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Ott
13

Quando la cassetta delle idee produce spazzatura

Bad-Idea-

Un articolo molto interessante di Joahn Aurik, di A.T. Kearney, fa il punto sulle iniziative di Idea management, che sempre più fanno capolino sulle intranet di tutto in mondo.

Il suo punto di partenza è piuttosto sconsolato, e parte dalla dichiarazione di un Dirigente che commenta un episodio realmetne afvvenuto nella sua azienda:

Non molto tempo dopo aver creto una cassetta delle inee in intranet, con le campane e i fischietti delle ultime tecnologie social-media, un dirigente si lamentava: Tutto ciò che otteniamo sono un sacco di piagnistei e idee talmente sconclusionate che non potrebbero essere implementate in un milione di anni.

E allora, che succede? Succede, come spiega bene l’articolo,  che una tecnlogia di collaborazione o crowdsourcing, da sola, non è in grado di generare valore, ma inizia a crearlo solo a patto che ci siano alcune condizioni.

E sono tutte condizioni organizzative. L’articolo ne elenca alcune, tratte sempre da casi reali:

  • cambiare la proposta: non chiamre più l’iniziativa “cassetta delle idee” ma, ad esempio “cassetta delle soluzoni”;
  • invitare le persone chiedendo loro un suggerimento su un tema specifico, facendole convergere su una proposta precisa;
  • dare feed back continuamente alle persone su quello che sta succedendo attorno alla loro proposta;
  • permettere alle persone non solo di inviare proposte, ma anche di selezionare e votare le proposte migliori;
  • invitare le persone individualmente, e non con email di massa;

La conclusione dell’articolo è condivisibile e saggia, e fa appello all’ingeneria della partecipazione invece che alla fanatica acquisizione tecnologica:

gli strumenti social e di collaborazione, da soli, non creano un flusso di idee e innovazioni. Ma possono essere efficaci nel convincere le persone a impegnarsi per alcuni problemi e a offrire spunti di riflessione. Per attivare le potenzialità inespresse dai dipendenti rinchiusi nei loro silos tutto quello che dovete fare è porre le domande giuste.

Gen
5

Il gallo cerca casa, e la intranet diventa virale

Molto carina questa presentazione che mostra come un galletto di nome Norris alla ricerca di una nuova casa sia diventato un vero tema virale nella intranet della federazione delle piccole imprese britanniche, aumentando l’interazione, l’interesse e le visite.

Le persone non solo hanno visitato di più la intranet, ma hanno imparato meglio ad usare le sue funzionalità più avanzate e le sezioni più “social”.

Alla l’utilizzo è cresciuto del 20%. Ci vuole solo un po’ di coraggio e fantasia. Comunicatori interni, ci proviamo?

Set
9

Il community management passo per passo

Vale veramente la pena dare anche più di un’occhiata a una presentazione uscita a luglio da parte di Communityrountable, una società di Boston che aiuta le organizzazioni a sviluppare community di diversa natura sia interne che esterne. Producono anche tantissime ricerche e fanno dell’orttima divulgazione.

Il documento che vi segnalo su Slideshare si intitola Community management fundamentals, e anche se è rivolto all’esterno i principi che sono espressi (iceberg, ritmo, tempo ecc..) valgono allo stesso modo per le community interne.

Ottimi schemi e ottime immagini: da leggere e studiare attentamente.

 

Nov
8

Il community manager? Non è un optional

Vi voglio segnalare il lavoro di un giovane studente della business school di Warwik (tra l’altro notate che sito spettacolare), Kostas Kastrisios, che esplora la figura del community manager interno, ovvero della o delle persone che organizzano, animano, gestiscono, supportano e fanno crescere le community e i social network interni alle organizzazioni.

Lo scopo della sua tesi è dimostrare, basandosi su casi di studio reali (con l’ausilio di aziende come Yammer e Jive) come queste figure siano essenziali (capito? Essenziali) affinché una community interna abbia successo. Il lavoro è accademico, ma lo stile è anglosassone quindi attenzione: la tesi è breve, chiara e talmente strutturata che ne esiste anche una versione tabellare alla fine.

Il lavoro è diviso in tre parti

  • perché nei progetti di community aziendali emerge oggi la necessità del community management;
  • il communty management in pratica;
  • i benefici riscontrabili per l’azienda e per le persone.

Uno spettacolo.

Ecco l’articolo in cui sintetizza i risultati della ricerca, ed ecco il link al PDF da scaricare. Buona lettura a tutti i community manager nostrani :-)

Set
27

15 consigli per una community interna coi fiocchi

Nell’affollatissimo panorama di post che danno buoni consigli su come aumentare la partecipazione, l’adozione  e l’engagement dei dipendenti ai progetti social interni (bastino ad esempio articoli come  Employee engagemente and intranets di Steptwo oppure Social intranet Adoption di IBF o ancora For Enterprise Social Networks, how much adoption is enough? di Yammer e così via per decine e decine di post) spicca un post recente apparso sul blog di Thougtfarmer.

Il post, oltre a dare 15 buoni consigli per coltivare una community interna cerca anche di formalizzare un po’ il fenomeno “community”, distinguendo (come anche io faccio più o meno negli stessi termini e come ormai vedo che viene fatto abitualmente in  letteratura) tra gruppi funzionali, team di lavoro, comunità di pratica e comunità di interessi (io in genere aggiungo un quinto livello che è quello dei veri e propri network o “ecosistemi”, ad esempio nelle iniziative di idea management).

 

4-types-intranet-groups

 

Insomma, il post (che è in realtà il risultato di un workshop tenuto di recente) è un po’ più “solido” di quelli che si trovano in giro abitualmente, e pertanto lo segnalo volentieri.  Per comodità traduco anche almeno i titoli dei 15 consigli:

  1. Avere un responsabile della community
  2. Darsi da fare proattivamente per aggiungere membri
  3. Coltivare relazioni offline
  4. Raccogliere i bisogni dei membri
  5. Permettere ai nuovi arrivati di eseguire operazioni semplici (es. “presentati agli altri”)
  6. Fornire supporto e aiuto
  7. Mostrare quale è il “tono” della community
  8. Costruire un minimo di palinsesto
  9. Essere regolari con gli aggiornamenti, avere un ritmo
  10. Mantenere aggiornato il materiale ufficiale
  11. Trovare qualcosa di interessante per mantenere alta l’attenzione
  12. Valorizzare i partecipanti
  13. Collegarsi agli altri contenuti della intranet
  14. Includere informazioni di servizio della inranet
  15. Trasformare gli interventi della community in materiale strutturato.

Si potrebbe andare avanti ore e ore a elencare consigli come questi, e chi ha un po’ di dimestichezza con le community interne se che ci sono molti aspetti da considerare. In ogni caso trovo questi particolarmente di buon senso e tutto l’articolo è molto interessante.

Concludo il post con la canonica Call to action bloghereccia: e voi quanti ne avete adottati nella vostra azienda?

Ce ne sono altri che vi sentireste di dare? :-)

Apr
3

Perché l’approccio “installa e prega” non funziona

Ok, una recente ricerca di Gartner (a quanto pare esiste una ricerca di Gartner per ogni aspetto dell’esistenza, terrena e ultraterrena),ebbene una ricerca conferma una cosa che  chiunque gestisca una community interna ha imparato sulla sua pelle, ovvero che la creazione di spazi di collaborazione interna che non abbiano una proposta chiara è destinato al fallimento 9 volte su 10.

Questo approccio, chiamato dall’analista di Gartner “installa e prega”, è quello dominato unicamente dalle implementazioni tecnologiche le quali, una volta avviate, dovrebbero magicamente produrre la partecipazione dei dipendenti.

Beh, non è così: che si implementi un “obsoleto” forum interno usando phpBB o che si introducano modernissime forme di lifestreaming grazie a applicazioni di microblogging come Exo (o la una variante per Sharepoint come Beezy) il problema resta sempre quello di capire e fare capire agli impiegati perché qualcuno di loro dovrebbe scriverci dentro.

A volte su internet questo approccio funziona, ma noi non siamo in internet, come ci ricorda un bel post di Aaron Kim (Social business, the forest and the garden: Your intranet is not the Internet).

I questo senso potremmo dire che internamente non esistono tecnologie, ma solo e sempre iniziative. In altre parole le tecnologie non creano di per sé partecipazione, la abilitano solamente, ma il motore sta sempre da qualche altra parte, come la ricerca di Gartner ci spiega. E il primo passo per accendere il motore è avere una proposta chiara: tanto per capirci, formule come “è attivo il forum”, “dicci su cosa stai lavorando” non sono proposte chiare.

Gartner individua 5 caratteristiche che identificano una buona proposta (le trovate ben spiegate in questo post):

  • Magnetismo. La proposta deve offrire un vantaggio tangibile, in modo che le persone intuiscano un qualche vantaggio nella partecipazione stessa (es. risolvere problemi col PC).
  • Capacità di creazione di community. La proposta deve invogliare a creare contenuti da parte di tutti (se si basa sulla creazione di contenuti complessi abiliterà meno partecipazione).
  • Valore organizzativo. La proposta deve avere un chiaro obbiettivo di business riconoscibile da tutti.
  • Basso rischio. La proposta deve apparire poco rischiosa nella partecipazione delle persone.
  • Capacità di evolvere. La proposta deve caratterizzarsi per la sua capacità di evolvere e svilupparsi, anche sulla base della crescita della community.

E’ qualcosa di un po’ diverso dal semplice “vieni anche tu sul nostro forum”, no?

Mar
22

La (affascinante) roadmap della community UBM

Vi devo dire la verità, sono rimasto abbastanza colpito dal caso recente pubblicato da Community Roundtable a proposito del progetto di community interna realizzato da UBM nell’arco di tempo che va dal 2008 al 2012.

Ma non tanto per i contenuti del progetto (di fatto si parte da un wiki per poi mettere in piedi un blog del CEO e farlo crescere fino a creare una comunità ramificata), quanto per la bella rappresentazione visuale che ne viene data nel report, e in particolare per la legenda che descrive il tipo di attività che viene fatta nel tempo:

legenda attività community

roadmap costruzione community interna

La legenda, e la rodmap nella quale è inserita, riescono a sintetizzare molto bene quali tipi di attività diverse stiano dietro la costruzione di un processo del genere.

Potete leggere il (breve) report da qui, buona lettura :-)

 

 

Apr
16

Piccoli dettagli per aumentare la collaborazione

Generalmente sono piuttosto refrattario ai decaloghi di consigli, anche a causa della prolungata esposizione a liste insulse di consigli rimasticati, con cui spesso ci troviamo a fare i conti (anche, e soprattutto, in blog stranieri).

Se poi questi consigli riguardano la collaborazione tra colleghi e l’adozione dei sistemi social interni la diffidenza cresce: l’ingegneria sociale che sta dietro queste iniziative è in genere un’alchimia delicata di funzionalità e savoir faire. Tuttavia voglio fare un’eccezione e segnalare questo post di Interact , che di consigli ne elenca addirittura più di cinquanta: 53 ways to boost collaboration on your intranet. In realtà nel post ne elenca meno, rimandando al white paper gratuito per gli altri.

Al contrario di altre insipide liste questa mi sembra abbastanza sostanziosa, piena di buon senso e corredata da buoni esempi. Credo che nel complesso esprima bene lo stato dell’arte rispetto alle diverse “tattiche di coinvolgimento” per favorire la partecipazione ad ambienti social interni.

Del resto sappiamo bene che il diavolo si annida nei dettagli, e nell’articolo ne troverete molti.

 

Gen
12

Del perché creare cose cretine è meglio del non crearne affatto

Una delle cose che ci sentiamo spesso ripetere in riunione quando progettiamo ambienti collaborativi è “ma se poi cazzeggiano, si dicono cose inutili o si mettono a giocare? Questo non possiamo permetterlo”.

Questa cosa della paura del cazzeggio, del terrore che ogni cosa creata in azienda sia ben ancorata alla retorica della seriosa operatività (che mai del resto si ritrova nella realtà), beh, questa cosa non mi ha mai convinto.

Il fatto è che ho sempre pensato che l’atto di collaborare a qualcosa, a qualsiasi cosa, fosse già un passo in avanti rispetto al non fare assolutamente nulla. E non importa quale sia l’oggetto del collaborare: le persone, ho sempre pensato, stanno costruendo comunque capitale sociale nell’organizzazione.

Ok, ora non c’è nessuno al mondo, credo, che sia capace di dare forma rigorosa a questi pensieri più di Clay Shirky, lo studioso di cultura digitale del quale è uscito recentemente in italiano il secondo libro, Surplus cognitivo.

Shirky ha parlato di parte di questo libro alle TEd conference e oggi voglio segnalarvi il video del suo intervento, come al solito impeccabile quanto a chiarezza, lucidità e capacità di raccontare storie.

In questo video Shirky parla dei temi fondamentali del suo libro: delle motivazioni intrinseche alla collaborazione; di come i media digitali abbiano cambiato il panorama della collaborazione e abbiano fatto diventare il nostro tempo libero qualcosa di più di un tempo da occupare consumando; di come la collaborazione con i media digitali possa essere un veicolo per aggregare cose molto serie (le violenze in Kenia) o molto frivole(i LOLcats) , ma di come il suo motore interno resti lo stesso; e infine di come la radice da cui trae origine la collaborazione sia qualcosa che eccede le dinamiche economiche in cui comunemente ci riconosciamo.

La conclusione è chiara: se vogliamo una cultura della collaborazione attraverso i media digitali dobbiamo accettare anche le conseguenze frivole, dilettantesche, cretine di questa collaborazione.

Dura 13 minuti, e vi assicuro che ne vale davvero la pena (è sottotitolato in italiano).

Gen
4

La guida online per gestire comunità di pratica

RedHat ha pubblicato una guida online per la creazione e gestione di community.

Non l’ho ancora letta, ma la guida è molto ricca e dettagliata, inoltre ha un intero capitolo dedicato alle comunità di pratica, a partire dal bel libro di Wenger et al. Vi segnalo ance un post dove trovate una sintesi dello specifico capitolo, che espone i 7 principi per gestire una cop:

  1. progettate pensando all’evoluzione;
  2. unite interno ed esterno;
  3. Pensate a diversi livelli di partecipazione;
  4. Bilanciate pubblico e privato;
  5. Concentratevi sul valore;
  6. Mescolate familiarità e eccitazione;
  7. Date un ritmo alla comunità.

Nella guida trovate tante altre informazioni utili.

Gen
3

Agorà, la community di Inps

Grazie a un intervento all’interno del gruppo Facebook Indigeni digitali, animato dal buon Fabio Lalli,  ho scoperto il caso di Agorà, lo spazio community messo in piedi all’INPS e i cui risultati sono stati presentati l’anno scorso al Forum PA (per una volta che non ci sono andato, ecco).

Sul sito del Forum PA potrete trovare la presentazione fatta da Guido Ceccarelli (e anche scaricarla), oppure trovate un resoconto sul sito dell’INPS. Mi sembra un ottimo esempio, non solo nei risultati, ma anche nell’impostazione complessiva del progetto.

Per dare un respiro internazionale a questo post, vi invio a confrontare questo caso con quello relativo alle community in Electronic arts. Credo che i due casi si assomiglino, almeno nell’impianto di governance.

Dic
30

Intranet 2.0: spiegarla significa tradurla

Dobbiamo proprio concordare con Rachel Happe (co-fondatrice, ricordiamolo, di The community roundtable) sulla necessitò di tradurre, all’interno dell’azienda, le iniziative e le nuove funzionalità web in un linguaggio comprensibile a manager e stakeholder interni.

Rachel fa una serie di esempi per spiegare di che si tratta:

Social technologies and processes for internal use
Social Tool Use Case Translation Value
Blog for executives and subject matter experts Be more productive, interact with a lot more people, and repeat yourself less. Cuts duplicate effort, improves personal relationships, and provides faster action and reaction times.
Discussion board for project status updates Reduce email clutter and time lost managing it; centralize information so it’s easy to find even after employees leave. Saves up to 2 hours per day per person not having to manage project-related email, and increases knowledge capture and visibility.
Wiki for review cycles Cut down on time wasted finding the current version of documents and editing the wrong versions. Provides faster feedback and ensures you’re always contributing to the most current information. Cuts wasted effort.
Microblog for work updates among teams Reduce or eliminate project status meetings while staying more aware of project status. Saves up to four hours per person per week in time previously spent in meetings.
Internal social network that centralizes employee profiles and includes tags and expertise fields. More easily find subject experts in your organization. Reduces duplicate work, increases innovation, and cuts time spent looking for information.
Online chat tool that lets employees ask HR questions Lets you easily locate policies, documents, and other HR info Centralizes more of the HR team and reduces time spent looking for HR information.

A mio avviso questa operazione di traduzione non è affatto un tradimento: è anzi un banco di prova della bontà delle nostre iniziative di innovazione. Se riusciamo a trasformare, anche nel linguaggio, queste idee in qualcosa che coincida con gli obiettivi generali dell’azienda avremo per le mani qualcosa di più solido oltre che vendibile internamente.

Riusciamo a fare questa operazione per ogni cosa che ci passa per la testa?

Ecco l’articolo.

 

Dic
24

L’adozione della intranet 2.0 e i suoi dilemmi

C’è un aspetto che riguarda i social software interni e più in generale tutte le funzionalità avanzate di collaborazione e community che, fino a ora, non ero mai riuscito a chiarirmi: quanto dobbiamo lasciare libere le persone di adottare queste funzionalità e quanto invece dobbiamo costruire un contesto adeguato capace di dare un senso operativo a questi strumenti?

Naturalmente conosco bene l’importanza del community management, e io stesso battuto su questo tasto ripetutamente in questi anni. In buona compagnia peraltro: basta leggere ad esempio “Software is not enough“, di Rachel Happe o”6 Keys to Launching Successful Collaborative Intranet Groups“, o ancora “Enabling Participation: More Art Than Science“, solo per citare alcuni esempi, per rendersi conto di quanto sia diffusa la convinzione che sia *sempre* necessaria una qualche strategia di adozione.

Eppure c’è qualcosa che non mi quadra in questa posizione così netta: tutte le volte che un cliente mi parla del successo immediato del nuovo sistema di instant messaging o tutte le volte che leggo di come un qualche software di microblogging sia stato adottato seza problemi all’inerno di una certa realtà organizzativa, un campanello d’allarme suona nella mia testa.

In questo caso infatti non c’è alcuna “strategia di community management”, ma solo una logica Software as a Service (SaaS) nella quale un nuovo sistema viene messo online per fare fare ai dipendenti alcune cose (in genere comunicare) dopodiché vengono esaminati i risultati e i valutati comportamenti.

Come la mettiamo allora, SaaS o community management? Notate che le conseguenze della risposta influenzano l’organizzazione interna, il peso che le tecnologie assumeranno, le strategie di comunicazione e di analisi preliminare.

E la risposta è che queste due alternative non si escludono tra loro, e il dilemma tra “lanciare un software e vedere che effetto fa” e “costruire il contesto perché le persone lo utilizzino” è in realtà falso. Si tratta di capire che le due alternative sono in realtà due estremi di uno stesso spettro, nel quale vanno inseriti i diversi strumenti.

Spero che lo schema seguente mi aiuti a farmi capire:

Lo schema presenta:

  • nella parte alta gruppi di strumenti, in ordine di adottabilità SaaS;
  • nella parte bassa le relative strategie di adozione.

All’estremo sinistro dello spettro abbiamo gli strumenti che possono essere erogati in modalità SaaS, e man mano che ci spostiamo verso destra troviamo strumenti e funzionalità che necessitano sempre di più di modalità gestionali complesse.

Come vedete, all’estremo sinistro troviamo strumenti legati per lo più alla comunicazione, mentre all’estremo destro troviamo iniziative legate per lo più alla partecipazione attiva e alla produzione di contenuti. Come vedete, gli strumenti SaaS come la webmail o l’instant messaging necessitano in genere solo di policy e tutorial, mentre man mano che ci spostiamo verso destra le strategie di adozione diventano sempre più complesse.

Adottare in modalità SaaS un sistema di IM è quindi relativamente più “facile” che adottare gli RSS, che sono più facili della compilazione del profilo personale arrichito, il quale è a sua volta più facilmente adottabile dei commenti ai contenuti e così via, fino ad arrivare ai wiki o ai forum tematici.

Credo che questa soluzione, che vede SaaS e communtiy management lungo una linea di continuità, permetta di superare certe “anomaile di Kuhn” nelle quali talvolta ci capita di imbatterci (almeno per me).

Che ne dite? Intanto buon Natale a tutti.

Dic
23

Community manager interno, ho capito bene?

Matteo Sigismondi ha tradotto un articolo di HR communication dedicato al community management interno. L’articolo si intitola “I 13 ruoli di un community manager interno“. Da comico a psichiatra passando per mediatore e bidello.

Vi ci riconoscete?

Dic
17

Quando la generazione F entra in azienda

Marco Minghetti ha pubblicato la traduzione in italiano di parte di un articolo di Gary Hamel dedicato allo scontro culturale (e generazionale) tra le aspettative della generazione F (indovinate un po’ per cosa sta la “F”) in termini di “etica pratica” del management e la vecchia cultura manageriale che si respira nelle aziende. L’articolo originale si intitola significativamente “The Facebook Generation vs. the Fortune 500“.

In realtà l’etica – e l’estetica – della generazione F (meritocrazia, contributo dei pari, gerarchie emergenti, autoorganizzazione, eguale accesso alle opportunità, eccetera) più che un portato di Facebook sono piuttosto l’onda lunga dell‘etica hacker, che oggi arriva alla spicciolata all’interno delle organizzazioni e le sottopone ad un lento e inesorabile logoramento dall’interno.

<apocalittic mode on>E in fondo tutto quello che facciamo giorno dopo giorno per portare un po’ di innvoazione di rete nelle aziende non è altro che una parte di questo ineluttabile sgretolamento.<apocalittic mode off>

 

Ott
11

Progettare community con il motivational design

Dobbiamo ammetterlo: spesso ci barcameniamo tra progetti di community interne o di intranet “sociali” con solo una vaga idea di quello che succederà e, talvolta, anche con un’analoga incertezza su quello che dovrà succedere. Ad esempio, le persone potranno creare gruppi, votare i contenuti, creare un profilo ricco, guadagnare dei punti, o ciascuna di queste cose potrebbe essere indifferente o addirittura controproducente nell’economia complessiva del sistema?

L’analisi degli utenti, la progettazione basata su euristiche e standard riconosciuti e la nostra esperienza possono fare molto (assieme alla disponibilità e all’apertura mentale delle aziende, come ovvio) ma arrivano fino a un certo punto.

Qual è il pezzo che manca?  Progettare elementi partecipativi in un ambiente intranet dovrebbe sempre tenere conto di una domanda fondamentale: “perché le persone dovrebbero voler fare questo?” Insomma, per progettare qualcosa di davvero utile è necessario guardare in faccia le motivazioni delle persone. E, se possibile, incorporare queste motivazioni nei nostri artefatti sotto forma di funzionalità, di dinamiche, di soluzioni progettuali pensate per supportarle (e per aumentarle).

Come fare? In questo ci viene in aiuto il lavoro di due progettisti italiani, Gianandrea Giacoma e Davide Casali, che da tempo si occupano di questi temi e hanno prodotto un testo importante “Motivational Design” che nelle loro intenzioni vuole essere un punto di partenza per una nuova pratica progettuale da affiancare al “classico” User Centred Design.

Il testo è sotto licenza Creative Commons ed è scaricabile liberamente (ecco il PDF).

motivational designCredo che su questo terreno siamo davvero agli inizi, ma credo anche ce se c’è un territorio che vale la pena di esplorare per chi, come me, si occupa in qualche modo di ingegneria della partecipazione, beh, quello delle motivazioni sociali (unito all’usabilità sociale) è certamente uno di questi.

Per chi fosse interessato, stasera parleremo del testo di Davide e di Gianandrea al Rome UX Book club, che in questa occasione si riunisce alle 19:30 al Books&Brunch in Via Saluzzo 53/55 (Roma).

 

 

Ott
4

Di gamification, rewarding, engagement e altre inquietanti parole

Oggi si parla molto (all’estero) di meccanismi di gamification (associare dinamiche di gioco a comportamenti e ad ambienti che di per se non sarebbero ludici) e di sistemi di riconoscimento simbolico per i contributi che arrivano dai dipendenti.  Se ne parla talmente tanto che si cominciano – giustamente – a fare i primi distinguo, a cercare di capire che cosa funziona veramente e che cosa è solo frutto di una moda passeggera.

Per capirlo abbiamo ovviamente bisogno di appoggiarci a dei casi di studio concreti, che ci aiutino a distinguere, tra le tante soluzioni, quella che davvero ha un senso. Fortunatamente di casi cominciano ad uscirne, ed uno in particolare, che citerò alla fine, mi ha davvero colpito non tanto per il sistema in se, quanto per la coerente, pervasiva e intelligente campagna di coinvolgimento che è stata fatta presso i dipendenti.

Cominciamo da Accenture, che ha associato un dettagliato sistema a punti per favorire l’adozione della nuova piattaforma interna (Sharepoint). Il caso di Accenture è ben documentato ed è uscito recentemente (c’è anche chi ha già espresso alcune perplessità).

 

PeopleProfile

image

 

C’è poi il noto caso di Sabre town, e del suo social network di Q&A, associato al meccanismo dei Karma point sulle risposte (qui un approfondimento nientemeno che di di Jared Spool).

LinkedIn

Poi c’è il caso di Idea Street, un sistema di generazione di idee per i dipendenti pubblici del dipartimento inglese per le pensioni (la nostra INPS), che ha creato un meccanismo di visibilità per gli autori delle idee, che poi è stato replicato da un’azienda che si occupa di piattaforme enterprise 2.0 (qui il caso).

 

 

 

 

 

 

 

 

Poi c’è il caso di GreenNature, con la sua piattaforma per sostenere le cause dei colleghi.

 

Ma la cosa che più mi ha colpito è il caso del colosso della ristorazione Yum!, e della sua piattaforma collaborativa interna, dal bellissimo nome di Iching. Il caso è documentato solo da alcune slide in PPT che potete scaricare da qui (vi consiglio di farlo).

Le slide contengono alcune perle: per prima cosa il primo caso di uso dei badge di cui io sia venuto a conoscenza.

 

Ma la cosa che mi ha davvero colpito è stata la strategia di lancio e di “engagement” del personale per l’adozione della piattaforma. Di seguito alcune immagini:

 

Lancio della intranet gadget

 

Lancio della intranet messaggistica

 

Davvero delle idee carine e intelligenti.

Il tema, come potete immaginare, è abbastanza in divenire. Una cosa è certa: il giusto dosaggio di meccanismi di visibilità, gioco, riconoscimento è certamente una chiave vincente nell’adozione interna di questi sistemi, anche dalle nostre parti. A presto per aggiornamenti in merito :-)

 

 

 

Set
20

Misurare la salute delle community

E’ uscito un un bell’articolo di Steve Dale che parla delle comunità di pratica online e del ruolo dei facilitatori, oltre che del problema di misurare il loro successo. In realtà Steve non vuole parlare di “successo” e preferisce riferirsi alla salute delle comunità, in analogia con gli organismi viventi.

La salute delle CoP si misura, ovviamente, verificando i sintomi vitali innanzitutto (numero di post, numero di  partecipanti…) ma anche verificando quale sia il ritmo di una community, ovvero il suo metabolismo.

Steve ribadisce che il moderatore mantiene un ruolo fondamentale, e ripesca il noto schema di Dion Hinchcliffe

Facilitator Role

L’analogia con gli organismi viventi permette altre interessanti variazioni, per esempio l’analisi dei “sintomi” di malessere di una community, con associati i rimedi per ciascuno di essi.

Da leggere.

 

 

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede