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Frammenti sul sapere, la Sabina, il trasloco

Quelli che seguono sono frammenti che ho raccolto durante questo lungo ed estenuante periodo di lavoro e  di movimento attorno alla mia nuova casa e alla mia nuova condizione di abitante campagnolo; il loro tema comune è il rapporto tra persone e il loro sapere, e come questo sapere influenzi le nostre performance, i nostri rapporti sociali e il nostro “muoverci nell’ambiente che abitiamo”.

Primo frammento:  del ricostruire la Germania e del sistemare i quadri

C’è un passo di Daniel Cohen che mi è rimasto impresso e mi torna spesso alla mente; il tema è l’apparente “miracolo” della ricostruzione della Germania nel dopoguerra; Cohen parte de un lavoro di Mancur Olson:

“La sua teoria [...] sostiene che le nazioni “nuove” o “distrutte” siano percorso da uno stesso progetto collettivo: ricostruire il Paese. Non vi è, pertanto, alcuna reale difficoltà nell’individuare le modalità di un’azione cooperativa, collettiva. Quanti ospedali e scuole bisogna costruire? Quale deve essere la durata legale della giornata lavorativa? Sono solo alcune delle domande a cui si risponde senza grandi contrasti [...] Nel caso della Germania del dopoguerra, la società non è da inventare, bensì da ricostruire. Il modo di tagliare i capelli, di curare i malati, di educare i bambini…fanno parte della cultura condivisa dai tedeschi. Mancano “solo” le infrastrutture, “l’equipaggiatura”. In poche parole, il capitale. Ma questa è poca roba rispetto al sapere comune.”

Capire dove appendere i quadri in casa è un’operazione che può durare dei mesi (o degli anni). Una volta però che si è deciso questo sapere resta sedimentato; in seguito a una ristrutturazione o a un’imbiancatura non sarà difficile rimettere i chiodi e riappenderli: il lavoro materiale in questo caso è ben poca cosa rispetto a ciò che abbiamo capito sulla loro disposizione e all’”istituzione” che abbiamo inaugurato.

(ora che ci penso questo mi fa venire in mente la nozione di “traccia istituita” di Derrida per richiamare l’idea che ogni movimento significante avviene a partire da una sorta di istituzione profonda e immotivata – la famosa archi-scrittura).

In entrambi i casi il vero nodo, la vera questione, è la produzione – e riproduzione – di un sapere condiviso ed il suo congelamento, la sua cristallizzazione in qualche sorta di “istituzione” . Questo sapere opera a vari livelli e si sedimenta come patrimonio comune di ogni comunità: la nostra capacità di muoverci nel Mondo dipende da esso e quando bisogna “ricominciare” emerge come il vero capitale che un gruppo possiede.

Questo spostamento di baricentro dal materiale all’immateriale e dal fisico al cognitivo opera ovviamente anche nel mondo del lavoro di oggi (produrre la nuova molecola di un farmaco è un’operazione compessa e costosa, ma la sua riproduzione ha dei costi marginali tendenti a zero).

Secondo frammento: quello che i bancari si urlano tra loro

Sono in banca a Rieti, per sistemare parecchie questioni riguardanti il mio mutuo, il nuovo conto, il bancomant, la banca online, la banca telefonica eccetera. La funzionaria è una persona molto competente e di esperienza (si vede) e ha libero accesso a tutti i sistemi gestionali della banca. Non c’è coda e siamo comodamente seduti nel suo ufficio. Tutto liscio, giusto? E invece no, perché di fronte a una serie di questioni specifiche la funzionaria non è in grado di andare avanti, ha dei dubbi sul sistema, sbaglia le opzioni.

A questo punto inizia un minuetto vocale con la collega della stanza a fianco (“Che faccio premo F3?” “Si, poi scegli l’opzione 2″, “Mi chiede il codice, ma è quello  del cliente?”, “No, è quello che appare nella schermata prima, torna indietro e segnatelo sul foglietto”). E così via per circa 10 minuti, urlandosi richieste e consigli da una stanza all’altra. E alla fine ne veniamo – ovviamente – a capo.

Ma la funzionaria ha ancora un dubbio e ad un certo punto si ricorda di una collega di Milano con cui ha lavorato  e che è “l’esperta” della Banca telefonica. La cerca al centralino e la chiama; dopo gli affettuosi saluti (“Quanto tempo!”, “Tutto bene?” eccetera), la collega le dà una serie di indicazioni sulle password della banca telefonica.

Tutto a posto dunque, ma riesaminiamo i fatti: quanti saperi sono entrati in gioco? Perlomeno 6:

- L’esperienza e il sapere pregressi della funzionaria
- Le procedure informatiche bancarie
- Le conoscenze della collega di stanza
- Lo scambio urlato di informazioni tra le colleghe
- La relazione pregressa della funzionaria con la collega di Milano
- Il sapere della collega di Milano

E probabilmente un sociologo del lavoro come si deve ne avrebbe trovati molti altri.

Attenzione a non fraintendere quello che è avvenuto: queste situazioni non sono un’eccezione, ma costituiscono la norma di ogni organizzazione sufficientemente complessa.  Non sono una stortura oraganizzativa, ma il modo in cui il sapere che fa funzionare l’azienda viene organizzato e distribuito attraverso canali non perfettamente codificato. Solo che sono talmente frequenti e pervasive che difficilmente ci si fa caso.

Naturalmente questa dinamica non è visibile guardando solo l’organizzazione formale: l’organizzazione formale è fatta dall’organigramma, dalle procedure informatiche codificate e dal ruolo codificato della funzionaria. Tutto il resto, formalmente, non esiste. E invece esiste, eccome. E quando l’ho fatto notare alla funzionaria ci abbiamo riso sopra.

E quando penserò a che cosa deve servire un progetto intranet mi ricorderò di questa situazione.

Terzo frammento: la premodernità della Sabina

La cosa probabilmente più difficile da assimilare andando a vivere in un paesino in mezzo alla campagna non ha a che fare con la – retorica – preoccupazione della solitudine o della lontananza e via discorrendo; il vero problema, nonché vero spartiacque rispetto alla città riguarda il modo con cui ci procuriamo le informazioni necessarie al nostro quotidiano. Dove troviamo un laboratorio di analisi? Chi ci può tagliare le siepi? E il ferramenta, il fabbro, il rivenditore di legna, il meccanico bravo, gli orari dell’autobus, le strade migliori, la pizzeria buona, un trattorista?

Certo, possiamo andare in esplorazione, ma ci accorgeremo ben presto che le informazioni sono nascoste, per non dire inesistenti. Certo, le informazioni ci sono,  ma sono per così dire, “appiccicate” alle persone del circondario. Sono loro che ci sanno consigliare.

Ora, secondo Antony Giddens una delle caratteristiche della modernità, e uno dei fattori di disaggregazione tipici del moderno, è la presenza pervasiva di sistemi esperti che garantiscono l’accesso a sistemi di sapere codificati indipendenti dai loro portatori: l’esempio più tipico è il medico di base, terminale ultimo di un sapere neutrale costituito da un sistema organizzato (università, ospedali, ASL, comunità scientifica) a cui il medico attinre. Ma anche un semplice orario dei bus, consultabile da chiunque, è un esempio di sistema esperto.

Giddens dice a riguardo: “I sistemi esperti sono meccanismi di disaggregazione perché – in comune con gli elementi simbolici – enucleano le relazioni sociali dalle immediatezze del contesto. Entrambi i tipi di meccanismi di disaggregazione presuppongono, e anzi favoriscono, la separazione del tempo dallo spazio come condizione della distanziazione spazio-temporale che essi promuovono.”

Capito? Andiamo dal medico di base, a prescindere dalla città, perché in ogni punto è garantito un unico accesso allo stesso sapere, mentre nella condizione premoderna tale accesso era molto più vincolato al contesto (il medico di Paese con il quale si sviluppava un rapporto personale di fiducia). Nei sistemi esperti la fiducia è posta più nelle regole generali di funzionamento che nelle singole persone.

Ora, le necessità di tornare a rivolgersi alle persone per avere delle informazioni fa della Sabina (e con essa tutte le zone non metropolitane italiane) una zona, nei termini di Giddens, attraversata da dinamiche premoderne.

Questo è molto interessante perché produce la necessità – a questo punto fisiologica – di un maggiore attaccamento alla comunità (o al proprio contesto di riferimento). Paradossalmente, in campagna è molto più difficile essere “eremiti” perché la necessità di sapere produce la necessità di relazione e la relazione produce coesione sociale.

Dopo che Sergio, il trattorista, mi ha sistemato la strada di accesso a casa gli ho detto che lo avrei pagato al più presto, il tempo di andare in banca. Mi ha risposto “Non c’è problema, ora sei dei nostri”.

ott
27

Creare online wireframe per intranet

Avrei voluto mantenere questo enigmatico silenzio ancora per un po’ di tempo, visto che sono talmente incasinato che vado a sbattere contro i distributori di snack alla stazione.  E vivo alla stazione, non so quale, maledicendo Trenitalia e rimandando cose a data da destinarsi mente non riesco più a leggere uno come Giddens per più di 3 pagine, io che leggevo kant e Hegel sull’autobus e li capivo pure e come mi sono ridotto non lo so. E poi c’è il trasloco, e ho un’autogru nel giardino di casa (eh, si adesso ho anche un giardino di casa e 4 gatti e un cancello che ho appena buttato giù per fare passare l’autobotte del gas e tremila libri sparsi per la casa dove si sente ancora l’eco e la mia mano con l’avvitatore in mano dalla mattina alla sera mentre mia sorella ha dei problemi in famiglia e così via e forse non vengono a Natale ma in ogni caso in casa non ci sono ancora le sedie a parte questa da cui scrivo che è una sedia dell’Ikea che vorrei bruciare e adesso mi candido a scrivere la frase tra parentesi più lunga della storia della blogosfera nostrana).

Ok, detto questo non potevo esimermi dal segnalarvi una cosa fi-chis-si-ma, ovvero un’applicazione web per creare wireframe di intranet di prima e seconda generazione direttamente online. L’applicazione si chiama intranetwireframe e vi consiglio caldamente di farci un giro (che sta facendo anch’io peraltro).

wireframe intranet

lug
12

Nuova casa per il mio blog presentazioni efficaci

Cari amici, questo è un post di servizio per segnalarvi che il mio blog sulle presentazioni efficaci, ovvero il lato oscuro di intranetmanagement, ha finalmente cambiato casa e, grazie a una fuga rocambolesca, ha abbandonato l’allegra combricola di sbandati campeggiatori del web di Splinder per approdare al più comodo salotto di Worpress.

Il blog si intitola ancora, ostinatamente, “presentazioni  efficaci” e continua a raccontare, con imperterrita verve compulsiva, delle mie scorribande nel mondo delle presentazioni, del public speaking, delle slide e di tutto quello che ruota attorno al surreale mondo di Powerpoint.

Come dico sempre nei miei corsi non sono solo in questa battaglia: negli Stati Uniti ci sono schiere di “guru” delle presentazioni, (e mi rendo conto che questa sia una cosa piuttosto sorprendente per il nostro Paese); guru come Garr, Olivia, Cliff, Nancy, Andrew, Tony, Eric, Brent, Bert e molti altri.

Guru ai quali il sottoscritto non prova neanche ad accostarsi, beninteso. Tuttavia, come ho detto sul mio blog, volevo cominciare a trattarmi bene, e la fuga da Splinder era davvero il primo passo.

Per chi volesse continuare a seguire le attività del blog e del suo autore, consiglio di cambiare i propri feed con quelli nuovi.

Grazie a tutti della pazienza.

Il vostro Sldierman.

sliderman logo

giu
28

Un libreria geek per fare cultura digitale e coworking: può funzionare?

Cari amici, il post di oggi è da “angolo del crowdsourcing”, o dell’intelligenza collettiva, o del mercato predittivo o, detto in parole povere, del consiglio che vi chiedo per una cosa che non c’entra niente con questo blog.

Il discorso è questo: da tempo io e alcuni miei amici stiamo cercando una “exit strategy” per dedicarci a qualcosa di diverso dalle nostre attività consuete. Ieri, dopo l’ennesimo passaggio alla Feltrinelli dove non ho trovato ciò che cercavo, sono uscito con un’idea, ma non so se può funzionare.

L’idea è questa: mettere su una libreria specializzata in informatica e cultura digitale. La libreria sarebbe in città (presumibilmente Roma) e avrebbe tra le sue caratteristiche:

  • Tutti i libri italiani di informatica, internet, cultura digitale, management digitale ecc, compresi quelli che non si trovano di norma alla Feltrinelli
  • Molti libri stranieri, con tutte le ultime uscite che in genere non si trovano assolutamente in Italia
  • Tutta una parte dedicata ai videogiochi

Ma oltre a questo la libreria dovrebbe diventare un ulteriore punto di diffusione della cultura digitale in Italia, con incontri con gli autori, dibattiti tra blogger e specialisti nel campo.

Inoltre dovrebbe fare da punto di segnalazione di eventi nel nostro paese e collegarsi a scuole ed enti che fanno formazione e alfabetizzazione (magari con convenzioni)

Infine, nell’ambiente troverebbe posto una parte per il co-working, con postazioni dedicate per i lavoratori mobili che hanno bisogno di scrivanie, servizi e connettività per breve tempo
Ovviamente nella libreria ci sarebbero anche PC, WI FI, punti lettura, consolle videogames ecc

Inoltre ci sarebbe una presenza in Rete della libreria attraverso un sito col catalogo aggiornato, blog e tutto il resto dell’armamentario.

La domanda è: secondo voi questo progetto, arricchito di tutto quello che ho detto e che poi ci verrà in mente, potrebbe funzionare?

Nel frattempo voglio ringraziare Luca Vanzella, Mafe De Baggis, Alberto D’Ottavi, Antonio Pavolini, Achille Corea, Michele Melis, Leonardo Agrò, Mauro Lupi, Federico Fasce, Fabio Masetti, Irada Pallanca, Laura Marconi, Emanuele Quintarelli, Maurizio Galluzzo, Tony Siino, Roldano de Persio, Luca Mascaro per le tante suggestioni che mi hanno dato via Facebook, e che vado a sintetizzare:

- Aggiungere la parte cafè e aggregazione
- Spingere molto sul co-working
- Diventare reseller italiano di cose da geek e libri stranieri
- Stringere accordi con i fornitori di e-book reader
- Creare laboratori di scrittura e collegarsi con i maketplace degli autori come Lulu
- Creare uno spazio versatile per ospitare eventi da geek
- Spazio libri usati
- Lavorare sulla parte innovativa dell’editoria (es libri in PDF e e-book)
- Stabilire un business plan preciso

Infine uno di loro mi ha detto esplicitamente che un progetto del genere avrà si è no sei mesi di vita (ecco).

Ovviamente io non so niente del mondo del commercio (distributori, licenze, finanziamenti e tutto il resto) e quindi ogni consiglio è bene accetto.

Voi che dite: può funzionare?

mag
1

Non aprite quell’aggregatore

Ma si può vivere così?

Schermata dei mei feed non letti su netvibes

La prossima volta che risento la pippa che con il nuovo web filtriamo le informazioni e l’overflow di trasforma magicamente in coda lunga e teniamo sotto controllo le nostre fonti e ci costruiamo il palinsesto e non ci sfugge niente eccetera eccetera avvisatemi, perché ho due coesette da aggiungere.

Il fatto è questo: quando anche solo l’idea di aprire il tuo aggregatore e vedere la carrellata indigeribile di notizie che ti si sono scaraventate addosso nel frattempo ti provoca un misto di nausea, ansia e senso di colpa, ecco in quel momento stai usando i feed RSS al massimo delle loro potenzialità.

Il che significa, in altre parole, che sono una delle paradossali tecnologie il cui successo teorico coincide con il suo fallimento pratico.

apr
1

Il mio nuovo blog

Cari lettori, ecco il mio nuovo blog, (ovvero www.intranetmanagement.it) creato dopo più di 5 anni di frustrazioni e mal di pancia su Splinder. Mi raccomando di aggiornare i vostri feed, i vostri bookmark, i vostri link, le vostre blogroll, perché è questo l’indirizzo da cui il vostro autore scriverà d’ora in avanti.

Come potete vedere ho fuso assieme il vecchio blog e il vecchio sito, in modo da poter agevolmente aggiornare entrambi. E presto vi darò qualche aggiornamento sulle novità che ho inserito (e sto ancora inserendo) nello spazio.

E adesso due paroline a quelli di Splinder:
*****

Abbellii!!!

aò, la volete sapè ‘na novità? dopo 5 anni de bagni de sangue sono uscito dal tunnel della vostra stramaledetta piattaforma!!! Andate a zappare voi Drupal e tutta la generazione di smanenttoni che ci sta dietro. Avente finito di spadroneggiare sulla mia vita con la vostre assurde richieste.

Devo avere pazienza? State lavorando per me? Volete che passi ad un account pro? Ve lo scordate cocchidemamma, cominciate a fare funzionare quello che c’è invece di farvi le birre doppio malto.

Un saluto anche a vitafiorita, merendina76, sussurrodentro, poesiedellasera, cinninomiagolante e tutta la vostra simpaticissima comunità.

Adios

*************

Ok, chiusa parentesi. A Presto.

mar
10

Piccoli disservizi su tutta la linea

Abbiate pazienza, ma sto effettuando il lungo, travagliato, sofferto, sospirato, controverso, utopico passaggio del mio blog su piattaforma WordPress, con annessa unificazione di blog e sito in un unico ambiente bello ricco di contenuti nuovi. Praticametne una traversata nel deserto.

Questo provocherà una serie di disservizi, quali la testata che non appare, oltre che tremori, sudorazione e abbassamento dell’emoglobina dei visitatori. Inoltre Splinder deve essersi accorto di qualcosa perché da qualche giorno non mi rivolge più la parola.

Stay tuned e pedonate questo povero blogger sempre più frastornato.

dic
15

Slashdottamenti nostrani

Visto che stamattina sono stato segnalato da Punto informatico questa si avvia ad essere la giornata con il maggior numero di accessi nella storia quinquennale di questo blog.  Per me equivale più o meno ad essere slashdottato.

Un benvenuto ai nuovi arrivati!

nov
9

Sliderman, un destino

Quando l’ho visto un’ora fa ci sono rimasto di sasso: sto al secondo posto se uno digita Slideshare su Google.

foto classifica google sldieshare

Si riconferma il mio destino di sliderman

logo sliderman

Ok, per non lasciare questo post privo di informazioni di qualche utilità vi segnalo un bell’articolo che mi ha inviato Cristiano, dedicato ai lavoratori della conoscenza nelle organizzazioni del terzo millennio.

Si intitola Busyness vs. Burst: Why Corporate Web Workers Look Unproductive. Molto interessante.

ott
20

Reiss Romoli chiude? Ma dai…

Io, come tanti, alla Reiss Romoli dell’Aquila ci ho passato tanto tempo. Io, alla Reiss Romoli dell’Aquila, come tanti, ci ho seguito un sacco di corsi. Io, come tanti, ho un sacco di ricordi legati a quel posto, che ho incontrato in diverse fasi della mia vita.

Mi ricordo di un corso sulla qualità totale all’inizio della mia “carriera”, di un altro sulla negoziazione, di un altro ancora sui processi di Outsourcing. E me li ricordo bene, perché erano dei bei corsi. Delle cose fatte a regola d’arte.

Io, alla Reiss Romoli, più avanti, ci ho organizzato anche tanti eventi, quando stavo ad Alcatraz: notti insonni e febbrili passate a  preparare materiale, lavorando come un matto su presentazioni e spazi web da aggiornare. Ecco alcune foto dell’epoca:

io alla Reiss Romoli dell'Aquila

io alla Reiss Romoli dell'Aquila

io alla Reiss Romoli dell'Aquila

io alla Reiss Romoli dell'Aquila

io alla Reiss Romoli dell'Aquila

Alla Reiss ho mosso i primi passi nella progettazione web, e chi era vicino a me allora sa bene quante ingenuità mi portavo dietro. Ingenuità che ho superato anche stando in quel posto.

Infine, io alla Reiss Romoli dell’Aquila ci sono finito ad insegnare, ormai fuori da Alcatraz, libero e bello (e invecchiato).

Perché parlo di questo? Perché, a causa di una delle tante tristi vicende aziendali-istituzionali che riguardano questo Paese (ma di cui non si parla), la scuola Reiss Romoli sta per chiudere. Le persone della scuola hanno creato un blog per parlare della vicenda.

Simbolo giorni che mancano alla chiusura reiss Romoli

Certo, non è l’Alitalia, o altri “big” che fanno notizia. E per questo ve lo segnalo. Anche perché è uno dei pochi pezzi del mio passato che mi dispiacerebbe perdere.

ott
8

Ripartire da loro

Ammettiamolo: la maggior parte delle volte che mettiamo in linea i nostri progetti interni ci facciamo il segno della croce e speriamo di averla imbroccata, magari rassicurati dalla certezza interiore che noi conosciamo i nostri utenti, che ragioniamo come loro, che siamo dei bravi professionisti e, in definitiva, che se le cose, in un modo o nell’altro, si sistemeranno.

Questo modo a dir poco avventuroso di trattare i progetti ha alle sue spalle ragioni profonde, le quali naturalmente non giustificano le pratiche impressionistiche che ne sono diretta – e tangibile – conseguenza, ma che aiutano a inquadrare il problema. Una di queste ragioni è ovviamente, la fretta realizzativa, che fa in genere da contraltare alla pigrizia analitica di cui soffre buona parte del management committente. Stabilire delle date “a caso” per poi costringervi il progetto a qualunque costo non è solo un segno di pessima gestione manageriale, che tende a scimmiottare il peggior marketing d’assalto,  ma anche, e soprattutto, della definitiva rinuncia a qualunque aspirazione a capire effettivamente “come funziona la macchina”. In questo lago di ignoranza, su cui galleggiano presuntuosi proclami e coloratissime slide, i bisogni degli utenti sono i primi ad affondare.

Un’altra ragione delle modalità impressionistiche con cui i progetti intranet vengono portati avanti è lo spirito “dirigista” che ancora predomina in gran parte di essi;  uno spirito che, mentre chiede – anzi impone - agli utenti di partecipare alla progettazione, si guarda bene dal coinvolgerli anche solo minimamente e si compiace invece di dare alle persone finalmente qualcosa  di “nuovo”, come se l’effetto sorpresa dovesse magicamente sopperire alla carenza di funzionalità che solo un coinvolgimento vero avrebbe potuto rivelare. A volte qualcuno ha l’idea brillante di andare a sentire qualche utente test, scegliendolo – naturalmente – tra quelli che confermeranno le sue idee. Confortati da tale “discesa agli inferi” i progettisti andranno serenamente verso il “lancio” ovvero il giorno fatidico.  E a quel punto non basteranno le tecniche di guerrilla marketing nei corridoi dell’azienda.

Una terza ragione di questo guazzabuglio progettuale risiede nella parcellizzazione dei saperi che tante organizzazioni coltivano al proprio interno e che produce fratture profonde e incomprensioni continue tra i vari attori delegati agli aspetti tecnologici, comunicativi, operativi. L’indifferenza verso lo specifico realizzativo (come deve essere fatta un’interfaccia, quale deve essere la corretta architettura informativa ecc) da parte di chi si occupa di comunicazione, e, dall’altra parte, lo snobismo di certe élite tecnologiche nei confronti degli utenti o dei reali processi operativi, produce nei fatti degli oggetti enigmatici e un’opacità di fondo regna su tutto il progetto; le persone del team, come in un film di Antonioni, parlano da sole con gli occhi nel vuoto, guardando un sito web che – probabilmente – funzionerà. Ma forse no. Una  situazione collosa, che solo gli utenti, una volta che il sito è lanciato, si incaricheranno di sciogliere, lanciando noi, e il nostro progetto, dalla finestra.

Che cosa fare? Francamente vi confesso che mi sono stufato di seguire progetti facendo a testa o croce sul successo e rassicurando il management che tutto va bene perché rispetteremo i tempi in un progetto di cui non si capiscono più i contorni, non si sa a chi serva e perché, in definitiva, sia stato fatto.

Che cosa fare? C’è un solo modo per fare pulizia e per dare un senso al nostro lavoro (ma anche a quello dei committenti, in definitiva): ripartire dagli utenti. In definitiva sono loro i destinatari dei progetti, sono le loro esigenze il cuore del nostro sviluppo, sono le loro modalità di agire le milestones delle nostre release.

Molto meglio fare un brainstorming in più, girare per gli uffici, fare focus group, creare personas, (sul tema della personas ecco un’altra risorsa interessante) e mettere in gioco tutto l’apparato metodologico di analisi oggi a disposizione. Meglio perdere una settimana, un mese, meglio fare questo che dannarsi come matti intorno a obiettivi che sono solo nostri e che nulla hanno a che fare con coloro che poi, nel bene o nel male ne decreteranno il successo. O, nella maggior parte dei casi, il fallimento.

lug
15

Per monolochattare

Volete sentirvi soli, ma soli veramente? Apritevi una stanza su Lively. Extraterrestre, portami via, voglio tornare, indietro a casa miaaaaa….:-)

giu
23

Eccomi

Ebbene si, ci sono anche io. Domani parto per Milano col mio zaino 2.0 in spalla (e questo chevvordì, che lo portiamo un po’ per uno? Battutona.) e mercoledì sarò a Varese all’international forum on enterprise 2.0.

Visto il parossistico periodo di lavoro che attraversa la mia vita, questo evento posso considerarlo una specie di vacanza (nota bene la dislocazione a sinistra del complemento, tipica dell’italiano neo-standard, registro che utilizzo con fierezza ogni volta che posso. Ma poi abbiamo il diritto di affermare che utilizziamo una lingua? Non è piuttosto la lingua che utilizza noi? Essere giocati nel gioco della lingua. Ah, antiche questioni che ritornano. Ma che cosa c’entra questa parentesi? Assolutamente nulla, è solo il caldo che rallenta le mie facoltà razionali, allenta i freni inibitori ed esalta quel retrogusto di cazzeggio che tutte le attività della mia vita, a ben guardare, si portano dietro. E credo che il segreto della felicità stia proprio nel cogliere ogni volta questo gusto sottile, distinguendolo degli altri sapori (ambizione, senso del dovere, necessità materiali, arrapamenti vari) così intensi e dilaganti. Imparare a vivere è insomma come fare un corso da sommelier. Chiusa la doppia parentesi).

Astronave enterpriseInsomma, tornando a questo benedetto forum, ho cercato di tirare dentro più gente che potevo, chiamando amici, parenti e vicini di casa, quasi si trattasse di andare sul balcone a vedere i fuochi di artificio (penza te come sto messo). Le tiepide risposte che in alcuni casi ho ottenuto mi hanno però riportato alla realtà.

E vabbè, in ogni caso io ci sarò di sicuro (nella speranza, il prossimo anno, di avere anche io qualcosa da dire), con tanto di quaderno degli appunti.

Ciao ciao.

apr
30

Surrealistic FAQ

Ecco alcune domande frequenti che emergono durante i miei corsi su intranet, web 2.0 e dintorni. E poi ditemi che non è un lavoro usurante…:-)
- Ma che cos’è un wiki?
- Ok prof, ho appena creato il blog. Ma perché se digito il nome su Google non me lo trova?
- Quindi posso leggere tutte le notizie che voglio mettendo gli RSS sulla mia pagina personale? Ma è sicuro che tutto gratis?
- Ma che cos’è un widget? È tipo un gadget?
- Scusi, ma se tutti possono modificare Wikipedia dove va a finire l’affidabilità delle informazioni?
- Ma perché per fare queste cose devo avere una userid e una Password? Non basta andare sul sito?
- Che cos’è una userid?
- Davvero tutti possono commentare? E se scrivono cazzate?
- Ma il profilo personale non è una cosa un po’ da esibizionisti?
- Queste cose le dirà anche ai nostri dirigenti?
- Tutti modificano online il documento? Ma poi non si crea un casino?
- Quindi per apparire su Google devo farmi linkare? Ma allora se lo dico ad amici e parenti posso fregarlo…
- Scusi non ho capito se stiamo parlando di cose serie o di giochi tra colleghi
- Ma che cos’è un wiki?

mar
15

Grazie Google

Mentre, qui alla LUISS, i miei allievi stanno facendo un esercizio (alla LUISS si lavora anche di sabato, purtroppo) scopro una cosa incredibile, almeno per me: se si digita “intranet” su Google questo blog appare nella prima pagina dei risultati (ok, in realtà lo avevo notato già da qualche giorno).

Considerando che non ho pagato nessuno, che ci sono una marea di altri risultati possibili sul tema e che, alla fin fine, io sono un signor nessuno, lo trovo un risultato strabiliante (che che in parte conferma quallo che poi dico in alula continuamente: contenuti, continuità, relazioni, duro lavoro quotidiano. Altro che banner..).

Beh, insomma, sarò un provinciale, ma voglio ringraziare Google, e soprattuto ringraziare voi…

:-))

mar
5

Ariparto

Ed eccomi di nuovo in partenza (non ci posso credere). A questo giro c’è anche la notiziola in rete. :-D

Ok, queste sono comunque occasioni nelle quali imparo un sacco di cose (anche sulla mia resistenza fisica).

Ciao

feb
12

Nuovi propositi

Ho preso una decisione: d’ora in avanti lascerò un commento in ogni blog in cui capito nella giornata, a prescindere dal tipo di blog. Sarà anche un atto di responsabilità verso i miei clic compulsivi (e anche un ritorno alle origini, più di quattro anni fa, quando ho iniziato a bloggare). Quanto durerò? Ma soprattutto, quanto dureranno gli altri?

:-)

feb
10

C’ero anch’io

Ed è stato bellissimo.

P.S. Dimenticavo di aggiungere i riferimenti: il blog italiano e quello americano da cui è partita l’idea.