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mag
14

Intranetmanagement a CRM TV

Per chi fosse interessato, vi segnalo due miei video-interventi pubblicati su CRM TV (un sito con un’usabilità che lascia davvero a desiderare, ma lasciamo perdere).

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Gli interventi – sapientemente montati dal team che se ne è venuto a casa mia con tutto un ambaradam di telecamere microfoni ecc ecc – riguardano la nuova comunicazione interna e le tecnologie a supporto, e sono articolati secondo due format inventati da questi ragazzi:

Il pezzo di libreria in sottofondo era la cosa più dignitosa di casa mia che potevo mostrare, e vabbè.

Buona visione a tutti.

nov
26

Il video che ci piace

Come sapete sono sempre molto scettico quando si parla di Web Tv aziendale. Poca interazione, contenuti istituzionali, costi enormi, palinsesti bulgari (in memoria di Sandrone, ciao Sandro ci mancherai), un sacco di gente che si crede importante, tutto calato dall’alto.

Grafici, pubblicitari e “pr” che riacquistano colore e possono  posono finalmente esprimersi al meglio nella loro opera di impacchettamento dei messaggi del Vertice. Nal complesso una noia mortale.

Questo giudizio negativo mi ha impedito di pensare seriamente all’utilizzo dei video in azienda, ma fortunatamente il Mondo non va avanti basandosi su quello che io ritengo importante o marginale, per cui ecco che arrivano le piattaforme di condivisione video e podcast in azienda.

Quella che vi propongo me la segnala Cristiano, che mi chiedo quando comincerà a scrivere anche lui su questo blog così chiudiamo ‘sto cerchio. Si tratta di Academy mobile di Microsoft. Ok, come vedete non è una cosa nuova e se devo segnalare una cosa interessante non mi faccio problemi anche se viene da Redmond.

In questo video, Paolo Tosolino spiega di che cosa si tratta (segnalazione via Mcclips).

Microsoft Academy Mobile spiegato da Paolo Tosolini

In realtà a me non interessa tanto che la soluziuone sia Academy o qualcosa d’altro: quello che mi interessa è che cominci a delinearsi un modello sociale di utilizzo dei video interni che fuoriesca dal quello angusto e piuttosto assordante della tv azidendale per toccare il tema dei saperi aziendali e dei processi operativi.

Credo che su queste basi possiamo cominciare a ragionare.

ott
7

TV? TV aziendale? Ma sei sicuro?

Se c’è una cosa in cui veramente non credo è questa. Mettila un po’ come ti pare, ma si tratta fantastriliardi di soldi e un sacco di fatica per una cosa che non hai neanche il piacere di buttare nel cestino.

Spero ovviamente di essere smentito da fatasmagoriche applicazioni future, ma per il momento…mah.

lug
28

Le news? stiano al loro posto

Per una volta sono d’accordo con l’ultimo post di Gerry Mc Govern (non che le altre volte fossi in disaccordo: è solo che, putroppo, negli ultimi tempi nei post di gerry non c’è mai nulla sui cui essere in accordo o in disaccordo).

Il senso del post è che quando gli spazi web (internet o intranet) sono gestiti a giornalisti/comunicatori lo spazio tende a riempirsi fino all’inverosimile di “news” e questo, specialmente in intranet, può creare qualche problema. In effetti ho vissuto questa spiacevole esperienza più di una volta sulla mia pelle e devo ribadire, con buona pace dei comunicatori interni, che una intranet non è un giornale online, o almeno non è solo quello.

Oggi poi, in epoca di social network, la sfida che ci attende è più complessa e non possiamo permetterci di lasciare che la home page sia egemonizzata dalle news e tanto meno da chili e chili di link alla rassgna stampa in PDF.

In genere uno piccolo spazio per le news, in home page, è più che sufficiente (e va bene, lasciamo che sia anche lo spazio principale, ma comunque confinato), lasciando libero il resto della pagina per altri elementi (applicazioni e tools, filtri dalla community, scorciatorie per parti profonde, ecc).

In ogni caso penso che il tempo delle news “pure” sia finito da un pezzo e, personalmente, consiglio sempre di sostituire il tool che genera news con un “blog delle news”, curato dalla redazione. Stesso risultato, ma con qualcosa in più, che dite?

lug
20

Benefiche influenze

Vi segnalo un interessante post di Shiv Singh (Worplace blog) che analizza il ruolo dell’influenza sociale sui luoghi di lavoro, e di come questo ruolo venga amplificato e produca effetti significativi grazie all’uso di software sociali in azienda.

Il senso del discorso è che aumentando il grado di connettività e di conversazione all’interno delle comunità di pari si producano effetti di allineamento delle informazioni e di maggiore accountability (termine che però nell’articolo non viene usato) rispetto alle azioni e alle decisioni.

Insomma, siamo meno soli in quello che facciamo e nelle decisioni che prendiamo, ma questo fatto può essere una grande opportunità per tutti.

Ecco il post (intitolato: “Allowing for Social Influence in the Workplace“).

lug
18

Da dipendente a protagonista: le slide

Mi ero proprio dimenticato di pubblicare le slide dell’intervento che ho tenuto, assieme a Paolo Artuso, al Forum PA il 14 maggio (Titolo: da dipendente a protagonista).

E’ costruito intorno ai temi di cui parla il nostro ultimo libro e troverete slide in parte già pubblicate e in parte nuove. Le pubblico giusto per completezza, visto che qualcuno me le aveva chieste e io nel sito del Forum PA non sono riuscito a trovarle neanche col lanternino.

mag
30

Il fantasma del troll

Spesso, quando parlo di ambienti di discussione in intranet, emerge il “fantasma del troll”, ovvero la paura, che spesso mi viene manifestata anche da persone “illuminate”, di ritrovarsi a dover gestire colleghi che insultano, vanno fuori tema, cazzeggiano o creano tensione.

Hai voglia a dire che queste cose vanno gestite caso per caso, che nella maggior parte dei casi non succede, che siamo comunque in azienda, che è la comunità stessa dei colleghi che spesso li mette a tacere eccetera.

Le paure permangono, e del resto non potrebbe essere altrimenti: la comunicazione tra esseri umani è sempre, e comunque, una scommessa dagli esiti incerti.

Dico tutto ciò solo perché ho appena letto un articolo di Mafe, maestra di tutti noi nel gestire gli spazi di community, che mi sembra particolarmente interessante. Mafe scrive bene a prescindere, ma in questo caso credo ci sia un motivo in più per leggerla.

Quoto dall’articolo:

“Dietro ogni ambiente di community capace di autoregolamentarsi e di soddisfare le diverse esigenze delle persone che scelgono di frequentarlo, c’è un piccolo miracolo di ingegneria sociale, che può essere spontaneo e quasi inconscio o progettato a tavolino. Quando dietro una community ci sono l’istinto e la passione di un singolo o di un gruppo di amici, l’alchimia necessaria si sviluppa quasi sempre spontaneamente, senza richiedere particolari accorgimenti.”

La tesi è che se creiamo delle aspettative, come gestori della community, di controllo e moderazione rispetto ai troll, le persone si aspetteranno da noi che esercitiamo puntualmente questo ruolo e tendenzialmente abdicheranno dal tentativo (sempre comunque in fieri) di farlo da sole.

Mafe, sentiamo la necessità di un nuovo libro sulle community. Ecco, mò te l’ho detta…

mag
4

ForumPA: live a Roma il 14 maggio

Il 14 maggio parteciperò, assieme a Paolo, al convegno/tavola rotonda Da dipendente a protagonista. (La leva strategica della comunicazione interna), coordinato da Marco Stancati.

Si parlerà, assieme ad alcuni professionisti del settore, dei nuovi approcci alla comunicazione interna, anche a valle della nostra recente fatica editoriale. Il titolo del nostro intervento dovrebbe essere, più o meno: “La nuova comunicazione interna. Reti, comunità e narrazioni per superare il modello trasmissivo” (Booooooom).

Per chi fosse interessato l’appuntamento è alle 10.00 alla Nuova Fiera di Roma in via Portuense 1555 (Roma).

Ciao.

feb
8

Eccolo.

(bieca informazione pubblicitaria)

Ok, l’ho visto su IBS e allora ci credo (IBS rappresenta per me il fondamento ontologico della realtà editoriale). Insomma, ecco qui il mio terzo libro, scritto assieme ad un filosofo della scienza amico mio (Paolo Artuso), nonché compagno di tante battaglie e frustrazioni varie in quel di Alcatraz..

E’ un libro sulla comunicazione interna nella aziende e, a dire il vero, pubblicarlo è stato difficilissimo (non ci filava essuno). Alla fine Franco Angeli (chissà perché) ci ha detto sì.

A scanso di equivoci, e per non generare false aspettative, ci tengo a precisare di che cosa non parla questo libro:

  • Non è un libro di management aziendale
  • Non un libro di consgli su come fare una buona campagna di comunicazione interna
  • Non contiene decaloghi o elenchi puntati che diano passo passo le indicazioni per fare qualcosa
  • Non contiene tecniche o consigli pratici
  • Non contiene casi di studio, veri o finti che siano.

Che cos’è non è chiaro nemmeno a me: probabilmente una serie di sassolini che mi portavo dentro da tempo, uniti a una serie di riflessioni che ho maturato in 2 o 3 anni di attività e di studio. Sicuramente è il libro più – passatemi il termine - filosofico che ho scritto fino ad ora (e forse sarà anche l’unico).

Il risultato è forse un po’ disomogeneo, ma tant’è…In ogni caso riporto l’indice, che è una cosa che mi rassicura sempre.

La nuova comunicazione interna
Reti, metafore, conversazioni, narrazioni

Introduzione. Comunicazione interna in cerca di cure

Parte I. Malattie


1) Tutti comunicatori. Misticismi e mistificatori sulla comunicazione interna
(Uomini per tutte le stagioni; Mestieri, pratiche, competenze; Tassonomia provvisoria)

2) Tirannia del codice. Dal modello trasmissivo al modello inferenziale
(Egemonia del pacco postale; Problemi del modello trasmissivo; Indizi, inferenze e interpretazioni; Menzogne e fraintendimenti; I vantaggi del modello inferenziale)

3)Discorsi in cerca d’autore. La scomparsa dei soggetti
(Metterci la faccia; Anonimi mittenti, anonimi destinatari; Conversazioni calde e comunicazioni fredde; I marziani dell’internal marketing)

4) Metafisiche influenti. Metafore, cambi di prospettiva e trappole concettuali
(Metafore organizzative; Questioni di coerenza; Metafore e cambiamenti concettuali; Metafore legate al lavoro; La metafora dell’azienda come sistema olistico; Uscire dalle trappole)

5) Sintomi rivelatori. Pratiche in cerca di cura
(L’illusione del controllo; L’enfasi sugli strumenti; Dimenticare l’house organ; Abbandonare la Carta Valori; Disertare le convention)

Parte II. Terapie

6) Reti. Tecnologie non neurali
(Reti di colleghi; Network, organizzazione e coda lunga; Comunione fàtica; Il posto delle tecnologie; Comunicazione, conoscenza, rappresentazioni; I dilemmi del knowledge management)

7) Pratiche. Comunità e rappresentazioni
(Il fattore Gino; Caratteristiche della Comunità di Pratica; Epistemologia delle Comunità di Pratica; coltivare le comunità)

8) Storie. Racconti, vissuti, oralità
(Raccontarsi delle storie; Verità narrative; Imparare dalle storie)

9) Aperture. Curare la comunicazione interna
(Carenze di codifica, eccessi di codifica; Dal pacco postale alla caccia al tesoro; Dai dipartimenti alle persone-che-lavorano; Il nuovo ruolo del comunicatore; Il nuovo ruolo della comunicazione interna)

Conclusione. Quanta comunicazione possiamo permetterci

Bibliografia

Un ringraziamento a Claudio, Cristiano e Veronica per la loro lettura e il loro incoraggiamento. Un grazie particolare a Luisa che, come sempre, ha saputo darci molto più di qualche consiglio.

ott
24

Metterci la faccia

Sam Marshall fa una proposta non certo apocalittica, ma proprio per questo implementabile da subito sulla vostra intranet: dare un volto alle persone che ricevono i feed-back. La questione è ovvia: se alla fine degli articoli, o nelle pagine di sezione della intranet ci sono, (come è assolutamente necessario) solo dei form di feed-back o delle mail per ricevere segnalazioni e contributi, il processo rischia di restare nell’anonimato. Con il rischio delle spiacevoli conseguenze del caso (flaming innanzitutto, ma anche poca serietà nei feed-back).

E’ molto più utile e produttivo che quando chiediamo un feed-back associamo a questa richiesta almeno la foto della persona concreta che lo riceverà. Questo, ovviamente è molto semplice da realizzare se, ad esempio, esiste una pagina dedicata alla redazione “allargata”, con foto e mail (e altre cose) relative a tutte le persone che collaborano e che sono, di volta in volta, destinatarie dei feed-back.

Se poi il cercapersone è  già strutturato in questo modo la cosa diventa ancora più facile. Alla fine si tratta di costruire dei profili come si deve delle persone che partecipano al progetto. e come sappiamo, in intranet, tutte le persone partecipano al progetto.

E’ un piccolo passo. Facciamolo.

mag
10

Intranet collaborative: un caso di studio

IntranetJournal ha pubblicato due giorni fa un articolo *bellissimo* che ritorna sul caso della intranet di Placemaking. Siccome credo che questo atrticolo sia molto, molto importante per tutti noi ho pensato non solo di segnalarlo, ma anche di tradurlo.

Credo che tutti noi che ci occupiamo di intranet, comunicazione interna, comunità di pratiche abbiamo molto da imparare da questo caso.

Eccovi la mia traduzione (l’articolo è lungo, ma ne vale la pena, dalla pima all’ultima parola). E scusate se ho fatto errori o sono stato impreciso in alcuni punti: ho fatto quello che potevo eh…-

Buonissima lettura (e se poi volete dire che cosa ne pensate di questo casi di studio…)

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Come migliorare la visibilità di intranet
(articolo tradotto da IntrantJournal del 8 maggio 2007)
Molte aziende rilevano che, quando arriva il momento di rinnovare la intranet, gli impiegati sono lenti ad abbracciare (o a volte anche solo a capire) la nuova filosofia legata a contenuti generati e controllati dagli utenti stessi, tools di social software e altre nuove tecnologie.
Questa fin troppo frequente tendenza ad un uso “anemico” delle intranet era la norma dentro Intratwest, l’azienda canadese. Ma una sua divisione interna, la Placemaking, ha fatto un significativo passo in avanti nell’uso della intranet, decuplicando la media di pagine viste per ogni impiegato, una volta che ha adottato una nuova strategia basata sul software ThougtFarmer.
Quello che segue è il caso di studio che spiega come ci è riuscita e come è riuscita a coinvolgere e fidelizzare gli impiegati.
Storia del progetto
Placemaking (325 impiegati) è la divisione “real estate” di Intratwest (25.000 impiegati). Placemaking realizza villaggi turistici in giro per il mondo, includendo Whistler-Blackcomb (British Columbia), Mountain Creek (New Jersey), and Tremblant (Quebec).
Tracy Hutton, capo della formazione in Placemaking, voleva fare forza sulla intranet per creare una community interna all’azienda, recentemente riorganizzata internamente. Voleva anche un sistema per “catturare” online il capitale intellettuale dell’azienda.
La intranet esistente, realizzata nel maggio 2004, era poco aggiornata e poco usata (in media 0,5 pagine viste per impiegato al giorno). Hutton doveva sviluppare una nuova intranet mantenendo la vecchia, senza neanche avere una sola persona full-time sul progetto.
La soluzione: social software
I creatori di ThougtFarmer, Chris McGrath e Darren Gibbosn, si accostarono a Hutton con l’idea di usare una tecnologia basata su wiki per creare una intranet che si “autoalimentasse” democraticamente attraverso il contributo di tutta l’azienda.
Hutton accolse l’idea, con l’approvazione del management. La nuova intranet fu lanciata nell’aprile 2006., sulla piattaforma sociale ThougtFarmer. La nuova intranet è costruita sulla base del principio di editing “aperto” proprio dei wiki. Tutti gli impiegati possono aggiungere ed editare contenuti, anche sulla home page.
Tutti i cambiamenti sono riportati in home e un motore interno indicizza tutti i contenuti. Pagine e persone sono intrecciate: ogni pagina è linkata al profilo dell’autore e ogni profilo linka alle pagine fatte dalla persona.
Diversamente dai wiki, però, la intranet ha una struttura di contenuti organizzata gerarchicamente, con una navigazione autogenerata. Questo perché si è pensato che i “non addetti ai lavori” non avrebbero trovato usabile il sistema “classico”. E così, ciccando il bottone “add page” si crea automaticamente una sotto-pagina della pagina corrente.
L’utilizzo si decuplica
Subito dopo il lancio, l’utilizzo si decuplica e sale a 5 pagine viste al giorno in media per ogni impiegato. Questo incremento si è mantenuto stabile per 6 mesi.
L’utilizzo è pervasivo: c’erano 1.486 visitatori unici nel secondo trimestre dopo il lancio. Con solo 325 impiegati, ciò significa che oltre 1.000 impiegati “esterni”, la maggior parte appartenenti al Gruppo Intrawest, usavano la intranet (anche se non pubblicizzata, gli impiegati del Gruppo possono accedere in sola lettura alla intranet di Placemaking).
In settembre, Mike Hartigan, un project manager di Vancouver, crea una pagina che parla di un metodo di rifinitura dei pavimenti che ne migliora l’aspetto e che abbatte i costi. Usando questo metodo dice di aver risparmiato 500.000 dollari nella costruzione di un villaggio turistico e di aver ridotto i tempi.
Gli altri project manager in Florida e Nevada cominciano a commentare la pagina, chiedendo ulteriori dettagli. Come risposta, Mike carica le foto del lavoro finito e risponde alle singole domande. Gli altri project manager pianificano le future opere edili seguendo le informazioni contenute nel metodo spiegato da Mike.
In un’altra occasione, un manager edile condivide il suo approccio per l’illuminazione dei condo-hotels. Con il suo sistema lui ha risparmiato circa 200.000 dollari in progetti che costano, mediamente, 30 milioni di dollari.
L’azienda gestisce progetti per un sacco di milioni di dollari all’anno. Questi consigli di costruzione, se implementati sistematicamente in ogni progetto, faranno risparmiare all’azienda milioni di dollari. Senza il modello “ognuno-scrive-sulla-intranet” c’è qualche dubbio che queste idee sarebbero emerse e sarebbero state condivise.
Il primo servizio che la intranet ha fornito si chiama “il posto degli impiegati” (Palces): un angolo personale nel quale ogni impiegato può creare e modificare il suo profilo e creare delle sue pagine.
Ogni volta che un impiegato aggiungeva informazioni sul suo profilo, la popolarità dello spazio aumentava. Entro 3 mesi, praticamente tutti gli impiegati avevano messo le informazioni sui propri contatti, un terzo aveva completato il profilo e il 15 per cento aveva creato delle pagine.
I contributi del Presidente
Il Presidente di Placemaking, Drew Stotesbury, è diventato un membro attivo e propositivo di questa intranet collaborativa, postando articoli, caricando foto e aprendo dei thread nel forum.
L’azienda a cui appartiene Placemaking, ovvero Intrawest Corporation, è stata recentemente acquisita da Fortress Capital. Durante il periodo di incertezza che ha prededuto l’annuncio, Stotesbury ha usato la intranet per cercare di alleviare la situazione presso gli impiegati. Ha scritto aggiornamenti regolari sull’andamento delle cose, rispondendo alle domande.
Il suo ruolo chiave ha contribuito a cambiare l’atteggiamento complessivo dello staff, e gli impiegati hanno cominciato a vedere la intranet come una cosa seria e un utile strumento di discussione e comunicazione.
Nei sei mesi dopo il lancio, non c’è stato alcun episodio di cattivo utilizzo o di abusi da parte degli impiegati. Nessun contenuto è stato postato anonimamente, dato che la intranet di integra con l’active directory del personale. Gli impiegati si assumono la responsabilità di quello che pubblicano e questa politica di auto-regolazione sembra che funzioni perfettamente.
Sfide
In ogni social network, in genere, un piccolo gruppo di utenti è autore della gran massa di contenuti creati. Questo è vero anche per la intranet di Placemaking.
Sul lato della partecipazione, solo la metà (circa) degli utenti è andata oltre il solo mettere i propri contatti e ha caricato foto, postato commenti o creato pagine. C’è un piccolo network di utenti che è responsabile della maggior parte delle pagine create, commenti ecc. Fare diventare membri attivi gli utenti che “stanno a guardare” è una delle attuali sfide.
Il software di collaborazione è nuovo e imperfetto. Non c’è dubbio che la mancanza di partecipazione, in alcuni casi, è frutto di queste imperfezioni. Una delle cose più richieste è un efficiente sistema di “alert” quando qualche cosa cambia sulla intranet.
Ma non in modalità RSS, sconosciuta ai più, ma semplicemente via mail.
In dicembre, Placemaking migrerà su ThougtFarmer 2.0, che include questi alert via mail. Inoltre la nuova versione includerà tagging, social bookmarking, link correlati ecc. Si spera che queste nuove aggiunte incrementeranno la partecipazione.
“Tutti-possono-pubblicare” è ancora un concetto estraneo
Qualche utente non pubblica su intranet perché il concetto gli e totalmente estraneo. Per esempio: un utente ha chiesto sulla intranet chiarimenti a un collega su come fare un cambiamento sulla intranet, una procedura che poteva fare benissimo da solo. Molti utenti sono ancora inesperti nell’uso delle interfacce di editing dei contenuti.
In una grande azienda, il costo del software è minimo rispetto al valore della conoscenza condivisa. Gli investimenti intranet di Placemaking sono sotto i 100.000 dollari. Denaro recuperato già solo dalla suggestione del costruttore sull’uso delle luci.
Inoltre, Hutton è convinto che la intranet “sociale” ha aumentato il senso di comunità e il senso di appartenenza all’azienda. Questi benefici sono difficili da quantificare.
Oggi, circa il 50% degli impiegati Placemaking non scrive su intranet. Ma gli impiegati non possono essere “forzati” a partecipare. Devono prima vedere e credere che la partecipazione fa bene innanzitutto a loro stessi.
Questo è un “salto” culturale che richiederà ancora un po’ di tempo.

mag
2

La nostra frontiera

Paul Miller parla dei “blog del Vertice“, un tema che personalmente sento molto vicino e che credo ci riguardi in modo particolare. Siamo un Paese piramidale, dove le gerarchie aziendali contano molto. Molto. Molto.

Credo quindi che I blog del vertice siano una specie di frontiera per la comunicazione interna nel nostro Paese, molto più che da altre parti.

E credo che in ogni progetto intranet italiano che si rispetti ci dovrebbe essere un “angolino” in cui si dice che in un futuro, prossimo o lontano, questa cosa si farà.

Nel frattempo Paul prova ad elencare alcune regole di base per il blog dell’AD, che sottoscrivo:

1) Posterò argomenti interessanti con regolarità

2) Parlerò in veste di AD, ma anche come semplice collega

3) Permetterò i commenti e risponderò ad essi, anche se sono commenti sui quali  non sono d’accordo (purché educati e in accordo con le regole interne)

Aggiungerei altre piccole regolette:

4) Posterò io personalmente, e non una selva di portaborse che firmano le cose per me

5) Parlerò dei nostri successi, ma anche dei nostri insuccessi; metterò in luce la forza della nostra azienda, ma anche i suoi punti di debolezza

6) Dedicherò un piccolo spazio nella mia giornata a leggere personalmente i commenti

7) Mi preoccuparò di concretizzare, quando possibile, le idee che emergeranno nel blog

Ecco l’articolo.

apr
20

Black list e gold list

I partecipanti (ovvero i dipendenti) ad un progetto intranet (specialmente nelle aziende di grandi dimensioni) non sono tutti uguali: alcuni partecipano in modo periferico, altri ci si buttano a capofitto; alcuni fanno interventi appropriati e interessanti, altri cazzeggiano e vanno fuori tema: alcuni sfornano prodotti “professionali”, altri contribuiscono con tanta buona volontà. Alcuni vogliono costruire, altri distruggere (anche se va detto che spesso i primi sono la stragrande maggioranza).

Spesso ci si concentra sulle procedure di controllo degli interventi negativi, raramente sulle procedurre per enfatizzare quelli positivi (sto pensando, ovviamente agli interventi nei forum e nelle bacheche, ma il discorso vale anche per l’uso distribuito della piattaforma editoriale e dei form di inserimento materiali).

Si possono, certo, creare sistemi di warning (avvisi alla redazione quando in un forum appaiono certe parole) e si possono creare “black list” che bandisno la partecipazione degli utenti più “inappropriati” (troll, flamers, cazzeggiatori vari ecc). SI possono anche creare sistemi come il “cartellino giallo” per avvisare l’untete che ha commesso delle inforazioni delle policy che non verranno tollerate ulteriromente.

Si può (e si deve) fare tutto questo, ma bisognerebbe, contemporaneamente, attivare procedure che enfatizzino le cose buone e produttive.

Come? Ad esempio creando una classifica degli utenti migliori e più attivi, assegnando loro un ruolo più “formale” all’interno di certi spazi della intranet o, addirittutrra, creando una “gold list” di untenti che, per i loro merito, godranno di maggiore autonomia sulla intranet.

Ecco una mail che avvisa un utente che è entrano nella “gold list”:

“La redazione della intranet ha ritenuto opportuno inserirti, da questo istante, nella “gold list” degli utenti che hanno inviato un gran numero di materiali di buona qualità e senza mai violare le policy.

Riteniamo il tuo contributo un bene prezioso per il futuro della nostra communty: da questo istante i tuoi materiali non vedranno più il visto della redazione ma, appena inviati, andranno direttamente online.

Cordiali saluti

La redazione ”

mar
22

Carta, penna e CMS

Ecco perché gli scrittori professionali non amano i CMS

(via ColumnTwo)

mar
14

La mia convulsa giornata di oggi

La giornata inizia con una scorribanda verso l’altra parte di Roma (e ho detto tutto) dove faccio la mia brava relazione al convegno. Ascolto gli altri interessanti interventi (e quello di Gigi mi colpisce quando dice che per fare una buona intranet non serve mica la benedizione dei mega-capi, anzi forse meno ci capiscono e meglio è. Tra l’altro mostra il primo esempio di wiki funzionante che io conosca nella Pubblica Amministrazione). Alla fine mi precipito, prendendo strade a caso e autobus improbabili, verso il mio ex psicoterapeuta al quale faccio un corso accelerato di comunicazione digitale, web 2.0 e cultura dei blog e gli apro un blog seduta stante nel suo studio. Finto questo mi riprendo il metrò per tornare dall’altra parte di Roma e andare a iscrivermi ad un corso di Fireworks, perché mi sono proprio rotto di creare template per i clienti in powerpoint.

Esco e me ne vado verso casa ma mi fermo al mio negozietto di fiducia e, mentre ordino una nuova cartuccia per la mia stampante, la commessa mi dice che la memoria da 512 mb che ho messo in conto vendita è stata venduta e allora per premiarmi mi compro una chiavetta da 4 giga prima di precipitarmi in un’altra zona di Roma da uno al quale vendo al primo colpo, come un perfetto funzionario di Tecnocasa, un box auto che ho messo in vendita ieri col cartello con lo scotch.

Ok, ho finto e per me è anche troppo. Ho solo il tempo di mettere su slideshare parte (solo una parte purtroppo) del mio intervento di stamattina mentre mi faccio una birra.

p.s. ecco tutti materiali del seminario

feb
14

La mia lezione sulle community professionali

Ieri sono stato qui a parlare di community professionali in intranet. E’ stato bello e divertente, anche perché la maggior parte delle persone ci masticava abbastanza, e c’era qundi un certo feeling (per non parlare della location, su Piazza Magggiore)…

Il senso del mio intervento è che ci sono tre sensi possibili nei quali parlare di community in intranet

- La community “classica” intesa come spazi ludici, di espressione, ecc
- La community “distribuita”, nella quale tutto lo spazio intranet viene allargato alle integrazioni dei colleghi
- La community “progettuale” nella quale tutto il meccanismo di governance è basato su meccanismi partecipativi

Tutti e tre questi aspetti devono convivere nel progetto.

Visto che apprezzate, ho messo su slideshare una sintesi del mio intervento (purtroppo in questo caso posso mettere solo una sintesi)

Ciao ciao (e ora mi precipito qui)

p.s. Segnalo una reazione blogosferica all’evento di ieri.

mag
29

Vuoti nutrienti

Come ho più volte sostenuto, tutto ciò che ha importanza per noi non avrebbe senso se non in rapporto a ad ampie dosi di vuoto. Soprattutto nella comunicazione, nulla di ciò che esprimiamo avrebbe importanza senza questo elemento intangibile e potente. E non è detto che il vuoto vada per forza riempito. Il vuoto sta lì, a nostra disposizione per essere plasmato (e plasmare) la nostra comunicazione.

Pensate alle pause retoriche nel discroso, agli spazi vuoti nelle pagine web, al rarefatto stile narrativo di alcuni autori americani contemporanei (Carver, Ford, tanto per citarne due tra i più noti), alla necessità di non sovraccaricare una slide di troppo testo.

Il vuoto. Senza un buono uso di questo elemento non c’è comuniczione. E lo stesso vale per la musica. A questo proposito vi segnalo, da scaricare, una bella dispensa di Piero Quarta: “Il silenzio in musica“, che trovare sul sito della Scuola Popolare di musica di Testaccio. Tra l’altro è analizzato il famoso assolo di Miles Davis in “so what”, clamoroso esempio di uso del silenzio e delle pause nella costruzione della frase musicale.  Per appassionati, ma non solo…

mar
6

Perché Bachtin può dirci qualcosa

Per il grande Tzvetan Todorov è stato il massimo teorico della lettaratura del novecento. Ha scritto migliaia di pagine, ma ha pubblicato solo due libri a suo nome. Un signore austero, confinato per cinque anni in siberia, modesto insegnante di provincia per la maggior parte della sua vita. Eppure portatore di un pensiero potente, luminoso e penetrante. Una delle voci più importanti nelle scienze umane del ventesimo secolo. Eppure mai apocalittico. Parliamo, ovviamente, di Michail Bachtin.

michail bachtinPerché ne parliamo? Perché Bachtin capì maniera molto più profonda di qualunque altro teorico della letteratura che cosa significhi e quali conseguenze abbia un processo di comunicazione. Comunicazione letteraria, artistica, espressiva. Comunicazione professionale, amichevole, amorosa. Non ha molta importanza. Quello che rende così potente il suo pensiero è il suo coraggioso e per nulla scontato spostamento dell’asse d’analisi: dalla produzione testuale al rapporto con il destinatario, dallo studio del messaggio allo studio del dialogo, dalla proposizione all’enunciazione.

Quando studia la letteratura Bachtin non studia mai un testo morto, ma un dialogo vivo. Un dialogo che coinvolge noi tutti, fin da subito, inesorabilmente implicati nella trama del linguaggio, della sua originaria e costitutiva socialità.

Bachtin non è uno studioso di linguistica, ma di pragmatica: non gli interssano le cause ma gli effetti, non guarda l’universalità delle forme, ma l’unicità dei rapporti, non vuole studiare i sedimenti linguistici, ma il corpo vivo dell’enenciazione qui e ora, in un contesto, a partire da un insieme di premesse condivise. E in questo cerca di fare scienza.

Ogni atto di comunicazione, per Bachtin, non è un processo isolato, ma una continua replica ad un discorso collettivo che è già da sempre in essere in una comunità. E la comunicazione stessa, il processo di produzione di un testo, si fonda costituitvamente come dialogo, un dialogo che prosegue anche in assenza. E’ questo turbinante contesto di emissione che svela il significato. E’ in questo dialogo qui ed ora che emerge il senso delle nostre proposizioni. Forse c’è qualcuno, tra chi si occupa di comunicazione in Rete, a cui questi temi ricordano qualcosa.

“Nessun membro della comunità verbale trova mai parole della lingua che siano neutre, immuni dalle aspirazioni e dalle valutazioni altrui, che non siano abitate dalla voce altrui. No, Ognuno riceve la parola attraverso la voce altrui, e questa parola ne resta colma. Interviene nel suo proprio contesto a partire da un altro contesto, permeato dalla intenzioni altrui. La sua propria parola trova una parola già abitata”

Per questo Bachtin è così utile a chi comunica: se volete capire l’efficacia della comunicazione, sembra dirci, non leggete e rileggete il vostro testo, ma guardate i visi dei vostri ascoltatori. Non guardate le vostre frasi ben scritte, la vostra prosa così efficace, ma considerate la concreta situazione nella quale queste frasi avranno senso, un senso che è debitore solo in minima parte del vostro specifico intervento. Le vostre parole non sono “vostre”, il vostro testo è sempre anche il nostro testo. Non inseguite il sogno di un’unicità discorsiva che non può esistere, perché siamo tutti, da sempre, dentro un universo di discorso che abitiamo collettivamente.

Pensateci, quando comunicate in azienda: ogni atto di comunicazione è un “turno” in una più ampia conversazione che sta già avvenendo. Non pensate mai di aver scritto la prima e l’ultima parola, perché la vostra non sarà la prima, e tantomeno sarà mai l’ultima parola.