Home » Intranet » Comunità di pratica

feb
2

Una manciata di link su collaborazione, ruolo di H.r. microblogging interno, community management e molto altro

Vi segnalo un po’ di link interessanti in ordine sparso: riguardano argomenti un po’ disparati (e-learning, collaborazione, ruolo di h.r. ecc)  ma sempre legati al tema centrale di questo blog.

Alcune preoccupazioni attorno al microblogging interno. Oscar Berg affronta alcune tipiche obiezioni (poche persone orientano le discussioni, arriva lo spam, c’è il rischio di essere fraintesi). Interessante anche un suo articolo precedente:  “Il microblogging interno può intimidire“.

L’importanza di un community management attivo, provata con i dati.  L’esperienza di un community manager nel corso di un anno di gestione; i numeri mostrano che cosa succede quando le communty vengono lasciate sole. Appassiscono.

Google Analytics - 1/1/2008 to 12/31/2008

Come cambia il ruolo di H.R. con il web 2.0. Una tabella interessante (in francese). Sul tema leggete anche il post di Jon Husband.

RH 2.0   HR 2.0

L’organizzazione tradizionale è una macchina e noi invece siamo esseri umani. Questo articolo prosegue il tema del rapporto tra orgnanizzazione e processi informali, tra struttura e flusso. Aspettiamo gli altri articoli della serie

Employee_Engagement_This_is_how_it_is2

Il lato oscuro dell’enterprise 2.0. E’ bene che qualcuno ricordi non solo le promesse ma anche i rischi. Anche perché sono quelli che i manager vedono per primi. Bella anche la presentazione.

12 motivi per i quali l’e-learning è così efficace. Vale la pena ripassarseli.

Tecnologia e processi collaborativi negli ambienti di ricerca e sviluppo. Interessante esplorazione dei mutamenti nei tema di lavoro legati alla ricerca con l’arrivo delle tecnologie di social networking per i team.

Un bel caso di studio su un blog interno. E alcune regole per farlo funzionare bene.

E per finire, alcuni dubbi sull’efficacia effettiva dei sistemi online per la ricerca di esperti interni. Il senso è: magari li trovo più facilmente, ma se sono straimpegnati che ci faccio? In risposta a questo articolo, un po’ troppo agiografico.

Buona lettura :-)

gen
21

Dal team alla community. E ritorno

Gli articoli di Oscar Berg sono sempre molto interessanti (Oscar è uno svedese che si occupa di enterprise 2.0 e ha lavorato anche per l’IKEA) e come al solito anche gli schemi fanno la differenza.

In due post Oscar prova ad analizzare le sfumature organizzative della collaborazione: in azienda siamo abituati a pensare a team e task force, molto meno a gruppi informali o comunità – reali o potenziali – di pratiche e interessi.

E infatti molte tecnologie e progetti si concentrano sull’idea di team, ovvero:

- un gruppo di persone ristretto
- un gruppo di persone con un obiettivo preciso e output visibili
- un gruppo di persone con ruoli definiti
- un gruppo di persone con scadenze e task precisi

Ok, questo è il team, e molti software e tecnologia sono in grado, mediamente, di supportare questo tipo di situazione. Ma che cosa succede se il gruppo non è ristretto, non ci sono obiettivi precisi, le persone non hanno ruoli definiti e non hanno scadenze e task precisi?

Tutto quello che avviene in questa situazione non è più, in senso stretto, collaborazione, ma piuttosto cooperazione collettiva. Berg prova in questo post a tracciarne i confini.

Ma la cosa importante è che, anche in questo caso non è corretto pensare in termini di distinzioni e opposizioni. Qualunque team che funzioni si appoggia su reti di cooperazione collettiva, e all’interno delle reti di cooperazione collettiva avvengono fenomeni di organizzazione e definizione dei ruoli che portano verso una maggiore istituzionalizzazione.

Berg prova a rappresentare le cose così:

Fase 1: il team di crea da varie fonti organizzative

Fase 2: il team sviluppa un pensiero comune

Fase 3: i membri sono in contatto con altre fonti esterne

Fase 4: le fonti diventano esplicite ed entrano in gioco

Fase 5: si sviluppano hub

Fase 6: si sviluppano tecnologie per filtrare e supportare le informazioni prodotte nella rete

D’accordo, forse non è corretto parlare di “fasi”, perché in realtà molte cose avvengono in contemporanea o magari non nella stessa sequenza. Ma quello che è importante non è tanto questo, a mio parare, ma il fatto che team e community, collaborazione e cooperazione collettiva sono spesso due elementi che vanno di pari passo.

Possiamo creare tecnologie per i team, ma preso avremo bisogno di espanderle per dare “linfa” ai team, così come ogni social network interno che si rispetti ha bisogno, prima o poi, di strumenti per la produttività per quando le cose si fanno “serie”.

mag
26

Barcamp innovatori P.A.: ariecchime

Grazie al buon Gigi e ai ragazzi di theblogTV abbiamo anche i video delle interviste al Barcamp della P.A.

In questa ci sono anche io (sono decisamente sovraesposto mediaticamente in questo periodo). L’argomento non ve lo dico ma ve lo potete immaginare (purtroppo non è che mi capiti spesso di parlare d’altro in pubblico…)

mag
16

Appunti su community e social network

Nel mio quartiere, come in molti altri quartieri, ci sono alcuni luoghi topici e alcune pratiche consolidate: il mitico bar della piazzetta, l’edicola, il meccanico, la banca, il parrucchiere, la pulizia delle strade eccetera. Ciascuno di questi luoghi è legato a persone, e le persone sono in qualche modo legate tra di loro. Il meccanico mi consiglia di andare dal suo amico carrozziere, la barista mi segnala un fisioterapista vicino, poi scopro che il fisioterapista è amico del mio barbiere.

Dato che l’edicolante ha imparato a conoscermi tira già fuori il mio giornale quando entro, il barista prepara il caffè macchiato mentre il barbiere mi chiede se conosco qualcuno per fargli il sito web (sigh). Nel negozio di Computer entra il vicino di casa, e scopro che anche lui si occupa di Rete. Il ferramenta, che conosce il mio portinaio, sa quali sono le dimensioni della rete per il mio balcone.

Il portinaio, che conosce tutti, mi consiglia di rivolgermi ad un corniciaio in fondo alla strada per le mie stampe. Poi scopro che il corniciaio è il padre del mio medico. Potrei continuare, ma fermiamoci qui.

Sarete d’accordo che tutto questo, di fatto, costituisce un social network.

Ma è anche una community? Pensiamoci un momento: fin qui ho solo tracciato delle semplici connessioni tra persone e dei comportamenti legati alla conoscenza reciproca. Niente di tutto questo, a rigore, potrebbe essere definito “comunità”.

Proviamo ora ad arricchire il quadro: la barista mi fa credito perché oggi ho dimenticato i soldi, e lo stesso fa l’edicolante. Seduto al tavolo di fuori ci sta “Paolo” una persona che ha avuto un grave incidente che l’ha menomato e ora sta seduta tutto il giorno a bere birra: tutti lo conoscono e scambiano talvolta qualche parola con lui.

Il ferramenta mi chiede a che cosa mi servono quei tasselli: glielo dico e lui scuote la testa e me ne consiglia altri. Accetto il consiglio perché mi fido di lui e mi è anche simpatico. Il meccanico mi offre il caffè mentre gli spiego che mi si è rotta la macchina a Trastevere: gli lascio le chiavi perché la vada a prendere lui e la sistemi. Al bar firmo la petizione per mettere un semaforo sulla strada principale, poi mi citofona il barista perché sulla panchina della piazzetta hanno trovato il mio maglione. Il salumiere mi dice che da giugno chiude: gli chiedo come mai e parliamo per 20 minuti.

Nella prima rappresentazione stiamo parlando di connessioni, relazioni, comportamenti codificati legati alle relazioni, mentre nel secondo caso entrano in gioco fiducia, curiosità, coordinamento reciproco, rituali di rispetto, ruoli emergenti.

Solo passando a questo secondo livello possiamo cominciare a definire un oggetto sociale come “community”, (anche se manca ancora qualcosa, ovvero l’autopercezione di esserlo, unita ad un tema o contenuto, o situazione aggregante ben definita).

Community o social network?
Come sappiamo, il panorama delle parole-chiave che esprimono le pratiche cooperative e aggreganti in rete si sta facendo affollato, e spesso si rischia di andare un po’ fuori strada mescolando in un’unica visione oggetti sociali in realtà assai differenti. A questa confusione contribuisce, per giunta,  la mancata distinzione tra l’oggetto sociale che cerchiamo di descrivere e gli strumenti che dovrebbero supportarne le attività: community, social network, gruppi di discussione e di lavoro si sovrappongono così alle tecnologie che in teoria dovrebbero renderli possibili: forum, profili personali, blog, wiki, spazi di condivisione eccetera.

Ora, se prendiamo in esame community e social network ci accorgiamo che le differenze risiedono meno nelle tecnologie che dovrebbero supportare ciascuno di essi e molto di più negli scopi, nei bisogni sottostanti e nelle dinamiche sociali che ciascuno di essi incarna.

Proviamo ad esaminarli uno alla volta:

Temi vs. identità
Una community richiede un tema o una situazione aggregante condivisa, laddove un social network richiede solo un’identità esplicita attraverso la quale entrare in contatto con altri. Questi temi o situazioni posso essere molto diversi: la passione per un prodotto, il coabitare nello stesso territorio, possedere una competenza specifica, vivere un problema comune, lavorare ad un progetto condiviso.

Bonding vs. bridging
Nel suo bellissimo libro “Uno per uno, tutti per tutti“, Clay Shirky distingue tra capitale di bonding e di bridging di un sistema sociale: il primo esprime il grado di fiducia reciproca e di profondità delle relazioni mentre il secondo esprime la quantità di connessioni possibili.

Nelle sue parole si può capire la differenza considerando “il numero di persone a cui prestereste del denaro senza chiedere quando vi sarà restituito; una crescita nel capitale di bridging aumenterebbe il numero di persone a cui siete disposti a fare un prestito, mentre un aumento del capitale di bonding aumenterebbe la somma che prestereste alle persone già nella lista“.

Mentre in una community che si rispetti tende ad aumentare il capitale di bonding, in un social network aumenterà di norma il capitale di bridging.

Collettività vs. individuo
Non esiste una community senza un minimo di consapevolezza di esserlo. Questo fatto legato all’autorappresentazione di sé come di un membro è spesso tralasciato ma è determinante: mentre in un social network le persone restano individui che intrattengono relazioni più o meno omogenee con altri, nelle community si verifica il passaggio ad una qualche forma di “noi” (noi sviluppatori, noi cittadini del quartiere, noi che abbiamo l’epatite C ecc). Questa consapevolezza (o “percezione condivisa”) può essere minima oppure molto pronunciata, ma non può mancare del tutto. È per questo che fare parte della stessa palestra o dello stesso condominio non significa necessariamente fare parte di una community.

Pratiche vs. vantaggi
Le community legano, in qualche modo, la loro sopravvivenza alla partecipazione ad una qualche pratica condivisa. Questa pratica può essere cognitiva (auto aiuto su questioni tecniche) o affettiva (autoaiuto tra malati di epatite c) o può essere progettuale (lavorare assieme per migliorare qualcosa) oppure identitaria (rafforzare la propria identità di satanisiti). In ogni caso esiste una pratica sottostante che alimenta la vita della community, laddove la vita di un social network è legata alla capacità dello stesso di creare relazioni ricche e significative tra individui.

Una diretta conseguenza di questo punto (così come di quello legato all’autorappresentazione) è che, nei fatti, una community è sempre una community che diviene community nel corso del tempo. Non è un oggetto che nasce con un preciso attributo, ma una dinamica che cresce e si modifica nel tempo.

Contenuti Vs. identità
In conseguenza del punto precedente, le community mediano le loro relazioni in base ai task e ai contenuti prodotti dalle persone, mentre nei social network le relazioni sono per lo più legate alle identità che le stesse persone decidono di darsi.

Cooperazione Vs. hub
Qualsiasi community, durante il suo ciclo di vita, evolve verso forme più o meno codificate di coordinamento o cooperazione. Le persone cominciano a darsi dei ruoli, dei compiti, dei vincoli specifici, laddove i social network richiedono invece la presenza di legami deboli ma molto estesi e la presenza di hub capaci di tenere assieme le diverse “aree” del network”.

Fiducia Vs. connessioni
Infine, le community aumentano il loro valore attraverso l’aumentare della fiducia reciproca tra i membri, mentre nei social network il valore è costituito unicamente dal numero di connessioni e quindi di relazioni possibili.

Ho rappresentato tutto questo nello schema sottostante.

Community

Social network

Richiedono un tema aggregante

Richiedono un’identità esplicita

Aumento progressivo del capitale di bonding

Aumento progressivo del capitale di bridging

Richiedono un’autorappresentazione come collettività

Richiedono un’autorappresentazione come insiemi di individui

Legano la loro sopravvivenza ad una pratica condivisa

La loro sopravvivenza alla ricchezza delle relazioni possibili

Le relazioni sono mediate dai contenuti prodotti dai partecipanti

Le relazioni sono mediate dall’identità dei partecipanti

Richiedono un medio grado di cooperazione e coordinamento

Richiedono connettori e hub

Il loro valore aumenta con l’aumentare della fiducia e della cooperazione reciproca

Il loro valore aumenta all’aumentare del numero di connessioni

È ovvio che le due situazioni non sono mutualmente esclusive: le situazioni possono evolvere in un senso o nell’altro man mano che si verificano alcune condizioni a contorno. I social network possono creare community, e alcune community possono rappresentare il nucleo di nuove evoluzioni e connessioni man mano che cambiano la loro configurazione.

Ci sarebbero naturalmente da analizzare molti altri aspetti, ad esempio relativamente alla storia che ogni oggetto sociale possiede ed al ruolo che gioca all’interno delle dinamiche, o al rapporto tra autorappresentazione e azione collettiva, o al ruolo della leadership, alla coesione delle community e al grado di impegno che richiedono e così via. Argomenti difficili, che il sottoscritto è ben lontano da poter esaurire.

Quello che però mi premeva mostrare è che se affrontiamo questi argomenti più da vicino, con un occhio rivolto alla progettazione, ci accorgiamo che ci sono molti temi che è necessario affrontare: non basta aprire uno spazio, usare uno strumento e lasciare che tutto si componga in qualche modo.

E questo è tanto più vero sul piano degli ambienti organizzativi, nei quali la progettazione di tali spazi dovrebbe rispondere a scopi specifici.

Attorno a che cosa si aggregano le persone nell’organizzazione? Quali sono le pratiche condivise? Qual è l’autorappresentazione degli individui rispetto all’organizzazione o al loro settore? Come sentono le persone la loro identità?

Queste sono alcune delle domande che dovremmo porci. Non sono domande facili, ma credo siano le domande giuste.

mar
24

Innovazione, caos, ambiguità

Una lunga citazione che credo meriti di essere riportata:

[...] Pensate ad esempio a Deborah Alvarez-Rodriguez di Goodwill. Quando è entrata in azienda, il morale era basso, i ricavi ristagnavano e i benefits dei dipendenti venivano tagliati a destra e a manca. Nel momento in cui mise piede in Goodwill, Deborah iniziò ad attuare dei grandi cambiamenti. “Mi rendevo conto che dovevo creare un certo livelo di caos”, ci ha detto. Il consiglio di amministrazione, il gruppo dirigente e i dipendenti erano spaventati.

“Devi essere proprio così scardinante?” le chiese un membro del consiglio. “Si” rispose con convinzione Deborah. “La nostra era un’organizzazionre totalmente gerarchica”, ci ha spiegato. “Dovevamo coinvolgere i collaboratori e indurli a diventare collaborativi e creativi. I dirigenti devono capire che le grandi ideee vengono da coloro che sono più vicini all’operatività“.

Deborah ha costituito dei team interfunzionali di una dozzina di persone in rappresentanza di tutti i livelli dell’azienda. Il management aveva l’ultima parola sulle loro proposte, ma ha accettato il 95% dei suggerimenti avanzati da questi circoli.

Nel giro di pochi mesi, gli sforzi di Deborah hanno dato un ritorno significativo: il caos che aveva creato ha contribuito a decentralizzare l’organizzazione coinvolgendo nel contempo i dipendenti. E’ riuscita così ad aumentare si ai ricavi sia i profitti.

Questo tipo di leaderesip non è ideale in tutte le situazione. I catalizzatori sono destinati a “scuotere la barca”. Sono molto più bravi come agenti di cambiamenti che come guardiani della tradizione. Operano con successo nelle situazioni che richiedono un cambiamento radicale e il pensiero creativo.

Apportano innovazione ma tendono anche a creare un certo livello di caos e ambiguità. Metteteli in un ambiente struturato e rischiano di soffocare; ma lasciateli sognare e faranno gradi cose. [...]

da: “Senza leader . Da internet ad Al Quaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete”. O. Brafman – R.A. Beckstrom, Etas, 2007

P.s.: la dedico a Marco e a tutti quelli che cercano ogni giorno di “scuotere la barca”.

feb
18

E son soddisfazioni…

Come forse ricordate sono alle prese con la costruzione e la gestione di un social network tecnico-professionale per persone che lavorano in un grande call center. Persone con la cuffia in testa che rispondono al cliente e hanno il bisogno di scambiarsi informazioni rapide oltre che quello di aggiornanrsi continuamente su prodotti, tariffe, soluzioni tecniche.

Il social network è già in piedi da un po’ (con il nome di “Campus” – sottotitolo: “Costruiamolo insieme”) e oggi, a commento di un post inserito dalla redazione nel “blog della Redazione” è arrivato questo commento:

'Redazionissima' io non pensavo mai di poter imparare quanto sto imparando dal 'nostro' social network  'Campus' , di conoscere tante persone in gamba e preparate come voi e tutti i colleghi che ora mi sento di poter chiamare anche 'amici'. Non vi nego che all'inizio sono rimasta un attimo spiazzata dall'apertura di Campus e che ho anche pensato: 'eccoooo!! una delle nuove trovate aziendali'. Bene ci è voluto un po’, ma non troppo,  per ricredermi sulla sua utilità e funzionalità e per aderire all’idea che fare network è per davvero un gioco da ragazzi!!:D). Ringrazio personalmente tutti voi della redazione per aver creduto in questo progetto e averlo potuto rendere fattibile. Il mio augurio e che si possa continuare su questa linea, crescere nelle idee e nelle realizzazioni ed ovviamente di avere sempre più nuovi campusiani d.o.c (denominazione di origine campusiana) e d.o.s (denominazione di origine simpatica). Ops......  dimenticavo, 'redazionissima' noi siamo in attesa di poter organizzare il ;nostro; raduno. Per info e suggerimenti siamo a completa disposizione.... :D

Giuro che non abbiamo pagato la collega…:-)

Lo riporto in calce

‘Redazionissima’ io non pensavo mai di poter imparare quanto sto imparando dal ‘nostro’ social network  ‘Campus’ , di conoscere tante persone in gamba e preparate come voi e tutti i colleghi che ora mi sento di poter chiamare anche ‘amici’. Non vi nego che all’inizio sono rimasta un attimo spiazzata dall’apertura di Campus e che ho anche pensato: ‘eccoooo!! una delle nuove trovate aziendali’. Bene ci è voluto un po’, ma non troppo,  per ricredermi sulla sua utilità; e funzionalità; e per aderire all’idea che fare network è per davvero un gioco da ragazzi!!:D). Ringrazio personalmente tutti voi della redazione per aver creduto in questo progetto e averlo potuto rendere fattibile. Il mio augurio e che si possa continuare su questa linea, crescere nelle idee e nelle realizzazioni ed ovviamente di avere sempre più nuovi campusiani d.o.c (denominazione di origine campusiana) e d.o.s (denominazione di origine simpatica). Ops……  dimenticavo, ‘redazionissima’ noi siamo in attesa di poter organizzare il “nostro” raduno. Per info e suggerimenti siamo a completa disposizione…. :D

Collega, grazie a te!

lug
18

Da dipendente a protagonista: le slide

Mi ero proprio dimenticato di pubblicare le slide dell’intervento che ho tenuto, assieme a Paolo Artuso, al Forum PA il 14 maggio (Titolo: da dipendente a protagonista).

E’ costruito intorno ai temi di cui parla il nostro ultimo libro e troverete slide in parte già pubblicate e in parte nuove. Le pubblico giusto per completezza, visto che qualcuno me le aveva chieste e io nel sito del Forum PA non sono riuscito a trovarle neanche col lanternino.

apr
17

Non facciamoci trarre in inganno…dalla realtà

Stamattina, assieme a Cristiano, ho fatto una puntata allo Knowledge Box – Spring 2008, una conferenza periodica (ultra sponsorizzata) dedicata ai temi del rapporto tra tecnologie e condivisione della conoscenza. Finalmente ho potuto sentire dal vivo Mariano Corso che parlava dei risultati della ricerca sull’Enterprise 2.0 nelle aziende italiane.

Non farò una sintesi di quello che è stato detto: mi limito a ribadire una cosa che mi ha sempre colpito di queste ricerche, ovvero il profondo distacco che riescono a delineare tra la luminosa prospettiva di intranet (e aziende) collaborative e l’oscura realtà di aziende impreparate, impaurite, disincantate.

Questo distacco tra ciò che sarebbe bello fare e quello che in realtà ci troviamo a maneggiare è vissuto, in genere, senza il minimo imbarazzo e di questo mi sorprendo sempre.

A volte è come se chi si occupa di queste cose (consulenti, venditori  di tecnologia, ricercatori) avesse costruito un proprio luminoso mondo dove tutto questo funziona a meraviglia e se nella realtà le cose non vanno come si sperava beh, tanto peggio per la realtà.

Ora, la domanda è questa: perché mai, se queste tecnologie sono così promettenti nella gestione della conoscenza, esse vengono spesso prese con sufficienza quando non apertamente osteggiate nelle aziende?

Ne ho parlato spesso su questo blog, e oggi vorrei provare a sintetizzare alcune riflessioni, che derivano dalla mia esperienza sul campo di persona che a volte si trova a lavorare con altre persone che sono già passare per stuoli di consulenti, ricercatori, venditori di tecnologia e che in genere ne ha le tasche piene.

Ponti cognitivi

Le persone sono abituate a lavorare in un certo modo. Mandano fax, si scambiano una valanga di mail, usano delle procedure sedimentate nel tempo, mettono i documenti nei dischi di rete. Le persone sono ostili ai cambiamenti, anche quelli che nelle nostra testa sembrano dei cambiamenti fichissimi. È Così.

Quando le persone snobbano i nostri nuovi sistemi spesso è perché non riescono a farsene una adeguata mappa mentale, non sono capaci di tradurli nel loro repertorio e di appropriarsene in modo pertinente. Noi diciamo “social network” e loro hanno in mente la rubrica del telefono. E noi dobbiamo saper tradurre questi linguaggi. Siamo pronti a farlo?

Se le tecnologie non favoriscono dei ponti cognitivi tra il vecchio e il nuovo esse rimarranno, per i più, un mistero o un gioco da mentecatti. Ecco perché i wiki, con buona pace di Mariano – ciuffo ribelle – Corso, restano un oggetto ambiguo, complicato e per ora confinato ad alcune elite professionali interne. Ecco perché i feed RSS restano una sigla da smanettoni fino a che non mostriamo alle persone come funzionano e che cosa possono fare per loro.

Ed ecco perché, al contrario, i blog tendono in media a funzionare meglio ed in modo più immediato: hanno un’interfaccia simile a Word e il risultato e simile alle news. Tutti oggetti, questi ultimi, familiari per la maggior parte delle persone.

Persone

Le intranet collaborative sono fatte dalle persone per le persone, e dobbiamo partire da loro. Attenzione: partire dalla persone nella progettazione di questi sistemi non significa intervistare quattro capetti  e distribuire enigmatici questionari al personale, ma coinvolgere le persone – il maggior numero di persone, se non tutte – nel processo di creazione e modellazione dello spazio. Capire i bisogni, individuare i contenuti, stimolare le idee, analizzare i flussi di lavoro, capire le difficoltà, valutare i diversi contesti, suggerire soluzioni, costruire e testare collettivamente l’oggetto sulla base degli input che arrivano.

Una fatica nera.

E fate attenzione che alla “sora Lella” non vado a chiedere se userebbe il wiki o la tag cluod, ma quali sono le principali difficoltà che incontra nel rapporto con le informazioni e la conoscenza, come interagisce con il resto dei suoi colleghi, quali sono che cose che sente di poter dare al progetto, per progettare poi assieme a lei un percorso che non ho definito io a priori.

Utilità

Se le persone non usano i nostri nuovi sistemi forse è perché non hanno capito la loro utilità Le persone useranno questi sistemi solo se percepiranno un’utilità immediata e tangibile. Non useranno il wiki perché è fico ma perché gli risolve i problemi. E così via per tutto l’armamentario degli oggetti 2.0. Il lavoro allora non è tanto di “introdurre” queste tecnologie, ma di essere capaci di “tradurle” in modo da supportare la realtà dei processi aziendali. Questo lavoro di traduzione è il vero valore aggiunto che consulenti e ricercatori possono fare per le imprese e i loro dipendenti.

Notate che, se fate bene questo lavoro, il risultato finale sarà sempre qualche cosa di molto diverso da quello che avevate in testa all’inizio.

Appropriazione

Come ho già detto più volte, le tecnologie sono degli oggetti non deterministici. Neanche il 2.0, che sembra promettere mari è monti, è in grado di determinare, per la sua sola presenza, cambiamenti di un certo tipo. Le tecnologie, ogni tecnologia, vive in una tensione continua con le strategie di appropriazione dei gruppi ai quali si rivolge. Questo significa che ci potranno essere sorprese: a volte il blog non funziona ma il forum si popola di messaggi. Perché? Questione di tecnologie? Questione di persone? Ogni tecnologia sussurra qualcosa, ma sono le persone che la fanno parlare in un modo o in un altro.

Se abbiamo capito questo cominceremo a guardare i gruppi di utilizzatori più che le piattaforme e progetteremo adattivamente sulla base delle linee di demarcazione naturale del territorio aziendale.

Cultura

Fare la intranet collaborativa è una scommessa culturale, e chi si accosta a questi progetti pensando solo al lato tecnologico o al lato metodologico si scontrerà di fronte a stranissimi muri di gomma. Se volete che queste cose funzionino dovete cominciare a pensare a che cosa significa, dal punto di vista culturale interno, valorizzare i talenti e i contributi individuali, aprire e rendere visibili i flussi di conoscenza, supportare i gruppi informali.  Questi cambiamenti richiedono una visione più ampia degli elementi in gioco, ed esigono attori consapevoli che sarà una lotta su più fronti.

Per questo non mi basta IT. Per  questo non mi bastano i settori operativi.

Risorse Umane

Mi dispiace ribadirlo, ma i settori che si occupano di “Risorse umane” non possono restare fuori dalla partita. La partita li riguarda, eccome. Se pensate di fare queste cose ignorando H.R. perché sono dei vecchi parrucconi vi sbagliate di grosso: li dovete avere come alleati e se avete la possibilità di fare un patto col diavolo ecco, questa è l’occasione. H.R ha i contenuti, ha la visibilità, ha le leve e, a ben guardare, gli obiettivi più nobili di un settore H.R sono gli stessi che avete voi,.

E soprattutto, lavorare con la sorda ostilità di quelli del Personale è la via più sicura per ritardare o affossare il progetto.

Sperimentazioni

I settori non sono tutti uguali, e le attività interne sono  spesso eterogenee quanto a modi e strumenti. È ovvio che ci siano delle elite professionali (come IT) e che alcuni settori siano più predisposti di altri all’introduzione dei nuovi sistemi. Non mi aspetto che un’organizzazione agisca come un’unità compatta, ma che ci siamo alcuni pionieri che fanno da apripista. Grazie al lavoro di questi pionieri  l’organizzazione comincia ad “assaggiare” alcune sperimentazioni, che faranno da “motore” per il resto dell’organizzazione. il lavoro di progettazione è quindi sempre pulviscolare, e dobbiamo accettare questo livello della sfida.

È l’ambiente organizzativo che seleziona, quasi darwinianamente, i suoi “champions” i quali avranno l’ingrato compito di portare avanti, a volte in modo solitario, alcuni progetti. In genere il loro destino è di non essere capiti e poi, una volta che il progetto ha avuto successo, di non essere ricordati (Roby, spero che a te vada meglio eh…)

Il lavoro inoltre si sviluppa nel tempo, e quello che  nasce al tempo x si sviluppa in una nuova direzione al tempo y. Ecco perché i sistemi devono essere flessibili. Ecco perché dobbiamo stare sempre con le antenne bene alzate.

Comunità di pratica

Quali sono le comunità di pratica dell’organizzazione? Siamo passati da una visione “aziendo-centrica”, tipica dei primi sistemi, ad una “individuo-centrica”, tipica del 2.0. La realtà è più complicata e oggi si è capito che la conoscenza non sta, tanto e solo, nella testa delle persone ma nei gruppi professionali e nelle comunità di pratica alle quali la persona partecipa. In questo senso il lavoro prima che tecnologico, diventa etnografico.

Ci sarebbero altre dimensioni da considerare (la dimensione del gioco, il rapporto lettori-commentatori-produttori, il ponte tra servizi 1.0 e 2.0, il design, la raccolta contenuti, i sistemi incentivanti, ecc), ma questo post si è fatto veramente lungo.

Arrivederci al prossimo convengo…

:-)

feb
1

COP? Una faticaccia

Grazie a Steptwo ho agganciato due interessanti risorse: il blog Andecdote ha un tag sulle comunità di pratica, con tate risorse interessanti.

E poi questa video-intevista ad alcuni dipendenti di Perkins Eastman, che raccontano come e perché hanno creato le COP al loro interno. Una cosa su tutte: tutti dicono che è una fatica nera…

ott
29

Open source cognitivo all’italiana

La lettura di Wikinomics mi scatena parecchi pensieri. Uno di questi è legato al fatto che noi abbiamo un esempio concreto, nel nostro Paese, di open soruce cognitivo nei processi produttivi.

Questo esempio è stato studiato in tutto il mondo negli anni scorsi e, anche se può sembrare bizzarro, è all’origine del fortunato termine ”post fordismo”. Mi sto riferendo come ovvio ai distretti industriali.

Leggete questo breve passo del grandissimo Enzo Rullani, tratto dal suo “La fabbrica dell’immateriale“. E poi ditemi se non vi suona stranamente familiare.

Se una grande impresa di abbigliamento deve prevedere il colore che andrà di moda quest’anno, il suo metodo di risposta al problema è quello tipicamente razionalistico, dello studio e comprensione ex ante. Si comincia a fare un certo volume di ricerche di mercato (da tenere ovviamente riservate), si consultano esperti e distributori, si sceglie una soluzione e si progetta una risposta corrispondente. A questo punto, sono passati mesi, il prodotto non è ancora sul mercato e i consumatori non hanno ancora avuto la ventura di vederlo o di sentirne parlare. Ma il futuro produttore è già fuori con qualche milione di euro di spese “preventive”. Se poi, una volta messa la soluzione trovata alla prova, ci si accorge di aver sbagliato, il milione è perso e diventa difficile immaginare di ricominciare daccapo. Comunque, se si decide di cambiare rotta, la cosa non si compirà in breve tempo.

In un distretto industriale le cose funzionano in tutt’altro modo. Prima di tutto non ci sarà un solo sperimentatore, ma cento, che andranno in ordine sparso e possibilmente all’insaputa l’uno dell’altro ad esplorare cento possibili strade (colori). Siccome ciascuno sa di poter adattare la soluzione inizialmente trovata, non ci saranno né ricerche di mercato, né grandi investimenti preventivi, né mesi di attesa perché la conoscenza emerga. Al contrario, usando le tecniche dell’apprendimento evolutivo, si andrà avanti senza copione e senza modello. Cento imprese proveranno, e una di queste avrà scovato (per caso o per intuito) la soluzione giusta. Non sono passati mesi ma giorni. E nessuno ha immobilizzato forti somme nell’esplorazione delle possibilità, avendo ciascuno soltanto “provato” una delle cento soluzioni. Una volta emersa la soluzione vincente, grazie al meccanismo della cooperazione involontaria, tutti saranno

in grado di sapere la risposta al problema in poco tempo e a basso costo. E potranno rapidamente adeguarsi.

Il risultato è che, se tutto va come deve andare, l’innovatore avrà speso poco, fatto presto ma avrà soltanto un lieve vantaggio (di settimane) nei confronti degli altri. Chi deve imitare, avrà anche lui speso poco (o niente), ma sa che non verrà tagliato fuori: la propagazione (involontaria) della conoscenza che serve basterà a tenerlo in gioco. Alla fine, gli investimenti e i rischi dell’esplorazione saranno limitati per ciascun concorrente, ma l’apprendimento realizzato da uno diverrà ben presto – con un lieve distacco – apprendimento di tutti (gli interni).

Nel distretto l’apprendimento avviene mediante una rete di imprese ciascuna delle quali ha la propria strategia e autonomia, ma ciascuna delle quali dipende dall’evoluzione dell’insieme per la produzione della propria conoscenza. E’ una rete cooperativa se si guarda alla funzione svolta, che mette i singoli apprendimenti in sinergia (spesso involontaria); ma è anche una rete competitiva se si guarda all’autonomia rivendicata da ciascuna impresa nel suo stare nella filiera.

Le due strategie – quella etichettata come cooperation e quella, canonica, della competition – in realtà coesistono, dando luogo ad un ibrido (co-opetion?) che consente alle singole imprese di crescere più velocemente e con meno rischi forzando in questa o quella direzione, a seconda delle circostanze, un rapporto che resta comunque multidimensionale.

Se vi interessa, l’intero capitolo del – bellissimo – libro di Rullani (Capitolo dal titolo “il territorio come mediatore cognitivo”) è scaricabile da qui.

ott
17

La mia CdP musicarella

Ok, non ve ne fregherà niente, ma io sono molto contento di questo nuovo spazio che ho messo in piedi per supportare il lavoro della Franknsteinband, l’orchestra jazz a cui partecipo.

Home_page_gruppo_frankenteinband

Ho usato google gruppi, che tutto sommato dà le funzionalità che servono.Per il momento è tutto abbastanza fico: abbiamo le nostre discussioni, inseriamo i nostri brani, il nostro maestro li corregge, creiamo pagine di aiuto e tutto è divertente e utile.

Non posso negare che questo sia anche un piccolo esperimento personale, per vedere come, all’interno di una Comunità di Pratica (e sfido chiunque a dire che questa non lo sia), si articoli la dialettica tra partecipazione e reificazione.

Staremo a vedere. Bye.

ago
8

Le barriere alla collaborazione

Lo segnalo per non dimenticarmelo, anche se lo devo ancora leggere: uno studio su come superare le barriere tra gruppi e persone in un sistema di publishing decentralizzato.

Il PDF lo scaricate direttamente da qui.

giu
13

Etienne Wenger in action

Sapete che considero Etienne Wenger (il fondatore della teoria delle “comunità di pratica”) una delle figure intellettuali più importanti di questi anni per lo studio delle organizzazioni, dei sistemi di apprendimento sociale e, per estensione, del rapporto tra gruppi e tecnologie.

Chi avesse voglia di approfondire la sua teoria direttamente dalla sua voce adesso può farlo grazie a una risorsa che ho scovato tramite la newsletter Formare (andate al numero 41, di gennaio 2006).

E’ un ciclo di video lezioni che Wenger ha tenuto all’Università di Macerata alla fine del 2005. Trovate i video di tutte le tre (ho detto tre) giornate. Una chicca pre-zio-sis-si-ma, che vi consiglio di sfruttare.

Ah, per i lettori intranettiani del mio blog segnalo anche, dalla newsletter che ho citato prima, l’articolo “Comunità di pratica e tecnologie“, scritto da Martina Paciaroni.
P.S. Sono in partenza per Padova (Sliderman torna a colpire…). Ci risentiamo tra qualche giorno.

mag
10

Intranet collaborative: un caso di studio

IntranetJournal ha pubblicato due giorni fa un articolo *bellissimo* che ritorna sul caso della intranet di Placemaking. Siccome credo che questo atrticolo sia molto, molto importante per tutti noi ho pensato non solo di segnalarlo, ma anche di tradurlo.

Credo che tutti noi che ci occupiamo di intranet, comunicazione interna, comunità di pratiche abbiamo molto da imparare da questo caso.

Eccovi la mia traduzione (l’articolo è lungo, ma ne vale la pena, dalla pima all’ultima parola). E scusate se ho fatto errori o sono stato impreciso in alcuni punti: ho fatto quello che potevo eh…-

Buonissima lettura (e se poi volete dire che cosa ne pensate di questo casi di studio…)

**************************************

Come migliorare la visibilità di intranet
(articolo tradotto da IntrantJournal del 8 maggio 2007)
Molte aziende rilevano che, quando arriva il momento di rinnovare la intranet, gli impiegati sono lenti ad abbracciare (o a volte anche solo a capire) la nuova filosofia legata a contenuti generati e controllati dagli utenti stessi, tools di social software e altre nuove tecnologie.
Questa fin troppo frequente tendenza ad un uso “anemico” delle intranet era la norma dentro Intratwest, l’azienda canadese. Ma una sua divisione interna, la Placemaking, ha fatto un significativo passo in avanti nell’uso della intranet, decuplicando la media di pagine viste per ogni impiegato, una volta che ha adottato una nuova strategia basata sul software ThougtFarmer.
Quello che segue è il caso di studio che spiega come ci è riuscita e come è riuscita a coinvolgere e fidelizzare gli impiegati.
Storia del progetto
Placemaking (325 impiegati) è la divisione “real estate” di Intratwest (25.000 impiegati). Placemaking realizza villaggi turistici in giro per il mondo, includendo Whistler-Blackcomb (British Columbia), Mountain Creek (New Jersey), and Tremblant (Quebec).
Tracy Hutton, capo della formazione in Placemaking, voleva fare forza sulla intranet per creare una community interna all’azienda, recentemente riorganizzata internamente. Voleva anche un sistema per “catturare” online il capitale intellettuale dell’azienda.
La intranet esistente, realizzata nel maggio 2004, era poco aggiornata e poco usata (in media 0,5 pagine viste per impiegato al giorno). Hutton doveva sviluppare una nuova intranet mantenendo la vecchia, senza neanche avere una sola persona full-time sul progetto.
La soluzione: social software
I creatori di ThougtFarmer, Chris McGrath e Darren Gibbosn, si accostarono a Hutton con l’idea di usare una tecnologia basata su wiki per creare una intranet che si “autoalimentasse” democraticamente attraverso il contributo di tutta l’azienda.
Hutton accolse l’idea, con l’approvazione del management. La nuova intranet fu lanciata nell’aprile 2006., sulla piattaforma sociale ThougtFarmer. La nuova intranet è costruita sulla base del principio di editing “aperto” proprio dei wiki. Tutti gli impiegati possono aggiungere ed editare contenuti, anche sulla home page.
Tutti i cambiamenti sono riportati in home e un motore interno indicizza tutti i contenuti. Pagine e persone sono intrecciate: ogni pagina è linkata al profilo dell’autore e ogni profilo linka alle pagine fatte dalla persona.
Diversamente dai wiki, però, la intranet ha una struttura di contenuti organizzata gerarchicamente, con una navigazione autogenerata. Questo perché si è pensato che i “non addetti ai lavori” non avrebbero trovato usabile il sistema “classico”. E così, ciccando il bottone “add page” si crea automaticamente una sotto-pagina della pagina corrente.
L’utilizzo si decuplica
Subito dopo il lancio, l’utilizzo si decuplica e sale a 5 pagine viste al giorno in media per ogni impiegato. Questo incremento si è mantenuto stabile per 6 mesi.
L’utilizzo è pervasivo: c’erano 1.486 visitatori unici nel secondo trimestre dopo il lancio. Con solo 325 impiegati, ciò significa che oltre 1.000 impiegati “esterni”, la maggior parte appartenenti al Gruppo Intrawest, usavano la intranet (anche se non pubblicizzata, gli impiegati del Gruppo possono accedere in sola lettura alla intranet di Placemaking).
In settembre, Mike Hartigan, un project manager di Vancouver, crea una pagina che parla di un metodo di rifinitura dei pavimenti che ne migliora l’aspetto e che abbatte i costi. Usando questo metodo dice di aver risparmiato 500.000 dollari nella costruzione di un villaggio turistico e di aver ridotto i tempi.
Gli altri project manager in Florida e Nevada cominciano a commentare la pagina, chiedendo ulteriori dettagli. Come risposta, Mike carica le foto del lavoro finito e risponde alle singole domande. Gli altri project manager pianificano le future opere edili seguendo le informazioni contenute nel metodo spiegato da Mike.
In un’altra occasione, un manager edile condivide il suo approccio per l’illuminazione dei condo-hotels. Con il suo sistema lui ha risparmiato circa 200.000 dollari in progetti che costano, mediamente, 30 milioni di dollari.
L’azienda gestisce progetti per un sacco di milioni di dollari all’anno. Questi consigli di costruzione, se implementati sistematicamente in ogni progetto, faranno risparmiare all’azienda milioni di dollari. Senza il modello “ognuno-scrive-sulla-intranet” c’è qualche dubbio che queste idee sarebbero emerse e sarebbero state condivise.
Il primo servizio che la intranet ha fornito si chiama “il posto degli impiegati” (Palces): un angolo personale nel quale ogni impiegato può creare e modificare il suo profilo e creare delle sue pagine.
Ogni volta che un impiegato aggiungeva informazioni sul suo profilo, la popolarità dello spazio aumentava. Entro 3 mesi, praticamente tutti gli impiegati avevano messo le informazioni sui propri contatti, un terzo aveva completato il profilo e il 15 per cento aveva creato delle pagine.
I contributi del Presidente
Il Presidente di Placemaking, Drew Stotesbury, è diventato un membro attivo e propositivo di questa intranet collaborativa, postando articoli, caricando foto e aprendo dei thread nel forum.
L’azienda a cui appartiene Placemaking, ovvero Intrawest Corporation, è stata recentemente acquisita da Fortress Capital. Durante il periodo di incertezza che ha prededuto l’annuncio, Stotesbury ha usato la intranet per cercare di alleviare la situazione presso gli impiegati. Ha scritto aggiornamenti regolari sull’andamento delle cose, rispondendo alle domande.
Il suo ruolo chiave ha contribuito a cambiare l’atteggiamento complessivo dello staff, e gli impiegati hanno cominciato a vedere la intranet come una cosa seria e un utile strumento di discussione e comunicazione.
Nei sei mesi dopo il lancio, non c’è stato alcun episodio di cattivo utilizzo o di abusi da parte degli impiegati. Nessun contenuto è stato postato anonimamente, dato che la intranet di integra con l’active directory del personale. Gli impiegati si assumono la responsabilità di quello che pubblicano e questa politica di auto-regolazione sembra che funzioni perfettamente.
Sfide
In ogni social network, in genere, un piccolo gruppo di utenti è autore della gran massa di contenuti creati. Questo è vero anche per la intranet di Placemaking.
Sul lato della partecipazione, solo la metà (circa) degli utenti è andata oltre il solo mettere i propri contatti e ha caricato foto, postato commenti o creato pagine. C’è un piccolo network di utenti che è responsabile della maggior parte delle pagine create, commenti ecc. Fare diventare membri attivi gli utenti che “stanno a guardare” è una delle attuali sfide.
Il software di collaborazione è nuovo e imperfetto. Non c’è dubbio che la mancanza di partecipazione, in alcuni casi, è frutto di queste imperfezioni. Una delle cose più richieste è un efficiente sistema di “alert” quando qualche cosa cambia sulla intranet.
Ma non in modalità RSS, sconosciuta ai più, ma semplicemente via mail.
In dicembre, Placemaking migrerà su ThougtFarmer 2.0, che include questi alert via mail. Inoltre la nuova versione includerà tagging, social bookmarking, link correlati ecc. Si spera che queste nuove aggiunte incrementeranno la partecipazione.
“Tutti-possono-pubblicare” è ancora un concetto estraneo
Qualche utente non pubblica su intranet perché il concetto gli e totalmente estraneo. Per esempio: un utente ha chiesto sulla intranet chiarimenti a un collega su come fare un cambiamento sulla intranet, una procedura che poteva fare benissimo da solo. Molti utenti sono ancora inesperti nell’uso delle interfacce di editing dei contenuti.
In una grande azienda, il costo del software è minimo rispetto al valore della conoscenza condivisa. Gli investimenti intranet di Placemaking sono sotto i 100.000 dollari. Denaro recuperato già solo dalla suggestione del costruttore sull’uso delle luci.
Inoltre, Hutton è convinto che la intranet “sociale” ha aumentato il senso di comunità e il senso di appartenenza all’azienda. Questi benefici sono difficili da quantificare.
Oggi, circa il 50% degli impiegati Placemaking non scrive su intranet. Ma gli impiegati non possono essere “forzati” a partecipare. Devono prima vedere e credere che la partecipazione fa bene innanzitutto a loro stessi.
Questo è un “salto” culturale che richiederà ancora un po’ di tempo.

mag
3

La fabbrica del senso

Vi segnalo un la prima parte di bell’articolo sulla produzione di senso nelle organizzazioni. E aspettiamo con ansia il secondo numero…

p.s.: eccolo

mag
2

Io lavoro. Lavoro e basta (!?)

Ok, quando i lettori che mi hanno messo nel loro aggregatore scopriranno che i feed di Splinder sono fermi da due settimane avranno un sacco di cose da leggere (Splinder è veramente mitico, dovrebbe fare una joint Venture con Telecom Italia…)

Comunque, vi segnalo questo articolo di Andrew McCafee, che riflette su questa semplice domanda: le applicazioni di condivisione della conoscenza aziendale, (1.0 o 2.0)  sono una perdita di tempo per gli impiegati?

Ecco l’articolo.

apr
13

Un gioco da 500.000 dollari

Vi segnalo, grazie al blog di Roberto Cobianchi, il caso di studio di un’azienda Americana, (la Intrawest Placemaking) che ha creato una intranet dove tutti (dico tutti) possono scrivere.

Questo abbassamento drastico della soglia di accesso ha provocato un enorme afflusso di idee e progetti condivisi sullo spazio web interno, tra cui un’idea innovativa lanciata da un dipendente, (un nuovo sistema di posa del calcestruzzo, a quanto ho capito col mio pessimo inglese) che è diventata uno standard di produzione per l’azienda in tutto il mondo, facendole risparmiare centinaia di migliaia di dollari.

Bisognerebbe farlo leggere a quelli pensano che sono tutte cacchiate, che stiamo giocando ai comunicatori, che non vedono il ritorno economico o che, quando vedono un messaggio in un forum interno, dicono: “ma questo chi l’ha autorizzato?”. Beh, non sono tutte cacchiate.

Tante idee così così, qualche autentica puttanata, qualcuno che mena il can per l’aia, qualche perdigiorno. E poi un’idea innovativa che crea vero valore economico. Credo proprio che ci dobbiamo prendere tutto il pacchetto.

Ecco l’articolo.

dic
28

Sei arrivata, e io ti aspettavo

Oggi è veramente un giorno strano per me.

Quando ho iniziato a fare questo lavoro di intranet manager avevo una serie di idee per la testa. Idee che riguardavano la collaborazione, le generazione di contenuti dal basso, l’autoregolazione, il prevalere delle conoscenze migliori, il mettere a fattor comune le esperienze, il bypassare le gerarchie e altre cose del genere.

Ho sempre sostenuto che una intranet dovesse aiutare le persone a lavorare attraverso la collaborazione e l’emergere di contenuti nuovi e interessanti, e che i “maga-portali” creati da una “redazione centrale” per una massa di inermi impiegati fossero solo una perdita di soldi e di tempo.

Ho sempre sostenuto queste cose; sapevo di avere intuito qualche cosa di profondo e di importante ma, a dire la verità, non avevo una chiara immagine di come tutto questo dovesse relizzarsi. Certo, con il web si possono fare molti tentativi, e io ho fatto molti tentativi usando il linguaggio, le metafore e la tecnologia di cui disponevo. Tutto sommato è andata abbastanza bene.

Oggi le cose sono cambiate, e quello che pochi anni fa poteva considerarsi visionario è oggi superato ampiamente dalla prosaica pratica corrente. Oggi abbiamo il linguaggio, le metafore e le tecnologie necessarie per fare tutto questo . Si chiama web 2.0.

un_esempio_di_intranet_2.0

Esiste un’azienda, a Seattle, di 1000 dipendenti, che ha creato una intranet totalmente 2.0. Le persone possono uploadare documenti e classificare le pagine aggiungendo i tag che preferiscono. I più popolari vengono evidenziati da una tag cloud e messi nella colonna di sinistra. Ogni dipendente ha la sua pagina personal, in parte riempita dall’alto e in parte aggiornabile da lui. Le persone non usano la mail ma un’istanza di Facebook per collagarsi tra di loro.

Il sito è un enorme wiki modificabile da chiunque. Le persone sono spinte a postare tutto il materiale che trovano in internet all’interno della intranet, usando Delicioous, Filkr e DIgg. Ogni dipendente può aprire un blog e i pipost più recenti appaiono nella home page. La home page stessa è costruita in modo da ospitare contenporaneamente contenuti generati dall’alto e contenuti emergenti.

Queso è l’articolo che ne parla, scritto da Andrew McAafee,  un professore della Harvard Business School, e potete giurarci che è una delle cose più importanti scritte in questi ultrimi anni sulle inranet.

Leggetelo e studiatelo con attenzione: non sono sogni di un visionario, ma solo la coerente applicaizone concreta di quello che  sta succedendo in giro.

Vi dico la verità: da una parte sono enormemente felice per questo ENORME passo in avanti e perché finalmente esiste un oggetto concreto che esprime tutte le aspirazioni che ho sempre avuto sulla intranet. Ma dall’altra sono anche un po’ storidito per aver pensato per anni a qualche cosa senza possedere un repertorio adeguato per esprimerla. Repertorio (di pratiche, metafore, tecnologie) che oggi comincia a diventare moneta corrente (anche se non in italia).

Per questo oggi è un giorno veramente strano per me.