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Gen
1

Del raccontare storie (e del saperle ascoltare)

Vorrei iniziare questo 2013 (anno del quale davvero non riesco a farmi un’idea, neanche vaga) segnalandovi qualcosa di davvero nutriente. Quest’estate, come spesso mi è successo negli anni, ho partecipato al Festival della mente di Sarzana (essendo la mia città natale mi permette un partecipazione particolarmente facile ad ogni edizione), ed ho potuto assistere all’intervento di Ascanio Celestini che ha raccontato, a ruota libera,  come è nato il suo rapporto con le storie e con la tradizione orale di cui oggi è, a modo suo, un erede.

Ascanio Celestini non ha certo bisogno di presentazioni ma questo intervento di tre quarti d’ora, fatto un po’ alla buona e senza una scaletta precisa, è stato qualcosa di particolarmente importante per me, perché è riuscito a toccare, con la consueta leggerezza di Celestini, alcuni temi credo fondamentali per noi contemporanei alle prese con la costante necessità di dare un ordine, di mettere in fila i diversi pezzettini slegati di esperienza con cui ci confrontiamo tutti i giorni.

E lo ha fatto parlando di cose marginali ed eterogenee: delle streghe della sua infanzia, di sua nonna, di viaggi in treno, del modo con cui sono nati i suoi spettacoli, delle persone che ha incontrato e ascoltato per costruire le sue storie.

Credo che Celestini non ambisse a dare nessuna indicazione complessiva per noi contemporanei: è troppo modesto anche solo per immaginarlo. Ma resta il fatto che riflettere sulle storie, su come le raccontiamo e le ascoltiamo, su come esse diano – letteralmente – forma alla nostra esperienza, su come la narrazione riverberi, in modo più o meno consapevole nel nostro quotidiano significa, volenti o nolenti, toccare un nodo cruciale che riguarda il modo in cui il mondo ci si presenta ogni giorno. Ovviamente è un tema conosciuto e che gode di ampia letteratura, (certa letteratura è ottima, altra davvero pessima)  ma Celestini ha il pregio di farci vedere tutte queste cose in azione.

Infine, il tema dell’ascolto. Verso la fine dell’intervento Celestini racconta come ha intervistato le persone che poi sono diventate protagoniste dei suoi spettacoli. In pochi munti troviamo un concentrato di metodo etnografico, che ci dà anche preziose indicazioni su come tutto noi, che lavoriamo in azienda o per le aziende, dovremmo operare quando ascoltiamo i dipendenti e ci facciamo raccontare le loro esperienze.

Ecco il link all’intervento, dura 45 minuti. Vi assicuro che sono ben spesi.

 

Giu
21

In margine a Foucault

“La scena è in Polonia, vale a dire dappertutto”.
Un inizio che è già di per se un saggio. E’ una tante perle che si possono trovare negli scritti letterari di Foucalult. Qualcuno di noi, incline più di altri a facili quanto furvianti analogie, potrebbe trovare in questo potente inizio qualche eco dello stesso web. E sbaglierebbe.

Perché, a dispetto della sua fisicità distribuità e della sua innegabile caratterizzazione topologica, (come ci spiega magistralmente Bolter ma anche, più modestamente, Ugo Volli) la Rete, oggi si pone esattamente agli antipodi di questa, soltanto abbozzata, atopia foucoultiana.

Perché la rete sarebbe così lontana dalla Polonia evocata da Foaucault? Non è forse, la Rete, dappertutto? E’ vero, la Rete è dappertutto, ma questa sua onnipresenza, quant’anche virtuale, non le impedisce di essere “luogo” prima di “spazio”, laddove la Polonia letteraria di Foucault è è, piuttosto, mero spazio senza luogo.

Non è un gioco di parole: è la stessa differenza che passa tra la hall di un aeroporto, mero spazio nel quale nessuno può sentisi a casa, e un qualsiasi angolo di Venezia (Venezia, dove ogni luogo ha un nome preciso che lo caratterizza: calli, corti ecc), nel quale ogni punto è Storia che risuona nel nostro sguardo.

La scena è il web, vale a dire un luogo preciso.

Questa determinatezza, questa collocazione in una dimensione che sociologicamente potrebbe essere definita con precisione (la Rete è, innanzitutto, il “Discorso di accompagnamento” della rete sul piano della discorsività collettiva, come spiega egregiamente Pier Cesare Rivoltella in un suo saggio), questa precisione non ha nulla a che vedere con la spazialità. E come se la spazialità, la spazialità geometrica e la spazialità della nostra percezione fosse messa fuori gioco. E allora che cosa fonda il “luogo”, questo luogo così preciso che non potremmo mai confonderlo con altri (non disturbarmi, sono in rete…é una cosa che ho trovato in rete…)?

La rete è innanzitutto uno scenario d’azione, ed è questa azione che fonda questo luogo inconfondibile. Una spazialità “contestuale”, legata alla nostra presenza attiva. Ineludibile. Reale. Questo “esserci” continuo, questa inclusione necessaria del soggetto fonda questo luogo senza spazio che è la Rete, che siamo tutti noi.

In realtà volevo parlare della nozione di “autore”, ma mi è scappato questo, Va beh, sarà per la prossima volta…:-)

Mag
2

Interpretare le culture per Clifford Geertz

Ripesco questa intervista rilasciata alla rai da Clifford Geertz, l’antropologo che rinnovato la disciplina proponendo il suo modello interpretativo e introducendo alcuni concetti nuovi (come quello  della “thick description”, a sua volta mutuata da G. Ryle).

Perché un combattimento di galli a Bali dovebbe rivelarci di più rispetto ad uno studio statistico-sociologico ad ampio raggio?
In realtà Geertz è padre, suo malgrado, di tante tendenze di pensiero contemporanee: la culura come fatto semiotico, il passaggio dalla descrizione all’interpretazione, l’interesse per il processo di costruzione dei significati, lo svincolamento del concetto di cultura dall’impoverimento del manufatto e dallo psicologismo dei comportamenti appresi, l’interesse per l’interazione simbolica, la necessità di uscire da una visione positivistica del fatto culturale.

Apr
29

Aldo Gargani su linguaggio e tecnica

Aldo Gargani, filosofo ed eminente studioso di Wittgenstein, già a suo tempo apprezzato per il “il sapere senza fondamenti” (ormai fuori catalogo) si interroga in questa intervista, su linguaggio e tecnica. Moltissimi gli spunti e le parole chiave per una nuova filosofia della comunicazione (tema sul quale sto finendo di scrivere il mio prossimo libro): la fine del linguaggio come etichetta, le metafore vive, la rivalutazione del concetto di malinteso e il la necessità dell’elaborazione di una sorta di “teoria dell’interlocutore”.
Ottimo l’approccio, anche nutro alcune riserve sulla posizione, tutto sommato equidistante, rispetto alle nuove tecnologie. Oggi possiamo, forse, dire qualche cosa di più.
Uno stralcio:

Si dice che le espressioni trovino il loro significato nelle circostanze dell’uso, ma neanche questo può bastare, perché il contesto non sarà mai una garanzia che due più persone stiano realmente comunicando tra loro; questo perché ogni volta che si parla siamo, sì, inseriti in un contesto comunicativo ma dobbiamo, come parlanti in campo, poter elaborare tutto un processo di interpretazione volto ad eliminare i malintesi, i quali, a loro volta rappresentano un elemento negativo ma, al tempo stesso, sono anche l’elemento indispensabile attraverso il quale gli uomini possono cercare di approssimare una possibilità di comunicazione fra loro.

Questa possibilità di malinteso, per esempio, è interdetta dalla tecnologia informatica, perché la tecnologia informatica presume che due o tre parlanti posti uno di fronte all’altro e situati in un certo contesto, scatti, automaticamente, la comunicazione. Questo non è sempre vero e il computer non può tenere conto di questo. Si trascura il ruolo del malinteso un ruolo che necessita di essere elaborato. Ogni volta che io parlo è come se io dovessi sviluppare una sorta di teoria dell’interlocutore, come stiamo facendo Lei ed io adesso.

Lug
11

La città come metafora

Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi
L. Wittgenstein – Ricerche filosofiche

Le costruzioni della storia sono paragonabili a ordini militari che accasermano e corazzano la vita vera. Contro di esse, il moto di piazza dell’aneddoto. L’aneddoto ci avvicina le cose nello spazio, le fa entrare nella nostra vita.
W. Benjamin – I “passages” di Parigi

Mar
21

Vivere è capirla male…

Oggi mentre gli uccellini domenicali cinguettano fuori dalla mia finestra (Roma, Roma…), un passo (un po’ lungo, ma ne vale la pena..) di Roth sul mistero degli altri, e sulla condanna (tragica) di non capirli mai ed essere sempre costretto a tentare comunque di farlo. Ringrazio Fausta, per aver estratto questo passo dal mio flusso di lettura, in questo modo restituendomelo.

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze e di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici o corazze spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di venute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che noi ogni giorno mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento esame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di avere ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite…Beh, siete fortunati.
P. Roth – Pastorale americana – Einaudi

Feb
14

L’oblio secondo Perec

Oggi riposo, lettura, musica, ascoltata e -indegnamente – suonata, (prove di improvvisazione con le danzatrici…), e abbozzi di meditazione. E una bella citazione da George Perec, meno claustrofobica di quanto farebbe supporre. Quadri, muri, appartamenti: cosa nasconde cosa a chi? L’oblio, insomma, più come forma della pienezza che come forma del vuoto. Chiodo schiaccia chiodo, quadro scaccia muro, figura scaccia sfondo: una gestalt senza fessure…

“Metto un quadro su un muro. Poi dimentico che c’è un muro. Nono so più che cosa c’è dietro il muro, non so più che c’è un muro, non so più che questo muro è un muro, non so più che cos’è un muro. Non so più che nel mio appartamento ci sono dei muri, e che se non ci fossero muri, non ci sarebbe l’appartamento. Il muro non è più ciò che delimita e definisce il luogo in cui vivo, ciò che lo separa dagli altri luoghi in cui gli altri vivono, non è più che un supporto per il quadro. Ma dimentico anche il quadro, non lo guardo più, non lo so più guardare. Ho messo il quadro sul muro per dimenticare che che c’era un muro, ma dimenticando il muro dimentico anche il quadro”.
G. Perec – Specie di spazi – 1989 –

Feb
3

Web, blog, discorso e autore: la parola a Foucault

Oggi, rapito dai miei scampoli mnemonici mattutini, proseguo nella mia personalissma genealogia dei discorsi sulla Rete “ante-rete”. Ecco un testo di Michel Foucault che fa il punto sul rapporto storico testo-discorso-autore. Alcune domande: il web è un allentamento del principio dell’autore? E i blog ne sono un rafforzamento? La modernità si è insinuata tra le pieghe della narrazione medievale?

“Credo che esista un altro principio di rarefazione di un discorso. Esso è, sino a un certo punto, complementare al primo. Si tratta dell’autore. L’autore considerato, naturalmente, non come l’individuo parlante che ha pronunciato o scritto un testo, ma l’autore come principio di raggruppamento dei discorsi, come unità ed origine dei loro significati, come fulcro della loro coerenza. Questo principio non opera ovunque, né in modo costante: esistono, tutt’intorno a noi, non pochi discorsi che circolano, senza che detengano il loro senso o la loro efficacia da un autore cui sarebbero attribuiti: parole quotidiane, tosto cancellate, decreti o contratti che han bisogno di firmatari, non d’autore, ricette tecniche che si trasmettono nell’anonimato.

[…]

Nell’ordine del discorso scientifico l’attribuzione ad un autore era, nel Medioevo, indispensabile in quanto costituiva un indice di verità.[…] Dal XVII secolo, questa funzione non ha cessato di venir meno, nel discorso scientifico: l’autore non serve più, quasi, che a dare il nome ad un teorema, ad un effetto, ad un esempio, ad una sindrome.

In compenso, nell’ordine del discorso letterario, e a partire dallo stesso periodo, la funzione dell’autore non ha cessato di rafforzarsi: tutte le narrazioni, tutti i poemi, tutti i drammi o commedie che si lasciavano circolare nel Medioevo in un anonimato relativo, ecco che ora si chiede loro donde provengono, chi li ha scritti; si chiede che l’autore renda conto dell’unità del testo che va sotto il suo nome; gli si chiede di rivelare, o almeno di portarsi appresso, il senso nascosto che li attraversa; gli si chiede di articolarli sulla sua vita personale e sulle sue esperienze vissute, sulla storia reale che li ha visti nascere. L’autore è ciò che dà all’inquietante linguaggio della finzione le unità, i nodi di coerenza, l’inserzione nel reale.”

M. Foucault – L’ordine del discorso – 1972

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede