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feb
22

Gli incentivi aziendali e il problema della candela

Consiglio a tutti di mettersi comodi e di guastarsi questo intervento di Daniel Pink alle TED confercence. Qualcosa di fa-vo-lo-so. In 18 minuti Dan ci spiega perché gli incentivi economici e, più in generale, gli incentivi “esterni” non siano più adatti a garantire l’eccellenza nelle prestazioni lavorative del 21° secolo.

Tutto quello che sappiamo sulla logica del bastone e della carota, così cara a livello manageriale, ha senso solo per prestazioni elementari ma, man mano che aumenta la necessità di pensiero divergente e visione sistemica, non ha più alcuni significato. Anzi, è dannosa e peggiora le prestazioni. Tutto provato, anche se apparentemtne controintuitivo.

Il video è sottotitolato anche in italiano per cui…Buona visione. Ah, per la cronaca: il video l’ho trovato in un che, coerentemente, parla di come aumentare il valore dei progetti enterprise 2.0 tramite gioco e motivazione.

feb
7

La solitudine degli early adopters e come uscirne: una presentazione

E’ o non è bellissima questa presentazione (scovata via max)? Racconta con una serie di vignette la solitudine degli early adopters di fronte ai cambiamenti che le nuove tecnologie di collaborazione portano in azienda, e come si possa uscire da questa solitudine per fare rete e contagiare gli altri. Non è nulla di nuovo, ma è davvero molto carino (e userò di sicuro qualche slide nei miei prossimi corsi).

gen
28

Dai canali alle piattaforme. La buccia di banana delle notifiche

C’è un tema che attraversa trasversalmente tutti i progetti di collaboration aziendale e che, spesso cacciato dalla porta, rientra dalla finestra sotto forma di lamenti, mugugni, ostilità latenti. Si tratta del tormentato rapporto con le email, ovvero con il più tirannico, pervasivo, usato e abusato strumento di comunicazione inventato dall’uomo.

Ovviamente una promessa, implicita o esplicita, dei progetti di collaboration aziendale è quella di ridurre il volume di mail o per lo meno di associarsi ad esse in un ecosistema di informazioni che stanno in parte sui PC e in parte nella “nuvola” aziendale. Ma spesso si fanno i conti senza l’oste, ovvero la massa di persone che ha impiegato anni a passare dai vecchi sistemi (dal fax alla telescrivente) alle mail e che ora si trova a gestire – ovviamente in modo forsennato, frustrante, surreale – il volume di comunicazioni che arrivano sulla posta elettronica.

Ma come? ora la mail è diventata il nostro archivio, la nostra chat, il nostro sistema documentale, il nostro social network, che cos’altro volete da noi? Dobbiamo cambiare un’altra volta?

Ovviamente si, devono cambiare un’altra volta; ma hanno ragione, dal loro punto di vista. E proprio per questo il lavoro di accompagnamento dai vecchi sistemi ai nuovi, dai canali alle piattaforme, non può avvenire in un “vuoto” progettuale: vanno costruiti dei ponti e quello delle notifiche è sicuramente il principale.

Nella mia esperienza mi è capitato tante volte di sentirmi dire: “ci andrei, ma non so mai se c’è qualcosa di nuovo e non vengo avvisato”, oppure “ormai ci sono troppi contenuti, dovrei avere un sistema per ritrovare quelli che mi interessano”. Insomma, capita troppo spesso di costruire piattaforme dimenticandoci dell’aspetto – essenziale – del collegamento delle stesso con i vecchi sistemi, email in primis.

Ormai ho capito che qualunque piattaforma di condivisione interna dovrebbe avere – di default – altert di notifica via email per *tutto*:

- per i nuovi post nei blog a cui sono iscritto
- per i commenti ai miei commenti
- per i therad e le discussioni nei forum a cui  sono iscrtitto
- per gli archivi documentali a cui sono iscritto
- per le pagine wiki a cui sono iscritto
- per i contenuti generali dai miei gruppi di lavoro
- per commenti e domande ai materiali che ho caricato

Eccetera eccetera. Perché ci si pensa così poco  quando le si progetta? Mah, forse perché la email è alla fine un oggetto così ambiguo e ormai così prosaico da non destare più alcun luccichio negli occhi di nessuno, casomai un moto di fastidio. Ma dobbiamo guardare il mostro in faccia, e affrontarlo a viso aperto fin dall’inizio per evitare che si trasformi in una buccia di banana progettuale che vanifica gli sforzi di tutti.

Vorrei aggiungere una considerazione per quanti ritengono che in questo modo non si riduce il volume della email, anzi lo si aumenta e tanto basta a considerare inefficienti queste applicazioni. Sono d’accordo: il volume delle email forse non cambierà, e anzi può darsi che aumenti. Ma quello che cambia è lo statuto di queste mail: sono avvisi, non contenuti. Il contenuto (ovvero la ciccia) sta nella piattaforma, ed è questo  che conta.

La mail si svuota così dei gravosi compiti a quali è stata sottoposta (comunicazione, archivio, condivisione, coordinamento, avviso, discussione in real time) ed assume il ruolo modesto ma fondamentale di neutro indicatore di contenuti. E cestinarle è molto, molto più veloce.

gen
25

Intranet o enterprise 2.0? Guarda la governance e lo saprai

Man mano che passa il tempo mi si fa sempre più chiara la differenza tra i progetti intranet ed enterprise 2.0. In genere mi capita di collaborare ad entrambi e capisco sempre di più che le differenze riguardano – ovviamente – meno gli strumenti che i modelli di governance sottostanti (ne ho già parlato più sotto, comunque).

Chi organizza un progetto di enterprise 2.0 ha di fronte a se, in genere, due soggetti:

- i committenti/sponsor
- i dipendenti (che si divideranno poi in champions e tutti gli altri).

A volte il progetto si allarga ad altri dipartimenti, ma resta comunque animato da questa bipartizione fondamentale (un esempio abbastanza charo di questa impostazione è un recente post di Betrand Duperrin).

Chi invece organizza un progetto  intranet (“tradizionale”, ma anche innovativa) ha di fronte a se, fin dall’inizio, per lo meno tre soggetti:

- i committenti/sponsor
- i dipendenti
- i referenti/redazione allargata/contributori/owners

Tralascio naturalmente la galassia di attori che gravitano attorno alle tecnologie, che sono gli stessi per entrambe le dimensioni (IT, consulenti, fornitori ecc).

Ora, questo terzo livello è particolarmente delicato, perché coinvolge figure di diversa natura, di diverso peso e a diverso titolo. Son inclusi in esso:

- Referenti della comunicazione
- Redattori istituzionali
- Responsabili di siti intranet locali
- Detentori di contenuti particolari
- Responsabili di applicazioni
- Capi ufficio sparsi per l’organizzazione
- Responsabili forum, blog, FAQ per le applicazioni interattive

Naturalmente la composizione, il ruolo e i contenuti variano da azienda ad azienda ma la sostanza resta che nei progetti intranet dobbiamo fare i conti con questa massa di persone, le quali determinano alla lunga il successo o l’insuccesso del progetto. E questo perché tutte queste persone hanno il compito di fornire contenuti ufficiali e aggiornati, di gestire la qualità delle risposte e delle discussioni, di coprire tutte le esigenze informative della loro popolazione di riferimento.

Una faticaccia.

Naturalmente anche i progetti enterprise 2.0 hanno i loro bei problemi e non ci voglio tornare sopra adesso; ora volevo solo ribadire come spesso questo livello di governance sia la vera discriminante tra le due dimensioni.

A questo proposito vi segnalo un bel post di Jane McConnell che da alcuni consigli sulla governance, e un altro post  di J. Boye su come supportare al meglio i “content owner” nei progetti intranet che coinvolgano una migrazione di contenuti .

gen
25

11 principi per spiegare l’enterprise 2.0 ai nostri manager

Era un po’ che volevo segnalare questo post che mi ha inviato Cristiano, perché mi sembra un’ottima sintesi dei principi che stanno dietro e attraversano i progetti intranet innovativi ed enterprise 2.0 in generale.

L’autore sintetizza il passaggio di prospettiva in questi progetti attraverso 11 principi oppositivi (anche se il titolo dice 10) . Praticamente una slide perfetta (o anche 10 slide perfette, se usate un approccio “zen” ortodosso nelle presentazioni) per chi si occupa di consulenza o formazione:

Eccoli:

- Conversazione vs. Broadcast
- Bottom up vs. Top-down
- Reputazione vs. gerarchia
- Emergenza vs. Struttura
- Folksonomie vs. Tassonomie
- Agilità Vs. Burocrazia
- Trasparenza vs. Sicurezza
- Reti intrecciate vs. Silos funzionali
- Semplicità vs. Complessità
- Tecnologie user-oriented vs. IT Governance
- Fiducia vs. Controllo

Niente di speciale, nulla di realmente dirompente: poche parole semplici che devono solo aiutare i manager a capire di che cosa stiamo parlando.

Può servire.

Vale la pena, già che ci siamo, segnalare anche la sua presentazione su Slideshare dedicata al tema.

gen
21

Workplace: i tre modelli di Jane

Come sempre, quando un modello o uno schema sono ben fatti valgono oro e arricchiscono qualsiasi contributo. E’ il caso di questi schemi tratti dall’ultimo report di Jane McConnel sui trend 2010 per le intranet. Jane realizza la più vasta indagine annuale sullo stato dell’arte delle intranet e i dati che emergono sono sempre interessanti.

In questo caso propone tre modelli per rappresentare l’integrazione degli ambienti e delle applicazioni in intranet (chiamate ora web workplace). La domanda è:  la intranet è la porta d’ingresso comune al web interno o ci sono altre porte laterali verso ambienti specifici? Gli schemi parlano da soli, credo:

Modello 1: Frammentato (presente nel 30% dei casi)

Workplace-a

Modello due: ibrido (55% dei casi)

Workplace-b

Modello tre: unificato (15% dei casi)Workplace-c

Devo dire che, al di là della qualità dei dati, come al solito è tutto piuttosto deprimente.

gen
3

La collaborazione e il coinvolgimento tra un paradigma e l’altro

Guardando gli interventi e gli articoli sul tema della collaborazione in intranet e nel campo dell’enterprise 2.0 mi rendo conto che davvero ci troviamo sulla soglia di un cambio di paradigma.  La caratteristica dei paradigmi e che tendono a definire il perimetro dei problemi all’interno dei quali trovare una soluzione (Kuhn chiama talvolta questi problemi “rompicapo“). In altre parole è il paradigma che definisce l’ordine del discorso all’interno del quale sviluppare un progressivo lavoro di disvelamento e di soluzione. Una volta che il paradigma si frantuma viene sostituito da un nuovo ordine di problemi e di “fatti rilevanti”.

E così, se nell’ambito di intranet si discute di come migliorare il publishing decentrato o come rendere attivi e partecipi gli autori, nell’ambito enterprise 2.0 si discute di come gestire e organizzare la massa di contributi che arriva da tutti i dipendenti. E una cosa piuttosto buffa, nel complesso, e che produce in entrambi i casi contributi di qualità.

Nel primo caso voglio segnalarvi un post di Jane McConnel che si intitola “7 principi per il publishing decentrato“, un articolo interessate per chiunque sia alle prese con una intranet a modello “redazione diffusa”. I 7 principi di Jane sono in sinstesi questi:

- Definire la responsabilità dei contenuti al più basso livello possibile in cui esista una reale responsabilità (va bene il capoufficio, non va bene lo smanettone occasionale)
- Distinguere tra responsabili del contenuto e responsabili del publishing
- Rendere visibile vicino al contenuto il suo content owner
- Definire diversi livelli di apporvazione dei contenuti sulla base delle specifiche esigenze delle business unit
- Evitare workflow troppo complessi
- Aiutare i content owners a decidere i livello di profilazione delle informazioni
- Definire un rappresentate intranet per ogni settore aziendale

Più o meno sullo stesso tema vale la pena segnalare anche  un articolo di Catherine Grenfell: “Come coinvolgere gli autori“. Catherine fornisce tanti consigli, e provo a sintetizzarli:

- Creare una comunità di pratica tra gli autori
- Sessioni di training guidato
- Tutoring temporaneo
- Ownership delle diverse business unit
- semplificare il processo di publishing
- Migliorare gli skill sul web writing
- Aggiornare gli autori sulle best practice interne
- Fornire template e tools predefiniti
- Creare un supproto ad hoc
- Definire ed esplicitare il modello di governance
- Monitorare costantemente il lavoro dei publisher
- Creare un centro di risorse online
- Usare scenari e personas nelle decisioni di redesign
- Premiare i contributori migliori
- Fare intervenire i capi qualche volta

Infine ecco un altro articolo di Toby ward dedicato ai modelli di governance distribuita della intranet.

Ok, sembrerebbe tutto a posto, se non fosse che queste sono soluzioni all’interno di uno specifico paradigma, ovvero quello che recita, più o meno: “la intranet è uno spazio web gestito da una redazione diffusa”.

All’interno del paradigma “enterprise 2.0″ la musica cambia, perché la intranet diventa uno spazio aperto ai contributi di tutti. E cambiano di consegue3nza anche i problemi da affrontare. Per esempio Jacob Morgan riflette su come segmentare i contributi che arrivano da migliaia di dipendenti in un’organizzazione (geograficamente? Per temi? Per dipartimento?) e Bill Ives risponde in una logica di puro SaaS: “lasciamo che i dipendenti si clusterizzino da soli sulla base degli interessi e progetti e affinità trasversali. Su tutto domina una rilfessione globale sul rapporto tra collaborazione, cultura organizzative e tecnologie a supporto, ben espresso in questo post.

E’ ovvio che tutte queste riflessioni sono corrette relativamente al proprio paradigma di riferimento, e trasportate in un altro non diventano false: semplicemente, perdono di senso.

lug
28

Non tutti i contenuti sono uguali

Una decina di giorni fa Mark Morrell (l’intranet manager di BT, che è un’azienda di  110.000 persone), ha pubblicato un post molto interessante, a mio parere più acuto e profondo di quanto l’autore stesso possa aver immaginato (non lo dico per offendere Mark, ovviamente, ma per provare ancora una volta che il testo ha sempre una sua autonomia rispetto all’autore, in accordo con il buon Paul Ricoeur).

E insomma, il post prova a classificare il tipo di contenuti che possono trovarsi su di una intranet “evoluta”, vedendoli dal punto di  vista sia del loro “statuto” che dei loro modi di produzione. Mark riferisce in specifico questa classificazione alla situazione interna a BT, ma credo che il modello abbia una sua universalità di fondo e si presti in modo molto plastico ad una serie di ragionamenti collaterali a mio modo di vedere assai interessanti (per inciso, credo che questa versatilità immaginativa sia il segno, in genere, delle classificazioni ben riuscite).

Mark divide i contenuti in:

- Ufficiali, ovvero prodotti da una redazione, o anche da referenti di una ipotetica redazione allargata

- Di team, ovvero prodotti all’interno di gruppi di lavoro più o meno chiusi e in ogni caso con un perimetro di visibilità ben definito e con scopi legati alla produzione “dentro il flusso dell’operatività”

- Crowd, ovvero prodotto all’interno della più ampia comunità aziendale, all’interno di spazi e piattaforme di condivisione pubbliche, quali ad esempio un forum tecnico, una bacheca, uno spazio di social networking

- Personali, ovvero prodotti da singole persone dell’azienda, ad esempio tramite un blog personale.

Ho provato a elencare questo tipo di contenuti nello schema seguente:

Schema tipi di contenuti intranet

Come vedete la classificazione consente di ospitare agevolmente buona parte dei tipici contenuti e progetti intranet. Il suo pregio, inoltre, risiede nel non confinare uno strumento ad un solo tipo di classificaizone: un wiki può essere di tema o crowd a seconda degli scopi e del “patto” che lo strumento riassume nell’organizzazione.

In questo contesto ci si può anche divertire a tracciare diversi scenari per le diverse proporzioni che tali insieme di contenuti possono avere in una intranet

Ad esempio, una intranet totalmente dominata dai contenuti ufficiali (queste sono le intranet per le quali che in genere viene chiesto oggi il mio intervento):

Intranet dominata dai contenuti ufficiali

Ecco ora una intranet con primi segni di apertura verso altri tipi di contenuti , anche se ancora timidamente. In questo caso ho ipotizzato che i contenuti di team si affaccino per primi, perché sono i maggiormente controllabili e quelli meglio vendibili internamente per giustificare la spesa

contenuti2b

Ed ecco invece una intranet nella quale i contenuti di team la fanno da padroni, con un’apertura verso contenuti crowd e contenuti personali. Queste sono le intranet costruite maggiormente attorno ad alcuni processi operativi che vengono supportati con spazi online (per inciso: in questi si usa spesso MOSS).

contenuti3

Ecco infine una intranet dominata da contenuti crowd, ad esempio in progetti di Knowledge management o applicazioni di social networking estese ecc.

Schema intranet dominata da contenuti crowd

Naturalmente, come tutte le classificazioni, anche questa presenta delle strane intersezioni empiriche un po’ paradossali, ma la cui paradossalità, paradossalmente, aiuta a capire meglio la natura degli oggetti che abbiamo a disposizione.

Qualche esempio:

- Il blog dell’Amministratore Delegato è personale o ufficiale?

- Se un team di lavoro si allarga in modo consistente ad altri partecipanti legati professionalmente, lo spazio è ancora di team o diventa crowd?

- Se nel social network interni sono presenti informazioni aziendali prese dai sistemi ufficiali, il sistema è crowd o ufficiale?

Insomma, le strane sovrapposizioni possibili sono molte, ma questo – ripeto – non è necessariamente un difetto.

Concludo con una domanda: riuscite a disegnare la intranet della vostra azienda sulla base di questa classificazione?

lug
27

La coda lunga dell’attività in intranet

Il post che vi segnalo in realtà parla dell’eterna lotta tra IT e comunicazione nella gestione delle intranet, ma nel parlare di questo mette in evidenza un pattern tipico delle intranet (pattern di cui ho già parlato a suo tempo, riferendolo alla comunicazione interna in generale, e declinandolo poi anche sul tema delle community).

Il tema è quello della distribuzione delle informazioni in intranet e anche secondo J. Boye il “grosso” dell’attività avviene nella coda lunga.

Long Tail intranets

Se guardiamo infatti agli accessi e alle pagine viste delle intranet, vediamo che in media vi sono alcune pagine visitatissime e una coda lunga di servizi e informazioni che in realtà copre la maggior parte degli accessi (questo peraltro l’ho verificato personalmente sul campo, tanto che all’epoca ero piuttosto insoddisfatto dei miei sistemi di analisi, che non andavano oltre i 500 risultati).

Ora, questa dinamica ha ovviamente delle importanti implicazioni per gli intranet manager. Proviamo a elencare rapidamente quali:

- Non ci interessa dare pochi a molti, ma dare tanto a pochi. Non pochi servizi per tutti, ma moltissimi servizi e informazioni per un numero indefinito di nicchie di colleghi.

- Il lavoro di publishing è condiviso. Se vogliamo presidiare la coda lunga dovremo attrezzarci affinché il perimetro di chi pubblica si allarghi, perché nessun team redazionale sarà in grado di coprire tutte le aree potenziali delle informazioni che servono alla coda lunga dei colleghi.

- Disponetevi a perdere in parte il controllo. In un costento in cui ciò che ci intereessa è presidiare la coda lunga delle informazioni (e dei servizi) dobbiamo mettere in conto di utliuzzare la intranet come vero e proprio SaaS, nel quale mettere a disposizione una piattaforma che verrà poi utilizzata in modi solo in parte prevedibili.

Ci sono altre implicazioni a cui non ho pensato?

lug
25

Una rappresentazione del meta-ambiente

Cito questo articolo di Patrick Vettelapesca (il tipo non mi è molto simpatico a dire il vero, e oggi lavora come architetto dell’informazione in BBC), perché prova a fornire una rappresentazione della complessità dei sistemi, dei silos e del tipo di saperi e informazioni con cui le intranet di trovano a dover fare i conti:

La sua idea di “lean intranet” è quella di una sistema capace di dialogare, alla lunga, con tutti  questi sottosistemi

Il pregio dell’articolo non è tanto quello di dirci come dovrebbe fare la intranet a realizzare questo obiettivo, quanto quello di aver provato a buttare giù una lista di quali siano questi sottosistemi, ovvero:

  • Email
  • Transazioni
  • siti internet
  • Applicazioni gestionali
  • Sistemi ERP
  • Applicazioni collaborative)
  • Progetti di comunicazione interna
  • Informazioni esterne
  • Sistemi basati su carta
  • Applicazioni e sistemi informali
  • Conoscenza tacita

Ovviamente sono sempre possibili vari livelli di integrazione: unire le basi dati delle varie applicazioni non è la stessa cosa di unificare l’interfaccia e la navigazione principale, che a sua volta è cosa diversa dal mettere semplicemente dei link a disposizione sulla intranet.

Diciamo che è un percorso, che andrà valutato progressivamente importando di volta in volta i “pezzi” più strategici. Per proseguire nel tempo con il resto.

lug
25

Unire globale e locale in un framework comune

Un bell’articolo di Bertrand Duperrin esamina il rapporto controverso che abitualmente in instaura tra Dipartimento IT e dipartimento HR nella costruzione di progetti 2.0 interni. La sua idea è anche la mia: senza collaborazione fattiva tra i due non si va da nessuna parte.

La sua idea è di riuscire a creare un team di esperti interfunzionale che possa fare da driver di progetti locali su un framework globale interno. Creare questo team che lavora “in tandem” è dunque una parte integrante della strategia preliminare d’approccio. I passi successivi sono quelli di realizzare progetti pilota di dimensioni ridotte che possano fare da volano al resto dell’organizzazione.

Cito la parte finale del post:

One of the best practices I identified is to create an internal “enterprise 2.0″ expertise team which provides local projects with a global framework (tools, methodology, follow-up, consulting….) which meets both the corporate need for rationality, governance and security and the local management need for flexibility, autonomy, quickness. My experience tells me this kind of model, that works quite well, is in most cases driven by IT departments that hire a few “human things” professionals. Is it irrelevant to think that such a team could be built by an HR team or, even better, co-built by both HR and IT teams ?

giu
23

Tra Fantozzi e Pol Pot

Non sono molto d’accordo con questo recente articolo di Seth Gottlieb, secondo il quale in intranet servono innanzitutto publisher, e non ha alcuna importanza se le tecnologie siano o no facili da usare.

La sua idea è che se non ci sono motivazioni sufficienti a pubblicare in intranet la facilità delle tecnologie non aiuterà, mentre se ci sono motivazioni sufficienti beh, certo non sarà un ostacolo. Non sono d’accordo, perché è proprio nell’abbassamento radicale dei costi (cognitivi e materiali) di transazione che si rende possibile un’esplosione di contenuti e le aziende (italiane) sono piene di persone che si tirano i remi in barca di fornte a tecnologie complicate, poco performanti ecc.

La soluzione di Seth è quella di rendere l’attività di publishig parte integrante della job description, magari con un capo polpottiano che te lo ricorda continuamente.

Riporto un passo dell’articolo

There is only so much you can do to motivate your employees to “want” to publish on your Intranet. You can make it part of their job description; you can recognize their efforts. But you will probably not be able to create the hunger for attention within your firewall that will unleash that entrepreneurial publisher spirit. If they have that spirit within them, it will be expressed on their personal blogs. To get your employees to act like journalists, you need a J. Jonah Jameson type. Maybe not as abrasive, but just as passionate. Have your internal publisher imagine that he is in a circulation war with a competing intranet and that he should do whatever it takes to capture and enthrall subscribers. Just tell him to 86 the cigar; he will never get that approved by HR.

Ma così non si va da nessuna parte, sul lungo periodo. Credo che per aumentare la quantità di contenuti e pubblicatori su intranet la sponsorship sia ovviamente necessaria, ma ancora di più lo sia rendere il blogging o qualsiasi altra dannata attività di pubblicazione una parte di lavoro che crea un qualche vantaggio per le persone (e per i pubblicatori innanzitutto).

Naturalmente possiamo discutere all’infinito su quali possano e debbano essere i vantaggi, ma questa deve essere la leva principale: contrariamente ritorneremmo a situazioni fantozziane di nuova generazione (“un commento Fantocci, almeno un commento di deve lasciare, capito Fatocci?“)

giu
21

Senza vergogna: i video di Intranetmanagement

Cari amici,  quando la spudoratezza cresce e il senso della misura decresce…finiamo su Youtube. E il vostro intranetmanagement si trova oggi esattamente nel punto di intersezione tra queste tue opposte linee di tendenza.

Questi video sono tratti da una mia lezione su Intranet content management dell’anno scorso in quel dell’Aquila (da quei gran farabutti della TILS, oggi possiamo dirlo. A proposito, cari manager di TILS, vi ricordo che anche se hanno arrestato il vostro boss io rientrerò in possesso dei soldi che mi dovete, a costo di venire lì a pignorarvi le scrivanie).

Ok, chiusa parentesi. Sui video posso dire – a mia discolpa – che ero stanchissimo e in una certa difficoltà, il che si è tradotto in interiezioni fuori luogo, farfugliamenti senza senso, ipercinesi, ripetizioni, divagazioni a vanvera.

E per chi non fosse ancora soddisfatto ecco tutto il mio canale su youtube, dove sto raccogliendo i vari spezzoni, che poco alla volta pubblicherò.

Abbiate pietà, anche per il modesto editing:  ho lavorato da autoditatta con Moviemaker.

giu
5

Enterprise 2.0, o del Problem centred design

Quando si progetta un sistema 2.0 all’interno delle organizzazioni sono possibili, ovviamente, vari approcci generali. Uno di questi recita, più o meno così: “costruiamo una piattaforma di servizi innovativi e lasciamo che le persone se ne approprino poco alla volta lasciando emergere degli utilizzi e dei pattern“. In poche parole, si crea una piattaforma che si pone come geenral pourpose technology e si guarda che succede. Un po’ come portare l’energia elettrica e lasciare che gli utenti la usino come vogliono.

Questo tipo di progettazione ha, naturalmente, il pregio di permettere la nascita di soluzioni nuove e divergenti, ma sconta il difetto di concentrasi sulle soluzioni invece che sui problemi (e basta leggere i bandi di gara per rendersene conto): vogliamo i forum, poi i blog, poi qualcosa per gestire progetti, un motore interno con un pizzico di semantica e una spolverata di wiki. Innaffiamo con un po’ di groupware e abbiamo quello che ci serve.

Ma, dato che queste applicazioni hanno successo nella misura in cui i dipendenti le utilizzano, il rischio di fallimento è ovviamente dietro l’angolo.

Ora, il mondo che è emerso dall’International forum on enterprise 2.0 di Milano mostra, diversamente dall’approccio che ho sommariamente descritto, lo stretto rapporto che lega i progetti enterprise 2.0 con specifici problemi organizzativi e locali.

Sono in genere problemi e questioni pratiche molto concreti: accorciare la filiera dell’informazione, migliorare alcune dinamiche organizzative, rendere più intelligenti alcuni processi decisionali, velocizzare le risposte verso i clienti, coordinare meglio certi flussi di lavoro, gestire in modo efficace la documentazione di progetto e così via. Sono questioni a volte prosaiche, poco cool e in certi casi decisamente noiose.

Questi problemi organizzativi hanno in genere un rapporto vago e per lo più implicito con il mondo delle applicazioni web 2.0 o enterprise 2.0. La novità non sta certo nei problemi, ma nelle soluzioni nuove che queste applicazioni riescono a portare.

E riescono a farlo perché definiscono una specifica promessa e un patto chiaro con i partecipanti, qualcosa che tutti in azienda possono capire: UN singolo problema, UNA singola esigenza alla quale si cerca di rispondere in modo specifico utilizzando in modo creativo (ovvero, in molti casi, ricombinando) soluzioni nuove.

Potremmo chiamare questo approccio PCD, ovvero Problem centred design: identifico esattamente il problema e progetto una soluzione 2.0 che risponda solo a quello. Niente megapiattaforme, niente megaprogetti: soluzioni locali guidate da un pensiero globale.

Credo che questo sia il messaggio più importante che emerge dal Forum e con il quale bisognerà fare i conti: il futuro è, a mio parere, in una collezione di specifiche applicazioni che permettono di risolvere specifiche questioni.

Il primo corollario di questo approccio è evidente: nessuna applicazione sarà identica all’altra e ogni soluzione sarà quella soluzione a quello specifico problema in quella specifica azienda.

Il secondo corollario è che qualunque iniziativa costruita sulla moda del momento è destinata al fallimento perché non si concentra su un problema, ma cerca unicamente di adottare qualcosa senza una promessa esplicita e condivisibile. Lo stesso errore delle piattaforme di KM degli anni ‘90.

Ma naturalmente questa è solo una parte della storia, perché comportamenti emergenti, pattern non previsti e dinamiche divergenti sono comunque parte integrante della vita di questi progetti. È per questo che ogni iniziativa che funziona tende nel tempo a riconfigurasi, ad aggiungere dei pezzi e a modificare alcune clausole del patto stabilito con gli utenti. Ma questa è solo un’estensione dinamica di qualcosa di locale che ha funzionato prima.

E soprattutto è l’applicazione di metodi e strumenti nuovi a problemi di volta in volta diversi.

mag
20

Intranet manager: un cocktail di attività

Ho parlato spesso del mestiere dell’intranet manager, mestiere che si è arricchito con l’arrivo dei social media, senza tuttavia cambiare in sostanza la sua fisionomia (alcune cose che ho scritto a riguardo le trovate qui, qui, qui, qui, qui )

Ora i ragazzi di CRM TV ne hanno ricavato un breve video, nel quale appare anche il sottoscritto

Giacomo Mason immagine intervista

apr
29

Moderare (o no) i forum e i blog interni

Davvero molto interessante uno degli ultimi articoli di Steptwo dedicato questa volta al tema della moderazione degli spazi di discussione in intranet. Il tema mi sta molto a cuore, come sapete, e ho scritto molte volte a riguardo.

L’articolo ha il pregio di evidenziare alcuni punti nodali e di proporre diverse alternative nell’approccio al tema della moderazione.

In sintesi, ecco i punti che Alex Manchester mette sotto i riflettori:

- Policy: ogni azienda ha sue caratteristiche e sue dinamiche interne, per cui non esiste un approccio universale, ma delle linee guida vanno comunque redatte sempre, e l’articolo linka diverse fonti (forse la più interessante è la policy di BT, scaricabile in pdf)

- Identità: ogni contributo dovrebbe esserfe associato ad un’identità ben definibile, evitando discussioni anonime. Il nome e cognome dovrebbe apparire sempre vicnio ai contributo (e aggiungo io, portare al proprio profilo personale)

- Single sign on: per ridurre lo stress utente e migliorare la user experience, il meccanismo di autenticazione dovrebbe appoggiarsi sul più generale single sign on interno, in modo da non dover ri-digitare continuamente UID e password

- Moderazione: l’articolo propone tra scelte:

  • auto-moderazione
  • moderazione “light”
  • moderazione “full”

Identificando per ciascuna rischi e opportunità. Personalmente credo che non esista un confine netto tra queste tre scelte: credo che le cose cambino molto con il passare del tempo (passando in genere da più controllo a meno controllo) così come credo che a volte la moderazione full su alcuni aspetti (ad esempio le questioni tecniche) conviva con l’auto-moderazione per altri aspetti.

In ogni caso, all’elenco di fattori critici per la riuscita di un progetto di discussione vorrei aggiungere alcune caratteristiche, non elencate nell’articolo:

- Segnala un abuso: inserire questo elemento in ogni contributo consente di allentare la briglia, lasciando alla community il compito di fare da primo filtro, oltre che dare un preciso segnale rispetto al fatto che non tutto è consentito

- Vota il contributo: permette di fare emergere i contenuti ritenuti migliori, alimentando un circolo virtuoso

- Facilità: il sistema nel suo complesso deve essere facile da usare. Semplicemente. Se diventa l’ennesima farraginosa applicazione da usare le persone si ritrarranno o non si riterranno neanche all’altezza di poter partecipare (“roba da smanettoni”)

- Parole-chiave: tenete una bella lista di parole-chiave “calde” e fatevi arrivare un warning ogni volta che queste vengono scritte. In questo modo si riduce la necessità di controllo puntuale ma si ha comunque il posto della situazione

- Black list e gold list: le persone potranno finire nella “black list” o nella “gold list” a seconda del loro comportamento, condi differenze nei privilegi d’accesso.

C’è altro?

apr
10

Risorse per l’analisi intranet

Per la serie “tour guidati nel mio nuovo blog”, vi invito a visitare la sezione “Risorse e materiali“, dove troverete alcune cose nuove, in particolare nell’area “Materiali da scaricare“.

Nella mia compulsione da rinnovamento ho cercato infatti di aggiungere e di aggiornare i materiali metodologici che metto a disposizione, cominciando da alcune schede che avevano bisogno di una bella rinnovata.

Troverete quindi, tra le altre cose:

- la nuova scheda di check list per la vostra intranet (pdf)

- una nuova scheda per fare benchmark delle intranet altrui, con più di 80 item e centinaia di sottoitem (pdf)

- Un esempio di questionario da sottoporre alla popolazione aziendale, preliminare alla progettazione dell’ambiente (pdf)

Fatene buon uso (per la cronaca, il correttore ortografico di Firefox è una manna, ma che cosa ho aspettato a usarlo in tutti questi anni?)

Ciao

apr
3

Intranet insight: il video dei ragazzi di Oncommunity

I ragazzi di Scienze della Comunicazione si ritrovano in un social network che si chiama Oncommunity, nel  quale discutono, collaborano, intervengono, segnalano, condividono allegramente il loro essere parte di una comunità di futuri operatori della comunicazione.

In questo cammino hanno incontrato la intranet, cominciando a sperimentare anche questa dimensione come parte del loro percorso di apprendimento. E questo video è uno dei risultati del loro lavoro (troverete anche il sottoscritto, in qualche scena).


Trovi altri video come questi su Oncommunity

I giovani ragazzi di Scienze della comunicazione, stretti tra un sistema universitario lacunoso, un sistema di inserimento nel lavoro nepotistico, un sistema di riconoscimento sociale feudale e un sistema di ricambio manageriale oligarchico, non se la passano molto bene.

E anche se in passato sono stato molto duro con l’impostazione del loro corso di laurea e, in generale, con il processo di liceizzazione delle università italiane voglio, anche anche a mo’ di scuse tardive per l’acidità dei miei toni di allora, fare loro i miei più sinceri complimenti.

In blocca al lupo a tutti.