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Lug
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Comunicazione, scambi simbolici, semiosi ermetica

Mentre faccio riposare il mio dito rotto ascoltando il concerto di Portal e Galliano rifletto sull’ultima provocazione filosofica di Mario Perniola: “Contro la comunicazione” è un agile volumetto, un dotto pamphlet che, senza entrare nel merito della discussione sulla definizione di comunicazione e sul suo “perimetro” la affronta nel suo insieme come “dato di fatto globale” illustrandone alcune caratteristiche che la contraddistinguono come prassi all’interno del mondo della cultura, della polita dell’arte, insomma nella sfera della vita pubblica.

La comunicazione come concetto e prassi universale dunque, astratto e pervasivo e tirannico, in grado di fungere da polo attrattore per ogni tipo di contenuto, capace di mescolare tutto e il contrario di tutto svuotando ogni materia della sua determinatezza. Non a caso la comunicazione viene audacemente accostata alle pratiche ermetiche, in cui il “segreto” viene paradossalmente mascherato per “eccesso di esposizione”. Nella semiosi ermetica ogni cosa viene collegata ad ogni altra tramite rapporti di analogia, continuità e somiglianza: così nella comunicazione, ostile ai confini, alle contrapposizioni, sempre pronta a plasmare e a lasciarsi plasmare, sempre pronta a giustapporre e accostare, senza mai tracciare confini estetici o concettuali.

Ancora più importante l’ipotesi sociologica che vede la comunicazione come prassi di estrema e titanica difesa della “old economy” rispetto alle tendenze che vanno affermandosi come “società cognitiva”: la società dove i saperi, la conoscenza, le idee e l’innovazione rappresentano i veri produttori di valore. L’unica maniera di difendersi, per il vecchio potere “industriale”, è quella di confondere e annacquare questa rivoluzione post-industriale nel caos comunicativo in cui ogni idea, ogni processo di innovazione immateriale ha valore limitato e superficiale.

Fenomeno tipicamente post-moderno, o meglio post-ideologico, la comunicazione non sostiene valori: sempre pronta a “solennizzare le stupidaggini, a trovare significati reconditi nelle bazzecole”, la comunicazione non si oppone ai valori, ma li svuota del loro significato, mettendoli di fatto fuori gioco. Quello che Perniola ci illustra è quindi un mondo claustrofobico, cialtrone, immobile, dove la comunicazione, o meglio “l’aria di comunicazione” si respira ovunque, come in una prigione senza sbarre dominata dalla semiosi ermetica.

Antidoti? L’estetica, intesa come prassi di recupero di alcune determinazioni che la comunicazione lascia fuori gioco, reimmettendo nel circuito della prassi collettiva quotidiana alcuni elementi che possono servire a ridare forza alle azioni e ai pensieri, rimettendo in moto la capacità di incidere veramente nel mondo e di un ripensamento progettuale. La sfida, il disinteresse, l’arguzia, il rito, la profondità: sono alcuni degli ingredienti che un’estetica dell’impegno può usare come antidoti contro l’ambivalente e obliquo mondo della comunicazione.

E’ comunque significativo, a mio parere, che Perniola non abbia inserito il “gioco” tra gli elementi estetici capaci di generare un antidoto alla comunicazione: il gioco infatti, rappresenta una dimensione che, forse, accomuna fin troppo estetica dell’impegno e comunicazione, rendendo di fatto un po’ incerto il confine tracciato tra le due pratiche.

E le nuove tecnologie? E il web? Come si collca in questa impietosa rassegna? Mimesi amplificata della comunicazione mass-mediata o, al contrario, fenomeno legato all’estetica dell’impegno? Perniola non affronta direttamente l’argomento, ma due suggestioni indicano chiaramente la propensione per seconda ipotesi.

La prima è legata al disinteresse, la seconda allo scambio simbolico sottratto all’economia del valore economico. In entrambi i casi, la comunicazione via web (non sto parlando di quel surrogato rapace che fu la “new economy”, ma la comunicazione in rete come scambio generoso di soggetti liberi) si configura come una pratica che si sottrae al mondo plastico e interessato della comunciazione, per restituire una dimensione estetica di puro disinteresse e di scambio simbolico legato ai valori e non alla moneta.

Una comunicazione che “si fa valore”, nel suo prodursi.

6 Commenti

  1. NuageDeNuit ha detto:

    Guarda, a parte che il tuo commento mica l’ho capito. Ho decifrato solo la parte di Roma. Ti dico che con Roma ho un pessimo rapporto, ma forseforse ci faccio un saltino a settembre.

  2. tolli ha detto:

    Il libro è difficile, anche se stimolante, ma anche la recensione, direi….

  3. 02068449 ha detto:

    E mi sono anche dato una regolata…eh, con Perniola non è facile scrivere facile, mannaggia…:-)

  4. skyclad ha detto:

    …allora vieni a fare un giro da queste parti, troverai pane per i tuoi denti!

    http://www.festivalfilosofia.it

  5. 02068449 ha detto:

    cavolo spero proprio di andarci almeno quest’anno…

  6. Antonio Tateo ha detto:

    Il problema sollevato da Mario Perniola è di una drammaticità impressionante. Attraverso l’uso dellefigure retoriche e, nella comunicazione visiva, in prevalenza, degli artifici applicati all’immagine
    che hanno origine dalle elementi simbolici del surrealismo, si entra nell’animo del lettore ormai senza più difese.
    Se poi aggiungiamo che l’acculturamento delle nuove generazioni
    si basa sulla retorica che prevaleva nelle scienze umane nel momento in cui si teorizzava “l’idealismo” come unica coscienza sociale, riusciamo a capire come i nostri contemporanei siano vittime di un conformismo in
    tutti gli aspetti della vita. La libertà delle idee si fonda su una capacità critica esasperata inizialmente, ma che diventa poi speculativa e “positivista” nella formazione dell’etica.
    Dobbiamo anche fare i conti con la strisciante comunicazione che induce
    le nuove generazioni a raggiungere la “trance”, situazione più comoda
    di una coscienza critica capace di farci crescere nell’autonomia di una
    riflessione sul vissuto individuale e sociale.
    Non rivoluzioni ne religiosità sterili, ma sapere che l’uomo deve rispettare l’uomo e che ognuno di noi deve tramandare il “mondo”.
    Non a caso si reprime la “pop art”, “l’arte del sociale” e si esalta un nuovo estetismo dei grandi architetti che intervengono nelle grandi aree urbane, più con il “disegno” che non con la funzionalità del progetto.
    Antonio Tateo

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede