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Gen
7

Due libri, due alleati per l’intranet manager

Credo di non aver ancora mai segnalato due pubblicazioni piuttosto recenti che, insieme, costituiscono un po’ il punto di riferimento sui progetti intranet di nuova generazione.

Come sapete la letteratura, nazionale e internazionale, è piuttosto avara di risorse, (qualcosa c’è, ma non focalizzato) in particolar modo di quelle che si concentrano sugli aspetti realizzativi e metodologici di questi progetti.  Proprio per questo ogni nuovo arrivo nel panorama editoriale, specialmente se ben fatto, va tenuto da conto come un bene prezioso.

Designing intranets: creating sites that workIl primo volume è “Designing intranets” di James Robertson, un libro che fornisce una metodologia dettagliata per i progetti intranet basata sull’esperienza di Step Two, l’azienda australiana capitanata da Robertson che è oggi uno dei punti di riferimento a livello mondiale.

Chi segue il blog di Robertson riconoscerà molto materiale già pubblicato nel tempo, ma il valore del libro risiede nell’approccio sistematico che ha saputo dare al materiale, corredandolo di molti esempi e screenshot. Particolarmente utili le parti relative al design vero e proprio, oltre che i riferimenti alla metodologia di User centred design che da sempre caratterizza l’azienda australiana. Non un “libro spot” dunque (come ce ne sono tanti in giro), ma una vero manuale a cui fare riferimento.

intranet_management_handbookIl secondo volume, “The intranet management handbook“, di Martin White,vi confesso di non averlo ancora letto, nonostanta sia sulla mia scrivania da parecchi mesi. Tuttavia l’ho sfogliato a fondo, apprezzando la profondità con cui vengono affrontati i diversi passi metodologici di un progetto intranet.

Il libro è davvero un manuale metodologico completo, senza screenshot ma con alcuni utili schemi e molte schede di approfondimento (ad esempio sulla gestione dei blog o su come fare le interviste preliminari agli stakeholder).

Un’intera sezione è dedicata alla governance, e un capitolo alle gestione dei progetti con Sharepoint. White fa parte della società inglese intranetfocus, e mette in questo libro tutta la sua esperienza nella gestione di progetti intranet realizzati per lo più in ambito britannico.

Due libri che, insieme, vi aiuteranno a fare da soli e a rendere inutile il lavoro di persone come me. :-)

Set
21

Geert Lovink e i blog

copertinadi zero commentsForse vi siete persi questo libricino di Lovink, che contiene tre brevi saggi dedicati al web 2.0, alla blogosfera e all’arte digitale. Siccome Non vorrei che questo libro, critico e intelligente, passasse inosservato, vorrei dare il mio contributo alla causa riportando, testuali, alcuni brevi brani del saggio sui blog che considero particolarmente significativi. Prendeteli come un sunto del sunto del libro.

Credo che Lovink abbia fatto dell’essere “oltre” un mestiere, per cui il suo stile risulta appesantito da una certa sfuggevolezza di fondo. Ma credo che alcune delle sue osservazioni sul nichilismo, sul rapporto con la verità, sulla difficoltà ad usare i media sociali per crreare un vero dibattito, siano illuminanti.

Ciascuno tragga le proprie considerazioni. E, magari, legga il libro. Buona lettura.

[…]

L’erosione dei mass media non si vede dal ristagno delle vendite e dalla diminuzione dei lettori di quotidiani, e in molte parti del mondo il pubblico televisivo è ancora in crescita. A essere in declino è la fede nel messaggio. L’importanza del nichilismo sta lì, e i blog agevolano questo processo come nessun’altra piattaforma aveva mai fatti prima. Venduti dai positivisti come media dei cittadini, i blog aiutano gli utenti a passare dalla verità al nulla.

[…]

Molti non hanno il tempo o la concentrazione necessari per fare un lavoro di ricerca come si deve e preferirebbero seguire il branco, cosa per la quale i blogger sono famosi.
[…]
Il post originale pubblicato dal proprietario del blog non è uguale alla risposta del lettore. Gli utenti sono ospiti, non partner paritari e tanto meno antagonisti.
[…]
I blog danno vita a comunità di persone che la pensano alo stesso modo, e il dibattito rimane all’interno del nuvole di blog omogenei.
[…]
Commentare un blog con il quale si è in disaccordo è ritenuto persino insensato; ma se per esempio non siete d’accordo con Ito, è molto più sicuro postare le osservazioni sul vostro blog – “ti ho bloggato” – ma la possibilità che qualcuno come Ito possa rispondere è prossima allo zero. Ecco il limite dei blog. Molti blog eliminano del tutto la possibilità di rispondere, in particolare i diari delle celebrità e i blog degli amministratori delegati, scritti e gestiti da redattori professionisti.
[…]
I blog non sono né religiosi né secolari, sono “post-virtù”.
[…]
Le pagine dei blog stanno cominciando a somigliare ai portali barocchi di e-commerce degli anni
novanta: un cattivo presagio.
[…]
È l’inesorabile incertezza del quotidiano a essere bloggata. Mentre gli imprenditori colonizzano il futuro, eccitati da allucinazioni coltive, i blogger disgelano il presente nel quale sono intrappolati. Bloggare è la risposta alla “individualizzazione della ineguaglianza sociale”.
[…]
La sfida lanciata da milioni di blogger è: come superare l’insignificanza senza ricadere nelle strutture di significato centralizzate?
[…]
I blog creano arcipelaghi di link interni, ma si tratta di legami molto deboli; per di più, non solo i blogger si riferiscono e rispondono in genere solo ai membri della loro tribù online ma non hanno alcuna idea di quello che potrebbe accadere se includessero i loro avversari. […] Grazie alla sua vastità, la prateria dei blog non è uno spazio conteso. Le differenze di opinione devono prima formarsi: non piovono dal cielo. Fabbricare opinioni è una raffinata arte di creazione dell’ideologia. [..] . E’ la condivisione dei pregiudizi, o forse delle convinzioni, a guidare la crescita del potere dei blog e della loro visibilità sugli altri media.
[…]
L’obiettivo delle libertà radicale, si potrebbe sostenere, è creare autonomia, superare il predominio delle media corporation e il controllo statale e non essere più importunati dai loro “canali”. La maggior parte dei blog mostra una tendenza opposta: l’ossessione per i fatterelli rasenta l’estremismo; invece dell’appropriazione selettiva si verificano sovraidentificazione e dipendenza bella e buona, in particolare dalla velocità della cronaca in tempo reale.
[…]
La vita è piena di cambiamenti e avventure, a a un certo punto l’attenzione riservata ai blog si smorzerà; saranno sostituiti dalla Cosa Nuova, proprio come loro stessi hanno sostituito i siti web e le homepage.

Lug
6

Le favole della buona notte

Copertina libro De Biase Economia della felicitàCi sono alcuni libri che ci illuminano, altri che ci scuotono, altri che ci irritano fino all’inverosimile, altri che ci annoiano a morte. E c’è poi una categoria di libri che lasciano il lettore esattamente dove lo hanno trovato, forse con qualche briciolo di perplessità appena avvertita.
È il caso dell’ultimo libro di Luca De Biase “Economia della felicità”. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre” edito da Feltrinelli.
Le tesi centrale del libro è che il sistema economico e il sistema dei Media sono in crisi e, così come sta nascendo un nuovo pensiero tra gli economisti di tutto il mondo fondato su un’altra idea dello sviluppo e della felicità, così sta nascendo un nuovo sistema di comunicazione tra le persone legato ai nuovi media, blogosfera in primis. De Biase vede in questi due fenomeni uno stretto collegamento, fondato sull’idea di dono, e impiega 190 pagine per illustrarcelo.
Nel farlo passa con disinvoltura dalla critica del PIL alla psicologia di Kahneman, dall’informazionalismo di Castells e Benkler agli studiosi della felicità, dai social network alla crisi dei media tradizionali, dall’epistemologia di Thomas Kuhn alla blogosfera.
Un’operazione di audace sincretismo. Riuscita? Eh, credo proprio di no.
Sarà la banalità inaccettabile con cui il tema della Rete e dei nuovi fenomeni emergenti vengono trattati, sarà la quasi totale mancanza di cifre e di fatti (ma non è questo che ci aspettiamo dai giornalisti?), sarà il modo quanto mai impressionistico con cui vengono passate in rassegna le posizioni di teorici dell’altra economia, degli studiosi a vario titolo interessati al tema della globalizzazione, di sociologi, epistemologi e premi Nobel.
Fattostà che il discorso di De Biase, lastricato di ottime intenzioni, finisce per rivelarsi poco più di una chiacchiera da bar intorno ad alcune buone letture che ciascuno di noi ha fatto, sta facendo o farà.
Il PIL che non basta più a descrivere le nostre vite, lo sviluppo come retorica ambigua, la felicità che torna al centro del dibattito economico mondiale, i fini che contano più dei mezzi, Google che premia sempre i migliori, i blogger come nuovi eroi che arricchiscono la Rete, i media tradizionali in crisi, l’immancabile cluetrain Manifesto, l’irrazionalità dei comportamenti dei consumatori, la ricerca del senso nel nuovo capitalismo, la mano invisibile deve essere regolata…Non manca proprio nulla.
E tutto si chiude in uno sconfortante esempio di neo-conformismo condito da millenarismi francamente fuori luogo.
Tra apocalittici e integrati, De Biase inaugura una terza via: l’apocalitticamente integrato: nel nuovo Mondo che descrive (o meglio che lascia intravedere) non c’è più spazio per i dubbi, e le voci critiche cessano improvvisamente: dimenticato lo strapotere delle grandi Corporation che oggi fanno il bello e il cattivo tempo sulla Rete sulle spalle dei contenuti generati dagli utenti; eclissati sempre più frequenti e imbarazzanti casi di inciuci tra questi stessi giganti e i governi locali assetati di censura; dimenticata la sempre più problematica questione della privacy (e del ben più importante principio di trasparenza asimmetrica, fondamento degli equilibri democratici), da sacrificare senza ombra di esitazione in nome del sacro network; dimenticato il sempre più eclatante digital/cultural divide che impedisce al 99 per centro della popolazione del mondo di partecipare in modo attivo (nel senso di De Biase) alla Rete (e quindi di che cosa stiamo parlando?); dimenticata la situazione, in certi casi imbarazzante di una blogosfera (in special modo italiana) per molti aspetti autocentrata, autocelebrativa, competitiva e poco propensa (altro che economia del dono..) a quel dialogo aperto di cui si vagheggia a piene mani; e, soprattutto, dimenticata la strutturale e ormai dimostrata incapacità della blogosfera stessa di costituirsi come nuovo soggetto di un cambiamento strutturale e di svincolarsi realmente dai media Mainstream.
Ma siamo davvero sicuri che la Rete ci salverà dall’egemonia del PIL? L’intenzione del libro è quella di dimostrare che è così, ma quello che esce è piuttosto una specie di favola della buona notte nella quale blogosfera, utenti, economia del dono, terzomondismo, teorici della decrescita, Google e OCSE, Taxisiti di New York e Amazon si tengono per mano ridendo allegramente.
Il risultato, lo dico a malincuore e con reale rammarico, è un pane fatto di briciole pescate tra fatti e gli autori tra i più noti del panorama nazionale e internazionale (non li cito per pudore), autori e fatti che qualunque addetto ai lavori conosce per dovere d’ufficio e che persino i non addetti ai lavori hanno in qualche modo masticato. Unico ricordo della matrice giornalistica di De Biase resta lo stile sincopato, quello che usa poche virgole e detesta i due punti per gettarsi. A capofitto. In. Un’orgia. Di punti fermi. Che detto per inciso, è il peggior regalo stilistico che il giornalismo di oggi lascia ai suoi lettori (Ilvo Diamanti docet). Il tutto condito con personalissime perle di saggezza di questo tenore:
In una fase di grandi cambiamenti è possibile che la rappresentazione mediatica e l’autorappresentazione della società si allontanino e appaiano sempre meno coerenti. E le domande, i dubbi, le paure, si moltiplicano. Per quanto si cerchino certezze, una questione latente sempre più importante pervade ogni descrizione sociale: che cosa ci accadrà, staremo peggio o meglio, come sarà il futuro?
Verrebbe da rispondere: eh, signora mia, che tempi, che tempi…
Forse potremmo chiederci quanta lucidità intellettuale siamo disposti a sacrificare sull’altare della promozione, nel nostro Paese, della cultura della Rete e della cultura della decrescita, ma soprattutto fino a che punto questa promozione deve spingersi sul pericoloso crinale della semplificazione e, in definitiva, della predica fuori luogo.
Credo che De Biase ci dimostri in modo quanto mai cristallino (e devo dire, nel suo caso, sorprendente) l’esistenza di una nuova “retorica della Rete” che, come tutte le retoriche, racconta una sua storia che si perfeziona nel tempo fino a bastare a se stessa. Non è questo che ci aspettiamo. Né dai maitre a penser né dai giornalisti.
È un vero peccato: un’altra occasione sprecata per fare della divulgazione seria nel nostro Paese, una divulgazione, cioè, capace di prendere le distanze dai clichè dominanti, in grado non scadere in vuoti tecnicismi e soprattutto in grado di dare una visione che sappia collegare in modo critico  passato, presente e futuro.
In questo caso la mancanza di Franco Carlini si fa sentire. Eccome.

Mag
22

Il lavoro in pratica

Immagine di Studiare le pratiche lavorativeCredo che una delle cose più interessanti nell’occuparsi dell’introduzione delle nuove tecnologie di collaborazione e comunicazione in azienda sia quella di poter indagare in modo più profondo che cosa significhi realmente lavorare e collaborare oggi.

Spesso, troppo concentrati sugli aspetti realizzativi, dimentichiamo infatti che le tecnologie si collocano all’interno di ambienti che sono già di per se complessi e attraversati da pratiche, discorsi, routine, saperi.

Per fortuna, così come è cambiato il lavoro in questi anni è anche cambiato il modo di studiarlo: non più come una variabile macro-economica in relazione a grandi scenari di mercato, ma come insieme di pratiche minimali e “dense”, da indagare servendosi di nuovi strumenti e nuovi saperi.

Per poter studiare il lavoro, oggi, dobbiamo rivolgerci meno alle discipline economiche e ingegneristiche e guaradre all’etnologia, alla psicologia sociale, all’etnometodologia, all’analsi della conversazione.

E questo è il pregio del bellissimo libro di Silvia Gherardi e Attilia Bruni: “Studiare le pratiche lavorative“, edito dal Mulino. Questo breve volume sintetizza il vastissimo campo di studi che gravita attorno  alle pratiche lavorative oggi (i cosiddetti workplace studies): questi studi si concentrano sull’uso del sapere, sul ruolo del corpo e della sensibilità, sul rapproto tra attori umani e ambienti tecnologicamente densi, sulle pratiche discorsive, sulla progettazione partecipata, sulle comunità di pratica, sul rapporto tra invenzione e regole, sul binomio oralità/scrittura, sull’uso e la costruzione dei contesti.

Non è solo un manuale di “nuova” sociologia del lavoro: è una finestra dalla quale finalmente possiamo vedere un panorama fino ad ora oscurato da schemi di analisi grossolani e ingenui e da criteri di valutazione meramente esteriori (la retribuzione, il grado di sicurezza contrattuale ecc).

Leggendolo si capisce come anche il lavoro di un pony express, di un operatore di call center o di un insieme di muratori sul tetti di casa possa essere un’avventura e un’impresa complessa dove entrano in gioco la sensibilità corporea, il coordinamento, la responsabilità individuale, l’uso creativo delle tecnologie, la riappropriazione delle routine, l’uso creativo del contesto, le competenze discorsive, l’uso dei propri saperi taciti. Una figata.

Tantissimi esempi e casi che mostrano come, in questo nuovo paradigma, non vi sia mai nulla di predeterminato (la tecnologia salvifica, la routine codificata ecc): vi sono solo situazioni a partire dalla quali una serie di attori trovano il modo di coordinarsi e di coordinare ciò che li circonda: un mondo nel quale dobbiamo mettere in discussione le vecchie opposizioni che fino ad oggi hanno guidato la nostra visione delle cose organizzative: individuale/collettivo, routinario/inventivo, regolato/destrutturato, intellettuale/fisico, serio/giocoso, ecc.

Ehi, è quello che facciamo tutti i giorni: ma possibile che non ce ne fossimo mai accorti?

Questo libro non vi servirà a progettare un bel niente, ma, come tutti i libri che contano vi aiuterà a guardare con occhi nuovi quello che avete sotto gli occhi tutti i giorni. E non è poco.

Ago
1

Letture utili su conoscenza e organizzazione

Va beh, proviamo a dare un senso ad Anobii e segnaliamo un po’ di libri sui processi di acquisizione e diffusione della conoscenza nei contesti sociali (organizzazioni, ma non solo).

Immagine di La fabbrica dell'immateriale

Immagine di Gruppi e tecnologie al lavoro

Immagine di Coltivare comunità di pratica

Immagine di Storie comuni

Immagine di Apprendere nelle organizzazioni

Immagine di L' apprendimento situato

Immagine di Apprendimento in rete e condivisione delle conoscenze

Apr
17

Gusti e cultura nella coda lunga

Ci sono molti modi per capire quando una teoria è una buona teoria.
Una teoria è buona se riesce a spiegare in modo semplice ed unitario una massa enorme di fenomeni eterogenei (potere esplicativo delle teorie). Inoltre è molto buona se è capace di ampliare la gamma di previsioni che possiamo fare sui fenomeni futuri (potere previsionale delle teorie). Ma non basta: generalmente una teoria veramente buona è capace di ristrutturare l’intero campo dei fenomeni che descrive (potere ontologico delle teorie).
Insomma, dopo l’apparizione di una buona teoria è la nostra stessa realtà ad apparire diversa (pensate, tanto per fare esempi noti e vicini a noi, all’interpretazione dei sogni di Freud, alla teorie del linguaggio di Saussure o di Chosmsky, alla Teoria dell’Informazione di Shannon, alla teoria del calcolo di Turing, alla teoria della post-modernità di Lyotard  e così via)
Che si rivelino, alla lunga, totalmente giuste o in parte sbagliate, la loro stessa formulazione riorienta gestalticamente la nostra esperienza delle cose.
Il potere della coda lunga
Quando una buona teoria  appare sulla scena, dunque, abbiamo molti motivi per essere felici uniti a qualche comprensibile motivo di preoccupazione, legato per lo più alle derive e sovrainterpretazioni a cui la teoria stessa da luogo. E’ il caso della teoria della “coda lunga” di Chris Anderson.
COpertina_coda_lungaUna teoria potente, alimentata da un’immagine altrettanto potente, ovvero quella strana curva che ormai abbiamo visto tante volte e che descrive il modo nel quale si distribuiscono i comportamenti delle persone in rete o, più in generale in ogni situazione dove domini l’abbondanza e non la scarsità di risorse. Anderson mostra come nei mercati in rete siano le nicchie a costituire l’ossatura del mercato e come la rete stia progressivamente polverizzando il mercato dei consumi di massa dominato dai media mainstream.
Non entrerò nei dettagli della teoria (peraltro, del rapporto tra le intranet e la coda lunga ho già parlato qui e qui): la maggior parte dei frequentatori della rete la conosce a grandi linee; inoltre, quell’immagine è davvero capace, da sola, di esprimere in modo completo il senso di questa idea così affascinante
Potere euristico (e seduttivo) delle buone immagini.
Consiglio vivamente a tutti di leggere il libro: è un raro esempio di come si possa fare dell’ottima divulgazione unendo capacità comunicativa e rigore scientifico. La ricchezza degli esempi, la precisione dei dati, la vividezza delle immagini, la ricchezza delle metafore e la quantità di storie che Chris ci racconta sono davvero impressionanti e meritano la lettura di chiunque voglia capire qualche cosa di più sul nuovo mercato della rete e sui fenomeni che abilita.
Detto questo, vorrei modestamente spiegare (innanzitutto a me stesso) perché la teoria di Chris è un’ottima teoria del mercato in rete e una pessima teoria della cultura (esito al quale la teoria sembra approdare).
Culture e tribù
Leggendo il libro ho pensando al mio rapporto con i media di massa e con la “cultura di massa”. C’era qualche cosa che non mi tornava in tutto questo discorso. In fondo, mi sono detto, io, come molti altri, non mi sono mai sentito totalmente aderente alla mia cultura “mainstream”, qualsiasi cosa questo significasse. Anzi, ho sempre avvertito il disagio di una non-appartenenza e ho vissuto, come molti altri, una costante (e castrante) dialettica tra l’ebbrezza di una certa libertà e disinvoltura e la nostalgia della “normalità” e del  “gruppo”.  Ma l’arrivo delle “code lunghe online” non ha mitigato questo disagio, e non ha per nulla risolto la dialettica. Dove sta l’inghippo?
Oggi posso agevolmente scaricare la mia musica di nicchia, guardare i miei programmi di nicchia e incontrare altre persone che condividono questi interessi. Ma questa enorme disponibilità non costituisce affatto un passo in avanti verso la creazione di una nuova “sottocultura di nicchia”.
Certo la coda lunga strappa il velo di Maya che ci voleva tutti omologati nella fruizione degli stessi contenuti e svela che ciascuno di noi ha gusti più sofisticati e diversificati. Certo, in rete questi gusti diversificati trovano la loro dignità e il loro spazio, ma questo fa fare dei pass in avanti alle nostre identità e alle nostre appartenenze? Scopriamo di appartenere a tante diverse “tribù” e certamente mi iscriverò ai servizi online per guardare le puntate di “Spazio 1999”, “Il prigioniero” e vecchie interviste ai filosofi degli anni ’70. Ma continuerò a vivere con disagio il pranzo di Natale.
Il fatto è che la cultura di un gruppo, sfortunatamente, non si costruisce solo in base all’insieme ordinato e filtrato delle nostre scelte d’acquisto, non è la sommatoria dei nostri oggetti culturali di nicchia.
Forse la cultura è l’insieme delle nostre prese di posizione rispetto ad un insieme eterogeneo di oggetti e comportamenti che “circolano” nel sociale, sia di nicchia che “mainstream”. Da “Fiends” alla religione cattolica, dal parlare a voce alta in treno al modo nel quale reagiamo ai lavavetri al semaforo, da Emilio Fede ai Dico, dal pranzo di Pasqua al Grande Fratello. Ed è nel senso complessivo che ciascuno di noi assegna questo insieme di cose che si esprime la nostra “cultura”, ovvero i meccanismi di appartenenza e di identità, che sono qualche cosa di molto diverso dalla “comunità guardaroba” di cui parla Bauman e che, francamente, assomigliano molto alle microculture di cui parla Anderson.
Date un po’ di tempo a un gruppo di individui e questi costituiranno delle comunità. Date un po’ di tempo a queste comunità e queste costruiranno delle culture, ovvero dei meccanismi semiotici che diano senso a quello che le circonda. Oggi, peraltro, dopo la fine delle grandi narrazioni, questo meccanismo è più potente e necessario. Essere Italiani non ci basta, ma nemmeno essere juventini o essere amanti della musica hip op. Abbiamo bisogno di storie, grandi e piccole, che diano senso al nostro agire. Storie che stiano dietro di noi, e ci diano quel significato di cui sempre siamo alla ricerca.
Forse non ho capito il senso e le conseguenze del discorso di Anderson, forse sto travisando, ma paradossalmente, il mondo del “filtraggio collaborativo” descritto da Anderson assomiglia più alla dinamica dell’amicizia che a quella della cultura, E’, insomma., un meccanismo che riproduce più la dinamica delle relazioni individuali che delle relazioni collettive.
Gusti = cultura?
Credo che Anderson abbia risolto troppo in fretta l’equazione gusti = consumi = cultura. Personalmente, per riprendere un mio post precedente, ho vissuto un periodo nel quale l’ascolto di un cantautore come Claudio Lolli faceva parte di una certa cultura giovanile. Sia chi amava alla follia Claudio Lolli sia chi lo detestava a morte apparteneva, più o meno alla stessa cultura e io mi sarei sentito molto più affine a chi odiava Claudio Lolli che non a chi non ne aveva mai sentito parlare. Nel mondo delle aggregazioni online e dei filtri collaborativi queste due categorie di consumatori non si incontrerebbero. Nel mondo reale della costruzione condivisa di una cultura invece si.
Avere gli stessi gusti specifici, condividere una nicchia di consumo non significa ancora appartenere ad una cultura condivisa , a meno che questa nicchia non sia investita semioticamente nella dinamica delle relazioni sociali (pensiamo ai gruppi di acquisto sul cibo biologico).
Fine della macchinetta del caffé?
La prova del nove dei risultati discutibili di questa catena argomentativa sta nella pittoresca immagine della “boccia dell’acqua” (da noi si direbbe la “macchinetta del caffè”). Nel mondo delle code lunghe, per Anderson, saremo sempre meno legati a momenti come questo, che per l’autore sono il segno inequivocabile di una cultura di massa nella quale tutti siamo costretti a vedere e sentire le stesse cose: semplicemente, la frammentazione dei nostri comportamenti di consumo prosciugherà le occasioni di cui parlare in questi luoghi abbia un senso.
Ora, per quale motivo questa previsione ha un’aria cosi sbagliata? La ragione è che le micro-culture organizzative non si formano (solo) sulla base dei programmi televisivi che abbiamo visto la sera prima e i nostri gusti in fatto di programmi in prima serata non spostano le ragioni per le quali abbiamo bisogno costantemente di stabilire e negoziare la nostra gamma di simboli globali e locali che, tutti assieme, chiamiamo cultura.
Da una parte, dunque abbiamo il fruitore di massa, che condivide oggetti culturali massificati e che nel mondo delle code lunghe ritroverà i suoi gusti più “veri”. Ne sono convinto e Anderson ci ha spiegato benissimo la dinamica con cui questo avverrà. Elaborerà anche nuove appartenenze? Agirà nuovi comportamenti? Prenderà nuove posizioni? Ne dubito.
Dall’altra parte abbiamo il gruppetto di ragazzi della panchina che per anni vive in gruppo e che elabora nel tempo una propria cultura locale “forte”con la quale filtra tutto quello che avviene all’esterno, dall’11 settembre al Grande Fratello al caratteraccio del barista di quartiere. Perché le culture, e i meccanismi di appartenenza che veicolano, sono questioni serie, a volte sono questioni di vita o di morte. I ragazzi della panchina sono la “coda lunga” della cultura. E potete stare certi che non si sono ritrovati su Itunes.

Mar
26

Del raccontare storie

Ci sono alcuni libri bellissimi, di un sociologo serio pacato e attento come Paolo Jedlowski, che ci possono servire a progettare la comunicazione interna molto più di convengni e report.

Libri come questo o questo sono delle autentiche perle e ci aiutano a capire come il raccontare e l’ascoltare storie sia una parte fondamentale della nostra vita collettiva e delle nostre appartenenze individuali. Storie minime, piccole narrazioni che ci costruiscono ogni giorno. Fondamentali e sotterranee.

Potete anche ascoltare la lettura del suo ultimo lavoro in mp3.

Buona lettura/asolto, e buone storie a tutti….

Mar
23

Giornalismo autoriflessivo

Copertina_libro_sabadinFinalmente un libro serio, documentato, intelligente sull’editoria cartacea e sui cambiamenti che le nuove tecnologie, le nuovi generazioni e i nuovi stili di vita impongono al mestiere del giornalista. L’ultima copia del New York Times. Il futuro dei giornali di carta non è il solito manuale per fare il giornalista nell’epoca di internet, con quattro consigli appiccicati presi dalla letteratura corrente.  E’ un vero libro-inchiesta, aggiornato e preciso, con numeri e citazioni di fonti interessanti e pertinenti.

Insomma, il libro di un giornalista che sa fare il suo mestiere e non prova a fare il mestiere degli altri per essere alla moda. E che ci regala un’analisi completa di un fenomeno che è sotto i nostri occhi da troppo tempo perché possiamo inquadrarlo con precisione.

Vittorio Sabadin ci fa fare un passo indietro e analizza la crisi dei giornali cartacei da tutti i punti di vista, a partire dalla rivoluzione dei formati, passando per la guerra strisciante con i giornali gratuiti e la “free press” fino ad arrivare a internet, ai blog e al citizen journalism.

Sabadin è un giornalista tradizionale, della “vecchia guardia”, che conosce benissimo vizi, virtù e abitudini dei suoi colleghi. E in fondo è proprio a loro che  parla, per avvertirli, dati alla mano, che nessuno, oggi, può ancorarsi al passato in nome di una professione che deve ritrovare un suo statuto e una sua collocazione.

Un libro che si legge come un romanzo e che, pur mostrando una perfetta conoscenza delle nuove tendenze, non concede nulla alla terminologia e alle facili euforie del momento. Sabadin, da giornalista “tradizionale”, sa guardare al nuovo senza tabù ma anche senza la superficialità e la presunzione di chi è salito sul carro dei vincitori e sente la Storia dalla sua parte.

Un libro che ci fa capire, indirettamente, che di giornalisti seri ce n’è ancora bisogno. Eccome.

Feb
22

Libri utili e libri inutili

Ecco due liste in ordine sparso di libri (quello delle liste di libri è un mio pallino inestinguibile). Una è quella dei buoni, l’altra è quella dei cattivi.

I libri che vorrei avere scritto

Lista non ragionata di libri che consiglio a chiunque si occupi di intranet, content management, scrittura e nuove tecnologie.

Jonathan e Lisa Price
Hot text. Scrivere nell’era digitale – Mc Graw Hill
E’ ancora uno dei testi miglior e più completi riguardo alla scrittura “tradizionale” sul web.

Tommaso Raso
La scrittura burocratica – Carocci
Un manuale dotto e chiaro, che mantiene le promesse

Cristina Zucchermaglio – Francesca Alby
Quando i workplace studies antropologici incontrano le nuove tecnologie. Ottimo per capire come i gruppi danno senso alle tecnologie e non viceversa.

Giuseppe Granieri
Blog generation
So che c’è chi detesta quelli che fanno “teoria dei blog”, ma questo è veramente un libro intelligente.

Franco Carlini
Parole di carta e di web- Einaudi
Franco Carlini, per me, resta il migliore giornalista e divulgatore di cultura digitale nel nostro Paese. Franco, a quando un nuovo libro?

Etienne Wenger
Comunità di pratiche – Cortina
Come direbbe Kuhn, è la nascita di un nuovo paradigma. Indispensabile.

Daniel Cohen
I nostri tempi moderni. Dal capitale finanziario al capitale umano. – Einaudi
Il titolo lo penalizza. In poche pagine una sistemazione intelligente e profonda del rapporto tra economia, sapere, occupazione

Sofia Postai
Web design in pratica – Tecnichenuove
Sofia è sempre brava, anzi bravissima, a spiegare cose complicate in modo chiaro, e a far solo trapelare una profondità  molto maggiore rispetto alle cose di cui scrive.

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I libri che non vorrei avere letto

Ovvero, come le librerie online possano fregarti

Carla Bertolo
L’interfaccia e il cittadino. Comunicazione pubblica, tra tecniche e riflessività –
Guerini e Associati
Di interfaccia c’è solo quella di bronzo dell’editore e del curatore (pubblicato nella collana @lfanet. Il che è veramente tutto dire. Ma mi faccia il piacere, signora mia…). L’autrice ha citato tutti, da Giddens a Habermas, da Talete all’esistenzialsmo. Sul web riserva 4 righe per dire che tutto questo web, insomma, proprio non la convince. Corbezzoli. Oibò. Acciderbolina.

Angelo Roma

In-formare. Tecniche di scrittura per la comunicazione interna – Franco Angeli
E’ come disse Fantozzi della corazzata Potemkin…. Complimenti alla casa editrice Franco Angeli, che si distingue sempre nel panorama dei libri pagati dall’autore…

Marco Pratellesi
New journalism. Teorie e tecniche del giornalismo multimediale – Mondadori Bruno

Uscito nel 2004, sembra stato scritto nel 1996. Ambizioso, parte da Adamo ed Eva (e lì si ferma). Sono sicuro che Pratellesi può fare di più.

Emilio Carelli
Giornali e giornalisti nella rete – Apogeo
Si, la rete dei fessi che lo leggono…

Luca Toschi
Il linguaggio dei nuovi media – Apogeo
C’è poco da dire: è semplicemente inutile. Uno dei saggi, poi, fa un ambizioso e velleitario parallelo tra la costruzione delle pagine web e quella di una sceneggiatura cinematografica. Da morire dal ridere…

J. Nielsen
Web usability 2.0 – Apogeo
Di 2.0 non c’è neanche l’aroma. In compenso si torma a parlare di frame. Da non crederci.

Ok, qui mi fermo. Se avete da aggiungere libri alla prima o alla seconda lista, vi prego di farlo, così facciamo anche un servizio ai tanti ggiovani che ci leggono…

Nov
7

L’usabilità di mia nonna

Mi sono letteralmente scaraventato sull”ultimo libro di Jacob Nielsen uscito di recente in Italia, dal pretenzioso titolo di “Web usability 2.0“, per ricevere in cambio una delusione senza precedenti. Speravo che, effettivamente, venissero afforntate questioni nuove rispetto alla “vecchia” disciplina (che, detto per inciso, potrei recitare a memoria come una poesia di Carducci).

E invece, al di là di qualche approfondimento sulla presentazione dei prodotti e sui sistemi di ricerca, il panorama di contenuti esplorato da Nielsen è rimasto pressoché lo stesso (con qualche tiepida analisi dei sistemi multimediali. E vorrei anche vedere…). Io mi sono sempre ritenuto un “nielseniano” convinto (della prima ora, peraltro) ma speravo proprio che, al di là della più volte ribadita importanza dell’usabilità e dei test empirici per il business dei siti web (concetto ripetuto nel libro fino alla nausea), venissero afforntate altre questioni riguardanti, appunto il “web 2.0” e dintorni.

Ad esempio: come la mettiamo con la classificazione a faccette? Come integrarla “usabilimente” in un sito di e-commerce?  Come scrivere correttamente i tag xml nei social network di qualsivoglia tipo? E” corretto, poi, che i tag più “battuti” nei sistemi folksonomici siano scritti più in grande degli altri? Come scrivere correttamente in un corparate blog? Dove è meglio posizionare i feed RSS in un sito di news? I commenti sui blog è meglio appaiano in pop-up o di seguito ai posto? Ed è meglio che appaiano in ordine crescente o decrescente? Ci sono regole di usability per i wiki? Sono solo degli esempi.

Di tutto questo non si fa parola: per Nielsen il web non è cambiato: certo, Nielsen riconosce che è migliorata la tecnologia (leggi: connettività) e che anche il design è più consapevole di 5 anni fa, e ammette anche che gli utenti sono molto cambiati (più esigenti). Ma i contenuti analizzati, quelli, sono rimasti, per il buon jacob, esattamenti gli stessi del 2000. E (grazie al cielo) non è così (blog in primis).

Forse Nielsen pensa che tutte queste siano cose da smanettoni, che non riguardano la stragrande maggioranza degli utenti web. BehForse è vero e forse no. Ma di una personalità che si fa vanto di sfornare report specifici (a pagamento) per ogni fascia di possibile esigenza web mi aspettavo qualche cosa di diverso rispetto a un mutismo teorico che è a dir poco imbarazzzante. Con buona pace di Nielsen e soci,  il web non è fatto solo da Amazon e Google. Con tutto il rispetto.

Set
18

Tecnologie tribali. Su “Il cantiere e la bussola”

Possiamo metterla come vogliamo, ma resta il fatto che il libro di Giuseppina Pellegrino: Il cantiere e la bussola. Le reti intranet tra innovazione e routine è la descrizione di un fallimento.

Proviamo a vedere perché: partendo dall’idea, mutuata da Bijker e dal modello SCOT, che “il puramente teconolgico in quanto tale non esiste” e che ogni nuova tecnologie è in qualche modo “costruita” socialmente da una comunità di utilizzatori/interpreti, la Pellegrino prova a osservare quali fattori sociali entrino in gioco nell’utilizzo/rifiuto di una intranet, studiando il caso di un’azienda italiana e di una britannica..

In questa analisi entrano in gioco i concetti di “gruppi sociali rilevanti” (ovvero le “tribù” di utilizzatori che assegnano alcuni specifici valori alla specifica tecnologia), flessibilità interpretativa (ovvero la capacità della tecnologia di venire significata in vari modi a seconda dei gruppi nei quali viene co-costruita. Pensiamo, ad esempio al telefono, che non ha oggi il significato che ha suo tempo gli assegnarono i progettisti), quadro tecnologico (ovvero scopi, teorie, pratiche d’uso, routine consolidate degli utenti, pratiche di test, ecc). La tecnologia, ogni tecnologia, è insomma il risultato di una processo di stabilizzazione e negoziazione tra gruppi sociali.

E qui casca l’asino. Perché, ovviamente, una intranet entra a far parte di un’organizzazione specifica, con i suoi gruppi sociali rilevanti, un suo quadro tecnologico. Inoltre intranet, come tutte le tecnologie web, è “plastica” per definizione, e quindi aperta ad una flessibilità interpretativa pressoché infinita.

Ed ecco che, in un contesto assolutamente non deterministico (dove per “deterministico” intendiamo: creo la intranet, accendo il bottone e tutto funziona a meraviglia) si consumano gli errori (e gli orrori) che la Pellegrino bene descrive nel corso della sua analisi etnografica. (E ovvio che per l’autrice questi non sono “errori”: sono solo risposte che la tribù dà ad uno specifico evento tecnologico).

Primo errore: la lotta delle definizioni. I casi descritti dalla Pellegrino sono significativi: nel momento in cui il management (gruppo sociale arci-rilevante) le assegna alla intranet in significato/ ruolo di vetrina promozionale, questo viene vissuto come disturbante dalla popolazione aziendale, specialmente per coloro che la vedono invece come punto di accesso al nuovo e alle conoscenze

In questo contesto le visioni dei diversi gruppi sociali rilevanti, non analizzate, restano marginali e non entrano in gioco nella progettazione

Secondo errore: mancato coinvolgimento. Gli spazi sono progettati in modo da veicolare una particolare visione, ma questa visione non è condivisa degli utilizzatori. E se c’è una eccessiva distanza tra produttori e fruitori ci sarà anche tra reciproche rappresentazioni dell’artefatto. La Pellegrino descrive bene, nelle discussioni del gruppo di progetto, la paura e lo scetticismo verso un’eccessiva apertura della intranet alle reali esigenze della popolazione aziendale. Valga per tutti questo dialogo:

– “E se si interpellassero le persone?”

– “E che fai un referendum?” (scettica)

Risultato: non uso.

Terzo errore: riduzione della flessibilità e divieto di “derive. Se una tecnologia (e tantopiù una tecnologia web) è “platica” nel senso che è aperta a possibili interpretazioni, che diventano altrettante “incorporazioni” (un gruppo prende un artefatto e lo inserisce in modo nuovo in una sua routine), la cosa peggiore che puoi fare è vietare queste “derive” in nome di un “utilizzo corretto”, che è corretto solo nella testa del progettista. In qusta strada la intranet viene vista come un ennesimo esercizio di potere dei gruppi elitari dell’azienda (manager, tecnici…)

Quarto errore: effetto “tabula rasa”: una intranet si inserisce in un tessuto di pratiche e tecnologie preesistensti (mail corridoi, videoconferenze, telefonate, ecc). Pratiche e “generi comunicativi pre-esistenti si rivelano un fattore di resistenza al cambiamento. Se non si prevede un’integrazione tra queste pratiche il risultato è che verranno messe in atto “strategie di aggiramento”. E’ quello che è successo nei casi studiati

Quinto errore: community di plastica. Non basta affidare alla retorica della intranet e della comunicazione in rete il compito di creare/consolidare community professionali. Esiste un terreno di pratiche e di comunità di pratiche preesistenti delle quali tenere conto nella progettazione. Le comunità esistono già nella reale vita dell’organizzazione: la tecnologia deve cercare di saldare questi legami e non crearne ex novo con il solo ausilio dei supporti tecnologici e del vincolo gerarchico. Inoltre, questo approccio sconta il prezzo di una rappresentazione troppo riduttiva della conoscenza, come sapere perfettamente discretizzabile ed esplicitabile. In questo senso è votata al fallimento (non uso, aggiramento)

Che cosa può dire questo studio etnografico a noi, poveri specialisti/consulenti/formatori che lottano tutti i gironi per affermare le possibilità di intranet contro le resistenze culturali e le vecchie (cattive) abitudini manageriali? Credo che possa dirci molto.

Le aziende hanno una storia, delle regole scritte e non scritte. Le persone hanno dei legami, delle abitudini, delle rappresentazioni condivise dei problemi. I gruppi si costituiscono (e difendono la loro identità) secondo logiche che resistono alla più pervasiva e dirompente tecnologia. Dobbiamo imparare ad ascoltare queste voci, a farci carico delle loro specifiche interpretazioni, a negoziare i significati.

E dobbiamo farlo “prima” di fare qualsiasi scelta tecnologica. Senza questa operazione ogni artefatto tecnologico, intranet compresa, assomiglierà al monolite di “2001: odissea nello spazio.”

Ago
17

Che cosa c’è di nuovo? Quasi nulla. Sul continuismo di Fiormonte

Una volta finito il libro di Domenico Fiormonte “Scrittura e filologia nell’età digitale” l’impressione fiormonte_libroè di disorientamento. Una rassegna vastissima, una bibliografia sterminata ci accompagna in un percorso storico e teorico, come si diceva una volta “di ampio respiro”. Nulla, o quasi nulla viene tralasciato: la filologia, la critica letteraria, gli studi sui media, lo strutturalismo, il post-strutturalismo, gli studi sulla scrittura, le scienze cognitive, la web usability, i linguaggi di marcatura, la teoria del romanzo, la semiotica, l’ermeneutica, l’etica hacker e molto altro.

Il tutto per raccontare una storia dei media elettronici un po’ diversa dalla vulgata tradizionale, una storia contrassegnata dalla ricerca genealogica, dalla scoperta delle affinità, dal sogno di una continuità sostanziale della scienza e soprattutto della pratica dei testi che non manca di riservare sorprese.

Genalogie non banali

Gli ipertesti narrativi richiamano gli assemblaggi futuristi, i web designer sono gli eredi dei copisti calligrafi del rinascimento, la scomparsa dell’autore è un fatto vecchio e va retrodatata quantomeno alla comparsa del primo word processor, l’ipertestualità era già stata pensata e praticata da Genette, Bachtin, Foucault e dal romanzo moderno europeo.

L’interattività? Basta pensare alle avanguardie artistiche o al teatro di Grotowski. L’apertura del testo? Era già nel romanzo combinatorio di Quenau, di Butor, di Perec. L’idea stessa del WWW era già stata tratteggiata dai critici della letteratura nell’idea di semiosi illimitata. Per non parlare della multimedialità (già presente in Mallarmè o Zavattini) o delle nuove discipline come la web usability e il web writing, eredi diretti della retorica antica e del design industriale.

Smontare l’apocalisse

Si potrebbe continuare, ma credo che il senso sia chiaro: il tentativo di Fiormonte, tentativo perseguito con tutti i mezzi teorici (a dire il vero assai vasti) a sua disposizione, è quello di tracciare una linea continua che depotenzi, almeno in parte, la portata del nuovo “paradigma” elettronico e lo riporti nell’alveo della produzione culturale che appartiene alla tradizione. O quantomeno di mostrare come il paradigma digitale porti allo scoperto tensioni e problemi già presenti nel mondo della produzione cartacea tradizionale.

I motivi di questa operazione sono in parte espliciti e in parte intuibili, e in ogni caso sono condivisibili: costringere gli umanisti tradizionali a guardare alle nuove tecnologie con fiducia, provare a gettare un ponte tra campi teorici all’apparenza estranei, spingere le scienze legate alla filologia a confrontarsi serenamente con le nuove possibilità, offrire una sorta di genealogia che faccia anche da cassetta degli attrezzi per coloro che vogliono lavorare in questo campo.

Tuttavia, come spesso accade, i tentativi eccessivamente totalizzanti rischiano di portarsi dietro alcune forzature, specifici fraintendimenti e qualche necessaria omissione, e per questo vorrei provare a fare alcune osservazioni, dettate meno da spirito di polemica che dalla sincera volontà di mettere un po’ d’ordine nella massa di suggestioni che il libro generosamente propone. Sono osservazioni modeste, solo abbozzi di osservazioni, ma mi piacerebbe comunque condividerle con voi.

Prima osservazione: ogni innovatore produce i suoi precursori
Questo fatto non è, come noto, una cosa nuova: come osservava Borges, è solo perché è esistito un Kafka che possiamo andare a caccia di figure “kafkiane” nella storia della letteratura. Ed è ovvio che quello che sta succedendo nell’editoria elettronica e nella scrittura in rete stimola in modo evidente la “caccia ai precursori”, che solo in virtù del nuovo “paradigma” trovano, diciamo così nuova cittadinanza teorica e nuova legittimazione nelle pratiche (discorsive e non). Può darsi che oggi molti neo-scrittori professionali o comunicatori in rete si avvicinino a Quintiliano, Aristotele, Munari, al post strutturalismo, alla retorica nuova e vecchia e al Bauhaus. Ma questo avvicinamento può avvenire solo perché un nuovo paradigma, o quantomeno un nuovo insieme di scopi e pratiche discorsive portano allo scoperto una serie di attrezzi che giacevano da anni nel dimenticatoio. E a volte si può anche usare un apriscatole per aprire una bottiglia. Con tutto il rispetto.

Possiamo ovviamente, considerare ogni disciplina che si proponga come nuova o ogni pratica che affermi di aprire nuovi campi di studio con gli occhi e il linguaggio dei campi disciplinari già collaudati e preesistenti. Possiamo dire “l’usabilità non altro che il design industriale in una nuova variante”, oppure “la scrittura per il web non è altro che l’antica retorica subdolamente reintrodotta all’interno dei media digitali”, oppure, volendo essere più audaci e disinvolti “la multimedialità l’ha inventata Zavattini”, o “il WWW non è niente altro che il sogno della semiosi illimitata di Calvino” e via dicendo.

Ma dobbiamo chiederci quel è il prezzo teorico da pagare. E io ne vedo almeno due, entrambi abbastanza salati: il primo (potremmo chiamarlo di “perdita ontologica”) è quello di perdere, in quest’opera di “traduzione” di un linguaggio “nuovo” in uno vecchio, il campo stesso dei fenomeni che si pretende di descrivere. Può darsi che concetti come “affordance” o “mapping culturale”, propri della web usability, siano, alla fin fine traducibili (ma resa da vedere l’autorevolezza del “dizionario” utilizzato) nel linguaggio del design industriale, ma se poi non siamo più in grado di rendere conto dell’insieme di pratiche che questi linguaggio specifici organizzano e disciplinano abbiamo perso il bambino con l’acqua sporca.

Se volessimo prendere sul serio questo programma e non considerarlo come una legittima serie di evocazioni metaforiche, dovremmo dire che traducendo il linguaggio delle nuove discipline in quello già ben conosciuto delle teorie tradizionali e collaudate rischiamo di perdere di vista i fenomeni stessi che il linguaggio descriveva. E non è una questione di mode terminologiche.

Il secondo prezzo da pagare è quello di un a volte inaccettabile idealismo, ovvero di considerare le teorie come meri algoritmi che mettono in gioco e relazione una serie di concetti e di non considerare le pratiche sociali che queste teorie sorreggono. E’ ovvio che i consigli di “buon web writing” hanno senso solo se teniamo in considerazione il medium come oggetto tecnologico, gli usi che di questo medium vengono fatti da ampie fasce di popolazione, la “retorica” che si è sviluppata su questo medium negli anni, il tipo di “autori” che lo utilizzano e i loro scopi, eccetera. E allora vediamo che non avrebbe senso dire ad un giovane “impara le regole dell’inventio, della dispositio e dell’elocutio” e vai tranquillo. Perché il giovane in questione non deve difendersi in tribunale o fare discorsi epidittici (salvo forse il giorno della tesi di laurea).

A questi prezzi aggiungerei un pericolo che sempre grava su qualunque operazione “a ritroso”, ovvero di introdurre una sorta di arbitrarietà nei riferimenti. Perché mai gli “antenati” segreti dell’usabilità sarebbero la retorica antica e l’industial design e non, poniamo, la psicologia della Gestalt o l’architettura veneziana del ‘700? E poi perché mai la retorica di Quintiliano e non quella di Aristotele o di Port Royal? Perché l’archeologia dell’ipertesto andrebbe cercata negli assemblaggi futuristi e non, poniamo, nella deriva situazionista? Perché l’idea del WWW starebbe nell’idea di semiosi illimitata e non nel sincretismo mistico rinascimentale?

E’ ovvio che questa vaghezza, questa libera carrellata di associazioni libere, diventano un “pericolo” solo quando si vogliano prendere sul serio e non, ovviamente, quando la ricerca genealogica abbia una funzione, diciamo così ironica, o quando le si attribuisca il compito di illuminare metaforicamente un campo teorico che presenti oscurità irrisolvibili al suo interno.

Terza osservazione: come la mettiamo con mia cuginetta di 13 anni?
Perché una teoria possa essere considerata un dispositivo semiotico efficace dovrebbe essere in grado di spiegare una massa maggiore di fenomeni delle teorie che l’hanno preceduta. In caso contrario diventa una teoria regressiva e va abbandonata. Ora, considerare la testualità, tradizionale ed elettronica, online e offline, come un insieme di pratiche teoriche e discorsive all’interno di un continuum tutto sommato neutrale può forse tranquillizzare molti della “vecchia guardia”, ma lascia irrisolti una marea di problemi. Perché se è vero che mia cuginetta di 13 anni scrive mail, chatta, partecipa ai MUD e cambia i tag HTML dei testi con la stessa facilità con la quale io mi stappo una birra tutto questo non può essere fatto passare come una semplice variante tra le mille varianti della storia del testo scritto. Io sono ovviamente d’accordo con le intenzioni “tranquillizzati” di Fiormonte e condivido parte delle sue osservazioni sulla “continuità” tra vecchi e nuovi media. Ma non posso neanche fare finta di non vedere che siamo seduti su di una polveriera.

E quindi? Forse dobbiamo ammettere, in maniera aperta, che uno studio puro e semplice, per così dire “anestetizzato” della testualità, oggi, non ha alcun senso, perché non permette di cogliere gli evidenti aspetti di discontinuità che caratterizzano il modo di trattare i testi di milioni di persone. Va detto che questo appello all’interdisciplinarietà è fatto proprio dallo stesso Fiormonte e tutta la sua ricerca ne è, del resto, un’eloquente testimonianza. Ma l’impressione, forse non voluta, è quella di farci capire che non è dalla filologia che arriverà una teoria capace di farci capire qualche cosa.

Continueremo, come sempre, ad “abitare la rete”, magari più consapevoli dei debiti che abbiamo con Valery, Bachtin, il Futurismo, Genette, Foucalult, Barthes, Derrida, il teatro di Grotowski. Ma conservando gli stessi dubbi e le stesse ansie sul nostro lavoro di comunicatori in Rete.

Set
16

Flessibilità, dubbi e turbamento

COpertina_SennettCover_sennettUno dei maggiori pregi del bel libro di Richard Sennett: “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale” sta nella sua estrema fedeltà interna. Sennett preferisce non parlare a fondo di organizzazione del lavoro, dei nuovi meccanismi di accumulazione o dell’impatto delle nuove tecnologie. O meglio, ce ne parla, ma solo per poter registrarne gli effetti concreti all’interno dei meccanismi della personalità. In realtà è più un libro di psicologia che un’indagine sociologica.

Questa forte autolimitazione del testo rappresenta anche la sua forza: riuscire ad isolare, all’interno dell’indagine sul nuovo capitalismo, una serie di variabili che rappresentano la nuova “ossatura antropologica” del lavoratore post-fordista. Ho provato a riassumere schematicamente queste variabili, che rappresentano altrettanti tratti di personalità:

Schema_personalità_nuovo_vecchio_capitalismo

Come vedete, non c’è da stare allegri. Alcune caratteristiche possono forse apparire scontate, e tuttavia vi confesso che questo libro mi ha turbato. Credo che chiunque abbia fatto un po’ di esperienza delle forme di organizzazione e di relazione del “vecchio” capitalismo abbia potuto verificare come questo non produca certo effetti piacevoli: gerarchie, rigidità, frustrazione, etica del lavoro fine a se stesso, eccetera. Allo stesso tempo molti di noi avranno, forse, salutato come una nuova utopia l’arrivo di un’ondata di nuove e seducenti parole d’ordine: lavoro cognitivo, creatività, adattamento, comunicazione, lavoro di squadra e, soprattutto, rete.

Oggi Sennett ci dice che questa utopia, vista al microscopio, tende a sgretolarci. Proprio come tutte le altre. Certo, lo fa in modo diverso, e tuttavia i consulenti sbattuti da una città ad un’altra, i fornai che non sanno più idea di che cosa stiano producendo, i pubblicitari che coltivano l’arte della relazione senza più nessuna distinzione tra vita pubblica e vita privata, stanno lì a testimoniarci che questi mutamenti portano ad un’irreversibile deriva della personalità.

Nella mia esperienza ho imparato a odiare la gerarchia, e trovo frustrante, oltre che profondamente inefficace, la rigida divisione, nelle organizzazioni, tra chi pensa e chi esegue. Trovo disgustosa la ripetitività e disprezzo chi pensa di non aver bisogno di aggiornarsi continuamente. Mi esalto se posso mettere un briciolo delle mie passioni nel mio lavoro professionale e amo poter decidere liberamente, e scommettere, e imparare. E allora? Sennett, con le sue storie raccolte dal vivo, ci mostra che non c’è un paradiso che ci aspetta nella nuova organizzazione a rete e nel lavoro di squadra. Desolante.

Tuttavia c’è da chiedersi di chi stia parlando Sennett. Certo i panettieri della panetteria-tutto-automatico sono scontenti e distanti da se stessi, i consulenti non sanno che cosa insegnare ai loro figli, se la fedeltà ai valori o il valore dell’infedeltà a tutto. Forse è vero che tra vent’anni saremo tutti consumati, e sconfitti, e stranieri a noi stessi.

Ma forse no. Forse avremo imparato, tutti, qualche cosa di più sulla necessità di reinventarci ogni giorno. Perché la vita è una scommessa continua, giusto?Forse dobbiamo veramente reimparare a fare il pane. E dobbiamo reimparare un sacco di altre cose. E forse è vero che non lo facciamo volentieri, perché molti di noi si sentivano a posto così. Ma forse, dico forse, in questa grande giostra, immateriale e tumultuosa, abbiamo anche qualche cosa da guadagnarci. Ciò che stiamo lasciando è un mondo del lavoro che ha le sue sicurezze, ma che ci sta soffocando ogni giorno di più. Lo sappiamo.

Ok, non riusciamo più a dire a noi stessi: “io sono questo e non sono quello” e se parliamo con i nostri genitori in nove casi su dieci non riusciamo a spiegare loro che cosa cavolo facciamo nella vita. Ok, forse siamo ancora troppo indietro, in questo Paese, per intravedere il grigio della deriva dietro i colori di una liberazione che tuttavia, se non altro, ci insospettisce, sbandierata com’è dai nostri nemici di sempre.

Il cambiamento è di destra o di sinistra? Credo sia stupido dare una risposta.

Proviamoci.

Lug
7

Comunicazione, scambi simbolici, semiosi ermetica

Mentre faccio riposare il mio dito rotto ascoltando il concerto di Portal e Galliano rifletto sull’ultima provocazione filosofica di Mario Perniola: “Contro la comunicazione” è un agile volumetto, un dotto pamphlet che, senza entrare nel merito della discussione sulla definizione di comunicazione e sul suo “perimetro” la affronta nel suo insieme come “dato di fatto globale” illustrandone alcune caratteristiche che la contraddistinguono come prassi all’interno del mondo della cultura, della polita dell’arte, insomma nella sfera della vita pubblica.

La comunicazione come concetto e prassi universale dunque, astratto e pervasivo e tirannico, in grado di fungere da polo attrattore per ogni tipo di contenuto, capace di mescolare tutto e il contrario di tutto svuotando ogni materia della sua determinatezza. Non a caso la comunicazione viene audacemente accostata alle pratiche ermetiche, in cui il “segreto” viene paradossalmente mascherato per “eccesso di esposizione”. Nella semiosi ermetica ogni cosa viene collegata ad ogni altra tramite rapporti di analogia, continuità e somiglianza: così nella comunicazione, ostile ai confini, alle contrapposizioni, sempre pronta a plasmare e a lasciarsi plasmare, sempre pronta a giustapporre e accostare, senza mai tracciare confini estetici o concettuali.

Ancora più importante l’ipotesi sociologica che vede la comunicazione come prassi di estrema e titanica difesa della “old economy” rispetto alle tendenze che vanno affermandosi come “società cognitiva”: la società dove i saperi, la conoscenza, le idee e l’innovazione rappresentano i veri produttori di valore. L’unica maniera di difendersi, per il vecchio potere “industriale”, è quella di confondere e annacquare questa rivoluzione post-industriale nel caos comunicativo in cui ogni idea, ogni processo di innovazione immateriale ha valore limitato e superficiale.

Fenomeno tipicamente post-moderno, o meglio post-ideologico, la comunicazione non sostiene valori: sempre pronta a “solennizzare le stupidaggini, a trovare significati reconditi nelle bazzecole”, la comunicazione non si oppone ai valori, ma li svuota del loro significato, mettendoli di fatto fuori gioco. Quello che Perniola ci illustra è quindi un mondo claustrofobico, cialtrone, immobile, dove la comunicazione, o meglio “l’aria di comunicazione” si respira ovunque, come in una prigione senza sbarre dominata dalla semiosi ermetica.

Antidoti? L’estetica, intesa come prassi di recupero di alcune determinazioni che la comunicazione lascia fuori gioco, reimmettendo nel circuito della prassi collettiva quotidiana alcuni elementi che possono servire a ridare forza alle azioni e ai pensieri, rimettendo in moto la capacità di incidere veramente nel mondo e di un ripensamento progettuale. La sfida, il disinteresse, l’arguzia, il rito, la profondità: sono alcuni degli ingredienti che un’estetica dell’impegno può usare come antidoti contro l’ambivalente e obliquo mondo della comunicazione.

E’ comunque significativo, a mio parere, che Perniola non abbia inserito il “gioco” tra gli elementi estetici capaci di generare un antidoto alla comunicazione: il gioco infatti, rappresenta una dimensione che, forse, accomuna fin troppo estetica dell’impegno e comunicazione, rendendo di fatto un po’ incerto il confine tracciato tra le due pratiche.

E le nuove tecnologie? E il web? Come si collca in questa impietosa rassegna? Mimesi amplificata della comunicazione mass-mediata o, al contrario, fenomeno legato all’estetica dell’impegno? Perniola non affronta direttamente l’argomento, ma due suggestioni indicano chiaramente la propensione per seconda ipotesi.

La prima è legata al disinteresse, la seconda allo scambio simbolico sottratto all’economia del valore economico. In entrambi i casi, la comunicazione via web (non sto parlando di quel surrogato rapace che fu la “new economy”, ma la comunicazione in rete come scambio generoso di soggetti liberi) si configura come una pratica che si sottrae al mondo plastico e interessato della comunciazione, per restituire una dimensione estetica di puro disinteresse e di scambio simbolico legato ai valori e non alla moneta.

Una comunicazione che “si fa valore”, nel suo prodursi.

Apr
18

Dietro le quinte delle intranet

Il panorama editoriale italiano sulle intranet è povero, non è una novità. Qualche libro tecnico (peraltro vecchiotto), qualche testo di stampo “consulenziale” la cui lettura provoca in genere orticaria e altri spiacevoli fenomeni somatici, i soliti report.

Li capisco. Non è facile scrivere su questi argomenti: viaggiamo in un terreno di confine tra comunicazione, tecnologia, organizzazione, management. Si scivola facilmente nel tecnico o nel consulenziale spinto. Mancano punti riferimento. Oppure abbondano ricette-salvifiche-chiavi-in-mano. Ne so qualcosa

Copertina intranetMa le cose stanno un po’ cambiano e il libro “Intranet – Teoria e pratica” curato da A. Lucchini ed edito da Apogeo, ne è eloquente testimonianza. Lo dico subito, per evitare il rischio di pubblicità occulta: in questo libro è presente anche un mio breve intervento. Una sciocchezza, comunque, non è questo l’importante.
L’importante, invece, è che in questo libro troviamo affrontati, in maniera seria e niente affatto “seriosa” i temi principali legati alla buona progettazione delle intranet: la scrittura, le community, l’architettura dell’informazione, gli errori più frequenti e, soprattutto, una serie di interessanti casi concreti (ben 25, che occupano la gran parte del libro) frutto del lavoro di studio e analisi dell’equipe che ha lavorato sul testo. E anche questo è importante: per affrontare un tema così sfaccettato e refrattario a facili definizioni era necessario un lavoro collettivo, aperto, sperimentale.

Personalmente non sono d’accordo al 100% su tutti i punti del libro. E meno male: vuol dire che non si dicono cose scontate e buone per tutte le stagioni. Voglio riportarvi però una piccola perla dal capitolo di A. Lucchini sulla scrittura in intranet, che invece sottoscrivo pienamente:

“Reader focus writing significa proprio questo: scrivere in modo orientato al lettore. Pensa a lui come a un individuo in carne e ossa: anche se scrivi con una veste professionale, a leggerti sarà sempre una persona, con un cervello e un cuore. Rendila assoluta protagonista del tuo messaggio. Rivolgiti a lei come vorresti che lei si rivolgesse a te: dialoga con lei, adotta un tono caldo e personale (non affrettato!), lascia che le tue parole esprimano i tuoi sentimenti e sforzati di interpretare i suoi.”

Buona lettura.

Feb
22

Accademici con gusto

Appena terminata la lettura del libro di Fabio Metitieri “Comunicazione personale e collaborazione in rete” (Franco Angeli) sono assalito da due sensazioni opposte: da una parte la soddisfazione nel trovare un volume che cerca di raccogliere e descrivere in maniera semplice e ordinata tutti gli strumenti e le principali forme di comunicazione e community presenti sulla Rete oggi, cosa non facile né scontata. Per me, che sono, alla fin fine, un ignorantone, è stato utilissimo. Metitieri sa bene di cosa parla ed ha il pregio della precisione e dall’obiettività.

Dall’altra parte ho provato un po’ di delusione, specie nella seconda parte, del libro, dedicata agli aspetti “pratici”, per un’inclinazione forse ancora troppo accademica e meno “appassionata”. La sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un “grande vecchio” che ci segnala tutti gli elementi per creare un nostro percorso senza regalarci molti consigli pratici, limitandosi a quelli standard e conosciuti. Leggendolo non impariamo a creare una community dalla A alla Z, ma sicuramente disponiamo di una panorama bibliografico e teorico notevole per poter affrontare un nostro percorso. Insomma un libro che serviva, ed un buon punto di partenza per affrontare altri approfondimenti.

Feb
9

Borges, molto più che un teorico dell’ipertesto

Ho letto recentemente una raccolta di brevi saggi di J. L. Borges su Dante (“Nove saggi danteschi”, ed. Adlephi) e, immancabilmente, ho pensato all’ormai consolidato filone di pensiero che avvicina lo scrittore argentino ai teorici ante-litteram della rete: uno scrittore, si dice, che tra le vertiginose visioni dei suoi racconti avrebbe colto lo spirito profondo dell’ipertesto, della rete, della connessione infinita delle possibilità dei rimandi.

Tra i tanti riferimenti citati dai vari autori troviamo spesso, e giustamente, i noti “La biblioteca di babele”, “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, “Il libro di sabbia” e altri racconti più o meno noti.

E’ vero: c’è in Borges una autentica ossessione per l’infinito, il paradosso, l’esplorazione delle possibilità di universi possibili. Ma credo ci sia una ragione più profonda per ascriverlo nel novero dei pensatori “della rete”, ed è una ragione meno inerente alle sue visioni labirintiche che alla sua peculiare forma narrativa. Borges è uno scrittore estremamente riservato, che nasconde (o rivela) la vita stessa all’interno delle tante figure che compongono il suo universo letterario.

Uno scrittore in “secondo grado”, che vive all’interno della (o delle) tradizioni, che si insinua e si nasconde nei testi stessi, e capace di dare vita ad un’immensa “rete vivente” della memoria che coincide con ciò che del mondo si è detto. L’affinità è quindi più forma che di contenuto: affinità, pertanto, profonda quanto può esserlo l’anima stessa dello scrittore.

Borges non ha teorizzato l’ipertesto: lo ha prrticato come unica forma possiible di ricomposizione metaletteria di un mondo frantumato e non ricomponibile se non nel gioco infinito dei rimandi, della tradizione, del ricordo. Non testi che parlano di labirinti, ma labirinti in se stessi. In Borges il mondo, la sua durezza, il suo opaco “esserci”, non si rivela mai se non in un gioco di specchi, e si ritrova solamente nel gioco delle interpretazioni, delle finzioni appunto. Finzioni infinite quanto gli sguardi di coloro che, il mondo, ci raccontano di averlo guardato davvero.

Borges, insomma, non è stato un teorico ante litteram dell’ipertesto, ma un vero e proprio scrittore ipertestuale, segnato dal destino portare ad unità ricordando, citando, rimandando a ciò che altri hanno detto e ricordato di altri ancora, in un circolo infinito che coincide, alla fine con la sua opera.

Un’opera aperta, immensa, infinita, e perfetta.

Feb
2

Internet 2004: il “manualone” si scorda di noi…

A scanso di equivoci lo dichiaro subito: considero il progetto legato alle varie edizioni di “Internet” (1996, ecc, fino all’attuale 2004) qualcosa di assolutamente utile, innovativo e “generoso”. Il libo, uscito da poco nell’edizione 2004, ha contribuito a elevare, negli anni, la cultura media del nostro Paese e ha permesso a molte persone, (compreso il sottoscritto…) di accedere in modo facile al nuovo universo di comunicazione che le tecnologie hanno messo a nostra disposizione. Un ruolo pedagogico fondamentale, paragonabile, forse, a quello della Televisione in Italia negli anni ’50 e ’60. Basterebbe questo ad annoverarlo tra i “classici” della materia.

Fatta questa doverosa premessa, vorrei tuttavia segnalare il mio dispiacere nel vedere come, anche in questa edizione, non ci sia stato il modo di inserire, tra i temi di approfondimento, qualcosa sulle intranet e i sistemi di Knowledge Management. Se non mi sbaglio (non ho ancora letto tutto il libro….)l’argomento è ancora trattato di sfuggita, come nelle precedenti edizioni, sotto la voce “telematica“. Insomma, una mera variante tecnologica del www.

Posso forse capirne il motivo: poca letteratura al riguardo, scarsa visibilità di casi e, forse, il fenomeno in sé, che non è ancora in realtà un “fenomeno” al pari dei blog, a cui il libro dedica, giustamente a mio avviso, uno spazio tra i temi di approfondimento.
Che dire: aspettiamo fiduciosi la prossima edizione….

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede