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Mar
27

Bauman, le comunità e i social network

Mi ero dimenticato di segnalare questo intervento di un anno e mezzo fa (settembre 2011) di Zygmunt Bauman al Festival della mente di Sarzana. L’argomento principale è il controverso e antinomico rapporto tra protezione e libertà all’intero degli aggregati sociali che oggi chiamiamo comunità  e social network (se vi ricordate avevo scritto qualcosa a riguardo nel 2009).

E’ incredibile come uno studioso di 87 anni riesca ad essere così profondo e illuminante su di un tema che all’apparenza dovrebbe lasciarlo quantomeno indifferente. Tuttavia il tema non è Facebook, ma il concetto di comunità che, assieme a quello di identità, riveste un’importanza crescente nello studio della contemporaneità e ha occupato una parte del lavoro del sociologo polacco.

Riporto – a memoria – solo una delle tante perle dell’intervento:

Le comunità che ho conosciuto io erano qualcosa in cui era molto difficile entrare, e anche molto difficile uscire

L’intervento dura un’ora e credo ne valga davvero la pena.

Ott
12

La mia tesi di laurea su Bateson, Gödel, Hofstadter, la coscienza, la vita l’universo e tutto il resto

C’è stata un’epoca in cui facevo il filosofo, in cui mi barcamenavo tra logica, antropologia, esistenzialismo, linguistica e tante bibliografie . Accumulavo libroni della Laterza e ristampe anastatiche della Nuova Italia come se fosse una cosa assolutamente normale, l’unica che si poteva fare. Passavo giornate a rimuginare su verità, realtà, principio di induzione e giochi linguistici. “Intenzionalità della coscienza” e “circolo ermeneutico” erano formule che mi poteva capitare di pronunciare come se stessi parlando del tempo.

Insomma, ero un gran pipparolo. Quell’epoca è finita, e altre cose si sono a poco a poco infilate nella mia vita. Poi se ne sono andate anch’esse (per dire di quanto tempo è passato) ed è rimasta la mia tesi di laurea a testimoniare che non è stato un sogno.

Ieri, allo UX book club è rispuntata fuori (chissà perché) e stamattina qualcuno mi ha addirittura chiesto se potevo passargliela. Insomma, sono stato costretto a ripensare a questo lavoro che ho fatto e a quanto sia riconoscente al me stesso di allora per averlo fatto.

Non credo che possa interessare davvero qualcuno, ma in ogni caso mi sembra giusto metterla a disposizione di tutti. Il roboante titolo è: “Coscienza, autoriflessività e paradossi: la teoria del doppio legame di Gregory Bateson (PDF)“, l’ho scritta in 4 mesi nel 1994, e non avevo né la mail né il telefonino.

Ecco l’indice

3          Introduzione

13        Note

14        Capitolo 1: Cibernetica, Mente, formalismi

14        1.1 Bateson: dall’antropologia alla cibernetica

29        1.2 Le forme dell’informazione

42        1.3 I criteri del processo mentale

47        1.4 Russell, Gödel, Tarski

59  Note

61        Capitolo 2: La mente e la coscienza in Bateson

61        2.1 La tesi di Lucas

69        2.2 L’indeterminatezza del concetto di  “meccanismo”

2.3 La problematicità della nozione di coscienza in Bateson e nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale

120      2.4 La coscienza e l’unità di sopravvivenza

125     2.5 Linguistica e pragmatica: una discussione epistemologica sui limiti del codice verbale

143      2.6 Il codice analogico

154      2.7 Conclusione: il  fenomeno della coscienza non  è una prova della tesi di Lucas

158  Note

161      Capitolo 3: Incompletezza e trascendenza

161   3.1 Gödel e la trascendenza

169   3.2 Livelli di apprendimento e intuizione

185   3.3 Il meta-punto di vista: incertezze e cautele

195   3.4 Il teorema di Gödel come ideale regolativo

217  Note

 

218      Capitolo 4: Il  “doppio legame” e i limiti della  comunicazione

218      4.1 La comunicazione e il paradosso pragmatico

251      4.2 Il  “double  bind” e   l’indecidibilità    pragmatica

263      4.3 Il “double bind” e il problema menti-macchine

270            Note

271     Conclusioni

281 Note

282     Bibliografia

 

Tanti saluti a tutti

 

Gen
3

Frammenti sul sapere, la Sabina, il trasloco

Quelli che seguono sono frammenti che ho raccolto durante questo lungo ed estenuante periodo di lavoro e  di movimento attorno alla mia nuova casa e alla mia nuova condizione di abitante campagnolo; il loro tema comune è il rapporto tra persone e il loro sapere, e come questo sapere influenzi le nostre performance, i nostri rapporti sociali e il nostro “muoverci nell’ambiente che abitiamo”.

Primo frammento:  del ricostruire la Germania e del sistemare i quadri

C’è un passo di Daniel Cohen che mi è rimasto impresso e mi torna spesso alla mente; il tema è l’apparente “miracolo” della ricostruzione della Germania nel dopoguerra; Cohen parte de un lavoro di Mancur Olson:

“La sua teoria […] sostiene che le nazioni “nuove” o “distrutte” siano percorso da uno stesso progetto collettivo: ricostruire il Paese. Non vi è, pertanto, alcuna reale difficoltà nell’individuare le modalità di un’azione cooperativa, collettiva. Quanti ospedali e scuole bisogna costruire? Quale deve essere la durata legale della giornata lavorativa? Sono solo alcune delle domande a cui si risponde senza grandi contrasti […] Nel caso della Germania del dopoguerra, la società non è da inventare, bensì da ricostruire. Il modo di tagliare i capelli, di curare i malati, di educare i bambini…fanno parte della cultura condivisa dai tedeschi. Mancano “solo” le infrastrutture, “l’equipaggiatura”. In poche parole, il capitale. Ma questa è poca roba rispetto al sapere comune.”

Capire dove appendere i quadri in casa è un’operazione che può durare dei mesi (o degli anni). Una volta però che si è deciso questo sapere resta sedimentato; in seguito a una ristrutturazione o a un’imbiancatura non sarà difficile rimettere i chiodi e riappenderli: il lavoro materiale in questo caso è ben poca cosa rispetto a ciò che abbiamo capito sulla loro disposizione e all'”istituzione” che abbiamo inaugurato.

(ora che ci penso questo mi fa venire in mente la nozione di “traccia istituita” di Derrida per richiamare l’idea che ogni movimento significante avviene a partire da una sorta di istituzione profonda e immotivata – la famosa archi-scrittura).

In entrambi i casi il vero nodo, la vera questione, è la produzione – e riproduzione – di un sapere condiviso ed il suo congelamento, la sua cristallizzazione in qualche sorta di “istituzione” . Questo sapere opera a vari livelli e si sedimenta come patrimonio comune di ogni comunità: la nostra capacità di muoverci nel Mondo dipende da esso e quando bisogna “ricominciare” emerge come il vero capitale che un gruppo possiede.

Questo spostamento di baricentro dal materiale all’immateriale e dal fisico al cognitivo opera ovviamente anche nel mondo del lavoro di oggi (produrre la nuova molecola di un farmaco è un’operazione compessa e costosa, ma la sua riproduzione ha dei costi marginali tendenti a zero).

Secondo frammento: quello che i bancari si urlano tra loro

Sono in banca a Rieti, per sistemare parecchie questioni riguardanti il mio mutuo, il nuovo conto, il bancomant, la banca online, la banca telefonica eccetera. La funzionaria è una persona molto competente e di esperienza (si vede) e ha libero accesso a tutti i sistemi gestionali della banca. Non c’è coda e siamo comodamente seduti nel suo ufficio. Tutto liscio, giusto? E invece no, perché di fronte a una serie di questioni specifiche la funzionaria non è in grado di andare avanti, ha dei dubbi sul sistema, sbaglia le opzioni.

A questo punto inizia un minuetto vocale con la collega della stanza a fianco (“Che faccio premo F3?” “Si, poi scegli l’opzione 2”, “Mi chiede il codice, ma è quello  del cliente?”, “No, è quello che appare nella schermata prima, torna indietro e segnatelo sul foglietto”). E così via per circa 10 minuti, urlandosi richieste e consigli da una stanza all’altra. E alla fine ne veniamo – ovviamente – a capo.

Ma la funzionaria ha ancora un dubbio e ad un certo punto si ricorda di una collega di Milano con cui ha lavorato  e che è “l’esperta” della Banca telefonica. La cerca al centralino e la chiama; dopo gli affettuosi saluti (“Quanto tempo!”, “Tutto bene?” eccetera), la collega le dà una serie di indicazioni sulle password della banca telefonica.

Tutto a posto dunque, ma riesaminiamo i fatti: quanti saperi sono entrati in gioco? Perlomeno 6:

– L’esperienza e il sapere pregressi della funzionaria
– Le procedure informatiche bancarie
– Le conoscenze della collega di stanza
– Lo scambio urlato di informazioni tra le colleghe
– La relazione pregressa della funzionaria con la collega di Milano
– Il sapere della collega di Milano

E probabilmente un sociologo del lavoro come si deve ne avrebbe trovati molti altri.

Attenzione a non fraintendere quello che è avvenuto: queste situazioni non sono un’eccezione, ma costituiscono la norma di ogni organizzazione sufficientemente complessa.  Non sono una stortura oraganizzativa, ma il modo in cui il sapere che fa funzionare l’azienda viene organizzato e distribuito attraverso canali non perfettamente codificato. Solo che sono talmente frequenti e pervasive che difficilmente ci si fa caso.

Naturalmente questa dinamica non è visibile guardando solo l’organizzazione formale: l’organizzazione formale è fatta dall’organigramma, dalle procedure informatiche codificate e dal ruolo codificato della funzionaria. Tutto il resto, formalmente, non esiste. E invece esiste, eccome. E quando l’ho fatto notare alla funzionaria ci abbiamo riso sopra.

E quando penserò a che cosa deve servire un progetto intranet mi ricorderò di questa situazione.

Terzo frammento: la premodernità della Sabina

La cosa probabilmente più difficile da assimilare andando a vivere in un paesino in mezzo alla campagna non ha a che fare con la – retorica – preoccupazione della solitudine o della lontananza e via discorrendo; il vero problema, nonché vero spartiacque rispetto alla città riguarda il modo con cui ci procuriamo le informazioni necessarie al nostro quotidiano. Dove troviamo un laboratorio di analisi? Chi ci può tagliare le siepi? E il ferramenta, il fabbro, il rivenditore di legna, il meccanico bravo, gli orari dell’autobus, le strade migliori, la pizzeria buona, un trattorista?

Certo, possiamo andare in esplorazione, ma ci accorgeremo ben presto che le informazioni sono nascoste, per non dire inesistenti. Certo, le informazioni ci sono,  ma sono per così dire, “appiccicate” alle persone del circondario. Sono loro che ci sanno consigliare.

Ora, secondo Antony Giddens una delle caratteristiche della modernità, e uno dei fattori di disaggregazione tipici del moderno, è la presenza pervasiva di sistemi esperti che garantiscono l’accesso a sistemi di sapere codificati indipendenti dai loro portatori: l’esempio più tipico è il medico di base, terminale ultimo di un sapere neutrale costituito da un sistema organizzato (università, ospedali, ASL, comunità scientifica) a cui il medico attinre. Ma anche un semplice orario dei bus, consultabile da chiunque, è un esempio di sistema esperto.

Giddens dice a riguardo: “I sistemi esperti sono meccanismi di disaggregazione perché – in comune con gli elementi simbolici – enucleano le relazioni sociali dalle immediatezze del contesto. Entrambi i tipi di meccanismi di disaggregazione presuppongono, e anzi favoriscono, la separazione del tempo dallo spazio come condizione della distanziazione spazio-temporale che essi promuovono.”

Capito? Andiamo dal medico di base, a prescindere dalla città, perché in ogni punto è garantito un unico accesso allo stesso sapere, mentre nella condizione premoderna tale accesso era molto più vincolato al contesto (il medico di Paese con il quale si sviluppava un rapporto personale di fiducia). Nei sistemi esperti la fiducia è posta più nelle regole generali di funzionamento che nelle singole persone.

Ora, le necessità di tornare a rivolgersi alle persone per avere delle informazioni fa della Sabina (e con essa tutte le zone non metropolitane italiane) una zona, nei termini di Giddens, attraversata da dinamiche premoderne.

Questo è molto interessante perché produce la necessità – a questo punto fisiologica – di un maggiore attaccamento alla comunità (o al proprio contesto di riferimento). Paradossalmente, in campagna è molto più difficile essere “eremiti” perché la necessità di sapere produce la necessità di relazione e la relazione produce coesione sociale.

Dopo che Sergio, il trattorista, mi ha sistemato la strada di accesso a casa gli ho detto che lo avrei pagato al più presto, il tempo di andare in banca. Mi ha risposto “Non c’è problema, ora sei dei nostri”.

Ott
30

Filosofia del linguaggio per tutti

Ribadisco che i siti delle università sono una miniera d’oro, anche se a volte in modo involontario. Per la serie “pillole di filosofia del lunguaggio” andatevi a scaricare i materiali didattici prodotti da Massimiliano Carrara, dell’università di Venezia.

Potrete soddisfare alcune morbose curiosità sulla filosofia del linguaggio, ad esempio la teoria dei designatori rigidi di Kripke,  la teoria della conversazione di Grice, e la conseguente nozione di implicatura conversazionale, la critica del descrittivismo, il principio di composizionalità del valore di verità degli enunciati, la semantica di Frege, leteorie della metafora., le condizioni di verità degli enunciati.

Alcuni sono doc, altri PDF.

Buona lettura.

Apr
17

Gusti e cultura nella coda lunga

Ci sono molti modi per capire quando una teoria è una buona teoria.
Una teoria è buona se riesce a spiegare in modo semplice ed unitario una massa enorme di fenomeni eterogenei (potere esplicativo delle teorie). Inoltre è molto buona se è capace di ampliare la gamma di previsioni che possiamo fare sui fenomeni futuri (potere previsionale delle teorie). Ma non basta: generalmente una teoria veramente buona è capace di ristrutturare l’intero campo dei fenomeni che descrive (potere ontologico delle teorie).
Insomma, dopo l’apparizione di una buona teoria è la nostra stessa realtà ad apparire diversa (pensate, tanto per fare esempi noti e vicini a noi, all’interpretazione dei sogni di Freud, alla teorie del linguaggio di Saussure o di Chosmsky, alla Teoria dell’Informazione di Shannon, alla teoria del calcolo di Turing, alla teoria della post-modernità di Lyotard  e così via)
Che si rivelino, alla lunga, totalmente giuste o in parte sbagliate, la loro stessa formulazione riorienta gestalticamente la nostra esperienza delle cose.
Il potere della coda lunga
Quando una buona teoria  appare sulla scena, dunque, abbiamo molti motivi per essere felici uniti a qualche comprensibile motivo di preoccupazione, legato per lo più alle derive e sovrainterpretazioni a cui la teoria stessa da luogo. E’ il caso della teoria della “coda lunga” di Chris Anderson.
COpertina_coda_lungaUna teoria potente, alimentata da un’immagine altrettanto potente, ovvero quella strana curva che ormai abbiamo visto tante volte e che descrive il modo nel quale si distribuiscono i comportamenti delle persone in rete o, più in generale in ogni situazione dove domini l’abbondanza e non la scarsità di risorse. Anderson mostra come nei mercati in rete siano le nicchie a costituire l’ossatura del mercato e come la rete stia progressivamente polverizzando il mercato dei consumi di massa dominato dai media mainstream.
Non entrerò nei dettagli della teoria (peraltro, del rapporto tra le intranet e la coda lunga ho già parlato qui e qui): la maggior parte dei frequentatori della rete la conosce a grandi linee; inoltre, quell’immagine è davvero capace, da sola, di esprimere in modo completo il senso di questa idea così affascinante
Potere euristico (e seduttivo) delle buone immagini.
Consiglio vivamente a tutti di leggere il libro: è un raro esempio di come si possa fare dell’ottima divulgazione unendo capacità comunicativa e rigore scientifico. La ricchezza degli esempi, la precisione dei dati, la vividezza delle immagini, la ricchezza delle metafore e la quantità di storie che Chris ci racconta sono davvero impressionanti e meritano la lettura di chiunque voglia capire qualche cosa di più sul nuovo mercato della rete e sui fenomeni che abilita.
Detto questo, vorrei modestamente spiegare (innanzitutto a me stesso) perché la teoria di Chris è un’ottima teoria del mercato in rete e una pessima teoria della cultura (esito al quale la teoria sembra approdare).
Culture e tribù
Leggendo il libro ho pensando al mio rapporto con i media di massa e con la “cultura di massa”. C’era qualche cosa che non mi tornava in tutto questo discorso. In fondo, mi sono detto, io, come molti altri, non mi sono mai sentito totalmente aderente alla mia cultura “mainstream”, qualsiasi cosa questo significasse. Anzi, ho sempre avvertito il disagio di una non-appartenenza e ho vissuto, come molti altri, una costante (e castrante) dialettica tra l’ebbrezza di una certa libertà e disinvoltura e la nostalgia della “normalità” e del  “gruppo”.  Ma l’arrivo delle “code lunghe online” non ha mitigato questo disagio, e non ha per nulla risolto la dialettica. Dove sta l’inghippo?
Oggi posso agevolmente scaricare la mia musica di nicchia, guardare i miei programmi di nicchia e incontrare altre persone che condividono questi interessi. Ma questa enorme disponibilità non costituisce affatto un passo in avanti verso la creazione di una nuova “sottocultura di nicchia”.
Certo la coda lunga strappa il velo di Maya che ci voleva tutti omologati nella fruizione degli stessi contenuti e svela che ciascuno di noi ha gusti più sofisticati e diversificati. Certo, in rete questi gusti diversificati trovano la loro dignità e il loro spazio, ma questo fa fare dei pass in avanti alle nostre identità e alle nostre appartenenze? Scopriamo di appartenere a tante diverse “tribù” e certamente mi iscriverò ai servizi online per guardare le puntate di “Spazio 1999”, “Il prigioniero” e vecchie interviste ai filosofi degli anni ’70. Ma continuerò a vivere con disagio il pranzo di Natale.
Il fatto è che la cultura di un gruppo, sfortunatamente, non si costruisce solo in base all’insieme ordinato e filtrato delle nostre scelte d’acquisto, non è la sommatoria dei nostri oggetti culturali di nicchia.
Forse la cultura è l’insieme delle nostre prese di posizione rispetto ad un insieme eterogeneo di oggetti e comportamenti che “circolano” nel sociale, sia di nicchia che “mainstream”. Da “Fiends” alla religione cattolica, dal parlare a voce alta in treno al modo nel quale reagiamo ai lavavetri al semaforo, da Emilio Fede ai Dico, dal pranzo di Pasqua al Grande Fratello. Ed è nel senso complessivo che ciascuno di noi assegna questo insieme di cose che si esprime la nostra “cultura”, ovvero i meccanismi di appartenenza e di identità, che sono qualche cosa di molto diverso dalla “comunità guardaroba” di cui parla Bauman e che, francamente, assomigliano molto alle microculture di cui parla Anderson.
Date un po’ di tempo a un gruppo di individui e questi costituiranno delle comunità. Date un po’ di tempo a queste comunità e queste costruiranno delle culture, ovvero dei meccanismi semiotici che diano senso a quello che le circonda. Oggi, peraltro, dopo la fine delle grandi narrazioni, questo meccanismo è più potente e necessario. Essere Italiani non ci basta, ma nemmeno essere juventini o essere amanti della musica hip op. Abbiamo bisogno di storie, grandi e piccole, che diano senso al nostro agire. Storie che stiano dietro di noi, e ci diano quel significato di cui sempre siamo alla ricerca.
Forse non ho capito il senso e le conseguenze del discorso di Anderson, forse sto travisando, ma paradossalmente, il mondo del “filtraggio collaborativo” descritto da Anderson assomiglia più alla dinamica dell’amicizia che a quella della cultura, E’, insomma., un meccanismo che riproduce più la dinamica delle relazioni individuali che delle relazioni collettive.
Gusti = cultura?
Credo che Anderson abbia risolto troppo in fretta l’equazione gusti = consumi = cultura. Personalmente, per riprendere un mio post precedente, ho vissuto un periodo nel quale l’ascolto di un cantautore come Claudio Lolli faceva parte di una certa cultura giovanile. Sia chi amava alla follia Claudio Lolli sia chi lo detestava a morte apparteneva, più o meno alla stessa cultura e io mi sarei sentito molto più affine a chi odiava Claudio Lolli che non a chi non ne aveva mai sentito parlare. Nel mondo delle aggregazioni online e dei filtri collaborativi queste due categorie di consumatori non si incontrerebbero. Nel mondo reale della costruzione condivisa di una cultura invece si.
Avere gli stessi gusti specifici, condividere una nicchia di consumo non significa ancora appartenere ad una cultura condivisa , a meno che questa nicchia non sia investita semioticamente nella dinamica delle relazioni sociali (pensiamo ai gruppi di acquisto sul cibo biologico).
Fine della macchinetta del caffé?
La prova del nove dei risultati discutibili di questa catena argomentativa sta nella pittoresca immagine della “boccia dell’acqua” (da noi si direbbe la “macchinetta del caffè”). Nel mondo delle code lunghe, per Anderson, saremo sempre meno legati a momenti come questo, che per l’autore sono il segno inequivocabile di una cultura di massa nella quale tutti siamo costretti a vedere e sentire le stesse cose: semplicemente, la frammentazione dei nostri comportamenti di consumo prosciugherà le occasioni di cui parlare in questi luoghi abbia un senso.
Ora, per quale motivo questa previsione ha un’aria cosi sbagliata? La ragione è che le micro-culture organizzative non si formano (solo) sulla base dei programmi televisivi che abbiamo visto la sera prima e i nostri gusti in fatto di programmi in prima serata non spostano le ragioni per le quali abbiamo bisogno costantemente di stabilire e negoziare la nostra gamma di simboli globali e locali che, tutti assieme, chiamiamo cultura.
Da una parte, dunque abbiamo il fruitore di massa, che condivide oggetti culturali massificati e che nel mondo delle code lunghe ritroverà i suoi gusti più “veri”. Ne sono convinto e Anderson ci ha spiegato benissimo la dinamica con cui questo avverrà. Elaborerà anche nuove appartenenze? Agirà nuovi comportamenti? Prenderà nuove posizioni? Ne dubito.
Dall’altra parte abbiamo il gruppetto di ragazzi della panchina che per anni vive in gruppo e che elabora nel tempo una propria cultura locale “forte”con la quale filtra tutto quello che avviene all’esterno, dall’11 settembre al Grande Fratello al caratteraccio del barista di quartiere. Perché le culture, e i meccanismi di appartenenza che veicolano, sono questioni serie, a volte sono questioni di vita o di morte. I ragazzi della panchina sono la “coda lunga” della cultura. E potete stare certi che non si sono ritrovati su Itunes.

Apr
14

Abbandonare l’esistenza per vivere

Il concetto di “esistenza” ha per troppo tempo riempito le nostre bocche e le nostre menti. Ossessionati dall’assenza di fondamento nel quale ci rimanda continuamente il nostro esser-gettati, angosciati dall’orizzonte indefinito a cui ci rimanda il nostro continuo essere-progettuale ci siamo progressivamente dimenticati di quello che sta nel mezzo. La vita stessa.

Poco alla volta la nozione di esistenza, e le sue conseguenze operative, ha oscurato quella di vita; troppo vile, quest’ultima, per essere oggetto di una qualche aspirazione “alta”,  troppo scandalosa nella sua eccessiva nudità, imbarazzante nel suo essere continuamente fuori posto, ingombrante nella sua semplice-presenza.

La lotta per esisitere è diventata una paradossale lotta contro la vita stessa, la nostra ricerca di senso è diventata un sistematico oblio e il viaggio verso la libertà un viagigo per allontanarci da noi stessi. Molta filosofia dell’esistenza è figlia di un inespresso (inesprimibile) desisderio di appropriazione. Una pulsione che condivide con molte altre folosofie, e che alla fine ci lascia stremati.

Ma oggi i figli di questa grandiosa ricerca ci chiedono il conto: lo chiedono al nostro corpo dimenticato, alla nostra attenzione ossessiva, alla nostra mente affollata, alle nostre emozioni controllate, alla nostra impronunciabile paura della morte.

Il grande pregio della filosofia orientale è di non essersi mai dimenticata della vita. E questo è, forse, uno dei motivi per cui oggi ci attrae molto più di ieri ed è oggetto di una riscoperta che ha più l’aria di un ritorno.

Su questo tema vi segnalo un bellissimo video di Ryosuke Ohashi sul confronto tra Heidegger e il buddismo. L’occasione è la discussione della nozione heideggeriana di “Gelassenheit” (abbandono). Il contesto è quello dele bellissime conferenze organizzate ad Asia.

Ecco il video.

Gen
25

Fare del bene e farsi del male

Dunque, parliamo del bene e del male. O meglio, parliamo bel buono e del cattivo. Siamo tutti d’accordo che il bene è buono e il male è cattivo, e che dovremmo desiderare il bene e respingere il male. E che dovremmo essere buoni e non essere cattivi, e che dovremmo coltivare la nostra parte buona e fare appassire la nostra parte cattiva.Ma non è così semplice.

In un recente film di Lars von Trier, “Il grande capo“, un manager di una società informatica inventa un personaggio fittizio al quale vengono attribuite le decisioni scomode dell’azienda. Fusioni, licenziamenti, cambiamenti organizzativi, nuove regole e divieti vengono fatti cadere sulle spalle di questa figura fittizia. In questo modo il vero artefice delle decisioni può conservare, agli occhi degli altri, la sua immagine di bonaccione

Il tema non è nuovo in Lars von Trier: se ci pensiamo, anche Dogville era costruito intorno a questo meccanismo. Una ragazza vuole sfuggire al suo destino (e a suo padre) e subisce le peggiori vessazioni pur di conservare la sua immagine buona. Fino a che è, dopo avere conosciuto la cattiveria degli altri, è costretta a chiamare in soccorso suo padre (o la sua parte cattiva) per fare giustizia.

Lars von Trier non è ovviamente l’unico ad aver affrontato il tema del bene e del male, della lotta contro la propria ambivalenza per scacciare le parti inaccettabili di sé e proiettarle su qualcun altro. In ambito letterario l’antecedente più vicino che conosco è certamente “L’anima buona di Sezuan” di Bertold Brecht. Anche in quel caso una brava ragazza deve inventare la figura di un fratello cattivo per potere farsi pagare dei creditori e non finire in miseria.

Il messaggio di Brecht era politico; nel capitalismo la bontà pura non può esistere: dobbiamo corromperci per sopravvivere e le “anime belle” sono destinate a soccombere. Ma a me non interessa questo aspetto, quanto il fatto psicologico legato alle “buone” immagini di sé.

In fondo tutti queti esempi ci dicono che la bontà “pura” è, alla fine, una posizione perversa, malata, non rispettosa della realtà. E ci dicono anche che la vera bontà, come posizione, è destinata necessariamente a compromettersi. Qualcuno ricorda “Le mani sporche” di Sartre?

Non possiamo piacere a tutti, non dobbiamo piacere a tutti: se desideriamo questo siamo necessariamente destinati all’astrattezza, alla solitudine e alla schizofrenia (e, alla fin fine, anche al disprezzo degli altri).

La bontà è una posizione che assume dialetticamente su di sé ampie dosi di crudeltà e anche Proust rievoca, in qualche punto della sua opera (quale? Vattelapesca) , una persona, una governante credo, la cui bontà era segnalata proprio dal suo fare rozzo e sbrigativo.

Credo che faremo tutti un passo in avanti, come persone, se saremo in grado di vedere noi stessi e la nostra realtà come un grande gioco che mescola cose buone nelle cose cattive e viceversa.

E diventeremo grandi solo se saremo in grado di accettare su noi stessi il male che gli altri, necessariamente, ci attribuiranno.

Gen
17

Il vissuto di Alfredo

Alfredo Civita è stato mio professore all’università e mio correlatore della tesi di laurea. All’epoca, dopo la discussione,  mi disse: “si faccia vedere in dipartimento che magari proviamo a lavorare un po’ assieme su questi temi”.

Non ci sono mai andato: avevo troppo da fare come operatore di call center e non avevo una lira.

Pazienza: acqua passata. Ma mi è dispiaciuto soprattutto perché era una delle poche persone pulite lì dentro, se capite che cosa voglio dire…

Scopro ora che un suo libro (“La filosofia del vissuto”) è disponibile da scaricare in PDF e ve o segnalo.

Ciao Alfredo, che certamente nun te ricordi…:-)

Gen
17

Sconclusiontato post su dati, informazioni e conoscenza

“Nessun dato è completamente certo, e si può sostenere che non ci siano dati davvero indipendenti dalla teoria. Nonostante questo, il requisito fondamentale per l’uso scientifico di qualsiasi dato non è che esso debba essere assolutamente certo e indipendente dalla teoria, ma solo che sia più affidabile della teoria che serve a confermare o confutrare”

Questa bella citazione è tratta Dan Sperber, uno dei più eccentrici, originali e “scomodi” antropologi contemporanei (se volete approfondire il suo pensiero….)

In realtà questa citazione mi interessa meno per la sua specifica posizione riguardo ai fatti scientifici che per  le indicazioni che sembra lasciare intravedere rispetto al lavoro di chi manegga le informazioni e il sapere (giornalisti, insegnanti, intranet manager, professionisti che fanno il Powerpoint, eccetera eccetera.

Personalmente ho sempre pensato e agito con la piena consapevolezza che “i fatti puri” non esistono (in buona compagnia peraltro). Tuttavia molti di noi lavorano quotidianamente con le “informazioni”, o perché le trasmettono, o perché le ricevono, o perché le elaborano. Lavoriamo con le informazioni e spesso non ci facciamo domande rispetto al loro statuto, e tantomeno rispetto al loro rapporto con la conoscenza in generale. Non abbiamo tempo, e queste sono pippe da filosofi.

E’ tutto vero, ma dovremmo essere almeno un po’ coscienti che l’informazone, ovvero l’ogggetto (inindagato) con cui abbiamo a che fare non è mai un “dato”, ma una sua opportuna rielaboraizone. Ci tengo a precisare che “rielaborazione” non vuol dire “manipolazione” : rielaboro i dati anche quando faccio “l’informazione all’inglese”, obbedendo ad un gioco linguistico che mi dice: “dividi i fatti dalle interpretazioni”.

Purtroppo è lo statuto di “fatto” ad essere ambiguo (basterebbe la semplice constatazione che usiamo un linguaggio per descriverlo e qui casca molto più di un asino). Insomma, la nozione di informazione eredita questa ambiguità di conseguenza. Insomma il discorso è molto lungo.

E pensate che questo è l’aspetto più semplice della questione: perché è vero che le informazioni, in tutta la loro intrinseca ambiguità, non fanno ancora “conoscenza”. Purtroppo la conoscenza richiede una ulteriore integrazione nella nostra testa delle informazioni (integrazione fatta di filtri, traduzioni, rielaborazioni,  eccetera).

Alla fine di questo percorso possiamo dirre di avere una “conoscenza”. Ma non è finita: questa è ancora davanti a noi. CI guarda, la nostra conoscenza, come un oggetto esterno e alieno e noi ci rapportiamo a lei, la utilizziamo come un attrezzo.

E volte capita che la nostra conoscenza non stia più davanti a noi. Non riusciamo più a vederla perché si è messa dietro di noi e in qualche modo si confonde con la nostra ombra, si mescola con la nostra anima.

Quando questo succede abbiamo acquisito un po’ di saggezza.

Gen
6

La verità inabitabile

Variazioni sulla depressione (mettetevi comodi che è lunga)

Per il buon Heidegger, come noto, il nostro rapporto primario con il mondo è innanzitutto pratico: noi siamo gettati-nel-mondo, e il rapporto di utilizzabilità è quello che principalmente caratterizza il nostro vivere quotidiano, il nostro entrare in contatto con le cose. Solo in seguito a qualche tipo evento questo rapporto diventa teoretico.

La conoscenza, la consapevolezza dunque, sono un precipitato, una conseguenza di un momento di rottura del nostro abituale tran tran quotidiano (l’ultimo link è assurdo, lo so…)

E quali sono questi momenti di rottura? Potremmo decidere anche noi di chiamarli, seguendo l’altisonante linguaggio di Heidegger, Essere-per-la-morte, oppure potremmo accontentarci di chiamarli con un nome più popolare e prosaico: depressione.

Da che io mi ricordi sono sempre stato depresso. Per la maggior parte del tempo questa era semplicemente una condizione che vincolava e determinava i miei comportamenti; in altri periodi della mia vita è stata anche oggetto di una qualche riflessione. Anche oggi sono depresso, e anche oggi non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo, al di là dell’innegabile sofferenza di questo stato, al di là di questa mia innegabile sofferenza, senta una sorta di maggior consapevolezza delle cose. E’ come se il dolore potesse veramente, come voleva Heidegger, fare acquisire un certo spessore, una certa acutezza di sguardo, una capacità di guardare la nudità delle cose

Distacco. Un distacco non privo di sofferenza, certo, ma anche pieno di conseguenze. Come se potessi finalmente fare spazio al Mondo, del quale fino ad un momento prima ero semplicemente parte. Se sei parte del mondo non lo puoi contemplare: puoi solo accontentarti di viverlo.

Io e il mio amico, all’epoca,lo chiamavamo “il premio per essere depressi”. Figuriamoci. Filosofico cinismo di giovani depressi (ad ogni modo mi rincuora il fatto di non aver trovato su Google nessun riferimento per la frase “premio per essere depressi”.)

Lo psichiatra Eugenio Borgna, in un attacco di heidegggerismo acuto, sembra confermare in parte questa mia esperienza quando scrive, in un suo saggio: “Non si può non risottolinare drasticamente come l’esperienza malinconica non sempre spiana e svuota, prosciuga e inibisce, l’interiorità e l’immaginazione; ma, anzi, talora agisce come una dolorosa frustata sulla vita emozionale […] la sofferenza che scaturisce dal vissuto della malattia, dilata vertiginosamente la profondità degli abissi che si aprono nella conoscenza della propria soggettività e della propria esistenza”.

Amen.

Dall’altra parte Dostoevskij (credo ne “I demoni”), con il suo consueto acume nel mettere a nudo l’anima degli uomini, diceva che la depressione dona solo un’illusione di profondità, che avvolge in modo temporaneo le persone superficiali facendo loro credere di avere conquistato un nuovo livello di consapevolezza che sparirà in breve tempo. Illusi.

E credo che anche Thomas Mann, da parte sua, prenda un po’ in giro in nostro Heidegger quando, nella Montagna incantata, mostra un paziente al quale restano pochi giorni di vita che se la spassa allegramente come se niente fosse. Altro che Essere-per-la-morte: la consapevolezza non è sempre sopportabile e l’autenticità non è certo una condizione paradisiaca.

E allora chi ha ragione? Borgna e Heidegger o Dostoevskij e Thomas Mann? Beh, io propenderei per i primi, anche se molto spesso credo di aver agito come il personaggio di Dostoevskij. Ma forse penso questo perché oggi sono depresso.

Perché siamo depressi? Un tempo credevo si saperlo, oggi non ne sono più così sicuro. Certo, posso dire che sono depresso perché mi sento solo, il mio passato mi perseguita, mi sento inadeguato e tutti sono migliori di me, le cose hanno perso il loro senso abituale, ho la chiara consapevolezza che non riuscirò mai ad essere felice, oppure ho un livello basso di serotonina.

Ma allo stesso modo potrei dire che sono depresso e quindi mi sento solo, il mio passato mi perseguita, eccetera. A dire il vero potrei anche dire che sono depresso in quanto mi sento solo, ecc.

In ciascuno di questi casi, il fatto che abbia senso considerare queste ragioni indifferentemente come cause, effetti, o espressioni della depressione mi dice solo che queste ragioni non hanno alcun valore esplicativo.

Ma oggi non mi interessano le cause della depressione ma i suoi effetti; non mi importa del suo contenuto, che conosco così bene, ma, per così dire, della sua forma.

Sartre considerava l’angoscia come il sentimento che si accompagna al senso della propria libertà, e la nausea come il sentimento che si accompagna al senso della propria contingenza. La depressione, forse, è il sentimento che si accompagna al nostro temporaneo distacco dal mondo.

Il sentimento della contemplazione.

Platone non aveva un termine che equivalesse al nostro “depressione”, e neanche Kant o Husserl, ma tutti, a modo loro, si sono occupati di come arrivare a contemplare la verità, di come coglierla e di quali effetti produca. Credo però che nessuno di loro si sia mai preoccupato di dirci quale dovrebbe essere il sentimento che si accompagna a questo “coglimento” .E temo proprio che questo sentimento sia la depressione. Ora che ci penso, credo proprio che una buona metà della filosofia occidentale sia figlia della depressione. Perché non ci ho mai pensato prima?

Capito Husserl? Per fare l’epoché fenomenologica dobbiamo essere depressi, se no non viene tanto bene.

Capito Kant? Per contemplare in maniera disinteressata la bellezza dobbiamo essere depressi, se no essa sarà solo una “misera” promessa di felicità.

Capito Platone? (che per la cronaca scriveva cose come questa)? Per voltarci dalla caverna e guardare il sole della verità dobbiamo essere de-pres-si, perché a nessuno verrebbe mai in mente di imbarcarsi in una “seconda navigazone” se è già felice nella prima.

Perché non me lo avete detto? Avrei voluto poter scegliere.

La depressione può diventare cronica, come sappiamo; in quel caso diventa una patologia seria. Il che è come dire che non possiamo restare troppo fuori dal Mondo, che non possiamo distanziarci a contemplare le essenze troppo a lungo.

Le essenze non amano essere contemplate per troppo tempo e ciascuno di noi di noi è destinato ad assorbirne solo una piccola dose, in particolari momenti.

Quello della verità, forse, è veramente un mondo inabitabile.

p.s Confesso di aver scritto questo post anche pensando a Clelia, mia assidua lettrice che deludo costantemente riservandole in genere, ahimé, solo verbose pippe sulla intranet.

Set
9

Nel tessuto dei segni

Parlare, scrivere, archi-scrivere. Logocentrismo, fonologismo, metafisica. “Differanza” (e questa volta non è un errore ortografico). Sto alludendo ovviamente a Jaques Derrida, uno dei più enigmatici, produttivi (e profetici) filosofi del nostro secolo. Un filosofo complicato, sia per la densità dell’eredità culturale di cui si fa portatore, continuatore e “decostruttore” (Husserl e Heidegger, Hegel e De Saussure, Blanchot e Levinàs, e molti altri)  sia perché la sua  riflessione è (per necessità) sempre condotta sul gioco degli stessi significanti linguistici. Da qui il suo stile sfuggente.

E allora, per capirne qualche cosa di più ho scovato i video di una lezone di Carlo Sini dedicata proprio a Derrida e al tema della Differance. Il contesto è quello delle splendide Vacances de l’espirit, promosse dall’associazione asia. All’epoca (15 anni  fa) snobbavo le lezioni di Sini all’univesristà. Non ricordo neanch’io perché.

Requisiti di sistema: banda larga, un’ora e mezza da dedicare alla meditazione pura sul tema della metafisica occidentale e la voglia (deisderio, bisogno) di capire qualche cosa di più del tessuto di segni del quale siamo fatti. Ne vale la pena. E può darsi che dopo questa lezione a qualcuno scatti  qualche cosa dentro, come capita per le cose destinate a restare.

Set
4

Il ritorno di Clelia

Ci può essere un rigore anche nelle libere riflessioni, una disciplina attenta e misurata del libero pensiero, un’intertestualità rivelatrice (Borges?), un vero e proprio canone dell’imprevisto. Ci può essere tutto questo, e in fondo chiunque si avvicini alla scrittura (come scrittore o come lettore, indifferentemente) ne fa, in genere, esperienza diretta. Questa pudicità pubblica, questo continuo e sistematico allontanamento , ironico (forse), certamente intimo e rigoroso, questo gioco, di rimandi precisi e di infinite assonanze, potremmo forse chiamarlo Mondo, poco importa se mondo dei sensi, mondo dei pensieri o mondo  delle parole (scusate lo stile, sto leggendo Derrida…).

Misteriosa, lontana, enigmatica, è tornata Clelia. Tanta Filosofia, molte riflessioni e intrecci, fortunatamente, infiniti. Attenzione! Solo per autentici amanti del dubbio…

Ago
17

Che cosa c’è di nuovo? Quasi nulla. Sul continuismo di Fiormonte

Una volta finito il libro di Domenico Fiormonte “Scrittura e filologia nell’età digitale” l’impressione fiormonte_libroè di disorientamento. Una rassegna vastissima, una bibliografia sterminata ci accompagna in un percorso storico e teorico, come si diceva una volta “di ampio respiro”. Nulla, o quasi nulla viene tralasciato: la filologia, la critica letteraria, gli studi sui media, lo strutturalismo, il post-strutturalismo, gli studi sulla scrittura, le scienze cognitive, la web usability, i linguaggi di marcatura, la teoria del romanzo, la semiotica, l’ermeneutica, l’etica hacker e molto altro.

Il tutto per raccontare una storia dei media elettronici un po’ diversa dalla vulgata tradizionale, una storia contrassegnata dalla ricerca genealogica, dalla scoperta delle affinità, dal sogno di una continuità sostanziale della scienza e soprattutto della pratica dei testi che non manca di riservare sorprese.

Genalogie non banali

Gli ipertesti narrativi richiamano gli assemblaggi futuristi, i web designer sono gli eredi dei copisti calligrafi del rinascimento, la scomparsa dell’autore è un fatto vecchio e va retrodatata quantomeno alla comparsa del primo word processor, l’ipertestualità era già stata pensata e praticata da Genette, Bachtin, Foucault e dal romanzo moderno europeo.

L’interattività? Basta pensare alle avanguardie artistiche o al teatro di Grotowski. L’apertura del testo? Era già nel romanzo combinatorio di Quenau, di Butor, di Perec. L’idea stessa del WWW era già stata tratteggiata dai critici della letteratura nell’idea di semiosi illimitata. Per non parlare della multimedialità (già presente in Mallarmè o Zavattini) o delle nuove discipline come la web usability e il web writing, eredi diretti della retorica antica e del design industriale.

Smontare l’apocalisse

Si potrebbe continuare, ma credo che il senso sia chiaro: il tentativo di Fiormonte, tentativo perseguito con tutti i mezzi teorici (a dire il vero assai vasti) a sua disposizione, è quello di tracciare una linea continua che depotenzi, almeno in parte, la portata del nuovo “paradigma” elettronico e lo riporti nell’alveo della produzione culturale che appartiene alla tradizione. O quantomeno di mostrare come il paradigma digitale porti allo scoperto tensioni e problemi già presenti nel mondo della produzione cartacea tradizionale.

I motivi di questa operazione sono in parte espliciti e in parte intuibili, e in ogni caso sono condivisibili: costringere gli umanisti tradizionali a guardare alle nuove tecnologie con fiducia, provare a gettare un ponte tra campi teorici all’apparenza estranei, spingere le scienze legate alla filologia a confrontarsi serenamente con le nuove possibilità, offrire una sorta di genealogia che faccia anche da cassetta degli attrezzi per coloro che vogliono lavorare in questo campo.

Tuttavia, come spesso accade, i tentativi eccessivamente totalizzanti rischiano di portarsi dietro alcune forzature, specifici fraintendimenti e qualche necessaria omissione, e per questo vorrei provare a fare alcune osservazioni, dettate meno da spirito di polemica che dalla sincera volontà di mettere un po’ d’ordine nella massa di suggestioni che il libro generosamente propone. Sono osservazioni modeste, solo abbozzi di osservazioni, ma mi piacerebbe comunque condividerle con voi.

Prima osservazione: ogni innovatore produce i suoi precursori
Questo fatto non è, come noto, una cosa nuova: come osservava Borges, è solo perché è esistito un Kafka che possiamo andare a caccia di figure “kafkiane” nella storia della letteratura. Ed è ovvio che quello che sta succedendo nell’editoria elettronica e nella scrittura in rete stimola in modo evidente la “caccia ai precursori”, che solo in virtù del nuovo “paradigma” trovano, diciamo così nuova cittadinanza teorica e nuova legittimazione nelle pratiche (discorsive e non). Può darsi che oggi molti neo-scrittori professionali o comunicatori in rete si avvicinino a Quintiliano, Aristotele, Munari, al post strutturalismo, alla retorica nuova e vecchia e al Bauhaus. Ma questo avvicinamento può avvenire solo perché un nuovo paradigma, o quantomeno un nuovo insieme di scopi e pratiche discorsive portano allo scoperto una serie di attrezzi che giacevano da anni nel dimenticatoio. E a volte si può anche usare un apriscatole per aprire una bottiglia. Con tutto il rispetto.

Possiamo ovviamente, considerare ogni disciplina che si proponga come nuova o ogni pratica che affermi di aprire nuovi campi di studio con gli occhi e il linguaggio dei campi disciplinari già collaudati e preesistenti. Possiamo dire “l’usabilità non altro che il design industriale in una nuova variante”, oppure “la scrittura per il web non è altro che l’antica retorica subdolamente reintrodotta all’interno dei media digitali”, oppure, volendo essere più audaci e disinvolti “la multimedialità l’ha inventata Zavattini”, o “il WWW non è niente altro che il sogno della semiosi illimitata di Calvino” e via dicendo.

Ma dobbiamo chiederci quel è il prezzo teorico da pagare. E io ne vedo almeno due, entrambi abbastanza salati: il primo (potremmo chiamarlo di “perdita ontologica”) è quello di perdere, in quest’opera di “traduzione” di un linguaggio “nuovo” in uno vecchio, il campo stesso dei fenomeni che si pretende di descrivere. Può darsi che concetti come “affordance” o “mapping culturale”, propri della web usability, siano, alla fin fine traducibili (ma resa da vedere l’autorevolezza del “dizionario” utilizzato) nel linguaggio del design industriale, ma se poi non siamo più in grado di rendere conto dell’insieme di pratiche che questi linguaggio specifici organizzano e disciplinano abbiamo perso il bambino con l’acqua sporca.

Se volessimo prendere sul serio questo programma e non considerarlo come una legittima serie di evocazioni metaforiche, dovremmo dire che traducendo il linguaggio delle nuove discipline in quello già ben conosciuto delle teorie tradizionali e collaudate rischiamo di perdere di vista i fenomeni stessi che il linguaggio descriveva. E non è una questione di mode terminologiche.

Il secondo prezzo da pagare è quello di un a volte inaccettabile idealismo, ovvero di considerare le teorie come meri algoritmi che mettono in gioco e relazione una serie di concetti e di non considerare le pratiche sociali che queste teorie sorreggono. E’ ovvio che i consigli di “buon web writing” hanno senso solo se teniamo in considerazione il medium come oggetto tecnologico, gli usi che di questo medium vengono fatti da ampie fasce di popolazione, la “retorica” che si è sviluppata su questo medium negli anni, il tipo di “autori” che lo utilizzano e i loro scopi, eccetera. E allora vediamo che non avrebbe senso dire ad un giovane “impara le regole dell’inventio, della dispositio e dell’elocutio” e vai tranquillo. Perché il giovane in questione non deve difendersi in tribunale o fare discorsi epidittici (salvo forse il giorno della tesi di laurea).

A questi prezzi aggiungerei un pericolo che sempre grava su qualunque operazione “a ritroso”, ovvero di introdurre una sorta di arbitrarietà nei riferimenti. Perché mai gli “antenati” segreti dell’usabilità sarebbero la retorica antica e l’industial design e non, poniamo, la psicologia della Gestalt o l’architettura veneziana del ‘700? E poi perché mai la retorica di Quintiliano e non quella di Aristotele o di Port Royal? Perché l’archeologia dell’ipertesto andrebbe cercata negli assemblaggi futuristi e non, poniamo, nella deriva situazionista? Perché l’idea del WWW starebbe nell’idea di semiosi illimitata e non nel sincretismo mistico rinascimentale?

E’ ovvio che questa vaghezza, questa libera carrellata di associazioni libere, diventano un “pericolo” solo quando si vogliano prendere sul serio e non, ovviamente, quando la ricerca genealogica abbia una funzione, diciamo così ironica, o quando le si attribuisca il compito di illuminare metaforicamente un campo teorico che presenti oscurità irrisolvibili al suo interno.

Terza osservazione: come la mettiamo con mia cuginetta di 13 anni?
Perché una teoria possa essere considerata un dispositivo semiotico efficace dovrebbe essere in grado di spiegare una massa maggiore di fenomeni delle teorie che l’hanno preceduta. In caso contrario diventa una teoria regressiva e va abbandonata. Ora, considerare la testualità, tradizionale ed elettronica, online e offline, come un insieme di pratiche teoriche e discorsive all’interno di un continuum tutto sommato neutrale può forse tranquillizzare molti della “vecchia guardia”, ma lascia irrisolti una marea di problemi. Perché se è vero che mia cuginetta di 13 anni scrive mail, chatta, partecipa ai MUD e cambia i tag HTML dei testi con la stessa facilità con la quale io mi stappo una birra tutto questo non può essere fatto passare come una semplice variante tra le mille varianti della storia del testo scritto. Io sono ovviamente d’accordo con le intenzioni “tranquillizzati” di Fiormonte e condivido parte delle sue osservazioni sulla “continuità” tra vecchi e nuovi media. Ma non posso neanche fare finta di non vedere che siamo seduti su di una polveriera.

E quindi? Forse dobbiamo ammettere, in maniera aperta, che uno studio puro e semplice, per così dire “anestetizzato” della testualità, oggi, non ha alcun senso, perché non permette di cogliere gli evidenti aspetti di discontinuità che caratterizzano il modo di trattare i testi di milioni di persone. Va detto che questo appello all’interdisciplinarietà è fatto proprio dallo stesso Fiormonte e tutta la sua ricerca ne è, del resto, un’eloquente testimonianza. Ma l’impressione, forse non voluta, è quella di farci capire che non è dalla filologia che arriverà una teoria capace di farci capire qualche cosa.

Continueremo, come sempre, ad “abitare la rete”, magari più consapevoli dei debiti che abbiamo con Valery, Bachtin, il Futurismo, Genette, Foucalult, Barthes, Derrida, il teatro di Grotowski. Ma conservando gli stessi dubbi e le stesse ansie sul nostro lavoro di comunicatori in Rete.

Mag
20

Classificazioni pigliatutto

Una delle attività più alte di un uomo, almeno da Aristotele in poi, è quelle di saper classificare le cose in insiemi di cose, e di saper quindi attribuire delle proprietà agli enti. Questa è un’attività in senso proprio filosofica, perché concerne unicamente i concetti e le loro relazioni reciproche.

Bene, quest’attivtà, che ha sempre trovato solidi sostegni pratici nella tradizione e nelle abitudini classificatorie proprie di ogni disciplina,  è stata in questi anni messa a dura prova dal web: come classificare i contenuti? Che cosa appartiene a che cosa? Come etichettare questi insiemi? Insomma, come fare un menù di navigazione decente? Un vero rompicapo.

Oggi questo rompicapo, irrisolvibile secondo parametri, diciamo “tradizionali” del meodo “fisico” di classificare le cose (come in biblioteca) sembra trovare una soluzione, che usa la natura stessa della Rete per risolevere un problema che nella Rete stessa ha trovato la sua espressione più matura: la classificazione a faccette. Leggete, è interessante.

La cosa, assolutamente nuova se guardiamo al modo tradizionale di disporre gli oggetti in un insieme, è in fondo di una banalità sconcertante se consideriamo il mondo digitale (e il linguaggio XML in particolare): ogni oggetto appartiene a diversi insiemi ed è classificato in insiemi diversi secondo il grado di maggiore o minore pertinenza a questi insiemi. Si chiama classificazione mutlidimensionale.

Certo, a pensarci è una cosa ovvia: la bottiglia di Vino è classificata per annata, regione, colore ecc…Ma, a pensarci bene, ci sono volute ben due rivoluzioni perché accettassimo queso fatto come un fatto ovvio: la smaterializzazione dei dati, prorpia della clutura digitale, e la relativizzazione delle nostre gerarchie e categorie, propria della clutura post-moderna. Solo i filgi di queste due rivoluzioni potranno godere di questa multidimensionalità senza sentirsi in imbarazzo né, tantomeno, sensa sentire di avere tradito qualche cosa.

Mar
6

Perché Bachtin può dirci qualcosa

Per il grande Tzvetan Todorov è stato il massimo teorico della lettaratura del novecento. Ha scritto migliaia di pagine, ma ha pubblicato solo due libri a suo nome. Un signore austero, confinato per cinque anni in siberia, modesto insegnante di provincia per la maggior parte della sua vita. Eppure portatore di un pensiero potente, luminoso e penetrante. Una delle voci più importanti nelle scienze umane del ventesimo secolo. Eppure mai apocalittico. Parliamo, ovviamente, di Michail Bachtin.

michail bachtinPerché ne parliamo? Perché Bachtin capì maniera molto più profonda di qualunque altro teorico della letteratura che cosa significhi e quali conseguenze abbia un processo di comunicazione. Comunicazione letteraria, artistica, espressiva. Comunicazione professionale, amichevole, amorosa. Non ha molta importanza. Quello che rende così potente il suo pensiero è il suo coraggioso e per nulla scontato spostamento dell’asse d’analisi: dalla produzione testuale al rapporto con il destinatario, dallo studio del messaggio allo studio del dialogo, dalla proposizione all’enunciazione.

Quando studia la letteratura Bachtin non studia mai un testo morto, ma un dialogo vivo. Un dialogo che coinvolge noi tutti, fin da subito, inesorabilmente implicati nella trama del linguaggio, della sua originaria e costitutiva socialità.

Bachtin non è uno studioso di linguistica, ma di pragmatica: non gli interssano le cause ma gli effetti, non guarda l’universalità delle forme, ma l’unicità dei rapporti, non vuole studiare i sedimenti linguistici, ma il corpo vivo dell’enenciazione qui e ora, in un contesto, a partire da un insieme di premesse condivise. E in questo cerca di fare scienza.

Ogni atto di comunicazione, per Bachtin, non è un processo isolato, ma una continua replica ad un discorso collettivo che è già da sempre in essere in una comunità. E la comunicazione stessa, il processo di produzione di un testo, si fonda costituitvamente come dialogo, un dialogo che prosegue anche in assenza. E’ questo turbinante contesto di emissione che svela il significato. E’ in questo dialogo qui ed ora che emerge il senso delle nostre proposizioni. Forse c’è qualcuno, tra chi si occupa di comunicazione in Rete, a cui questi temi ricordano qualcosa.

“Nessun membro della comunità verbale trova mai parole della lingua che siano neutre, immuni dalle aspirazioni e dalle valutazioni altrui, che non siano abitate dalla voce altrui. No, Ognuno riceve la parola attraverso la voce altrui, e questa parola ne resta colma. Interviene nel suo proprio contesto a partire da un altro contesto, permeato dalla intenzioni altrui. La sua propria parola trova una parola già abitata”

Per questo Bachtin è così utile a chi comunica: se volete capire l’efficacia della comunicazione, sembra dirci, non leggete e rileggete il vostro testo, ma guardate i visi dei vostri ascoltatori. Non guardate le vostre frasi ben scritte, la vostra prosa così efficace, ma considerate la concreta situazione nella quale queste frasi avranno senso, un senso che è debitore solo in minima parte del vostro specifico intervento. Le vostre parole non sono “vostre”, il vostro testo è sempre anche il nostro testo. Non inseguite il sogno di un’unicità discorsiva che non può esistere, perché siamo tutti, da sempre, dentro un universo di discorso che abitiamo collettivamente.

Pensateci, quando comunicate in azienda: ogni atto di comunicazione è un “turno” in una più ampia conversazione che sta già avvenendo. Non pensate mai di aver scritto la prima e l’ultima parola, perché la vostra non sarà la prima, e tantomeno sarà mai l’ultima parola.

Feb
17

La vanità di spiegare

Una bella riflessione di Antonio Spadaro sulla letteratura italiana di oggi, pubblicata su Asterione (come l’ho scovato? Vattelapesca). Ma soprattutto un interrogativo, che è anche un mio interrogativo: che statuto hanno le storie?

Le nostre storie, le nostre narrazioni, sono forse una gratuita, necessaria e forzosa introduzione di senso nella Storia, quella storia che non ha  di per sé alcun senso, sono solo l’espressione della nostra “vanità di spiegare” (TondelIi) o sono invece la rappresentazioni più viva, forse l’unica rappresentazione possibile di una verità per altri versi inattingibile?

Illusione, vanità, hybris, o estremo limite della nostra esperienza? Spadaro cerca freschezza e innocenza, e io vedo in questa freschezza la stessa materia di cui parlava Calvino quando, a proposito di leggerezza diceva, se non ricordo male, che “è quella disposizione d’animo che dissolve il dramma del Mondo in malinconia e ironia”. Una freschezza che oggi fatichiamo a ritrovare. L’articolo è qui.

Nov
18

Del perché la filosofia aiuterà i parrucchieri

Quando ero giovane facevo spesso l’autostop. In realtà, meno per un incontenibile spirito di emulazione kerouachiana che per risolvere il più prosaico problema di spostarmi dalla periferia del nulla, nella quale vivevo, verso il centro del nulla, nel quale mi toccava andare.
Non era troppo difficile: in quel lembo di frettolosa, malinconica e cementata Padania c’era sempre qualche camionista con l’animo da gentiluomo, o qualche gentiluomo con l’animo da camionista, disposto a dare una mano a un ragazzotto magro e un po’ sgarrupato; una figura, la mia, forse un po’ patetica, sicuramente inoffensiva.
E poi c’era sempre la promessa di una qualche forma di conversazione, per quanto ciò fosse possibile in tali condizioni.

Una volta venni raccolto da un uomo che viaggiava su di una modesta utilitaria. Un tipo dall’approccio rapido e automatico, un signore oltre la quarantina ben piantato nel corpo e nell’anima; un po’ arrogante nei modi, ma comunque di cuore, come solo certi “lumbard” sanno essere a volte.

– Che fai nella vita? – Mi chiese.
– Studio Filosofia – Risposi timidamente.
– Ah, io odio i filosofi! – Punto.

Non era una dichiarazione di guerra, lo avevo capito (o, quantomeno, oscuramente intuito): era, piuttosto, la continuazione di un dialogo con se stesso che, si capiva, andava avanti da tempo. Insomma, il signore era più filosofo di quanto fosse disposto ad ammettere.

In quell’occasione rimasi zitto, non tanto per una forma di strategica laconicità, non per una volontà di pormi, comunque, in ascolto dell’altro. Queste sono cose che avrei appreso e praticato solo in seguito; a quel tempo, la mia consapevolezza di che cosa significasse comunicare si limitava ad una forma animale di mera reazione agli stimoli esterni.
Ma in quel caso non ebbi alcuna reazione apparente. Rimasi così, interdetto e un po’ stupito da tanta serafica semplicità. Ero un ragazzetto. Mentre lui era un sano, operativo e perfettamente integrato “lumbard”, con l’animo del gentiluomo-camionista.

Che avrei potuto dire, allora? Nulla. Nulla avevo da dire, se non rimarcare, con il mio silenzio, un insanabile baratro.
Lui ci rimase male, però: in fondo, si capiva, avrebbe voluto che replicassi, che gli ponessi la domanda di prammatica: e perché mai? E credo anche che avrebbe voluto, in fondo in fondo, che provassi a convincerlo che no, odiare i filosofi era sbagliato, che esisteva un motivo valido per tutti, anche per lui che faticava e “tirava la carretta”, per studiare la filosofia.
Io, ora come allora, capivo profondamente la sua posizione: per lui, semplicemente, la filosofia non aveva senso. Lavorava, viaggiava, faticava, aveva una famiglia, aveva sempre fatto del suo meglio e continuava a cercare di tirare avanti meglio che poteva. Che se ne sarebbe potuto fare di riflessioni sull’io, la coscienza, il pensiero pensante, la deiezione, la dialettica dell’essere, il rapporto tra mutamento e identità? insomma, condividevo in parte il suo odio, il che equivale a dire che odiavo me stesso, cosa non difficile per un ragazzo di vent’anni.

Rimase quindi in sospeso la domanda: a che cosa serve la filosofia? E perché dovremmo amarla? Oggi, dopo 19 anni, sento di essere pronto a rispondergli. E non perché sia diventato più acuto e preparato, ma perché sono successe, nel modo del lavoro, alcune cose che mi vengono in aiuto.

Dunque, la mia idea è che la filosofia costituisca, oggi, l’ unico vero passaporto cognitivo per la nostra sopravvivenza. E non sto parlando di una sorta di sopravvivenza spirituale di stampo umanistico: queste sarebbero osservazioni fuori luogo, fuori moda oltre che poco convincenti.
No, sto parlando della sopravvivenza nel mondo del lavoro post-fordista di oggi. Sto parlando, in omaggio al mio gentiluomo-camionista, della nostra sopravvivenza come prestatori d’opera. Il fatto ha naturalmente qualche cosa a che vedere con l’ossessione, ribadita da più parti, per l’esercizio del “sapere pratico”, ossessione testimoniata anche dal mio occasionale interlocutore di allora.

Ora, Il fatto è semplicemente questo: non esiste più, oggi, alcuna “pratica” lavorativa che non sia soggetta ad una obsolescenza più rapida della nostra capacità di aggiornamento. In un mondo nel quale anche il parrucchiere è costretto ad aggiornarsi sulle nuove tecnologie tricologiche per non essere fuori dal mercato, nel quale il gestore di lavanderia è costretto ad integrare il suo sapere con sofisticate tecniche di marketing one-to-one e nei quale le “assistenti alla poltrona” dei dentisti riescono a lavorare solo se conoscono i rudimenti della comunicazione interpersonale, il concetto di “pratica”, cavallo di battaglia di quanti vorrebbero una preparazione più orientata concretamente al lavoro, si trasforma in un inquietante paradosso.

La pura e semplice “trasmissione di pratiche specialistiche” rappresenta oggi solamente la via più facile per trasformarsi, nel giro di una o due stagioni, da giovane promessa a vecchio rincoglionito. E non servirà a nulla pensare che la nostra pratica sia talmente specializzata – e rara – che ci tutelerà. “Specializzazione” equivale da sempre a  “fine dell’evoluzione”.
Per non parlare del fatto che, naturalmente, arriverà un nuovo applicativo software nel quale basterà “flaggare” un parametro per svolgere automaticamente la nostra “preziosa” attività specialistica (pensate, che so, alle versioni più recenti di Dreamweaver che integrano componenti ASP, o alle opzioni di Photoshop che consentono di trattare un’immagine in modo “cubista” o “divisionista”).
Tutte le pratiche, una volta sedimentate, si possono prima o poi standardizzare, e rendere altrettante “opzioni” di un adeguato software.

Scommetto che avete avuto tutti un brivido lungo la schiena, vero?

Eppure c’è qualche cosa che ancora conserva una sua tenuta, qualche cosa il cui esercizio sfugge ad ogni standardizzazione possibile, una pratica la cui genericità  e astrattezza evita di impantanarsi nelle secche dell’involuzione delle pratiche, di ogni nostra pratica. Questo qualche cosa si chiama pensiero. Sembra banale, ma ciò che ci consente di dare il “valore aggiunto” che il mercato oggi ci chiede non è altro che l’esercizio costante, affilato, originale e coraggioso della nostra “pratica di pensiero”. E qual è la disciplina che consente di tenere in costante esercizio le facoltà e gli organi deputati alla produzione di idee?
Avete capito.

Ricordate Pico della Mirandola e la sua orazione sulla dignità dell’uomo? Si parlava dell’uomo e del suo destino di eterno costruttore del suo mondo della vita. Oggi, dopo 500 anni, abbiamo finalmente la consolante e terribile consapevolezza – tangibile – di questa nostra  “mobilità”, di questa intrinseca plasticità, di questa nostra dislocazione permanente. Consapevolezza consolente, perché sappiamo che nulla sarà mai deciso per sempre. E consapevolezza terribile, perché il successo di ogni carta che ci giocheremo dipenderà da noi.

Ho passato un anno studiando la “Critica della ragion pura” di Kant, e altri due studiando la “Fenomenologia della spirito” di Hegel. Ho studiato logica formale, e discusso animatamente sul mondo-della-vita. Ho passato intere settimane, mesi, anni,  seduto alla mia scrivania in un esercizio di pensiero astratto al limite delle mie possibilità, devo ammetterlo. A che cosa è servito tutto questo? La risposta è: non è servito a nulla.  Perché questo esercizio non è, né sarà mai, servo di nulla. Ed è proprio per questo che potrà governare facilmente tutti i miei aggiornamenti pratici da qui ai prossimi anni. E so già che saranno tanti.
E’ proprio l’astrattezza di questa preparazione, il suo sovumano tentativo di arrivare al limite del pensiero stesso, che consente di applicarla poi a qualsiasi pratica “illuminandola” finalmente della luce di un pensiero vivo.

Non so che fine abbia fatto il mio gentiluomo-camionista, se abbia conservato la sua opinione sui filosofi e, cosa più importante, se abbia  conservato il suo posto di lavoro (cosa che gli auguro di cuore).

Oggi ho solo voluto replicare, nella maniera più onesta e affettuosa di cui mi sento capace, a ciò che mi disse in quella nebbiosa mattina di 19 anni fa.

Apr
26

Filosofia analitica per tutti

Ok, oggi un’irrefrenabile pulsione transcontinentale mi spinge a sengalarvi un po’ di risorse sulla filosofia della mente, la filosofia del linguaggio e, in genere, gli argomenti legati alle discipline della filosofia analitica (che com’è noto, regnano in territorio anglosassone.). Gli autori però sono tutti italianissimi, e appartengono alla ristretta cerchia dei filosofi analitici nostrani. Ok, cominciamo con un’“introduzione alla filosofia della mente”, di Michele Di Francesco (PDF), tratta dal libro collettivo sui nuovi argomenti  della filosofia conteponeanea scaricabile da SWIF. Prwsoeguiamo con il saggio “Competeneza, riconoscimento e procedure”, tratto dal sito di Diego Maconi. Tra le pubblicazioni di Achille Varzi, vi segnalo questo “Ontologia: dove comincia e dove finisce (PDF)“, e anche il dialogo immaginario “All the tinghs you are” (PDF). Ancora, l’introduzione all’empirismo logico di Paolo Parrini e “Da Frege all’intelligenza artificiale“, di Carlo Penco. Infine, “Esternismo e computazione” di Alfredo Paternoster.
Tutta gente con la quale, una volta, avevo una certa frequentazione. Ciao

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede