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Gen
7

Due libri, due alleati per l’intranet manager

Credo di non aver ancora mai segnalato due pubblicazioni piuttosto recenti che, insieme, costituiscono un po’ il punto di riferimento sui progetti intranet di nuova generazione.

Come sapete la letteratura, nazionale e internazionale, è piuttosto avara di risorse, (qualcosa c’è, ma non focalizzato) in particolar modo di quelle che si concentrano sugli aspetti realizzativi e metodologici di questi progetti.  Proprio per questo ogni nuovo arrivo nel panorama editoriale, specialmente se ben fatto, va tenuto da conto come un bene prezioso.

Designing intranets: creating sites that workIl primo volume è “Designing intranets” di James Robertson, un libro che fornisce una metodologia dettagliata per i progetti intranet basata sull’esperienza di Step Two, l’azienda australiana capitanata da Robertson che è oggi uno dei punti di riferimento a livello mondiale.

Chi segue il blog di Robertson riconoscerà molto materiale già pubblicato nel tempo, ma il valore del libro risiede nell’approccio sistematico che ha saputo dare al materiale, corredandolo di molti esempi e screenshot. Particolarmente utili le parti relative al design vero e proprio, oltre che i riferimenti alla metodologia di User centred design che da sempre caratterizza l’azienda australiana. Non un “libro spot” dunque (come ce ne sono tanti in giro), ma una vero manuale a cui fare riferimento.

intranet_management_handbookIl secondo volume, “The intranet management handbook“, di Martin White,vi confesso di non averlo ancora letto, nonostanta sia sulla mia scrivania da parecchi mesi. Tuttavia l’ho sfogliato a fondo, apprezzando la profondità con cui vengono affrontati i diversi passi metodologici di un progetto intranet.

Il libro è davvero un manuale metodologico completo, senza screenshot ma con alcuni utili schemi e molte schede di approfondimento (ad esempio sulla gestione dei blog o su come fare le interviste preliminari agli stakeholder).

Un’intera sezione è dedicata alla governance, e un capitolo alle gestione dei progetti con Sharepoint. White fa parte della società inglese intranetfocus, e mette in questo libro tutta la sua esperienza nella gestione di progetti intranet realizzati per lo più in ambito britannico.

Due libri che, insieme, vi aiuteranno a fare da soli e a rendere inutile il lavoro di persone come me. :-)

Dic
17

Quando la generazione F entra in azienda

Marco Minghetti ha pubblicato la traduzione in italiano di parte di un articolo di Gary Hamel dedicato allo scontro culturale (e generazionale) tra le aspettative della generazione F (indovinate un po’ per cosa sta la “F”) in termini di “etica pratica” del management e la vecchia cultura manageriale che si respira nelle aziende. L’articolo originale si intitola significativamente “The Facebook Generation vs. the Fortune 500“.

In realtà l’etica – e l’estetica – della generazione F (meritocrazia, contributo dei pari, gerarchie emergenti, autoorganizzazione, eguale accesso alle opportunità, eccetera) più che un portato di Facebook sono piuttosto l’onda lunga dell‘etica hacker, che oggi arriva alla spicciolata all’interno delle organizzazioni e le sottopone ad un lento e inesorabile logoramento dall’interno.

<apocalittic mode on>E in fondo tutto quello che facciamo giorno dopo giorno per portare un po’ di innvoazione di rete nelle aziende non è altro che una parte di questo ineluttabile sgretolamento.<apocalittic mode off>

 

Apr
1

Le interviste colte di IntranetManagement: Giuseppina Pellegrino

Cari lettori, nell’area “Articoli” di questo blog trovate una sorpresina: una lunga intervista a Giuseppina Pellegrino – sociologa italiana che si occupa del rapporto tra individui, organizzazioni, tecnologie – intervista che mi ha rilasciato ormai più di un anno fa ma che non avevo mai pubblicato per problemi tecnici (e anche di tempo).

L’intevista si intitola “Tecnologie situate“, ed è centrata sul suo libro “Il cantiere e la bussola“, una ricerca sul campo condotta nel 2004 su due intranet – una italiana e una inglese – e sul complesso insieme di dimensioni che questo tipo di progetti solleva: dimensioni culturali, sociali, tacnologiche, organizzative.

Ne emerge un quadro piuttosto ambivalente, nel quale, unitamente alle tecnologie, si mescolano aspettative micro-organizzative, retoriche sociali, gruppi di pressione, routine culturali e nel quale si incrina la riposante visione deterministica che dalle tecnologie dovrebbe portare, senza soluzione di continuità, a cambiamenti di qualche tipo seondo la visione di qualche élite organizzativa.

Putroppo le cose non stanno sempre così e questa ricerca ce ne mostra le conseguenze sul piano delle concrete pratiche organizzative e sociali delle persone che lavorano.

Il libro non è molto agevole (ed entra nel tecnico di riferimenti piuttosto ostici a una prima occhiata) e l’intervista – lunga, lunghissima, lo so – ne rispecchia la complessità.

Tuttavia credo che ci sia oggi un estremo bisogno, nella nostra disciplina, di un allargamento di orizzonti e di uno sguardo capace di gettare qualche ombra sulle nostre ingenue euforie.

La consapevolezza a volte fa male, ma è un ottimo antidoto all’ottusità, sia delle pratiche che delle teorie.

Buona lettura.

Mar
24

Innovazione, caos, ambiguità

Una lunga citazione che credo meriti di essere riportata:

[…] Pensate ad esempio a Deborah Alvarez-Rodriguez di Goodwill. Quando è entrata in azienda, il morale era basso, i ricavi ristagnavano e i benefits dei dipendenti venivano tagliati a destra e a manca. Nel momento in cui mise piede in Goodwill, Deborah iniziò ad attuare dei grandi cambiamenti. “Mi rendevo conto che dovevo creare un certo livelo di caos”, ci ha detto. Il consiglio di amministrazione, il gruppo dirigente e i dipendenti erano spaventati.

“Devi essere proprio così scardinante?” le chiese un membro del consiglio. “Si” rispose con convinzione Deborah. “La nostra era un’organizzazionre totalmente gerarchica”, ci ha spiegato. “Dovevamo coinvolgere i collaboratori e indurli a diventare collaborativi e creativi. I dirigenti devono capire che le grandi ideee vengono da coloro che sono più vicini all’operatività“.

Deborah ha costituito dei team interfunzionali di una dozzina di persone in rappresentanza di tutti i livelli dell’azienda. Il management aveva l’ultima parola sulle loro proposte, ma ha accettato il 95% dei suggerimenti avanzati da questi circoli.

Nel giro di pochi mesi, gli sforzi di Deborah hanno dato un ritorno significativo: il caos che aveva creato ha contribuito a decentralizzare l’organizzazione coinvolgendo nel contempo i dipendenti. E’ riuscita così ad aumentare si ai ricavi sia i profitti.

Questo tipo di leaderesip non è ideale in tutte le situazione. I catalizzatori sono destinati a “scuotere la barca”. Sono molto più bravi come agenti di cambiamenti che come guardiani della tradizione. Operano con successo nelle situazioni che richiedono un cambiamento radicale e il pensiero creativo.

Apportano innovazione ma tendono anche a creare un certo livello di caos e ambiguità. Metteteli in un ambiente struturato e rischiano di soffocare; ma lasciateli sognare e faranno gradi cose. […]

da: “Senza leader . Da internet ad Al Quaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete”. O. Brafman – R.A. Beckstrom, Etas, 2007

P.s.: la dedico a Marco e a tutti quelli che cercano ogni giorno di “scuotere la barca”.

Set
29

Vittorio, grazie di esistere

DIte quello che volete, ma resto convinto che Vittorio Zucconi sia, in assoluto, il miglior giornalista d carta stampata d’Italia. Sono capitato per caso su questo articolo sulla crisi finanziaria di USA e non sono riuscito a smettere di leggere. Un capolavoro assoluto di stile, ritmo ed equilibrio. Un vero narratore prestato al giornalismo, un vero giornalista prestato alla triste stampa italiana.

Mar
4

Libri fichi su web, intranet, comunità organizzative e dintorni

Ovvero libri che vorrei aver già finito di leggere e che invece mi guardano minacciosi dai più diversi angoli della casa (ma che cosa volete bastardi? Lo avete capito o no che la mia vita è cambiata? E’ inutile che reclamiate la mia attenzione, è patetico il vostro enigmatico mutismo. Ce l’avete con me? Ma come cacchio faccio, bastardi, ma non vedete? Lo so, lo so,  HO CAPITO, ma voi cercate di capire me. Soffro più di voi, credetemi.

Ma arriverà, lo so, il giorno del Grande Ricongiungimento, quando io, voi, la mia vita, il mio lavoro, i miei desideri e le mie ossessioni saranno finalmente allineate come pianeti. Nel frattempo posso solo elencarvi e guardarvi da lontano (questo post si è modificato sotto le mie mani mentre lo scrivevo).

Seward Mader – Wikipatterns

Daniel M. Brown – Communicating Design – Peachpit press

Hanry Jenkins – Cultura convergente – Apogeo

Loretta Frabbri – Comunità di pratiche e apprendimento riflessivo – Carocci

Attila Bruni/Silvia Gherardi – Studiare le pratiche lavorative – Il mulino

Nel frattempo un blogger a cui ho inviato il mio ultimo libro mi ha recensito.

Moltissime grazie, davvero.

Dic
31

Libri che ho maneggiato in questi giorni di festa, alcuni leggendoli, altri scorrendoli, ma sempre con un peso nel cuor e forse ne parlerò e forse no, ma intanto faccio questo post sotto forma di titolo perché oggi mi sento uno sperimentatore che cerca il limite e cammina sul crinale dove forma e contenuto passano l’uno nell’altra (è un famoso crinale che sta in Friuli, credo) e insomma se invece di fare queste puttanate mi dessi da fare sarebbe meglio. Speriamo nel 2008 (si dice così, in questi giorni)

Community Management. Processi informali, social networking e tecnologie Web 2.0 per coltivare la conoscenza nelle organizzazioni

Emanuele Scotti, Rosario Sica

Apogeo

L’italiano dei giornali

Riccardo Gualdo

Carocci

Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita

Giulio Cesare Giacobbe

Ponte alle Grazie

Plasmare il web. Road map per siti di qualità

Roberto Polillo

Apogeo

Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità

Luciano Gallino

Laterza

Cultura convergente

Henry Jenkins

Apogeo

Ma libera veramente. Trent’anni di Radio Popolare: voci, parole eimmagini.

Kowalski

Trilogia della città di K.

Agota Kristof

Einaudi

Manuale di redazione

Mariuccia Teroni

Apogeo

La saggezza della folla

James Surowiecki

Fusi Orari

La lettera uccide

Giovanni Lussu

Nuovi Equilibri

Per la verità. Relativismo e filosofia

Diego Marconi

Einaudi

Buon anno a tutti!

Ott
29

Open source cognitivo all’italiana

La lettura di Wikinomics mi scatena parecchi pensieri. Uno di questi è legato al fatto che noi abbiamo un esempio concreto, nel nostro Paese, di open soruce cognitivo nei processi produttivi.

Questo esempio è stato studiato in tutto il mondo negli anni scorsi e, anche se può sembrare bizzarro, è all’origine del fortunato termine “post fordismo”. Mi sto riferendo come ovvio ai distretti industriali.

Leggete questo breve passo del grandissimo Enzo Rullani, tratto dal suo “La fabbrica dell’immateriale“. E poi ditemi se non vi suona stranamente familiare.

Se una grande impresa di abbigliamento deve prevedere il colore che andrà di moda quest’anno, il suo metodo di risposta al problema è quello tipicamente razionalistico, dello studio e comprensione ex ante. Si comincia a fare un certo volume di ricerche di mercato (da tenere ovviamente riservate), si consultano esperti e distributori, si sceglie una soluzione e si progetta una risposta corrispondente. A questo punto, sono passati mesi, il prodotto non è ancora sul mercato e i consumatori non hanno ancora avuto la ventura di vederlo o di sentirne parlare. Ma il futuro produttore è già fuori con qualche milione di euro di spese “preventive”. Se poi, una volta messa la soluzione trovata alla prova, ci si accorge di aver sbagliato, il milione è perso e diventa difficile immaginare di ricominciare daccapo. Comunque, se si decide di cambiare rotta, la cosa non si compirà in breve tempo.

In un distretto industriale le cose funzionano in tutt’altro modo. Prima di tutto non ci sarà un solo sperimentatore, ma cento, che andranno in ordine sparso e possibilmente all’insaputa l’uno dell’altro ad esplorare cento possibili strade (colori). Siccome ciascuno sa di poter adattare la soluzione inizialmente trovata, non ci saranno né ricerche di mercato, né grandi investimenti preventivi, né mesi di attesa perché la conoscenza emerga. Al contrario, usando le tecniche dell’apprendimento evolutivo, si andrà avanti senza copione e senza modello. Cento imprese proveranno, e una di queste avrà scovato (per caso o per intuito) la soluzione giusta. Non sono passati mesi ma giorni. E nessuno ha immobilizzato forti somme nell’esplorazione delle possibilità, avendo ciascuno soltanto “provato” una delle cento soluzioni. Una volta emersa la soluzione vincente, grazie al meccanismo della cooperazione involontaria, tutti saranno

in grado di sapere la risposta al problema in poco tempo e a basso costo. E potranno rapidamente adeguarsi.

Il risultato è che, se tutto va come deve andare, l’innovatore avrà speso poco, fatto presto ma avrà soltanto un lieve vantaggio (di settimane) nei confronti degli altri. Chi deve imitare, avrà anche lui speso poco (o niente), ma sa che non verrà tagliato fuori: la propagazione (involontaria) della conoscenza che serve basterà a tenerlo in gioco. Alla fine, gli investimenti e i rischi dell’esplorazione saranno limitati per ciascun concorrente, ma l’apprendimento realizzato da uno diverrà ben presto – con un lieve distacco – apprendimento di tutti (gli interni).

Nel distretto l’apprendimento avviene mediante una rete di imprese ciascuna delle quali ha la propria strategia e autonomia, ma ciascuna delle quali dipende dall’evoluzione dell’insieme per la produzione della propria conoscenza. E’ una rete cooperativa se si guarda alla funzione svolta, che mette i singoli apprendimenti in sinergia (spesso involontaria); ma è anche una rete competitiva se si guarda all’autonomia rivendicata da ciascuna impresa nel suo stare nella filiera.

Le due strategie – quella etichettata come cooperation e quella, canonica, della competition – in realtà coesistono, dando luogo ad un ibrido (co-opetion?) che consente alle singole imprese di crescere più velocemente e con meno rischi forzando in questa o quella direzione, a seconda delle circostanze, un rapporto che resta comunque multidimensionale.

Se vi interessa, l’intero capitolo del – bellissimo – libro di Rullani (Capitolo dal titolo “il territorio come mediatore cognitivo”) è scaricabile da qui.

Ago
1

Letture utili su conoscenza e organizzazione

Va beh, proviamo a dare un senso ad Anobii e segnaliamo un po’ di libri sui processi di acquisizione e diffusione della conoscenza nei contesti sociali (organizzazioni, ma non solo).

Immagine di La fabbrica dell'immateriale

Immagine di Gruppi e tecnologie al lavoro

Immagine di Coltivare comunità di pratica

Immagine di Storie comuni

Immagine di Apprendere nelle organizzazioni

Immagine di L' apprendimento situato

Immagine di Apprendimento in rete e condivisione delle conoscenze

Lug
21

Momentaneamente trasferito su Anobii

Ovviamente all’inizio l’ho snobbato. Ovviamente ora ci sto praticamente in pianta stabile. Caricare i libri su Anobii richiede fatica e pazienza, e anche un po’ di senso dell’assurdo. Perché lo faccio? Vattelapesca.

Ad ogni modo questo è il risultato, ancora provvisorio. Ed è meglio che mi sbrighi a finire prima che le mie domande arrivino alla parte saggia del mio cervello…

Mag
2

Segnalazioni vertiginose

C’è un posto dove vado quando sono stranito e voglio capire qualche cosa di me. E generalmente porto sempre a casa qualcosa, che l’autore lo voglia o no. E’ il posto del Vertigo. Il suo ultimo post parla di lui. E parla di te. E parla di me. Darei dieci anni di vita per avere metà del suo talento. E di anni non me ne restano poi tanti. Nei mediocri scrittori come me la profondità diventa a volte una vaga malinconia; nei grandi, spesso, si trasforma in una generosa ironia.

Mar
23

Giornalismo autoriflessivo

Copertina_libro_sabadinFinalmente un libro serio, documentato, intelligente sull’editoria cartacea e sui cambiamenti che le nuove tecnologie, le nuovi generazioni e i nuovi stili di vita impongono al mestiere del giornalista. L’ultima copia del New York Times. Il futuro dei giornali di carta non è il solito manuale per fare il giornalista nell’epoca di internet, con quattro consigli appiccicati presi dalla letteratura corrente.  E’ un vero libro-inchiesta, aggiornato e preciso, con numeri e citazioni di fonti interessanti e pertinenti.

Insomma, il libro di un giornalista che sa fare il suo mestiere e non prova a fare il mestiere degli altri per essere alla moda. E che ci regala un’analisi completa di un fenomeno che è sotto i nostri occhi da troppo tempo perché possiamo inquadrarlo con precisione.

Vittorio Sabadin ci fa fare un passo indietro e analizza la crisi dei giornali cartacei da tutti i punti di vista, a partire dalla rivoluzione dei formati, passando per la guerra strisciante con i giornali gratuiti e la “free press” fino ad arrivare a internet, ai blog e al citizen journalism.

Sabadin è un giornalista tradizionale, della “vecchia guardia”, che conosce benissimo vizi, virtù e abitudini dei suoi colleghi. E in fondo è proprio a loro che  parla, per avvertirli, dati alla mano, che nessuno, oggi, può ancorarsi al passato in nome di una professione che deve ritrovare un suo statuto e una sua collocazione.

Un libro che si legge come un romanzo e che, pur mostrando una perfetta conoscenza delle nuove tendenze, non concede nulla alla terminologia e alle facili euforie del momento. Sabadin, da giornalista “tradizionale”, sa guardare al nuovo senza tabù ma anche senza la superficialità e la presunzione di chi è salito sul carro dei vincitori e sente la Storia dalla sua parte.

Un libro che ci fa capire, indirettamente, che di giornalisti seri ce n’è ancora bisogno. Eccome.

Ago
17

Che cosa c’è di nuovo? Quasi nulla. Sul continuismo di Fiormonte

Una volta finito il libro di Domenico Fiormonte “Scrittura e filologia nell’età digitale” l’impressione fiormonte_libroè di disorientamento. Una rassegna vastissima, una bibliografia sterminata ci accompagna in un percorso storico e teorico, come si diceva una volta “di ampio respiro”. Nulla, o quasi nulla viene tralasciato: la filologia, la critica letteraria, gli studi sui media, lo strutturalismo, il post-strutturalismo, gli studi sulla scrittura, le scienze cognitive, la web usability, i linguaggi di marcatura, la teoria del romanzo, la semiotica, l’ermeneutica, l’etica hacker e molto altro.

Il tutto per raccontare una storia dei media elettronici un po’ diversa dalla vulgata tradizionale, una storia contrassegnata dalla ricerca genealogica, dalla scoperta delle affinità, dal sogno di una continuità sostanziale della scienza e soprattutto della pratica dei testi che non manca di riservare sorprese.

Genalogie non banali

Gli ipertesti narrativi richiamano gli assemblaggi futuristi, i web designer sono gli eredi dei copisti calligrafi del rinascimento, la scomparsa dell’autore è un fatto vecchio e va retrodatata quantomeno alla comparsa del primo word processor, l’ipertestualità era già stata pensata e praticata da Genette, Bachtin, Foucault e dal romanzo moderno europeo.

L’interattività? Basta pensare alle avanguardie artistiche o al teatro di Grotowski. L’apertura del testo? Era già nel romanzo combinatorio di Quenau, di Butor, di Perec. L’idea stessa del WWW era già stata tratteggiata dai critici della letteratura nell’idea di semiosi illimitata. Per non parlare della multimedialità (già presente in Mallarmè o Zavattini) o delle nuove discipline come la web usability e il web writing, eredi diretti della retorica antica e del design industriale.

Smontare l’apocalisse

Si potrebbe continuare, ma credo che il senso sia chiaro: il tentativo di Fiormonte, tentativo perseguito con tutti i mezzi teorici (a dire il vero assai vasti) a sua disposizione, è quello di tracciare una linea continua che depotenzi, almeno in parte, la portata del nuovo “paradigma” elettronico e lo riporti nell’alveo della produzione culturale che appartiene alla tradizione. O quantomeno di mostrare come il paradigma digitale porti allo scoperto tensioni e problemi già presenti nel mondo della produzione cartacea tradizionale.

I motivi di questa operazione sono in parte espliciti e in parte intuibili, e in ogni caso sono condivisibili: costringere gli umanisti tradizionali a guardare alle nuove tecnologie con fiducia, provare a gettare un ponte tra campi teorici all’apparenza estranei, spingere le scienze legate alla filologia a confrontarsi serenamente con le nuove possibilità, offrire una sorta di genealogia che faccia anche da cassetta degli attrezzi per coloro che vogliono lavorare in questo campo.

Tuttavia, come spesso accade, i tentativi eccessivamente totalizzanti rischiano di portarsi dietro alcune forzature, specifici fraintendimenti e qualche necessaria omissione, e per questo vorrei provare a fare alcune osservazioni, dettate meno da spirito di polemica che dalla sincera volontà di mettere un po’ d’ordine nella massa di suggestioni che il libro generosamente propone. Sono osservazioni modeste, solo abbozzi di osservazioni, ma mi piacerebbe comunque condividerle con voi.

Prima osservazione: ogni innovatore produce i suoi precursori
Questo fatto non è, come noto, una cosa nuova: come osservava Borges, è solo perché è esistito un Kafka che possiamo andare a caccia di figure “kafkiane” nella storia della letteratura. Ed è ovvio che quello che sta succedendo nell’editoria elettronica e nella scrittura in rete stimola in modo evidente la “caccia ai precursori”, che solo in virtù del nuovo “paradigma” trovano, diciamo così nuova cittadinanza teorica e nuova legittimazione nelle pratiche (discorsive e non). Può darsi che oggi molti neo-scrittori professionali o comunicatori in rete si avvicinino a Quintiliano, Aristotele, Munari, al post strutturalismo, alla retorica nuova e vecchia e al Bauhaus. Ma questo avvicinamento può avvenire solo perché un nuovo paradigma, o quantomeno un nuovo insieme di scopi e pratiche discorsive portano allo scoperto una serie di attrezzi che giacevano da anni nel dimenticatoio. E a volte si può anche usare un apriscatole per aprire una bottiglia. Con tutto il rispetto.

Possiamo ovviamente, considerare ogni disciplina che si proponga come nuova o ogni pratica che affermi di aprire nuovi campi di studio con gli occhi e il linguaggio dei campi disciplinari già collaudati e preesistenti. Possiamo dire “l’usabilità non altro che il design industriale in una nuova variante”, oppure “la scrittura per il web non è altro che l’antica retorica subdolamente reintrodotta all’interno dei media digitali”, oppure, volendo essere più audaci e disinvolti “la multimedialità l’ha inventata Zavattini”, o “il WWW non è niente altro che il sogno della semiosi illimitata di Calvino” e via dicendo.

Ma dobbiamo chiederci quel è il prezzo teorico da pagare. E io ne vedo almeno due, entrambi abbastanza salati: il primo (potremmo chiamarlo di “perdita ontologica”) è quello di perdere, in quest’opera di “traduzione” di un linguaggio “nuovo” in uno vecchio, il campo stesso dei fenomeni che si pretende di descrivere. Può darsi che concetti come “affordance” o “mapping culturale”, propri della web usability, siano, alla fin fine traducibili (ma resa da vedere l’autorevolezza del “dizionario” utilizzato) nel linguaggio del design industriale, ma se poi non siamo più in grado di rendere conto dell’insieme di pratiche che questi linguaggio specifici organizzano e disciplinano abbiamo perso il bambino con l’acqua sporca.

Se volessimo prendere sul serio questo programma e non considerarlo come una legittima serie di evocazioni metaforiche, dovremmo dire che traducendo il linguaggio delle nuove discipline in quello già ben conosciuto delle teorie tradizionali e collaudate rischiamo di perdere di vista i fenomeni stessi che il linguaggio descriveva. E non è una questione di mode terminologiche.

Il secondo prezzo da pagare è quello di un a volte inaccettabile idealismo, ovvero di considerare le teorie come meri algoritmi che mettono in gioco e relazione una serie di concetti e di non considerare le pratiche sociali che queste teorie sorreggono. E’ ovvio che i consigli di “buon web writing” hanno senso solo se teniamo in considerazione il medium come oggetto tecnologico, gli usi che di questo medium vengono fatti da ampie fasce di popolazione, la “retorica” che si è sviluppata su questo medium negli anni, il tipo di “autori” che lo utilizzano e i loro scopi, eccetera. E allora vediamo che non avrebbe senso dire ad un giovane “impara le regole dell’inventio, della dispositio e dell’elocutio” e vai tranquillo. Perché il giovane in questione non deve difendersi in tribunale o fare discorsi epidittici (salvo forse il giorno della tesi di laurea).

A questi prezzi aggiungerei un pericolo che sempre grava su qualunque operazione “a ritroso”, ovvero di introdurre una sorta di arbitrarietà nei riferimenti. Perché mai gli “antenati” segreti dell’usabilità sarebbero la retorica antica e l’industial design e non, poniamo, la psicologia della Gestalt o l’architettura veneziana del ‘700? E poi perché mai la retorica di Quintiliano e non quella di Aristotele o di Port Royal? Perché l’archeologia dell’ipertesto andrebbe cercata negli assemblaggi futuristi e non, poniamo, nella deriva situazionista? Perché l’idea del WWW starebbe nell’idea di semiosi illimitata e non nel sincretismo mistico rinascimentale?

E’ ovvio che questa vaghezza, questa libera carrellata di associazioni libere, diventano un “pericolo” solo quando si vogliano prendere sul serio e non, ovviamente, quando la ricerca genealogica abbia una funzione, diciamo così ironica, o quando le si attribuisca il compito di illuminare metaforicamente un campo teorico che presenti oscurità irrisolvibili al suo interno.

Terza osservazione: come la mettiamo con mia cuginetta di 13 anni?
Perché una teoria possa essere considerata un dispositivo semiotico efficace dovrebbe essere in grado di spiegare una massa maggiore di fenomeni delle teorie che l’hanno preceduta. In caso contrario diventa una teoria regressiva e va abbandonata. Ora, considerare la testualità, tradizionale ed elettronica, online e offline, come un insieme di pratiche teoriche e discorsive all’interno di un continuum tutto sommato neutrale può forse tranquillizzare molti della “vecchia guardia”, ma lascia irrisolti una marea di problemi. Perché se è vero che mia cuginetta di 13 anni scrive mail, chatta, partecipa ai MUD e cambia i tag HTML dei testi con la stessa facilità con la quale io mi stappo una birra tutto questo non può essere fatto passare come una semplice variante tra le mille varianti della storia del testo scritto. Io sono ovviamente d’accordo con le intenzioni “tranquillizzati” di Fiormonte e condivido parte delle sue osservazioni sulla “continuità” tra vecchi e nuovi media. Ma non posso neanche fare finta di non vedere che siamo seduti su di una polveriera.

E quindi? Forse dobbiamo ammettere, in maniera aperta, che uno studio puro e semplice, per così dire “anestetizzato” della testualità, oggi, non ha alcun senso, perché non permette di cogliere gli evidenti aspetti di discontinuità che caratterizzano il modo di trattare i testi di milioni di persone. Va detto che questo appello all’interdisciplinarietà è fatto proprio dallo stesso Fiormonte e tutta la sua ricerca ne è, del resto, un’eloquente testimonianza. Ma l’impressione, forse non voluta, è quella di farci capire che non è dalla filologia che arriverà una teoria capace di farci capire qualche cosa.

Continueremo, come sempre, ad “abitare la rete”, magari più consapevoli dei debiti che abbiamo con Valery, Bachtin, il Futurismo, Genette, Foucalult, Barthes, Derrida, il teatro di Grotowski. Ma conservando gli stessi dubbi e le stesse ansie sul nostro lavoro di comunicatori in Rete.

Feb
17

La vanità di spiegare

Una bella riflessione di Antonio Spadaro sulla letteratura italiana di oggi, pubblicata su Asterione (come l’ho scovato? Vattelapesca). Ma soprattutto un interrogativo, che è anche un mio interrogativo: che statuto hanno le storie?

Le nostre storie, le nostre narrazioni, sono forse una gratuita, necessaria e forzosa introduzione di senso nella Storia, quella storia che non ha  di per sé alcun senso, sono solo l’espressione della nostra “vanità di spiegare” (TondelIi) o sono invece la rappresentazioni più viva, forse l’unica rappresentazione possibile di una verità per altri versi inattingibile?

Illusione, vanità, hybris, o estremo limite della nostra esperienza? Spadaro cerca freschezza e innocenza, e io vedo in questa freschezza la stessa materia di cui parlava Calvino quando, a proposito di leggerezza diceva, se non ricordo male, che “è quella disposizione d’animo che dissolve il dramma del Mondo in malinconia e ironia”. Una freschezza che oggi fatichiamo a ritrovare. L’articolo è qui.

Gen
20

La seconda persona singolare è demodé

copertina Lingua italiana e mass mediaOk, proseguiamo questa serie di post marcatamente autoreferenziali (dovete avere pazienza: è un periodo un po’ particolare per me e il fatto di essere da 20 giorni fuori dalla mia vecchia azienda-alcatraz mi agita più del previsto…).

Leggo il bel libro, curato da Ilaria Bonomi e da altri, sugli usi e le variazioni della lingua italiana nei diversi media. Utile, interessante e scientifico (sono convinto che possiamo apprendere molto dai linguisti, non tanto nel merito delle singole analisi, quanto per il ricchissimo e collaudato apparato metodologico che hanno a disposizione, beati loro…).

Beh, insomma, arrivato alla parte “Lingua e web” ti becco, nero su bianco, l’analisi di una mia frase scritta in un articolo pubblicato sul sito di Luisa. Sono saltato dalla sedia. Quella frase l’avevo scritta di getto, l’avevo riletta e via, pubblicata. E ora viene sezionata e attentamente analizzata (peraltro in maniera impeccabile, mi sembra). Quando accade in Rete non fa lo stesso effetto. Che è successo? Credo che questo sia un esempio perfetto del noto congelamento sartriano della soggettività. Brrrr.

Voglio dire: questo mi fa capire come, quando si parla di stile, si affronta una delle cose a noi più prossime. Lo stile è veramente una cosa che appartiene a noi, che è noi: è espressione, e non mera conseguenza, di quello che sentiamo di essere. A rigore, non è una cosa che usiamo, ma dalla quale siamo usati, se mi permettete il gioco di parole.
E’ una dimensione, insomma, che mal si presta ad essere oggettivata e sezionata. Al pari del nostro corpo, che è innanzitutto corpo visstuto e solo ad uno “sguardo secondo” diviene corpo-oggetto-di-scienza.

Uno stile oggettivato, ovvero un insieme di regole totalmente esplicito, trasparente e manipolabile, che ci guardasse e stesse totalmente al di fuori di noi (mi sembra lo scrivesse Pavese) sarebbe insomma la morte dello stile, perché significherebbe la trasformazione di una cosa viva in una morta. Ed è per questo che lo stile rivela noi stessi al di là delle nostre – limitate – intenzioni. Ed è per questo che lo stile può essere studiato con profitto da altri.

Per la cronaca sembra che abbia usato una costruzione che andava qualche decennio fa.
Parola di linguista.

Gen
11

Libri in ordine sparsissimo

I nostri tempi moderni. Dal capitale finanziario al capitale umano
Cohen Daniel – Einaudi

Costruttivismo e pragmatica della comunicazione on line. Socialità e didattica in Internet
Rivoltella P. Cesare – Centro Studi Erickson

Scrittura e nuovi media. Dalle conversazioni in rete alla Web usability
AA.VV. – Carocci

Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi
Bauman Zygmunt – Laterza

Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana
Jedlowski Paolo ; Mondadori Bruno

Istituzioni oratorie. Testo latino a fronte
Quintiliano M. Fabio ; Einaudi

La musa impara a scrivere. Riflessioni sull’oralità e l’alfabetismo dall’antichità al giorno d’oggi
Havelock Eric A. ; Laterza

L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione
Himanen Pekka ; Feltrinelli

La ricerca del significato. Per una psicologia culturale
Bruner Jerome S. ; Bollati Boringhieri

Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana
Todorov Tzvetan ; Einaudi

Lessico postfordista. Dizionario di idee della mutazione
AA.VV. Feltrinelli

Il sapere greco. Dizionario critico. Vol. 1 – 2
Einaudi

p.s. A proposito, la state facendo la raccolta dei Meridani e della “Storia d’Italia” Einaiudi in edicola?

Gen
3

I libri di Tara

E’ una piccola, piccolissima libreria dell’usato, nel cuore di Roma, ma con una grande sintonia con le nuove tecnologie. Nel loro sito, un po’  “casalingo” ma efficace, potete fare ricerche (semplici e avanzate) nell’aggiornatissimo catalogo, fare richiesta di volumi rari, mettere nel carrello le vostre scelte, proporre volumi da vendere. Testato: funziona tutto.

Queste persone, che non sono strateghi del marketing ma solo onesti librai, hanno capito come usare la rete meglio di tante multinazionali (per non parlare delle aziende nostrane). Senza tanti paroloni o fanfaronate pirotecniche. Quanto sarà costato tutto questo? Credo tanta passione e molta dedizione. Da visitare (e non solo virtualmente…)

Dic
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Virgola! O no?

Testo_virgole

Visto su IBS e preso al volo. Il problema (dicono) è che gli esempi sono tratti dal campionario di orrori del mondo anglosassone, ma tant’è… Da associare, possibilimente,  all’italianissimo e utile (ed economico) breviario di Bice, consigliatomi a suo tempo da Luisa (che come al solito ringrazio per le sue preziose segnalazioni).

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede