dall’inizio di progetti del genere, per non rischiare di ritrovarci in seguito a inseguire esigenze che sono – loro – molto più avanti della nostra capacità di soddisfarle.

set
20

Forza e debolezza nei legami aziendali

Ok, ecomi qui. Non credo di essermi ancora ripreso da questa ripresa lavorativa. Il rientro mi è venuto addosso schiaffegiandomi ripetutamente; cosa che avevo ampiamente previsto, del resto, e ciò costituisce certo una magra consolazione dato che tale puntale previsione è servita unicamente a tormentare sottilmente le mie ferie senza peraltro proteggermi dall’inevitabile.

E così, mentre dalla mia camera d’albergo a Mestre, in attesa del prossimo corso da tenere, rifletto sulle tante variabili da trasformare in costanti attraverso il sapiente lavorio e la paziente pianificazione, mentre il trasloco nella mia nuova casa incombe con le sue innumerevoli necessità, mentre il pensiero sugli anni che passano e su quanto le abitudini si siano trasformate in una sorta di destino senza aura alcuna – quall’aura che tutte le cose avevano prima di trasformarsi in cose, – mentre questo pensiero diventa sempre più segreto, e illegittimo (ok, adesso finisco la frase, ve lo prometto, ma ho giurato a Philiph Roth che gli avrei fatto un omaggio, e questa era l’occasione, grazie Philiph anche se so bene che non potrò mai competere con le tue sublimi subordinate), insomma in tutto questo tiraemmolla tra meccanica e desiderio (e desideri meccanici) mi torna in mente che una delle soddisfazioni più grandi di questa estate è stato aver finito – in tre giorni – La voce e il fenomeno di Derrida, riuscendo anche a seguire per la gran parte il filo del ragionamento. In realtà è stato un regalo che ho voluto fare al ragazzo che ero.

Ora, per non lasciare che questo post di rientro deragli fatalmente, voglio segnalarvi una cosa a mio parere interessante che riguarda i processi di collaborazione e che ho pescato grazie all’ultimo report di Nielsen dedicato, guarda un po’, ai social network interni.

Nielsen cita un video di Andrew Mcafee nel quale il professiore distingue 4 situazioni possibili relativamente ai lagami tra dipendenti all’interno dell’organizzazione. McAfee distingue tra legami forti (i colleghi di stanza, il capo, il team ecc), legami deboli (progetti occasionali, rapporti saltuari ecc), legami potenziali (legami ancora non presenti che che potrebbero svilupparsi) e assenza di legami, identificando per  ciascuna situazione degli strumenti tipici (anche se credo ci siano, su questo punto, ampie sovrapposizioni e integrazioni possibili).

Ho schematizzato la cosa in questo disegno (ripreso dal video)

legami_professionali

Trovo questa distinzione molto intelligente ma soprattutto molto utile nell’identificare il campo di lavoro possible all’interno delle aziende. Spesso nei progetti intranet di nuova generazione si hanno in mente cose diverse quando si discute di “collaborazione”, e questo avviene perché si ha in mente uno specifico tipo di legami da supportare.

Perché è ovvio che nelle organizzazioni sono sempre presenti *tutte* queste situazioni, ma  per realizzare degli obiettivi specifici dobiamo sempre capire a chi ci rivolgiamo e – soprattutto – ipotizzare come si comporterà in una data situazione.

Per inciso, rilevo che questa distinzione non si sovrappone a quella di “Comunità di pratica” di E. Wenger: una comunià di pratica può infatti avere legami forti, deboli, potenziali e anche, paradossalmente, conservare “in figura” anche un’assenza di legami (ad esempio il gruppo di operatori che “non ha mai visto la dirigenza”).

ok, eccovi il video.

lug
26

I social network interni secondo Ross Dawson

Continua la pubblicazione a puntate del libro di Ross Dawson dedicato all’enterprise 2.0. Da qualche giorno è disponibile un assaggio del capitolo 11, dedicato ai social network dentro le organizzazioni. Come sempre gli schemi di Ross sono molto belli e chiari:

Intranet_social_network_schema

Il testo è pubblicato su Scribd

IE2 Sample Chapter 11

_______________

Purtroppo il volume intero costa 195 dollari ma sono molto tentato di acquistarlo (e in ogni caso se lo fate voi, o lo fate fare alle vostre aziende,  mi raccomando fatemelo sapere, mi raccomando…:-)

giu
26

Appunti sul microblogging in intranet

Il tema del microblogging in azienda in passato mi lasciava un po’ indifferente, perché non riuscivo proprio a dargli una collocazione operativa. Non riuscivo ad immaginarmelo. Sbagliavo. In realtà una collocazione ce l’ha, eccome.

Il microblogging (ovvero la possibilità di aggiornare il proprio status e fare sapere qualcosa in modo rapido a un gruppo di persone) è anzi, forse, il modo migliore per gestire l’insieme di conoscenze “fluide” e contestuali che attraversano quotidianamente le attività organizzative.

Fare domande ad un gruppo di colleghi, segnalare una risorsa al proprio team, condividere piccole esperienze a beneficio dei propri colleghi non sono altro che le attività che quotidianamente ciascun dipendente fa per conto suo in azienda. Queste tecnologie permettono di espandere al quadrato e di capitalizzare un’attività che è forse la più naturale per le persone in azienda (molto di più che caricare un documento e mettere dei metadati, ad esempio)

Il modello migliore che mi viene in mente in questo senso è, come ho già detto, Yahoo anwsers, oppure Stack overflow e non a caso uno dei casi più belli e funzionali che ho potuto vedere, quello della Sabre, si ispira proprio a questo tipo di modelli di microblogging. (Qui potete leggere il caso di studio della Sabre)

Schermata domande e risposte social network Sabre

La mia idea che è queste cose possono funzionare alla grande, ma, rispetto ad un tool come Twitter, è necessario aggiungere una serie di funzionalità che permettono l’uso in modo appropriato all’interno del contesto lavorativo.

Ad esempio:

- Possibilità di condividere in modo differenziato. Se mando un messaggio devo poter sceglierlo se mandarlo a tutti, solo ai miei contatti, solo ai miei gruppi di lavoro, solo agli esperti della materia (se sono stati previsti), solo ad una persona in specifico (modalità Instant messaging)

- Commentabilità. Ogni domanda o post deve poter essere commentato (è il grande passaggio da Twitter e Friendfeed)

- Tag e categorie. Qui ci vengono in aiuto Yahoo answers e Stack overflow. Devo poter associare i post a categorie (Y. answers ) o tag (Stack overflow) in modo da creare una base di conoscenza in cui poi le persone possono pescare.

- Voti. Ogni risposta è votabile dai colleghi (pollicioni)

- Esperti. Ci si può candidare come esperti di una categoria o tag. A questo punto le domande o i post riguardanti quel tag o categoria verranno inviate di default alle persone, con un alert aggiuntivo.

C’è altro? Probabilmente si, siamo solo agli inizi. Mi in ogni caso le attività che questi sistemi sono destinati a supportare richiederanno comunque e sempre un impegno di personalizzazione relativamente alle singole organizzazioni (è il motivo per cui usare Twitter non è la scelta più indicata).

A supporto di quanto dico vi segnalo una serie di risorse molto interessanti sull’argomento

Twitter-like tools for enterprise. Un bellissimo articolo sull’inserimento di questi tool per gestire la conoscenza fluida. Quoto:

“internal microblogging allows people to talk about things that they can’t talk about externally. It’s potentially a form of catharsis. An interesting metric – on Twitter, 80% of traffic is social. On internal microblogging platforms, 80% is professional. That changes the way we need to think about these tools. There’s a need to separate the wheat from the chaff – how to balance the big talkers from the important talkers? One of the panellists reported that he stopped using twitter because the loudest and most verbose people used it; while more innovative/quiet people didn’t use it – quality vs quantity.”

Twitter on your intranet: 17 microblogging tools for business. Un bell’articolo di Dion Hinchcliffe sui motivi organizzativi e tecnologici per i quali è meglio installare una piattaforma all’interno, invece di usare un prodotto esterno. Inoltre Dion cita ben 17 prodotti che si possono utilizzare. Tra l’altro cita anche un prodotto open source, ovvero Laconica.

Anche Andrew McAfee dedica un post all’argomento, concentrandosi però sui vantaggi del “modello” twitter, mentre Gil Yehuda riconosce che a livello enterprise Twitter è davvero primitivo, e afferma con decisione che se vogliamo usare questi sistemi internamente i pattern di adozione sono molto più complessi e ci deve essere uno scopo organizzativo ben preciso. In ogni caso, come dice Oscar Berg, l’informazione ha bisogno fluire.

Finisco riproponendo il caso di Jitter, l’esperimento di microblogging di Janssen-Cilag australia e nuova Zelanda

giu
25

Altri case studies di profili personali su intranet

Navigando tra gli arretrati del mio aggregatore scopro moltissime informazioni, davvero molto interessanti , che faccio molta fatica ad assimilare. In questo senso il blog diventa un ottimo strumento di riflessione e “digestione” delle tante suggestioni.

Sul tema dei profili personali, in particolare ho trovato delle segnalazioni interessanti, ad esempio Dorjem segnala una serie di casi che ha visto durante gli Intranets live 2009.

Ecco il post con le sue segnalazioni sui profili  personali di Nokia, Deloitte, e delle sua azienda (non so quale sia, ma è grande e  sta in Nuova Zelanda).

Nokia:

Deloitte:

Grande Azienda neozelandese:

In particolare è interessante il caso di Nokia, nel quale sono evidenziate molte funzionalità interessanti, tra cui l’indicatore di presenza della persona, la possibilità di inviare wia web un SMS alla persona, le competenze personali e le esperienze in azienda.

giu
24

Pacchettizzare il social networking

E’ buffo, perché mentre qui da noi si discute molto se fare o non fare social network interni, quali opportunità ci sono, se davvero è una cosa che può funzionare, e poi magari in questo momento non è il caso eccetera eccetera, ci sono, da altre parti, fior di società che ormai questo tema lo hanno assmiliato, metabolizzato, digerito e trasformato in offerta commerciale.

Quando mi imbatto nei siti di queste socieltà rimango a bocca aperta, vendendo che molte delle funzionalità che a volte vengono solo ipotizzate sono diventate delle features installabili nativamente.

Guardate per esempio Cubetree, e la sua gestione dei profili dei dipendenti, oppure Selectminds, con la sua offerta per il talent management. Insomma, c’è una grande attenzione ma anche una certa maturità dell’offerta.

Per concludere vi sognalo questo bell’articolo scritto dal CEO di un altro vendor (Mindtouch) che parla delle differenze tra i social network esterni e i social network collaborativi.

é interessante riportare le due tabelle esposte nell’articolo

Social Networks’ Characteristics Collaborative Networks’ Characteristics
One to one Group to group
Social interaction centered Objective and content centered
Achieving personal objectives Achieving group objectives
Individual enrichment Operational excellence
Results immeasurable Results measurable
Social Networks Solve Collaborative Networks Solve
Who wants to meet at the club? Who can give me access to financials, market reports and customer profiling?
What’s your favorite Mexican restaurant? What are the expectations of this project?
Why did they unfollow me? Why did we see a drop in Q3 revenue?
Dude, where is the company picnic? I thought we already did this work, where are those documents?
How was “Casablanca”? How do we cut costs and increase revenue?

giu
13

Le più belle slide sul nuovo knowledge management

Devo veramente ringraziare il vulcanico Quintarelli per aver segnalato questo bellissimo set di slide dedicate al rapporto tra knowledge management di prima generazione ed Enterprise 2.0.

Non posso fare a meno di segnalarle a mia volta, aggiungendo in appendice la breve presentazione che terrò la settimana prossima alla CGIL nazionale. Come noterete ho utilizzato, reinterpretandoli un po’, un paio di schemi di queste presentazioni, cogliendo la palla al balzo.

Enterprise 2.0 Knowledge Management – Getting started

Ed ecco la presentazione che terrò la settimana prossima. In realtà non c’è niente di nuovo, rispetto ad altre mie presentazioni recenti, ma tant’è…

mag
16

Appunti su community e social network

Nel mio quartiere, come in molti altri quartieri, ci sono alcuni luoghi topici e alcune pratiche consolidate: il mitico bar della piazzetta, l’edicola, il meccanico, la banca, il parrucchiere, la pulizia delle strade eccetera. Ciascuno di questi luoghi è legato a persone, e le persone sono in qualche modo legate tra di loro. Il meccanico mi consiglia di andare dal suo amico carrozziere, la barista mi segnala un fisioterapista vicino, poi scopro che il fisioterapista è amico del mio barbiere.

Dato che l’edicolante ha imparato a conoscermi tira già fuori il mio giornale quando entro, il barista prepara il caffè macchiato mentre il barbiere mi chiede se conosco qualcuno per fargli il sito web (sigh). Nel negozio di Computer entra il vicino di casa, e scopro che anche lui si occupa di Rete. Il ferramenta, che conosce il mio portinaio, sa quali sono le dimensioni della rete per il mio balcone.

Il portinaio, che conosce tutti, mi consiglia di rivolgermi ad un corniciaio in fondo alla strada per le mie stampe. Poi scopro che il corniciaio è il padre del mio medico. Potrei continuare, ma fermiamoci qui.

Sarete d’accordo che tutto questo, di fatto, costituisce un social network.

Ma è anche una community? Pensiamoci un momento: fin qui ho solo tracciato delle semplici connessioni tra persone e dei comportamenti legati alla conoscenza reciproca. Niente di tutto questo, a rigore, potrebbe essere definito “comunità”.

Proviamo ora ad arricchire il quadro: la barista mi fa credito perché oggi ho dimenticato i soldi, e lo stesso fa l’edicolante. Seduto al tavolo di fuori ci sta “Paolo” una persona che ha avuto un grave incidente che l’ha menomato e ora sta seduta tutto il giorno a bere birra: tutti lo conoscono e scambiano talvolta qualche parola con lui.

Il ferramenta mi chiede a che cosa mi servono quei tasselli: glielo dico e lui scuote la testa e me ne consiglia altri. Accetto il consiglio perché mi fido di lui e mi è anche simpatico. Il meccanico mi offre il caffè mentre gli spiego che mi si è rotta la macchina a Trastevere: gli lascio le chiavi perché la vada a prendere lui e la sistemi. Al bar firmo la petizione per mettere un semaforo sulla strada principale, poi mi citofona il barista perché sulla panchina della piazzetta hanno trovato il mio maglione. Il salumiere mi dice che da giugno chiude: gli chiedo come mai e parliamo per 20 minuti.

Nella prima rappresentazione stiamo parlando di connessioni, relazioni, comportamenti codificati legati alle relazioni, mentre nel secondo caso entrano in gioco fiducia, curiosità, coordinamento reciproco, rituali di rispetto, ruoli emergenti.

Solo passando a questo secondo livello possiamo cominciare a definire un oggetto sociale come “community”, (anche se manca ancora qualcosa, ovvero l’autopercezione di esserlo, unita ad un tema o contenuto, o situazione aggregante ben definita).

Community o social network?
Come sappiamo, il panorama delle parole-chiave che esprimono le pratiche cooperative e aggreganti in rete si sta facendo affollato, e spesso si rischia di andare un po’ fuori strada mescolando in un’unica visione oggetti sociali in realtà assai differenti. A questa confusione contribuisce, per giunta,  la mancata distinzione tra l’oggetto sociale che cerchiamo di descrivere e gli strumenti che dovrebbero supportarne le attività: community, social network, gruppi di discussione e di lavoro si sovrappongono così alle tecnologie che in teoria dovrebbero renderli possibili: forum, profili personali, blog, wiki, spazi di condivisione eccetera.

Ora, se prendiamo in esame community e social network ci accorgiamo che le differenze risiedono meno nelle tecnologie che dovrebbero supportare ciascuno di essi e molto di più negli scopi, nei bisogni sottostanti e nelle dinamiche sociali che ciascuno di essi incarna.

Proviamo ad esaminarli uno alla volta:

Temi vs. identità
Una community richiede un tema o una situazione aggregante condivisa, laddove un social network richiede solo un’identità esplicita attraverso la quale entrare in contatto con altri. Questi temi o situazioni posso essere molto diversi: la passione per un prodotto, il coabitare nello stesso territorio, possedere una competenza specifica, vivere un problema comune, lavorare ad un progetto condiviso.

Bonding vs. bridging
Nel suo bellissimo libro “Uno per uno, tutti per tutti“, Clay Shirky distingue tra capitale di bonding e di bridging di un sistema sociale: il primo esprime il grado di fiducia reciproca e di profondità delle relazioni mentre il secondo esprime la quantità di connessioni possibili.

Nelle sue parole si può capire la differenza considerando “il numero di persone a cui prestereste del denaro senza chiedere quando vi sarà restituito; una crescita nel capitale di bridging aumenterebbe il numero di persone a cui siete disposti a fare un prestito, mentre un aumento del capitale di bonding aumenterebbe la somma che prestereste alle persone già nella lista“.

Mentre in una community che si rispetti tende ad aumentare il capitale di bonding, in un social network aumenterà di norma il capitale di bridging.

Collettività vs. individuo
Non esiste una community senza un minimo di consapevolezza di esserlo. Questo fatto legato all’autorappresentazione di sé come di un membro è spesso tralasciato ma è determinante: mentre in un social network le persone restano individui che intrattengono relazioni più o meno omogenee con altri, nelle community si verifica il passaggio ad una qualche forma di “noi” (noi sviluppatori, noi cittadini del quartiere, noi che abbiamo l’epatite C ecc). Questa consapevolezza (o “percezione condivisa”) può essere minima oppure molto pronunciata, ma non può mancare del tutto. È per questo che fare parte della stessa palestra o dello stesso condominio non significa necessariamente fare parte di una community.

Pratiche vs. vantaggi
Le community legano, in qualche modo, la loro sopravvivenza alla partecipazione ad una qualche pratica condivisa. Questa pratica può essere cognitiva (auto aiuto su questioni tecniche) o affettiva (autoaiuto tra malati di epatite c) o può essere progettuale (lavorare assieme per migliorare qualcosa) oppure identitaria (rafforzare la propria identità di satanisiti). In ogni caso esiste una pratica sottostante che alimenta la vita della community, laddove la vita di un social network è legata alla capacità dello stesso di creare relazioni ricche e significative tra individui.

Una diretta conseguenza di questo punto (così come di quello legato all’autorappresentazione) è che, nei fatti, una community è sempre una community che diviene community nel corso del tempo. Non è un oggetto che nasce con un preciso attributo, ma una dinamica che cresce e si modifica nel tempo.

Contenuti Vs. identità
In conseguenza del punto precedente, le community mediano le loro relazioni in base ai task e ai contenuti prodotti dalle persone, mentre nei social network le relazioni sono per lo più legate alle identità che le stesse persone decidono di darsi.

Cooperazione Vs. hub
Qualsiasi community, durante il suo ciclo di vita, evolve verso forme più o meno codificate di coordinamento o cooperazione. Le persone cominciano a darsi dei ruoli, dei compiti, dei vincoli specifici, laddove i social network richiedono invece la presenza di legami deboli ma molto estesi e la presenza di hub capaci di tenere assieme le diverse “aree” del network”.

Fiducia Vs. connessioni
Infine, le community aumentano il loro valore attraverso l’aumentare della fiducia reciproca tra i membri, mentre nei social network il valore è costituito unicamente dal numero di connessioni e quindi di relazioni possibili.

Ho rappresentato tutto questo nello schema sottostante.

Community

Social network

Richiedono un tema aggregante

Richiedono un’identità esplicita

Aumento progressivo del capitale di bonding

Aumento progressivo del capitale di bridging

Richiedono un’autorappresentazione come collettività

Richiedono un’autorappresentazione come insiemi di individui

Legano la loro sopravvivenza ad una pratica condivisa

La loro sopravvivenza alla ricchezza delle relazioni possibili

Le relazioni sono mediate dai contenuti prodotti dai partecipanti

Le relazioni sono mediate dall’identità dei partecipanti

Richiedono un medio grado di cooperazione e coordinamento

Richiedono connettori e hub

Il loro valore aumenta con l’aumentare della fiducia e della cooperazione reciproca

Il loro valore aumenta all’aumentare del numero di connessioni

È ovvio che le due situazioni non sono mutualmente esclusive: le situazioni possono evolvere in un senso o nell’altro man mano che si verificano alcune condizioni a contorno. I social network possono creare community, e alcune community possono rappresentare il nucleo di nuove evoluzioni e connessioni man mano che cambiano la loro configurazione.

Ci sarebbero naturalmente da analizzare molti altri aspetti, ad esempio relativamente alla storia che ogni oggetto sociale possiede ed al ruolo che gioca all’interno delle dinamiche, o al rapporto tra autorappresentazione e azione collettiva, o al ruolo della leadership, alla coesione delle community e al grado di impegno che richiedono e così via. Argomenti difficili, che il sottoscritto è ben lontano da poter esaurire.

Quello che però mi premeva mostrare è che se affrontiamo questi argomenti più da vicino, con un occhio rivolto alla progettazione, ci accorgiamo che ci sono molti temi che è necessario affrontare: non basta aprire uno spazio, usare uno strumento e lasciare che tutto si componga in qualche modo.

E questo è tanto più vero sul piano degli ambienti organizzativi, nei quali la progettazione di tali spazi dovrebbe rispondere a scopi specifici.

Attorno a che cosa si aggregano le persone nell’organizzazione? Quali sono le pratiche condivise? Qual è l’autorappresentazione degli individui rispetto all’organizzazione o al loro settore? Come sentono le persone la loro identità?

Queste sono alcune delle domande che dovremmo porci. Non sono domande facili, ma credo siano le domande giuste.

mag
14

Intranetmanagement a CRM TV

Per chi fosse interessato, vi segnalo due miei video-interventi pubblicati su CRM TV (un sito con un’usabilità che lascia davvero a desiderare, ma lasciamo perdere).

io_a_crm_tv

Gli interventi – sapientemente montati dal team che se ne è venuto a casa mia con tutto un ambaradam di telecamere microfoni ecc ecc – riguardano la nuova comunicazione interna e le tecnologie a supporto, e sono articolati secondo due format inventati da questi ragazzi:

Il pezzo di libreria in sottofondo era la cosa più dignitosa di casa mia che potevo mostrare, e vabbè.

Buona visione a tutti.

mag
10

La coda lunga delle community interne

Quello che segue è la sintesi di una mia personale ricerca relativa ai comportamenti dei colleghi all’interno di spazi di community in intranet. Le community in questione sono spazi che ho seguito in prima persona o che ho comunque contribuito, in modi diversi, a progettare (o che o seguito comunque da vicino). Si tratta quindi di dati reali, desunti dalle statistiche di accesso.

Lo scopo di questo articolo è mostrare come gli andamenti tipici di una community si discostino dalle usuali distribuzioni che riscontriamo in azienda e di cercare di riorientare alcune aspettative che a volte emergono a livello manageriale. Infine cerco di dare alcuni consigli utile a valle delle conclusioni a cui è possibile arrivare osservando i dati.

Oltre la gaussiana

Siamo stati abituati, sia in azienda che nel mondo reale, a considerare le distribuzioni dei comportamenti e più in generale di dati riguardanti grandi numeri secondo un andamento gaussiano. Ciò significa che, se in prima battuta dovessimo chiederci come si distribuiranno i contributi dei partecipanti ad una community interna, ciascuno di noi sarebbe portato a pensare “beh, ci sarà una minoranza che darà molti contributi, un’altra minoranza che ne darà pochissimi, mentre la percentuale maggiore sarà una via di mezzo tra questi estremi

In poche parole, il tipo di distribuzione che in genere si tende ad aspettarsi è qualcosa del genere:

Distribuzione ipotetica contributi community interne

Questo varrebbe certamente se provassimo a misurare le altezze dei dipendenti, e anche nelle schede di valutazione del personale ci si aspetta in genere un andamento di questo tipo: pochi fuoriclasse, pochi brocchi e un sacco di persone che stanno in mezzo tra queste due classi.

E allora perché non dovrebbe essere lo stesso nelle community aziendali? Beh, non è così. Se andiamo a tracciare l’effettiva frequenza dei contributi all’interno di una community aziendale, in genere quello che otteniamo è qualcosa di simile:

Distribuzione reale dei contributi nelle community interne

Ovvero, troviamo pochissime persone che hanno dato tantissimi contributi e tantissime persone che ne hanno dati pochissimi.

Questo strano andamento non è, come noto, una grande novità: se consideriamo le vendite di Amazon, i contributi su Wikipedia, i tag su Flickr o la distribuzione delle parole-chiave digitate su Google in un giorno qualsiasi troveremo in tutti questi casi lo stesso andamento, ovvero diverse istanze della cosiddetta “coda lunga“, la quale non è altro che una variante (una variante, non un’applicazione) del principio di pareto il quale a sua volta rappresenta un tipo di distribuzione secondo la legge di potenza.

E’ noto come la distribuzione secondo la legge di potenza sia considerata oggi la più comune distribuzione all’interno dei social netowrk di qualsiasi tipo (ecco una risorsa tra le tante, che vi consiglio di leggere). Le reti sociali funzionano insomma seguendo uno squilibrio fondamentale nel quale alcuni soggetti sono molto, ma molto al di sopra della media, e moltissimi soggetti sono poco al di sotto della media.

Uno strano andamento

Considerate le seguenti distribuzioni, entrambe ricavate da reali spazi di community interni. In ascissa trovate i diversi contributori, uno per uno, mentre in ordinata trovate il numero di contributi di ciascuno.

Serie ordinata per numero di contributi in una community interna 01

Numero contributori: 680
Numero contributi: 11.666
Contributore “top”: 1.049 contributi
Media: 17
Moda: 1
Mediana: 3

Serie ordinata per numero di contributi in una community interna 02

Numero contributori: 7.329
Numero contributi: 376.221
Contributore “top”: 3.610 contributi
Media: 102
Moda: 1
Mediana: 4

Come potete vedere hanno un andamento simile, ovvero un andamento a coda lunga. La moda, ovvero il valore più frequente, è 1 (un solo contributo), la mediana, ovvero il valore che divide in due la serie, è tendenzialmente molto al di sotto della media, mentre la media stessa diventa un valore irrilevante in questo contesto, poiché mette assieme comportamenti totalmente disomogenei.

Come potete osservare, in entrambi i casi ci sono alcuni soggetti (che chiameremo “champions“) che hanno collezionato un numero sorprendente di contributi; eppure “il grosso” dei contributi stessi non è dato da loro, ma dai soggetti che hanno contribuito con 1, 2, 3 contributi ciascuno e che formano la “coda lunga” della community.

Comportamenti ricorrenti

Potrebbe sorgere il dubbio che gli andamenti sopra riportati siano delle eccezioni, e che vi siano delle variabili non considerate (tipo di contenuti inseriti, contesto organizzativo, dinamiche di community management, tecnologie a supporto ecc) che hanno deviato il comportamento verso quegli esiti.

Tuttavia, se allarghiamo il campo ad altre community reali, dati alla mano, vediamo che i comportamenti dei partecipanti tendono ad assomigliarsi, indipendentemente dal tipo di contributi: pochissimi contributori con tantissimi contenuti, tantissimi contributori con pochissimi contenuti.

Serie ordinata per numero di contributi in una community interna 03

Numero contributori: 1.528
Numero contributi: 27.530
Contributore “top”: 886 contributi
Media: 18
Moda: 1
Mediana: 3

Serie ordinata per numero di contributi in una community interna 04

Numero contributori: 1.931
Numero contributi: 195.580
Contributore “top”: 8.284 contributi
Media: 101
Moda: 1
Mediana: 2

Serie ordinata per numero di contributi in una community interna 05

Numero contributori: 516
Numero contributi: 3.961
Contributore “top”: 195 contributi
Media: 8
Moda: 1
Mediana: 2

Serie ordinata per numero di contributi in una community interna 06

Numero contributori: 583
Numero contributi: 4.731
Contributore “top”: 428 contributi
Media: 8
Moda: 1
Mediana: 2

Possiamo notare solo una lieve differenza nella community 3, dedicata alla scrittura di recensioni, nella quale la “testa corta” è lievemente più popolosa che negli altri casi. Darò più avanti la mia interpretazione a riguardo.

Aggiungo che si tratta, in tutti i casi esaminati, do community attive da molto tempo e per le quali, di conseguenza i patterns possono considerarsi consolidati.

Da quello che abbiamo visto emergono comportamenti inequivocabili, ovvero il fatto che emergano alcuni leader della communityche per una serie di ragioni legate all’interesse personale o alla collocazione organizzativa fanno da traino verso tutta la communty e il fatto che la maggior parte dei contributori si limiti a pochi contributi.

Patterns

Avendo vissuto dall’interno l’andamento di queste community vorrei provare a dare qualche indicazione e qualche pattern utile, che possa servire per la progettazione.

Scordatevi le medie
Quanti sono i contributi medi per persona? Quante sono le pagine viste medie per persona? Sono domande che spesso saltano fuori nel ciclo di vita del progetto e le cui risposte ritroviamo nei report che vengono consegnati ai manger. tuttavia, come abbiamo vistro, si tratta di una domanda fuorviante, perché nel caso di distribuzioni di questo tipo la media  è un valore che perde di significato e appiattisce in maniera inaccettabile i dati.

Abbassare la soglia tecnologica
Uno dei manager di una della community che ho mostrato, una volta mi ha detto (testuali parole) “Sai, finché avevamo sharepoint tutto era gestibile, perché il sistema era complicato e scoraggiava le persone. Da quando abbiamo semplificato la procedura per inserire contenuti la cosa è diventata ingestibile“. Questo è a mio parare un grande insegnamento: le tecnologie possono, a volte, rappresentare un deterrente invece che un fattore abilitante. Tecnologie complicate = barriera all’ingresso = pochi contributi. Non è un fatto di motivazione ma di semplici rapporti costi/benefici che ciascuno di noi fa durante l’attività quotidiana.

Allungare la coda
Le community che ho mostrato evidenziano un discreto numero di contributori e, in certi casi, un altissimo numero di contributi. Eppure, in tutti i casi esaminati, quell’insieme è solo un sottoinsieme di un insieme più grande che è la popolazione aziendale. La vera scommessa organizzative non è pertanto quella di “aumentare la media“, bensì quella di agganciare pezzi di azienda che non sono entrati e pertanto restano fuori anche dalla coda lunga. Questo si può fare

  • abbassando, come visto sopra, la soglia tecnologica d’accesso
  • Allargando il campo tematico a disposizione, e permettendo quindi a nicchie interessate di ricavare il proprio spazio all’interno dell’ambiente
  • stimolando le persone con attività di “pushing” redazionale
  • rendendo i champions protagonisti a loro volta delle attività promozionali
  • Lanciando in certi casi dei temi “caldi” (e talvolta controversi)
  • Facendo intervenire in management

In ogni caso considerate che una fascia della popolazione che non partecipa attivamente (e pertanto non rientra nei grafici sopra illustrati) e comunque lettrice attiva.

Pertanto è sempre necessario distinguere tra chi “legge ma non scrive” e chi “né legge e né scrive” (quelli che io chiamo “la sora Lella“).

Inspessire la coda

Come dicevo, allungare la coda è il compito principale che un community manager dovrebbe avere. Tuttavia è necessario allo stesso tempo considerare lo “spessore” della coda, ovvero la vitalità della community e dei suoi contributi. una community fatto solo di contributi unitari può andare bene per eventi speciali localizzati nel tempo, ma risulta perdente sul lungo periodo. Inspessire la cosa significa di fatto:

  • che aumenta l’interesse medio dei membri
  • che aumentano le relazioni tra i membri
  • che aumenta il grado di inserimento della community nelle attività operative

In questo la flessibilità del sistema nel gestire nuovi progetti e nuove proposte diventa fondamentale: la community deve essere pronta, sul piano tecnologico ed organizzativo, a mutare di forma per accogliere nuove istanze di collaborazione.

È inoltre importante che i membri si riconoscano come parte della community, ovvero che associno questi spazi a qualcosa di loro e allo stesso tempo a qualcosa di collettivo di cui fanno parte. Non un tram da cui si sale o si scende a piacimento, non un guardaroba ma un gruppo con relazioni, ruoli, regole, compiti e una autorappresentazione positiva.

Gestire i champions
Le community aziendali producono champions, ovvero leader identificati. Questi leader vanno messi in gioco e vanno tenuti in considerazione, poiché assolvono la funzione di produttori principali, di apripista, di moderatori della community stessi. Il community manager dovrebbe instaurare con loro un rapporto privilegiato e il sistema stesso dovrebbe mettere in evidenza il loro operato.

Complessità e facilità dei task
Dare un voto ad un commento è più facile che inserire un commento; inserire un commento è a sua volta più facile che  creare un post; creare un post è a sua volta più facile che caricare un tutorial formativo completo autoprodotto. Il tipo di task sulla base dei quali si forma una community è fondamentale per capire come valutare gli andamenti.

Più il task è facile e più, mediamente, si allungherà la coda dei contributi; viceversa, più il task è, mediamente, complesso, e più la coda tenderà ad inspessirsi, lasciando però fuori ampi pezzi di popolazione aziendale. Ogni community che si rispetti deve essere in grado di ospitare task semplici e task complessi, venendo incontro alle diverse capacità (e livelli di motivazione) dei partecipanti.

Se per partecipare è necessaria una laurea in ingegneria è probabile aspettarsi un andamento diverso (e lo vediamo, in minima parte, nella communty 3, dove il task è costituito da recensioni strutturate, che richiedono quindi un certo tempo e una certa capacità di scrittura).

Attendo con ansia osservazioni, contributi, critiche, dubbi.

Ciao!

mag
4

Intranet identity: il mio intervento al prossimo Barcamp della P.A.

Cari lettori, come sapete il Barcamp InnovatoriPa, ovvero il barcamp dedicato alla Pubblica Amministrazione, è ormai alle porte (13 maggio alla Fiera di Roma, per chi fosse interessato), e questa volta ho deciso di partecipare con un mio intervento (se riuscirò a farlo, visto il bizzarro format che si sta configurando. *Leggetelo con attenzione*).

E così ho deciso di condividere con voi – in anteprima – la presentazione che vorrei fare, in modo da dare alle persone uno spunto in più per l’eventuale discussione.

Si tratta di una presentazione centrata sul concetto di identità e su come questo concetto, usato in vari modi nei social network, sia di fatto il ponte concettuale per passare dalle intranet 1.0 alle intranet 2.0 nelle organizzazioni.

La presentazione utilizza un set di foto bellissime, prese dal lavoro di Aldoaldoz su flickr.

Per la cronaca: ieri ho inserito la stessa presentazione -  tradotta in inglese – su Slideshare e lui stesso in persona l’ha inserita tra quelle “featured” sulla home page. Vi confesso che è stato un autentico momento di gloria per il vecchio Sliderman.

Momenti di gloria: la mia presentazione in home page su slideshare

apr
2

Patterns per il social web

Come probabilmente saprete, esistono dei wikipatterns per progettare bene un wiki interno. Quello che non sapevo (l’ho saputo grazie a Luca Zappa su Computerworld) è che eisiste un sito analogo per la progettazione dei social network.

Designing social interfaces è un wiki che descrive tantissimi patterns per la progettazione di interfacce di ambienti sociali, costruito attorno a tre chiavi portanti:

Che peraltro assomigliano molto alle tre chiavi (idenità, contenuti, relazioni) che avevo identificato a suo tempo, ma passiamo oltre.

Gli autori sono Erin Malone e Christian Crumlish, autori anche del relativo libro. Ci sono moltissimi consigli utili e soprattutto molte indicazioni rispetto a quando usare uno piuttosto che l’altro.

Ed ecco la presentazione relativa su Slideshare

mar
17

Alcune segnalazioni

E’ una risorsa vecchia ma ve la segnalo lo stesso perché offre anche l’excel da scricare: Una guida completa alla creazione dell’inventario dei contenuti del vostro sito (o intranet).

Intranetfocus ha aggiornato (al 2007) il suo documento Introduzione alla intranet governance

Remindo ci promette un buon sistema di microblogging per intranet. Qualcuno lo vuole provare?

Ecco infine una bella lista di 40 prodotti open source da scaricare per creare social network

Ciao ciao

feb
18

E son soddisfazioni…

Come forse ricordate sono alle prese con la costruzione e la gestione di un social network tecnico-professionale per persone che lavorano in un grande call center. Persone con la cuffia in testa che rispondono al cliente e hanno il bisogno di scambiarsi informazioni rapide oltre che quello di aggiornanrsi continuamente su prodotti, tariffe, soluzioni tecniche.

Il social network è già in piedi da un po’ (con il nome di “Campus” – sottotitolo: “Costruiamolo insieme”) e oggi, a commento di un post inserito dalla redazione nel “blog della Redazione” è arrivato questo commento:

'Redazionissima' io non pensavo mai di poter imparare quanto sto imparando dal 'nostro' social network  'Campus' , di conoscere tante persone in gamba e preparate come voi e tutti i colleghi che ora mi sento di poter chiamare anche 'amici'. Non vi nego che all'inizio sono rimasta un attimo spiazzata dall'apertura di Campus e che ho anche pensato: 'eccoooo!! una delle nuove trovate aziendali'. Bene ci è voluto un po’, ma non troppo,  per ricredermi sulla sua utilità e funzionalità e per aderire all’idea che fare network è per davvero un gioco da ragazzi!!:D). Ringrazio personalmente tutti voi della redazione per aver creduto in questo progetto e averlo potuto rendere fattibile. Il mio augurio e che si possa continuare su questa linea, crescere nelle idee e nelle realizzazioni ed ovviamente di avere sempre più nuovi campusiani d.o.c (denominazione di origine campusiana) e d.o.s (denominazione di origine simpatica). Ops......  dimenticavo, 'redazionissima' noi siamo in attesa di poter organizzare il ;nostro; raduno. Per info e suggerimenti siamo a completa disposizione.... :D

Giuro che non abbiamo pagato la collega…:-)

Lo riporto in calce

‘Redazionissima’ io non pensavo mai di poter imparare quanto sto imparando dal ‘nostro’ social network  ‘Campus’ , di conoscere tante persone in gamba e preparate come voi e tutti i colleghi che ora mi sento di poter chiamare anche ‘amici’. Non vi nego che all’inizio sono rimasta un attimo spiazzata dall’apertura di Campus e che ho anche pensato: ‘eccoooo!! una delle nuove trovate aziendali’. Bene ci è voluto un po’, ma non troppo,  per ricredermi sulla sua utilità; e funzionalità; e per aderire all’idea che fare network è per davvero un gioco da ragazzi!!:D). Ringrazio personalmente tutti voi della redazione per aver creduto in questo progetto e averlo potuto rendere fattibile. Il mio augurio e che si possa continuare su questa linea, crescere nelle idee e nelle realizzazioni ed ovviamente di avere sempre più nuovi campusiani d.o.c (denominazione di origine campusiana) e d.o.s (denominazione di origine simpatica). Ops……  dimenticavo, ‘redazionissima’ noi siamo in attesa di poter organizzare il “nostro” raduno. Per info e suggerimenti siamo a completa disposizione…. :D

Collega, grazie a te!