Home » Archivi per vita d’azienda

Gen
3

Apologia del baretto

Per quello che è arrivato a questo blog cercando:  “problemi di stomaco mensa aziendale“. Ehm, amico, posso dire che ti capisco, ma accetta un consiglio: se non lavori in uno di quei posti alla Houellebecq, ovvero vetro-cemento disperso nel nulla (sul modello di questa foto) allora hai due chance:

1) portarti la roba da casa (ovviamente se ti porti gli involtini primavera del giorno prima i tuoi problemi resteranno). Questo risolverà in parte il problema dello stomaco, ma aggraverà in parte quello della tua depressione latente, della cui presenza sono quasi certo (altrimenti non avresti cercato “problemi di stomaco mensa aziendale” e probabilmente non avrsti cliccato qui).

2) Andare al baretto/trattoria vicino al lavoro. Questa è senz’altro la scelta migliore. Certo, ti costa qualche euro in più ma, credimi, ne vale la pena. Inoltre, per almeno mezz’ora potrai sentirti una semplice persona libera che va a mangiare in un posto carino, entrarai in contatto con individui che non necessariamente sono tuoi colleghi e, soprattutto, terrai viva una qualche forma di vaga possibilità sessuale che, sebbene astratta e nel tuo caso probabilmente velleitaria, resta comunque un potente motore per andare avanti nella vita. Potremmo mai vivere senza una qualche promessa di avventura?

P.s. Sul tema referral restano per me un mistero quelli che – da anni – arrivano qui cercando “Persone brutte”. Amici, voi non lo sapete, ma questa vostra scelta mi ferisce un po’. Ecco.

Dic
6

A piccole dosi

Ogni tanto vado sul fantastico blog della Grande Società di Consulenza, ma solo ogni tanto, perché se dovessi leggere costantemente questo blog passerei rapidamente dalla risata amara al fegato ingrossato per arrivare all’ulcera perforata.

Questo blog denuncia da anni, con ironia e amarezza, l’ingnoranza, la presunzione, la doppiezza, l’egoismo, il pressapochismo, la stupidità, il dilettantismo, la meschinità, la boria e la frustrazione che circolano negli ambienti aziendal/consulenziali (italiani?) e mi fa pensare che se Celine rinascesse probabilmente non si occuperebbe dei sobborghi di Parigi, ma andrebbe dritto dritto a lavorare in un’azienda del terziario avanzato italiano.

E pensate che sono più o meno tutte storie vere (l’ho chiesto a suo tempo all’autore).

Quest’ultima, che riguarda la progettazione del sito web del cliente, vale la pena di citarla.

Apr
20

Il ROI delle intranet? Eccolo.

Volete la prova che state lavorando bene e che state creando contenuti interessanti sulla intranet? Potete stabilire complicatissime metriche, ma la prova più certa e immediata è l’arrivo in rerdazione di mail come questa:

“Visto l’avvicinarsi della pensione mi chiedevo se è possibile da casa accedere al sito e continuare a seguire e interagire quanto di interessante state facendo. Complimenti e buon lavoro.”

Mag
18

Davide batte Golia 1-0

A volte la Storia ci dà torto, a volte ci dà ragione. Io ho lavorato come Intranet manager per anni all’interno di una grande azienda, Alcatraz. In questa azienda non ero l’unico a occuparmi della cosa: C’erano anche tanti altri settori e professionisti, gente con molto potere e molti soldi da spendere. E quando si parla di intranet viene sempre fuori la questione delle piattaforme, ovvero quegli oggetti che servono a gestire i contenuti. Ora, queste volpi dei Dirigenti IT volevano a tutti i costi stupirci con effetti speciali e con nuovi strabilianti oggetti.

Ed ecco che salta fuori la nuova super-piattaforma, chiamiamola “Macigno-costoso”. Ad ogni riunione si partiva magnificando le caratteristiche di Macigno-costoso, la Grande Piattaforma Universale dalla performance strabilianti. Certo, ci volevano 18 server e un team di gestione di 40 persone, ma la piattaforma era ottima. Solo che crashava ogni 4 minuti. Dopo due anni giravano le barzellette come con i carabinieri. Ad ogni riunione erano sempre tutti più incazzati. Specialmente noi, specialmente io, che nel tempo avevo costruito una piattaforma alternativa, chiamiamola “economica-piuma”. Io di piattaforme chiavi-in-mano ne avevo già fatta fuori una e mi sono sempre arrangiato costruendo e facendo costruire degli oggetti su misura.

Certo niente di stravolgente, ma stava su di un solo server e se qualche cosa non funzionava si cambiava e via. Niente: ci voleva Macigno-costoso. E giù a spiegare che noi eravamo dei dilettanti, che le aziende serie usavano piattaforme serie. “Certo”, dicevano, “oggi Macigno-costoso“ ha dei problemi, ma domani avremo l’integrazione universale dei dati. E poi ha molti vantaggi in più. Quali? Non si è mai saputo.

Ma intanto non funzionava neanche a calci nei polmoni, e anche la versione 6.0, quella che doveva risolvere tutto, si è trasformata nell’ennesimo buco nell’acqua. Ma non si poteva dire, perché se no i Dirigenti si arrabbiavano e si intristivano. Tre anni. Tre anni di schermaglie nelle quali mi sono giocato la carriera per dire cose che stavano sotto gli occhi di tutti. Ok, storia passata, io me ne sono andato e voi tenetevi Macigno-costoso.

Oggi vengo a sapere che il responsabile IT di Alcatraz (non un pisquano qualunque, ho detto il responsabile IT di un’azienda di 100.000 persone) ha riconosciuto che Macigno-costoso era una cazzata. Sembra che abbia detto: quelli di economica-piuma hanno delle performance migliori e non potremo mai competere: tanto vale che andiamo tutti su economica-piuma abbandonando macigno-pesante.

E tutti i Dirigenti e quadri, nel frattempo, quelli che dicevano cose come “Ma dove vuoi andare oggi, se non hai una cosa come Macigno-costoso” a dargli ragione,  a dire “e beh, ma questa cosa non è accettabile adesso basta non ne possiamo più e così via”. Gli stessi con i quali litigavo all’epoca. Domanda: ma perché abbiamo perso tre anni a litigare? Perché avete speso milioni di euro (milioni) e fatto perdere tempo a decine di persone e reso inefficiente un oggetto che doveva servire a 100.000 colleghi? Qualcuno pagherà per questo?

Va beh, oggi è un grande giorno per me. Ciao

Mar
21

Per un uso sostenibile dello stagista

Cinzia, una delle tante tesiste che ho seguito nel tempo, mi confida che nell’azienda dove sta facendo lo stage (pagato, finalmente) si annoia a morte. Franco, altro neolaureato, mi parla di fotocopie. E altri miei allievi mi ripetono, periodicamente, la stessa solfa. Insomma: abbiamo brillanti laureati pieni di buona volontà che si ritrovano catapultati dal’oggi al domani in un’altra città, parcheggiati davanti ad un PC e nutriti da qualche polveroso organigramma da studiare o da qualche brochure che nessuno si degnerebbe di guardare. Perché?

La domanda è peregrina solo in apparenza: se lo stagista è trattato così, evidentemente, c’è sotto un idea del lavoro che forse va indagata meglio. Forse il lavoro è considerato troppo complesso per un novizo? La persona non conosce bene le procedure? Non vi fidate di chi non ha esperienza “sul campo”? Non scherziamo: forse avete un’idea troppo alta del vostro lavoro e un’idea troppo bassa degli altri. Quanto alle procedure…prima di diventare ‘procedure’ erano solo delle timide idee: forse però non ve lo ricordate più.

E allora vorrei provare a dare qualche indicazione per trattare meglio questa risorsa che, se ben usata, può dare un grande contributo al nostro lavoro.

1) Lo stagista non ha esperienza, ma proprio per questo è il miglior banco di prova per le nostre idee: ci dirà quello che pensa senza prudenze da quattro soldi e ci potrà fornire una visione fresca e non troppo compromessa dei nostri progetti.

2) Lo stagista è fresco di laurea, e per questo è il miglior candidato per confrontare i nostri metodi di lavoro con il più generale panorama accademico e dottrinale sull’argomento: potrà, se è il caso, fornire i dovuti approfondimenti e fare le dovute divagazioni. Guardate che non sono puttantate: tutto quello che facciamo, che lo sappiamo o no, sta sempre all’interno di un preciso “panorama”, ma questo panorama, spesso, lo ignoriamo perché troppo presi “al tornio”, a fare il pezzo. E’ bene che qualcuno ce lo illustri.

3) Lo stagista non è ancora invischiato nei nostri giochi politici da quattro soldi e può pertanto valutare in modo più sereno  i progetti e, soprattutto, lanciare delle idee che a noi non verrebbero mai in mente, causa la nostra irrimediabile autocensura. E’ un fattore di innovazione involontaria che va sfruttata.

4) Lo stagista ha voglia di lavorare: so che qualcuno potrà sorprendersi di questo, ma chi non ha sulle spalle anni di frustrazioni e tristi compromessi, chi deve mettere alla prova se stesso perché ha qualche cosa da dimostrare, lavora di più, meglio e con più entusiasmo. La cosa migliore per tutti, allora, è assecondare in tutti i modi questa insana pulsione. Poi passerà, ma per il momento perché non approfittarne, visto che ci guadagnano tutti?

5) lo stagista è molto più pronto di me e di voi ad affrontare i casi imprevisti: per lui tutto è nuovo, e quindi affronta le cose con una dose di energia cognitiva adatta a situazioni “di emergenza”, cosa che noi facciamo molto più raramente. Coglierà tutti i dettagli, sarà più pronto e, probabilmente, saprà elaborare meglio una soluzione, perché già orientato a risolvere in maniera creativa e divergente i problemi. Vorrei far notare di sfuggita che la vita lavorativa, oggi, non è fatta di compitini da svolgere, ma di emergenze da risolvere.

6) Infine, lo stagista ha un modo interiore, un modo che tiene dentro di se e che è la fotografia della vostra organizzazione. Quando vi fanno una fotografia digitate qual è la cosa che fate immediatamente? Non andate dal fotografo a vedere come siete venuti? Ecco, lo stagista vi ha fatto una foto: approfittatene.

Metteteli alla prova, portateli in riunione, dategli la parola quando potete, chiedete il loro parere, dategli degli obiettivi. Parlate con loro. Cercate di capire che cosa li motiva, che cosa  non gli quadra, che cosa pensano. Lo stagista è il vostro prezioso alleato, il vostro confidente, la vostra cartina di tornasole. E’ una persona laureata, intelligente e volenterosa. Buttatelo nella mischia, sommergetelo di lavoro, dategli delle sfide, guardate che cosa combina, provocatelo. Ascoltatelo.

Se userete così questa opportunità ci guadagnrete voi personalmente, ci guadagnerà l’azienda, ci guadagenrà lo stagista. In caso contrario, avremo sprecato un’altra occasione, producendo altri frustrati che giocano a solitario davanti al PC.

Dic
5

Non vi ci affezionate troppo

Le aziende sono morte, ma ancora non lo sanno, e fanno i business plan come se nulla stesse succedendo. Ma restano dei morti.  Le aziende sono morte e nessun patto con il diavolo, nessun mesmerismo organizzativo potrà resuscitarle. Non fatevi ingannare dei professionisti che parlano al telefono in modo concitato e serio mentre timbrano il cartellino, guardate più in là delle donne con il tailleur e il pc portatile che parlano al telefono sul Pendolino, esaminate in filigrana i consulenti con il vestito nero, la camicia bianca e le scarpe a punta. Andate oltre le pubblicità e il marketing che ci informa che “tutto è intorno a noi”. Provate a leggere in controluce i loro comunicati stampa. Sono tutti morti che camminano.

Le aziende sono morte da tempo, con tutto il loro apparato da guerra. Con le loro piramidi infinite, con le loro cordate, con i loro manager che parlano senza sapere che cosa stanno dicendo sulla pelle di migliaia di persone con un brivido di sudore freddo, con i loro progetti senza capo né coda, con le loro slide, con le loro parole d’ordine che nessuno ha mai seguito, con i loro house organ, i loro comunicati falsi, con i loro capi incompetenti e presuntuosi, con i loro dipendenti di cui si sono sempre fregate, con la loro sensibilità da schiacciasassi, con i loro dirigenti con la quinta elementare che bacchettano i loro collaboratori plurilaureati, con il loro tran tran che poco a poco ti svuota dentro, con la loro arroganza, con la loro viltà, con la paura folle che governa tutte le loro scelte, con la loro ipocrisia che ci contamina tutti, con i loro talenti che scappano, con i loro mediocri che invece restano, con i loro impiegati che resistono, con i loro aspiranti manager che aspirano senza respirare. Con la loro impunità.  Con la loro incapacità genetica di sviluppare il meglio di ciascuno di noi. Con le loro procedure, con i loro riti stanchi, con le loro ricorrenze stantie, con la loro meschinità, la loro disgustosa prudenza, con il loro invischiarsi, con il loro invischiarci. Con il loro infischiarsene, con la loro folle corsa al ribasso, con il loro linguaggio ottocentesco, con i loro sprechi, la loro miope e tristissima visione d’insieme, con la loro ideologia disgustosa, con il loro “orientamento al cliente” che non hanno mai voluto conoscere, con la loro “trasparenza” che si guardano bene dal praticare, con la loro “velocità” e “efficienza” di cui si infischiano.

Tra vent’anni al massimo tutto questo non esisterà più. Ma non li sentite gli scricchiolii, non avvertite gli spifferi dai quali sta entrando quel vento gelido che si chiama di volta in volta lavoro immateriale, rete, economia cognitiva, gestione dinamica della conoscenza e soprattutto quella cosa che si chiama mercato, così dannatamente distante dal fantasma immaginato nelle stanze dei bottoni che governano questi dinosauri che si chiamano aziende. Ma non sentite il lamento di decine, di centinaia di migliaia, di milioni di persone che sono stufe di essere trattate come minorati mentali, che vogliono decidere, che vogliono mettersi in gioco,  che vogliono fare, finalmente, le cose come vanno fatte?

So a che cosa state pensando: ma come faremmo senza le aziende? Chi ci darà tutti i prodotti e i servizi che ci allietano la vita tutti i giorni? Come faremo a sopravvivere senza un sistema di produzione? Pensateci un po’ su: tutto questo oggi esiste nonostante le aziende e non grazie ad esse. L’innovazione e la capacità di produrre qualche cosa di nuovo non nascono dentro le aziende: si insinuano, semplicemente, nelle loro maglie. Sono in realtà dei sottoprodotti  di un prodotto principale che si chiama autoconservazione,  ogni giorno sempre più difficile.

No, non resisteranno, non c’è alcun motivo plausibile che giustifichi la persistenza di un dispositivo che produce così tanta insoddisfazione all’interno e così tanta inefficienza all’esterno.
Le aziende moriranno: se ne andranno così, semplicemente, senza clamore, come una cosa naturale. Si scioglieranno come neve al sole e a noi rimarrà solo il  vago ricordo della loro patetica  presenza. Ci ricorderemo di loro come di una coda in autostrada: oppressiva e senza scampo finché ci siamo dentro, assolutamente inutile e gratuita una volta sciolta.

Non possiamo sapere che cosa le sostituirà: forse qualche forma di cooperazione locale, forse un mondo di liberi professionisti collegati tra di loro, forse il ritorno a qualche forma di artigianato diffuso. Quello che so è che qualsiasi forma prenderà il lavoro quando avremo seppellito questi mostri produttori di infelicità e frustrazione sarà dominato dalla passione, dal sogno, dal gioco, dalla cooperazione, dalla voglia di fare qualche cosa di buono e dal desiderio di essere padroni del nostro sapere.

Quello che so è che le aziende, queste aziende, sono un prodotto umano, che ha avuto un inizio e avrà una fine. Le aziende non sono la migliore delle organizzazioni possibili, e mai come oggi si sente il bisogno di una nuova utopia capace di immaginare che cosa accadrà.

Non sappiamo quando, non sappiamo in che modo, ma accadrà.

P.S. Per qualche mistica ragione, parte della discussione su questo post si è svolta qui. Siccome sappiamo che in Rete il testo è formato da: testo + link + arricchimenti + discussioni, lo riporto per completezza.

Set
16

Epistemologia di Outlook

Ok, ok, non voglio tenervi sulle spine riguardo alla posta elettronica aziendale. E’ un tema molto sentito da ciascuno di noi e quindi voglio darvi alcuni suggerimenti, che si basano a loro volta su alcuni presupposti di, chiamiamola, “epistemologia della mail”; una disciplina, a dire il vero, ancora in fase di definizione.

La posta non è un archivio. Le mail che contengono allegati vanno eliminate, e gli allegati trasferiti sul proprio PC. E sapete perché? Perché sul proprio PC uno ha tutte le cartelle che vuole per archiviare (e ritrovare) i documenti. Inoltre ci togliamo dalle scatole “l’involucro”, ovvero la mail.

Risposte e contro risposte si includono l’una nell’altra. E perfettamente inutile tenere tutta la storia di una conversazione via mail, se l’ultimo messaggio della serie contiene tutti gi altri.

La memoria delle mie mail sta nei comportamenti. Se chiedo via mail di fare qualche cosa a qualcuno, è inutile che conservi il messaggio: tanto mi ritornerà sotto forma di azione. Se invio una cosa che qualcuno mi ha chiesto, è il destinatario ad avere il problema di gestire il messaggio. Per me è un task concluso, e la posta eliminata.

Le newsletter non sono reliquie. Una volta che mi hanno informato hanno perso il loro valore. Se invece ne hanno tanto, allora me le stampo, oppure le invio ad altri (cancellando poi il messaggio).

La comunicazione in azienda è ridondante. Se cancellate qualche cosa avrete altri mille modi per ritrovarla. I vostri archivi sono parte di una memoria collettiva, costituita dal vostro network di contatti. Quello che non avete voi lo avrà qualcun altro. E viceversa.

Siete d’accordo? Qualcuno ha altri trucchi o suggerimenti?

Set
15

Outlook: se lo conosci non ti uccide

C’è una cosa della quale sono sempre andato orgoglioso: la mia gestione dalla posta aziendale. Questo è il risultato a fine giornata. Stessa cosa per “posta inviata” e “posta eliminata” E vi assicuro che si sfiorano spesso i 100.

la_mia_casella_di_posta

Come faccio? E’ solo posta, ragazzi, non è un archivio e tantomeno una discarica. Ciao

Set
15

Maccheronicamente…intranet

Dopo le cavalcate in terra di Francia, la nostra intranet sta per cominciare a parlare anche tedesco. Oggi prima riunione: italiani sgarrupati che parlano in inglese a un pubblico tedesco disorientato. Vi lascio immaginare. Era tutto un “we have a project”, “we need to communicate”, “our company is very big” e altre frasi stenterelle.  Alla fine il tipo mi ha detto: very very nice.
Thank you. Mah… ;-)

Ago
5

C’è sempre una soluzione

Aspettativa, part-time, buonuscita, dimissioni:

qualcosa succederà.

Buone vacanze a tutti. Ci rivediamo a fine agosto.

Lug
20

Pre-defaultizzare

In intranet, generalmente, parlo con decine, se non centinaia di colleghi che non ho mai visto in faccia. Una della mail che ho ricevuto stamane merita una menzione speciale. Grazie, sconosciuta collega.

Più che una domanda vorrei rivolgere un appello. lavoro ormai nell’informatica da tanto tempo e purtroppo ho visto nascere nell’uso quotidiano termini non puramente “italiani” ma tecnico-americani e italianizzati. Oggi l’ennesimo termine trovato in un documento mi ha fatto rabbrividire. Si tratta del termine “predefaultizzati” usato al posto di un semplicissimo e nostro italico preimpostati o prevalorizzati.
Mi chiedo se stiamo disimparando a parlare la nostra lingua ma per usarne una che non è neanche americano o francese o spagnolo. Un appello da divulgare. grazie.

Nunzia

Lug
6

O consulente col vestito nero

O consulente col vestito nero
ancora bella ma senza più mistero
la tua grazia tradita dalla fretta
il tuo sorriso che sembra una lametta.
Piccole rughe sul tuo viso austero
O consulente col vestito nero

O consulente col vassoio in mano
parli al telefono e prendi yogurt sano
mangi veloce parlando di lavoro
ti muovi in branco e vai dove van loro.
Non vuoi fermarti, andare piano?
O consulente col vassoio in mano

O consulente dalla vita grama
eri una donna vigorosa e sana
ora barcolli con la faccia pesta
chiedi a te stessa se la vita è questa.
Aspetti angosciata il fine settimana
O consulente dalla vita grama

O consulente, che ci stiamo a fare?
prenidiamo l’auto e andiamocene al mare
non dobbiamo più dimostrare nulla
siam circondati da una realtà fasulla.
Forse son pazzo, ma voglio pur tentare
O consulente, che ci stiamo a fare?

Giu
13

Il lunedì mattina è solo un’ombra che cammina…

Sto sognando di essere in ufficio, di lunedì mattina, con gli occhi semiapaerti, a scrivere un post in cui scrivo che sto sognando di essere in ufficio, dl lunedì mattina, con gli occhi semiaperti…

Apr
13

L’importanza del fattore G(ino)

Mai addormentarsi sugli allori. Mai credere di essere arrivato alla fine. Mai credere che non accada nulla solo perché alle nostre orecchie non arriva nulla. Mai credere di aver creato la intranet che non lascia scampo.
Abbiamo raccolto tutte le informazioni possibili e immaginabili, abbiamo una rete di referenti ramificata e attenta, siamo sensibili e innovativi. Insomma ci diamo da fare, sulla nostra intranet. Eppure.

Eppure qualche cosa non torna, un senso di incompletezza, un imponderabile fattore “G” che grava sulla nostra intranet e sul nostro stomaco, e che ci lascia eternamente insoddisfatti.

In mensa, mangio da solo. A fianco a me altre persone. Chiacchiere informali alla mia  sinistra, chiacchiere informali alla mia destra. A sinistra si discute animatamente della scarsa trasparenza nei criteri di sviluppo del personale (questo risuona nella mia mente come: datti da fare per renderli più chiari attraverso la intranet!). Tuttavia il tema è ben conosciuto, e gode di una serie di varianti e di un’aneddotica pressoché infinita.

Alla mia destra invece, le cose si fanno più interessanti. Si discute di operatività concreta. Una collega di non so quale settore commerciale parla a una collega della Direzione Centrale. Argomento: modalità organizzative interne. E salta fuori che grazie ad un software realizzato da Gino ora i dati sparsi e disomogenei sono diventati una base dati coi fiocchi. Tutto più facile, efficiente, efficace.
La collega della Direzione centrale annuisce, compiaciuta, come a dire si, ovvio, certo, un certo Gino si è inventato una certa cosa nuova fuori procedura per fare funzionare il tutto. Nella disinvoltura di questo dialogo mi si manifestava, nella sua disarmante chiarezza, il potere subdolo e tenace del fattore G.
Avrei voluto immischiarmi, chiederle ma chi cavolo è questo Gino, dove lavora esattamente, di che cosa si occupa, dove ha imparato a programmare? Avrei voluto sapere dove, come, perché. Avrei voluto premiare Gino, farlo conoscere in giro, diffondere la sua iniziativa in tutti gli stramaledetti settori analoghi della stramaledetta organizzazione.

E invece il nostro Gino resterà un mistero organizzativo, un confinato regionale, un innovatore in provetta, un Leonardo de ‘noantri, conosciuto da quattro gatti e sconosciuto ai più. Ma forse, pensavo, non è meglio così? E se poi venisse rimproverato per aver violato qualche cacchio di procedura? In fondo chi è ‘sto Gino? Chi l’ha autorizzato?

Tutto questo accadeva, in mensa. E tutto questo, probabilmente,. accadeva in tanti altri tavoli, in tante altre mense di tante altre città. In tanti altri luoghi della mia grande azienda schiacciasassi. Quanti sono i nostri Gino, e quanto  pesa il loro invisibile lavoro nell’economia della mia organizzazione? E quante sono le organizzazioni informali che si sono create grazie ai tanti Gino e che fanno andare avanti la baracca?  Potremo, un giorno, far emergere Gino dall’anonimato, dargli un volto, riconoscerlo? Potremo non aver paura dell’innovazione, di noi stessi, e della nostra ombra?  Forse si, ma fino a quel giorno in intranet mancherà qualche cosa.
Grazie, Gino.

Mar
29

Proprio come Frankie…

Ebbene sì: dopo mille peripezie il mio Rap dedicato alle aziende è finalmente una realtà. Più corrosivo di Frankie HI. nrg (massimo rispetto per il più grande…), più trasgressivo dei Pubblic Enemy, più cool di Eminem è ora disponibile, da scaricare, la versione finale di “Professionista Rap” (3,8 mega, da scaricare qui.)

jack come frankie

Il rap è frutto della collaborazione del sottoscritto (per i testi) e di un giovane rapper della scena romana, ovvero Giacomo Bevilacqua, in arte Keison, per la musica e l’esecuzione. Sono molto molto soddisfatto: aspetto pareri. Ecco il testo del rap, nella sua versione definitiva.

Professionista rap

Testo: Giacomo Mason

Musica: Keison

Esecuzione: Keison

C’è chi mi chiama carrierista, arraffone, opportunista. Arrivista. Corro come un pazzo nella pista, la laurea due master lo sguardo che conquista. Vi basta o non vi basta? No, non è mai abbastanza.Sono quello che sa, a viver come si fa, sono quello che va ma non sa dove va. Sono quello che in riunione fa il cretino, fa battute da bambino, intelligente vinco sempre a Sapientino.

Sono un professionista, votato alla causa, del salto con l’asta del gioco di squadra del manager tosto che tutto sovrasta e della vincente proposta, purché sia espressa in maniera composta. In maniera composta. Sono saliente, tagliente, opportuno e coerente, la pacca la dò al sottopanza potente. Non per niente sono edonista, ottimista, moderato qualunquista credo di meritare qualsiasi conquista. Ironia, gogliardia, la paura va via, se parliamo di gnocca io ho da dire la mia Trasformo i problemi in soluzioni, vado alle riunioni per domare i miei leoni con discorsi polpettoni.

Sono quello più quotato, sono stato nominato

in lista coi papabili per il pontificato

non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…

sono un professionista.

Sono un professionista.

Zen, ginsen, palestra for men, tai chin chuan fit for fun e pure men’s healt. Quando parlo dei miei viaggi senza limite sarai tu il primo ebete ad ascoltarli tutti dall’inizio al termine. Sono una mina vagante, sotto i piedi del cliente formulo slogan dal niente che poi ripeto sapiente durante riunioni pesanti. Sono colui che sa due cose e si diverte a ripeterle ai tanti. Rosari aziendali, polpettoni senza storia, mi basta saperli a memoria per fare una porca figura. Applicarli è secondario, sono io che guido il gioco, qui non serve aver cervello e nemmeno aver studiato

Sono quello più quotato, sono stato nominato

in lista coi papabili per il pontificato

non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…

sono un professionista.

Sono un professionista.

Rotola la mia esistenza vissuta con prudenza, i giorni passano nella mia casa, la mia azienda. Vivo, con tutti convivo, anzi coabito. “Dalla a me la pratica!”, (tanto domani è sabato) Credo alla mission, vedo la vision, se vado in depression mi infilo in convention. E lì ci resto. Vivo senza gioia né dolore tra le pieghe delle ore non mi faccio mai distrarre del rumore Ecco, lo sento, il mio capo è contento, forse ha corretto le bozze del mio documento. Il progetto, i valori, gli obiettivi, la posa, giustifico col mutuo il mio pensiero che riposa.

Sono quello più quotato, sono stato nominato

in lista coi papabili per il pontificato

non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…

sono un professionista.

Sono un professionista.

Rip.

Sono un professionista sono

Sono un professionista

Sono un professionista sono

Professionista.

Feb
17

Storie di Intranet

Quando qualcuno immagina (e perfino teorizza) le intranet come un ordinato catalogo di moduli da scaricare forse non ha fatto bene i conti con un elemento che a volte si rivela importante, (ma guarda un po’) ovvero le persone. Strano, vero? Parliamo di piattaforme e di sistemi documentali, vagheggiamo partecipazione e coinvolgimento chiusi nelle nostre stanze coi quadri di Kandinsky,  con la nostra faccetta da project manager mentre sotto di noi un immenso territorio fatto di persone che lavorano prova a dirci qualcosa. E a volte ci riesce. Questo è un breve campionario di messaggi che arrivano in redazione. Disguidi? Rumore di fondo? Fenomeni collaterali? Può darsi, ma per quanto mi riguarda è il segno di una intranet che funziona. Grazie a tutti i colleghi che ci arricchiscono tutti i giorni con le loro storie.

Due giorni fa i miei capi mi chiamano e mi dicono che, vista la nuova ristrutturazione(e visto che il mio reparto muore, hanno pensato di farmi confluire nel reparto di supervisione con orario H24. Mi Sono sentito cadere il mondo addosso e il primo pensiero è andato proprio ai miei problemi… Non voglio tediarvi con storie strappalacrime la mi piacerebbe avere una risposta alle mie domande

Mia figlia mi ha chiesto più volte di potere vedere il posto dove lavoro. Ho dovuto dire che non posso: non sono riuscita ad avere un’autorizzazione a farla entrare neanche per la vigilia di Natale!!

Noi non recitiamo solo repertori scritti e confezionati da altri!!!!!!Siamo molto,molto di piu’!!!!!! La mia voce , e soprattutto la mia anima, funzionano anche quando i sistemi si bloccano!!!!!!!

Premesso che operiamo in un settore in continua evoluzione, faccio notare che in undici anni di attivita’ sono stato spostato da un reparto all’altro senza che nessun dirigente mi abbia mai chiesto il mestiere che mi piacerebbe fare. Questo comportamento mi ha creato molto spesso una forte demotivazione e mancanza di stimolo a migliorarmi professionalmente.

turni 0/24 mattina pomeriggio notte o doppio turno mattina notte ,o pomeriggio mattina notte ,vale adire due notti senza dormire ,o riposarsi su una sedia, poi finito di lavorare fare 2 ore e20 minuti di viaggio per tornare a casa 150 chilometri dalla sede di lavoro obbligato ad utilizzare la mia auto visto i turni ,con una spesa di 1/3 del mio stipendio,ma non mi lamento,ora vi saluto ,devo fare 150 km devo essere a roma alle ore 11,ciao

Ieri ho “quasi” litigato con un cliente, perchè ha iniziato a sparare a zero su tutta l’azienda…ora io non sono propriamente filoaziendale, però  mi reputo obiettiva e penso che non sono l’unica che lavora con coscienza. Quindi di sentirmi buttare in un calderone insieme a tutti gli altri, proprio non mi è andata giù. I clienti per me hanno ragione solo quando ce l’hanno ..infatti oggi mi ha richiamato chiedendo scusa del Suo comportamento… e gli ho risolto il disguido!

Dopo il conseguimento di Laurea in Sociologia (peraltro con un buon voto) convinto che mi si potesse reimpiegare in un settore più adeguato. Invece l’azienda e i miei capi non si sono degnati neanche di chiedermi in cosa mi ero laureato. Sono solo un numero di matricola o questa è pura e semplice discriminazione aziendale? Attendo fiducioso una risposta.

Ho apprezzato molto i vostri auguri, e’ un gesto nuovo e inedito che mi ha fatto sentire più vicina all’azienda. E’ solo una piccola cosa ma che rivela un’attenzione importante.

MA CHI VI PAGA PER STARE LI A SENTIRE TUTTE LE  NOSTRE INFINITE LAMENTELE. MA CHI SIETE ???

E’ ufficiale, anche per quest’anno, hanno deciso che il mio reparto non era meritevole di premio, di conseguenza, scusate la banalità, io che sono parte integrante del mio reparto, non ho preso nulla, o meglio, ho preso quello che dì solito si prende in questi casi.

Per quanto riguarda i servizi Web, sto cercando di farmi una conoscenza personale, ma la cosa non è propriamente facile come me la prospettavo.. comunque.. in salute per ora sto bene, il mutuo anche se certe volte mi strangolo per pagarlo è ancora in piedi…la mia vita sociale è quasi normale.. quindi…speriamo nel domani. Un caro saluto ALEX

Gen
25

Web content appallato

Non ho vaglia di aggiornare l’organigramma online con la solita rivoluzione aziendale in un bicchiere d’acqua che bevono i soliti noti. Non ho voglia di pubblicare l’intervista del giovane ingegnere che ha vinto il premio per il brevetto internazionale. Non ho voglia di attivare il forum di comunicazione tra specialisti territoriali. Non ho voglia di mandare la mail in html ai 10.000 colleghi della provincia. Non ho voglia di aprire lo spazio web di progetto per il personale della Rete. Non ho voglia di inserire i nuovi manuali nell’apposito spazio. Non ho voglia di gestre la community della fotografia. Non ho voglia di cazziare i colleghi che dicono cazzate nella bacheca. Non ho voglia di insegnare ai colleghi del personale il sistema di inserimento contenuti. Non ho voglia di fare il video sulla nuova organizzazione. Insomma, non ho voglia di niente.

Nov
3

Il bingo delle riunioni aziendali

Per allegerire il clima, che si è fatto un po’, ehm, teso, vi rimando ad un utile strumento: la scheda, da stampare, del bingo da riunione. Vi aiuterà a restare svegli trasformando questi logori riti tribali in qualcosa di finalmente produttivo. Provate provate provate….

Questa pagina utilizza i cookies, come le pagine di mezzo mondo. I cookies sono una cosa che fa parte della vita, ok? Don't worry http://www.intranetmanagement.it/cookies/

Questa pagina utilizza i cookies, come le pagine di mezzo mondo. I cookies sono una cosa che fa parte della vita, ok? Don't worry

Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede