Home » Archivi per aprile 2004

Apr
30

Il valore? Passa dai servizi

Misurare il valore di una intranet è difficile, questo è risaputo. Ma c’è chi, come Shiv Singh, riesce a impostare la questione in maniera più “maneggiabile”, circoscrivendo il problema e legandolo alla fornitura di servizi in Intranet. Sono i servizi, dice, a generare valore misurabile, ma perché ciò accada è necessario porsi, prima di lanciare un nuovo servizio in intranet, alcune domande preliminari:

  • Questo servizio esiste già off line?
  • In caso affermativo, arriva efficacemente e sta raggiungendo tutti i relativi destinatari?
  • Può il servizio essere fornito più efficacemente ed efficientemente via il Intranet?
  • Raggiungerà una più grande percentuale dei destinatari?
  • Il servizio fuori linea dovrà continuare una volta che il servizio del Intranet è lanciato?
  • Come i destinatari traggono beneficio da accesso al servizio?
  • In che circostanze useranno questo servizio?
  • Crea una differenza significativa nel loro lavoro?
  • Permette loro di generare il valore misurabile per l’azienda (ad es. risparmio di tempo)?
  • Hanno i giusti mezzi, conoscenze e motivazioni per usare il servizio?

Nel suo articolo pone anche un’altra questione cardine: quella delle “Killer utility” ovvero quei servizi o applicazioni che risultano determinanti in un certo contesto per il successo della intranet e la sua creazione di valore. Interessante anche la questione affrontata di come deve essere composto il team di progetto. E da, ultimo, come devono essere usati i consulenti esterni. La ricetta? Sviluppare i talenti all’interno e usare i consulenti come trainer delle compoetenze interne, che restano il focus più importante.

Apr
29

Undernet: vitalità, anarchia, mal di testa

Talvolta (spesso) capita che in azienda qualcuno adatti il suo PC a web server, e cominci a pubblicare per i cavoli suoi creando, di fatto una intranet “abusiva”. Questo fenomeno è conosciuto con il nome di undernet e si sviluppa, ovviamente, in ambienti con forte know-how tecnologico (anche se, magari, con non altrettanta cultura della comunicazione). Personalmente ho verso le undernet un atteggiamento ambivalente: da una parte testimoniano della vitalità e della voglia di comunicare, e sono anche un prezioso campanello d’allarme e un segno di insoddisfazione per la intranet ufficiale, dall’altra mi rompono veramente le scatole. Troppa anarchia. Troppo smanettonismo. Veramente troppo. Ma insomma, me ne sono fatta una ragione.

Da me ce ne sono centinaia. Le lascio vivere. Anzi, le aiuto a svilupparsi. Del resto non potrei fare diversamente. Ho adottato il trucco di cominciare a dare “voti” (da una a 5 stellette) a tutte. Funziona.

Le persone valutate male mi chiamano allarmate chiedendomi come fare a guadagnare dei voti in più. E così si allineano, accettano i consigli, lavorano in sinergia con la redazione centrale. E integrano i loro contenuti con i nostri. Siamo proprio dei bambinoni.
Un recente articolo su Computerworld traccia una sintesi del fenomeno, (anche se non molto sviluppato in Italia), riprendendolo dall’articolo di Nadia Nonis

Apr
29

Litanie gaberiane

Certo. Il dolore. Certo. Gli altri. Il nostro essere qui. Il nostro esserci sempre. Che stanchezza

Quanto dolore potremo ancora sopportare prima che ci esploda in faccia, prima che tutto questo diventi esperienza nelle nostre ossa, nella nostra carne? Per quanto tempo potremo ancora ingannare noi stessi cedendo alle lusinghe della nostra riflessione presuntuosa impotente? Per quanto tempo potranno contare su di noi? Perché lo sanno che potranno contare di noi, perché gli altri sono importanti, sono troppo importanti, specchi deformanti, illusione, povero tribunale, dio minore nelle nostre vite. Enigma.

Noi che abbiamo letto libri quando avremmo dovuto leggere i volti, noi che abbiamo giocato a indovinello con i sentimenti degli altri, noi ottusi, incolti, analfabeti, che noi che abbiamo tentato strade nuove senza mai muoverci dal nostro posto, noi che abbiamo creduto senza sapere, attaccati alla speranza di riscattarci. Noi, senza un’appartenenza se non la nostra consapevolezza di essere soli, soli, soli, e di doverci cavare le nostre castagne dal fuoco, e andare avanti, noi che abbiamo creduto nell’onestà, noi disonesti, che abbiamo misurato attentamente le nostre pagliuzze e le nostre travi, che abbiamo imparato a produrre sogni misurati, a curare le smagliature nella nostra anima distratta senza mai farci distrarre da nulla. Noi che abbiamo cercato l’amore nei posti sbagliati, riusciremo a toglierci di dosso questo peso lasciando uscire questa cosa che abbiamo dentro e che per troppo tempo abbiamo insultato con le nostre ambizioni, questa cosa che reclama questa cosa che chiamiamo vita, e che non abbiamo mai osato sfidare? Noi non faremo nulla. Noi ameremo, e continueremo ad amare, senza sapere perché, ma questo non ci salverà.

Scusatemi. Oggi sono un po’ depresso.

Apr
28

Deliri tassonomici in azienda

I sistemi documentali sono dei simpatici depositi online dove i colleghi inseriscono e cercano documentazione. Sono sistemi che (almeno in teoria) velocizzano l’attività, arricchiscono le informazioni a disposizione e permettono lo scambio e la condivisione dei saperi.

In teoria. Sì, perché in realtà la cosa funziona così: qualcuno, senza consultare chicchessia (figuriamoci gli utilizzatori) crea una specie di machina da guerra informatica, piena di criteri selettivi, specifiche, indici, ecc. E poi aspetta che qualcuno inserisca i documenti. Cosa che, ovviamente non spetta a lui. Eh già.

Un piccolo assaggio dei parametri tipici di questa ridicola e bizantina indicizzazione: Titolo, Codice primario, Codice secondario (?) Funzione emittente, sigla emittente, Funzione proprietaria, sigla proprietaria, approvatori, tipologia primaria, tipologia secondaria, tipologia integrativa, famiglia professionale, tipo di documento, lingua del documento, emesso il…, approvato il… decorrenza dal…, Inserito il…, ricerca nelle parole. Eccetera eccetera eccetera.

Bello vero? E con questo apparato da guerra che razza di mosche dovremmo prendere? Poi, se si prova ad usare veramente tutti i criteri indicati (ma anche solo la metà), generalmente non si trova un bel niente. Eh già.

Si, perché, come spesso accade, i documenti sono meno delle categorie che dovrebbero contenerli. Ma guarda un po’. Senza contare che questo “delirio tassonomico” spaventerebbe anche il più fanatico degli ingegneri occhialuti con sei penne nel taschino della camicia. Figuriamoci il povero impiegato che sta umilmente cercando il documento sulle nuove specifiche del prodotto.

Senza parlare di chi i documenti dovrebbe inserirli, (o “uploadarli”), ovvero, si presume, molti, molti colleghi, al quale è richiesto un lavoro di catalogazione degli stessi che probabilmente non viene effettuato neanche alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Il risultato? Generalmente un buco nell’acqua. Ma molto, molto, sofisticato.

E allora proviamo a dare qualche consiglio per la creazione di sistemi documentali umani e percorribili. Certo, non è una ricetta buona per tutte le occasioni: ma generalmente va bene per la maggior parte.

  1. Interrogate preliminarmente le persone potenzialmente interessate per capire qual è l’elenco principale delle categorie (le Funzioni aziendali? La tipologia di prodotti? Il tipo di progetto? Le aree territoriali?) Cercate di creare questo elenco principale rispettando la “mappa cognitiva” dei colleghi, ovvero il modo di suddividere le cose che loro usano abitualmente
  2. create le sottocategorie. E fermatevi lì. Non è opportuno avere più di due livelli di catalogazione, specialmente se i criteri tassonomici sono “vaghi” e non precisi (come le date o l’alfabetico, ad esempio)
  3. per creare le categorie usate un metodo “genetico”. Se l’azienda è complessa è impossibile categorizzare tutto. Fatevi suggerire dai colleghi eventuali aggiunte alle categorie
  4. ora, le persone che inseriranno i documenti dovranno solo indicare categoria, sottocategoria (in un menù a tendina), altri (max. tre) parametri di indicizzazione, e un abstract del documento con tante keyword per il motore di ricerca
  5. per la ricerca nei documenti userete quindi tre criteri alternativi tra loro: la possibilità di navigazione all’interno delle categorie, la possibilità di fare query sulla base di max. tre parametri (es. funzione, formato, scopo), la possibilità di effettuare ricerca full text con un motore di ricerca nel testo degli abstract.
  6. non è finita: nella home page del documentale, oltre ai criteri sopra elencati (categorie, query, motore) saranno presenti, in bella vista i documenti più importanti, quelli più recenti e quelli più scaricati.

E ora il consiglio principale: prima di creare questi sistemi, assicuratevi di avere la documentazione che li giustifica oltre a una buona “massa critica” di colleghi che siano disposti a collaborare. In caso contrario potete fare quello che vi pare: avrete comunque costruito una cattedrale nel deserto.

Apr
26

Epistemologia dell’autostima

Prendi 110 e lode all’università. Pensiero: li credevo più seri. In azienda ti promuovono e ti danno un aumento: Pensiero: sono riuscito a fregarli ancora una volta. Tutti ti dicono che sei molto, molto, bravo. Pensiero: si ma bravo a fare che? Non mi sembra di fare nulla di speciale. La gente si accontenta di poco. Esci con la ragazza più bella del Mondo. Pensiero: probabilmente deve avere qualche malattia venerea… Scrivi un romanzo che viene pubblicato e riceve un sacco di belle critiche. Pensiero: si ma allora il pubblico è veramente fatto di caproni. Vinci il Premio Nobel. Pensiero: Questi svedesi sono proprio dei vecchi rincoglioniti.

Nel negozio di vestiti la commessa che mastica la gomma ti guarda un po’ male: hai una crisi di pianto all’uscita.

Autostima. Sembra una parola da manuale del perfetto manager, oppure un termine new age. Eppure è un concetto potente. E paradossale. L’autostima definisce il grado di verità che attribuiamo alle asserzioni fatte su di noi, misura il valore che per noi hanno le nostre azioni, determina l’importanza che diamo agli altri.

E’ una lente con cui guardiamo il mondo, una sorta di epistemologia con cui lo conosciamo. Una metafisica influente. E come tutte le metafisiche influenti non è smentita dai fatti, perché i fatti sono possibili solo alla luce di essa. Ecco perché, con una bassa autostima, posso vincere il Nobel e allo stesso tempo sentirmi un cretino perché il portinaio non mi ha sorriso. E a nulla serviranno le opinioni positive degli altri, classificate di volta in volta come patetiche, consolatorie, stupide, finte.

E ora la domanda filosofica: l’autostima ha a che fare con la razionalità? E’ un processo di ragionamento, seppure implicito? O è una cosa irrazionale, in attingibile, immodificabile?
Tutte e due le cose. L’autostima è una epistemologia profonda, una teoria implicita su di sé. Ora, una teoria può essere confermata o smentita dai fatti, ma l’autostima resiste ai fatti. L’autostima se ne frega dei fatti, è una teoria su di sé che conserva un nucleo metafisico, inverificabile.

Tutto questo fa pensare ad una famosa teoria sulla scienza, la cosiddetta “Metodologia dei programmi di ricerca”, formulata alla fine degli ann ’60 da un famoso filosofo della scienza post-popperiano, Imre Lakatos. Per Lakatos una teoria non viene subito confermata o smentita dalle osservazioni empiriche: se così fosse avremmo un continuo susseguirsi di teorie che si creano e crollano subito dopo, e non ci sarebbe scienza.

Diciamo invece che una teoria, come un bambino appena nato, è costituita da un nucleo di supposizioni non verificabili, un nucleo metafisico, una serie di asserzioni accettate convenzionalmente, che viene circondato da una cintura protettiva di ipotesi ad hoc, costruite per farla resistere ai controesempi. In questo modo la razionalità teoria e sperimentale prosegue, sulla base di un nucleo irrazionale. Basta che il nucleo riesca a produrre comunque predizioni positive, che trovino conferma nei fatti.

E purtroppo noi agiamo proprio così: un nucleo profondo (l’autostima) e una cintura protettiva di ipotesi ad hoc, che conservano questo nucleo. Solo che, diversamente dalla ricerca scientifica, noi non possiamo abbandonare questo nucleo per adottarne un altro più “progressivo”. Il nucleo, noi, ce lo teniamo. Possiamo solo lavorare sulla nostra cintura protettiva di convinzioni, cercando di eliminarle a una a una, nella speranza che, prima o poi, il nucleo ceda da solo.

Apr
26

Carissimi, come state?

Carissimi, come state ? Immagino male. D’altronde non potrebbe essere altrimenti vista la vita che fate: stipati già dal mattino in puzzolenti metropolitane o incolonnati come poveri disgraziati su arterie autostradali che ostacolano il flusso regolare del vostro povero sangue, non avete modo di prendere atto di voi stessi. Ingabbiati, appena scendete trafelati dai mezzi di trasporto privati o pubblici, in uffici tragici, in stanze nauseanti ricolme di colleghi vuoti di spirito e di se stessi che l’unico pieno che riescono a fare è solo quello di benzina e di cazzate urlate nei corridoi.
Immagino proprio che, in queste condizioni, non abbiate modo di riflettere su cosa volete.
Immagino che state male vedendo le facce vomitevoli dei vostri capi, che continuano a ripetere numeri senza senso cercando di riempire l’horror vacui che li tormenta.
Immagino che non vi sentiate tanto bene quando vi manca l’aria, quando le pareti della vostra organizzazione vi soffocano, quando ricevete quelle mail disgustose, tipo catene di Snt’Antonio, che vi invitano a sorridere al vostro vicino a essere generosi con il prossimo a pensare positivo-Zen. Io, questi tizi che mandano in giro simile immondizia, li impalerei su pubblica piazza con sottofondo di messaggi di pace e mantra aziendali.

Prima di salutarvi, però, ci tengo a sottolineare una cosa: non dovete pensare che io sia qui per assolvervi dai vostri peccati, a dirvi com’è cattivo il mondo e come siete sfortunati voi povere vittime di un sistema in cui non vi riconoscete e che vi schiaccia. Voi, purtroppo, vi meritate gran parte di quello che vi capita.
E ve lo argomenterò. Io non vi darò ricette (non sono un cuoco), non vi darò precetti (non sono un maestro di pensiero), né vi darò consigli (io non devo persuadere nessuno), più semplicemente, io vi darò dimostrazioni, di quelle che non arrivano per mail e che non potete leggere su quelle stupide riviste patinate che fanno bella mostra nei vostri cessi e sui tristi tavolini che tenete nel vostro soggiorno.

Io mi prenderò la briga di darvi uno “sguardo da lontano”. Ora devo andare: la spiaggia mi aspetta. E mentre farò correre il mio cane e lo iodio invaderà i miei polmoni piscerò sugli arbusti incurante degli indici del Dow Jones.

Apr
25

Formazione in rete: qualcosa si muove

Il tema della formazione e delle risorse didattiche in rete mi appassiona moltissimo (sarà la nostalgia dell’università…). Ad ogni modo rilancio, dopo la segnalazione di Ubik, il sito FAR, coordinato da Luciano Gallino, il quale ha coinvolto numerosi professori dell’Università di Torino in un progetto di formazione aperta e di didattica in Rete. All’insegna della massima libertà e con un approccio sperimentale. Nel sito potete assaggiare, ad esempio, il corso di Pedagogia Generale oppure di Psicologia sociale. Anche in questo caso siamo distanti dall’ortodossia dell’e-learning e dal modello Piattaforma-chiavi-in-mano, ma l’esperimento è entusiasmante.

Tra le tante risorse raccolte dai vari docenti, vi rimando, sulla base del mio personale interesse, ai testi integrali del “Tractatus” di Wittgenstein, della “Città del sole” di T. Campanella, del “Critone” di Platone.

Apr
24

Fanta-blog

Il blog di Fantozzi
corazzatapotemkin.splinder.it

Il blog di Dante Aligheri
scusidov’èilbagno.splinder.it

Il blog di Giovanna d’Arco
unavocedentrome.splinder.it

Il blog di Freud
miparlidisuamadre.splinder.it

Il blog di Picasso
occhiostorto.splinder.it

Il blog di Cartesio
digitoergosum.splinder.it

Il blog di Proust
nonmiricordoniente.splinder.it

Il blog di Borghezio (il leghista)
grumodirabbia.splinder.it

Il blog di Annibale
stratealternative.splinder.it

il blog di Copernico
migiralatesta.splinder.it

Il blog di Ropespierre
diamociuntaglio.splinder.it

Apr
23

La collega trascendentale

Perché facciamo quello che facciamo (qualsiasi cosa sia)? Aristotele, nella sua infinita e puntigliosa saggezza, individuava quattro cause. Senza entrare nei dettagli, diciamo che al buon peripatetico interssava meno ci che ci spinge (le necessità) che ciò che ci attira (la finalità). Ogni cosa si muove secondo un suo percorso finale (entelechia) a cui tende, necessariamente.

Ma veniamo a noi. La collega del piano di sotto è di una bellezza insostenibile. Qualcosa che toglie il fiato e ci rende tutti dei bambini balbettanti.

Non solo: la collega del piano di sotto è anche intelligente, simpatica, onesta. Le piace la musica rock. E’ modesta, giocherellona e alla mano. E non ha la testa piena di puttanate. E’ anche una persona sensibile, che sogna e crede nell’amore. Insomma è una veramente a posto, nonostante la sua bellezza oltre ogni limite di sopportazione umana, nonostante i suoi occhi siano capaci di incenerirti all’istante.

La collega del piano di sotto mi provoca, generalmente, balbuzie, arrossamenti, ipercinesi, dislessia, logorrea, catatonia, tremori, sudorazione, sdoppiamento dell’io, visioni mistiche, tachicardia, gelo, regressione filogenetica, vampate, innalzamento del livello di endorfina, adrenalina, serotonina e di altri cinque o sei neurotrasmettitori. Il tutto si manifesta sotto forma di indifferenza generalizzata e saccenza proto-adolescenziale (che pirla…).

Come è giusto che sia, la collega del piano di sotto è ignara di tutto questo. La collega del piano di sotto è in azienda da qualche anno, ma sono riuscito a parlarle solo di recente. Una conquista.

La collega del piano di sotto è l’unica giustificazione sensata della mia permanenza in quel posto. Ed è l’unica giustificazione sensata di un sacco di altre cose.

Qualcuno, in azienda, dice che faccio cose carine, professionali e utili. Ne sono lieto. Ma devo confessare che tutto quello che faccio, lo faccio per la collega del piano di sotto, come un bambino che mostra alla mamma quanto è bravo ad andare sui pattini.

Se devo dire la verità non sono neanche sicuro che esista, la collega del piano di sotto. Forse l’ho costruita io nella mia mente, per costringermi ad andare avanti. So solo che quando immagino qualcosa, la intranet, un progetto online, un’iniziativa di comunicazione, qualcosa insomma, ecco, penso sempre a cosa ne direbbe la collega del piano di sotto. Meno male che i dirigenti non se ne sono ancora accorti.

Il buono, onesto e saggio Immanuel Kant parlava di spazio e di tempo come categorie trascendentali, ovvero come elementi soggettivi che rendono possibile l’esperienza. Il buono, onesto e saggio Immanuel Kant si sbagliava: se avesse conosciuto la collega del piano di sotto avrebbe incluso anche lei tra gli elementi soggettivi che rendono possibile l’esperienza. Mi dispiace Immanuel, ma l’esperienza, senza di lei, sarebbe una cosa vuota, piatta, anonima. Anzi, non ci sarebbe proprio.

Qualcuno dirà: ok, ti sei preso una sbandata per la collega del piano di sotto. Niente affatto. Si può prendere una sbandata per la terra che abbiamo sotto i piedi? Per l’aria che respiriamo? Per i nostri pensieri? Solo un folle mistico potrebbe, e io non sono un folle mistico. Sono un povero ragazzo troppo cresciuto, rapito da cose che non ha deciso, ma da cui è stato scelto.

Ciao, collega del piano di sotto.

Apr
22

La seduzione delle statistiche

Insomma, in mio counter dice che ieri ho avuto circa 500 accessi. Vi confesso che da una parte mi sento Fonzie che dice “hei…”, dall’altra mi chiedo spaventato: “aho ma che succede?” brrr… vi adoro. :-)

Apr
22

Nodi milanesi

Stanco, svogliato e anche un po’ depresso dall’ennesima mia trasferta milanese (tutto uguale, come sempre: un grande movimento “sul posto”, come antipatici criceti) posso solo regalarvi qualche passo di Ronald Laing, uno che di problemi dell’anima se ne intendeva:

Potranno Giovanni e Maria
impauriti che l’uno e l’altra non siano
impauriti

essere
impauriti che l’uno e l’altra siano impauriti, e
finalmente,
non essere impauriti che l’uno e l’altra non
siano impauriti?

R. Laing – Nodi – Einaudi

Apr
20

Ciao da Mister Capis

Ciao a tutti, mi chiamo J.B. Capis e da anni vivo ormai lontano dai rumori del mondo, mi sono infatti ritirato a Gibilterra subito dopo essere andato in pensione.
Non chiedetemi che lavoro facevo, non ve lo confesserò. Non chiedetemi perché Gibilterra, sarebbe una domanda troppo difficile a cui rispondere.

Quello che posso dirvi ora è che dopo tanto insistere ho ceduto ai lamenti del giovane amico Giacomo – conosciuto tanti anni fa a Trezzano sul Naviglio (MI) – e ogni tanto mi prenderò la briga di raccontarvi qualcosa sulle persone che lavorano in azienda, questa umanità disorientata e distorta che popola in modo inconsulto le vostre città e le vostre periferie.

Ve lo racconterò a piccole dosi perché sono anziano e mi stanco facilmente e perché parlare di certe cose nauseanti mi provoca, oltreché disgusto, emozioni incontrollate. Il brutto molesto e il vuoto interiore mi danno ancora scariche di adrenalina e tachicardia.

Ora scusatemi ma devo proprio salutarvi, sono già stanco, ed è tempo che torni a guardare il mare.

Lui sì che pulisce dai cattivi pensieri. Buon affanno quotidiano.

Apr
18

Dietro le quinte delle intranet

Il panorama editoriale italiano sulle intranet è povero, non è una novità. Qualche libro tecnico (peraltro vecchiotto), qualche testo di stampo “consulenziale” la cui lettura provoca in genere orticaria e altri spiacevoli fenomeni somatici, i soliti report.

Li capisco. Non è facile scrivere su questi argomenti: viaggiamo in un terreno di confine tra comunicazione, tecnologia, organizzazione, management. Si scivola facilmente nel tecnico o nel consulenziale spinto. Mancano punti riferimento. Oppure abbondano ricette-salvifiche-chiavi-in-mano. Ne so qualcosa

Copertina intranetMa le cose stanno un po’ cambiano e il libro “Intranet – Teoria e pratica” curato da A. Lucchini ed edito da Apogeo, ne è eloquente testimonianza. Lo dico subito, per evitare il rischio di pubblicità occulta: in questo libro è presente anche un mio breve intervento. Una sciocchezza, comunque, non è questo l’importante.
L’importante, invece, è che in questo libro troviamo affrontati, in maniera seria e niente affatto “seriosa” i temi principali legati alla buona progettazione delle intranet: la scrittura, le community, l’architettura dell’informazione, gli errori più frequenti e, soprattutto, una serie di interessanti casi concreti (ben 25, che occupano la gran parte del libro) frutto del lavoro di studio e analisi dell’equipe che ha lavorato sul testo. E anche questo è importante: per affrontare un tema così sfaccettato e refrattario a facili definizioni era necessario un lavoro collettivo, aperto, sperimentale.

Personalmente non sono d’accordo al 100% su tutti i punti del libro. E meno male: vuol dire che non si dicono cose scontate e buone per tutte le stagioni. Voglio riportarvi però una piccola perla dal capitolo di A. Lucchini sulla scrittura in intranet, che invece sottoscrivo pienamente:

“Reader focus writing significa proprio questo: scrivere in modo orientato al lettore. Pensa a lui come a un individuo in carne e ossa: anche se scrivi con una veste professionale, a leggerti sarà sempre una persona, con un cervello e un cuore. Rendila assoluta protagonista del tuo messaggio. Rivolgiti a lei come vorresti che lei si rivolgesse a te: dialoga con lei, adotta un tono caldo e personale (non affrettato!), lascia che le tue parole esprimano i tuoi sentimenti e sforzati di interpretare i suoi.”

Buona lettura.

Apr
17

Il meglio del Mondo

Quanti sono il luoghi dichiarati patrimonio culturale dell’umanità? Ad oggi 754, sparsi in più di 10 Paesi. Indovinate chi ne ha di più?
Esatto, l’Italia. A pari merito (se così possiamo dire…) con la Spagna. sul sito del WHC Convention, l’ente dell’UNESCO che definisce e monitora questi luoghi, traovate la lista completa dei luoghi, dei paesi, le descrizioni e le motivazioni dell’assegnazione.
Secondo me una chicca, anche se il sito usa gli odiati frame..

Apr
15

Professionista-Rap

C’è chi mi chiama carrierista, arraffone, buffone, bieco opportunista
Corro come un pazzo nella pista, la laurea due master lo sguardo che conquista
Son quello che sa, a viver come si fa, sono quello che va ma non sa dove va
Sono quello che in riunione fa il cretino, fa battute da bambino, serio e ligio al compitino dico cose intelligenti che mi sembra di giocare a Sapientino.

Ironia, gogliardia, la paura va via, se parliamo di gnocca ho da dire la mia
Son saliente, pungente, tagliente, la pacca io dò al sottopanza potente.
Trasformo i problemi in soluzioni, re delle riunioni, scendo con le slide nella gran fossa dei leoni

Sono quello più quotato, son stato nominato
in lista coi papabili per il pontificato
non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…
sono un professionista

Sono un professionista.

Sono professionista, votato alla causa, che crede ai messaggi del salto con l’asta
Della staffetta, del gioco di squadra, del manager tosto che tutto sovrasta
Se parlo di yoga, di vacanze in piroga, dei miei flirt a Montecarlo, voi dovete accettarlo
Sono un incredibile edonista incorreggibile ottimista, moderato conformista la mia mamma mi ha educato per essere da tutti rispettato

Zen, ginsen, palestra for men, cultura tai chin che fa molto za-zen
Trasformo i problemi in soluzioni, è una ruota che va, e io so dove va

Sono quello più quotato, son stato nominato
in lista coi papabili per il pontificato
non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…
sono un professionista

Sono un professionista.

Rotola rotola rotola la mia esistenza, vissuta con prudenza, con impudenza.
Vivo, con tutti convivo, come al militare schivo, dico sempre di sì, tanto è venerdì,
Credo alla mission, vedo la vision, se vado in depression mi infilo in convention
Vivo senza gioia né dolore tra le pieghe delle ore, gioco a fare il mattatore, faccio calcoli alchimisti senza farmi mai distrarre del rumore

Ecco, lo sento, il mio capo è contento, ha corretto le bozze del mio documento
Il progetto, i valori, la posa, giustifico col mutuo il mio pensiero che riposa
Le difficoltà son’opputunità, è un teatro che va, e io so dove va

Sono quello più quotato, son stato nominato
in lista coi papabili per il pontificato
non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…
sono un professionista

Sono un professionista.

Apr
14

Cibo per la mente

Per chi non la conoscesse segnalo Rescogitans, rivista on line di filosofia e scienze umane. Purtroppo sembra che il sito non sia più aggiornato da anni, ma è comunque nutrito di pregevoli contributi. Segnalo, tra gli altri, un articolo sulle scienze della complessità rapportate alla teoria di Kuhn (quello dei paradigmi.,..) e, uidite udite, la “Brevisssima introduzione alla filosofia” di Thomas Nagel, interamente on line.
Alle volte interessasse…

Apr
13

I cantautori e l’aura di Benjamin

La canzone d’autore è probabilmente una delle più alte forme di arte del nostro Paese. Dico sul serio.
Pensateci: non esistono tanti cantautori come in Italia. Ma non è solo un discorso legato alla quantità: la canzone d’autore è una vera e propria “forma” artistica, al pari della pittura o della scultura, e noi italiani tendiamo a usare quella, perché è quella che conosciamo meglio. Del resto mentre nell’800 in tutta Europa si sfornavano romanzoni, magari pubblicati a puntate sulle riviste (quindi popolari, come Dostoevskij) da noi esisteva e fioriva il melodramma.
Ancora oggi molti anziani semi-analfabeti, in Italia, conoscono a memoria le arie della musica lirica. E, insomma, qualcosa vorrà dire.

Insomma, una cosa del nostro DNA culturale. E, come tutte le vere forme d’arte ha avuto i sui precursori, i suoi innovatori, i suoi maestri, le sue correnti, le sue contaminazioni, le sue forme manieristiche, le sue scuole, i suoi momenti minori, le sue piccole rivoluzioni. I suoi dissidenti, i suoi eretici e i suoi cani sciolti.

La canzone melodica, legata ancora al mondo della lirica, (C. Villa, N. Pizzi) cede il passo agli urlatori (il clan di Celentano ad esempio), alle contaminazioni beat (C. Caselli) mentre c’è chi la modifica “dall’interno” usando gli stessi canoni melodici portati all’estremo per andare oltre, molto oltre, arrivando al jazz (L. Tenco).
La stessa Mina prende un brano cantato melodicamente da Jonny Dorelli (“Nessuno, ti dico nessuno”) e lo trasforma, lo stravolge, lo rende assmilabile alla nuova generazione, in uno scisma che si consuma dolcemente. Fioriscono le contaminazioni territoriali (De Andrè con Brassens, Gaber con Brel) e artistiche (Guccini che utilizza il dolce stil novo, ancora De Andrè che pesca nella narrativa americana, Gaber che pesca a piene mani dalla filosofia contemporanea e gioca con la psicanalisi..)

Insomma, un gran casino. Ora se è questa è una forma d’arte deve avere un suo linguaggio. Qual è il linguaggio della canzone d’autore? La musica spesso è derivata da altre forme (dal beat, dal rock, dal country, dalla musica lirica, dal progressive anglosassone) e quanto alle parole…avente mai provato a leggerle senza musica?

– Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare

– E scappò via con la paura di arrugginire, il giornale di ieri lo dà morto arrugginito

– Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me

– Ti cerco un po’, prendo una birra, e un altro po’ d’amore se ne va

– E che ridicolo che è incontrare i loro volti: “come va, che stai facendo”, ti dicono ridendo

– Un gran senso di vita, vorresti fermarlo, ma è tardi. E’ già tra i ricordi

– Atrii a piastrelle di stazioni secondarie

– Tu con le tue bianche mani, sembri un sogno lontano, ma sei come le altre

Beh, non è la stessa cosa..E ho usato alcuni tra i versi più belli che io conosca. In realtà la canzone d’autore resta un mistero, che si può svelare, secondo me, solo se facciamo riferimento alla cultura orale, ovvero ad una cultura dell’evento, contrapposto all’oggetto. Walter Benjamin parlava in un suo famoso saggio, della perdita dell’aura nell’opera d’arte, ad opera della sua riproducibilità tecnica.Ecco, la canzone d’autore è, e resta, al di là della sua riproducibilità, piena di “aura”, nel senso di Benjamin.

Buon ascolto.

Apr
12

Idee per un e-learning artigianale

Non ho ancora capito se le famose “piattaforme” siano un vantaggio o un ostacolo alla diffusione dell’e-learning in Italia. Costano come uno yacht, sono più complicate di un razzo spaziale, hanno bisogno di manutenzione più di un albergo a cinque stelle e le persone che dovrebbero usarle le considerano poco più di un gioco da idioti. Colpa delle aziende produttrici? Dell’ignoranza manageriale diffusa? Buona la teoria ma pessima la realizzazione? Un po’ di tutto questo, certamente.

Certo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma bisogna ammettere che la situazione, oggi, ha del ridicolo. E’ chiaro che poi le aziende non investono.

Ad ogni modo, eccovi qualche idea artigianale che supera in parte questi problemi. Non richiedono piattaforme ma solo un po’ di fantasia, buona volontà e un paio di colleghi smanettoni. Tutte testate di persona. Funzionano.

La slide parlante

Scaricatevi gratuitamente Publisher, poi prendete una web cam e fate fare al vostro docente una lezione in cui commenta le sue slide sul PC. Il tutto viene impacchettato e diffuso in intranet, un po’ come se fossero le lezioni del progetto Nettuno alla RAI. Se le lezione è molto lunga la si può spezzare in più parti per alleggerire il peso del download e permettere una visione granulare.

Si può anche aggiungere, nella pagina da cui si scaricano le lezioni, una bacheca di commenti da parte dei fruitori.

L’aula virtuale

Se ne parla tanto, ma si può realizzare con poco. Prendete il vostro docente in un’aula reale, lo riprendete con la telecamera e diffondete il segnale in intranet con un sistema come Net meeting: l’utente vedrà il docente, i materiali che il docente illustra, e potrà partecipare con una chat alla lezione. Il problema è la larghezza di banda del segnale. Trovate voi la vostra dimensione ottimale.

Il forum verticale

Avete un progetto o prodotto che dovete illustrare alla popolazione? Craccatevi un forum da internet (ce ne sono tantissimi…), lo inserite in una pagina intranet in cui mettete la documentazione del progetto da scaricare. Poi prendete il capo progetto, o il product manager, insomma chi ne sa veramente qualcosa, e lo mettete a disposizione come tutor, avvisando via mail tutti i partecipanti e gli interessasti della presenza di questa opportunità. Dopo un mese di discussioni, domande, approfondimenti, ecc. prendete questo materiale e lo trasformate in FAQ, o in capitoli di una lezione da scaricare. In questo modo la lezione è stata costruita da tutti (per inciso, questo è uno dei presupposti teorico-filosofici dell’e-learning).

Prendete tutto questo e racchiudetelo in una sezione della intranet che si chiamerà “Formazione”, in cui inserirete anche manuali, dispense, link utili, riferimenti interni aziendali.

Beh, quanto costa tutto questo? Nulla. Avete usato solo le competenze interne e le dotazioni aziendali, (posto che la vostra azienda abbia intranet, web cam, Pacchetti Office, ecc). Certo, non sarà la formazione con la F maiuscola di cui si vagheggia nei convegni sull’e-learning.

Non c’è la tracciabilità, il costruttivismo, la modularità, l’interoperabilità, la scalabilità, l’impedenza, ecc.. ma intanto avete portato a casa qualcosa. E, probabilmente, risparmiato dei soldi.

Se poi volete capire di più sull’e-learning serio, vi segnalo una delle tante risorse. Ma ci ritorneremo.

Questa pagina utilizza i cookies, come le pagine di mezzo mondo. I cookies sono una cosa che fa parte della vita, ok? Don't worry http://www.intranetmanagement.it/cookies/

Questa pagina utilizza i cookies, come le pagine di mezzo mondo. I cookies sono una cosa che fa parte della vita, ok? Don't worry

Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede