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Set
12

Jakobson in rete: relazione, contenuto e tutto quello che c’è in mezzo

Accolgo volentieri l’appello di Nicola (nei commenti di un post precedente) a definire meglio le nozioni di contenuto e relazione in Rete, in modo da capire meglio di cosa stiamo parlando quando parliamo dei vari aspetti della comunicazione nella medesima. Per farlo utilizzerò lo schema inaugurato da R. Jakobson nel 1958, nel saggio “Linguistica e poetica”.

Sono ovvi i limiti dello schema, innanzitutto per la subordinazione del modello alla teoria dell’informazione “classica”, ovvero quella elaborata da Shannon e Weaver. Non abbiamo lo spazio per approfondire i molteplici ripensamenti intervenuti successivamente al modello sintattico-computazionale di Shannon, (prometto che scriverò un post apposito), ma per quello che vogliamo mostrare è sufficiente anche questo tipo di analisi, oggi considerata superata da modelli più sofisticati.

Jakobson, peraltro, aveva in mente una domanda precisa quando scrisse il saggio ovvero: che cos’è la poesia e come possiamo definirla linguisticamente? Tuttavia le suggestioni che in quella sede lancia vanno fortunatamente ben al di là della domanda specifica, lanciando un ponte teorico che ancora oggi possiamo percorrere per capire qualcosa in più del misterioso intreccio tra contenuto e relazione che si sviluppa nella comunicazione, in rete e fuori rete.

Seguendo lo schema di jakobson, a sua volta, come dicevamo, mutuato dalla teoria dell’informazione “classica” (uso sempre le virgolette poiché la teoria dell’informazione si sviluppa in ambito puramente ingengeristico e non si è ancora data una analoga teoria “moderna”, ma solo degli ampliamenti interdisciplinari) seguendo questo schema, dicevamo, in una qualsiasi comunicazione un mittente utilizza un codice più o meno condiviso, per mandare un messaggio ad un destinatario, riferendosi a qualcosa, utilizzando uno specifico canale .

A questi distinti elementi della comunicazione Jakobson fa corrispondre altrettante funzioni linguistiche, ciascuna con un suo scopo preciso, tutte compresenti, in misura maggiore o minore nel medesimo messaggio. La maggiore o minore presenza di ciascuna funzione presente nella “miscela” individua un particolare tipo di comunicazione ben indentificabile, consciuta e riconoscibile (scientifica, poetica, emozionale, operativa,…)

Prendiamo ad esempio la funzione espressiva, ovvero quella orientata al mittente: è costituita dall’insieme degli elementi che qualificano lo stato emotivo di chi parla (o comunica). Usando una terminologia successiva, essa è costituita dagli elementi non verbali, paraverbali e, nel linguaggio, dalle interiezioni e simili. Dal punto di vista della teoria classica dell’informazione questi elementi non esistono o costituiscono comunque un problema: nella pratica linguistica quotidiana sono invece parte integrante dei messaggi, ne colorano il senso e ne arricchiscono il valore informativo.

La funzione denotativa è quella più classicamente studiata, e naturalmente, quella maggiormente presente nel linguaggio scientifico (per questo si tende a dire che il linguaggio della scienza è chiaro e obiettivo, confondendo a volte logica e retorica). Quando dico “sono stanco”, la mia stanchezza è il contenuto denotativo, e le mie espressioni di stanchezza sono pertinenza della funzione emotiva presente comunque nel messaggio. Per inciso, erano queste il tipo di espressioni studiate da Aristotele e da Kant, e proprio per questo la loro teoria della mente risulta oggi alquanto grezza).

Più interessante la funzione fatica, ovvero tutti gli elementi della comunicazione tesi a stabilire la presenza del “contatto” tra gli interlocutori. Ad esempio, il “pronto” al telefono e così tutte le espressioni che riguardano la relazione in quel momento tra mittente e destinatario. Notiamo di sfuggita come la funzione fatica agisca anche come pura affermazione di presenza di se stessi in un contesto (“eccomi”, “ci sono”, “presente”, ecc).

Ancora, la funzione conativa, riguarda gli aspetti pragmatici della comunicazione, ovvero quelle espressioni che agiscono sul destinatario per spingerlo ad una’azione. Rientrano in questo schema, ad esempio, tutti gli imperativi, i comandi, ecc…

Ok, fermiamoci qui. Tra le tante cose che si possono rilevare in questo schema, vale la pena di citarne almeno una, ovvero che la nozione di valore di verità di un enunciato può essere applicate quasi esclusivamente alla parte governata dalla funzione denotativa (il “qualcosa di cui si parla”), oppure a quella metalinguistica. Le altre funzioni non sono sottoposte a questo principio, con buona pace dei logici e filosofi del linguaggio primo-wiggensteniani. Bene, perché questo schema ci dice qualcosa su contenuto e relazione in rete? In primo luogo perché scopriamo che la relazione si annida anche nel più banale atto denotativo, anche se magari ben nascosta sotto il contenuto espresso.

In secondo luogo, ed è su questo che vorrei soffermarmi, perché all’interno della comunicazione in rete si è assistito ad un curioso paradosso, non prevedibile tenendo fermo lo schema Shannon-Jacobson. In rete si comunica attraverso un computer. Non siamo in presenza che di noi stessi (e a volte neanche quella, troppo concentrati sullo schermo per riflettere). Questo elemento di contesto, che taglia fuori d’ufficio la possibilità di sbilanciarci sulla funzione espressiva o fatica o conativa, sembrerebbe imporre un utilizzo meramente denotativo del mezzo. Del resto le origini del web fanno riferimento proprio a questo utilizzo, dal momento che le intenzioni inziali dei pionieri del CERN erano di scambiarsi dati scientifici.

E qui sta il punto. Perché, invece che limitarsi a scambiarsi dati scientifici e simili – facendo leva sulla componente denotativa dei messaggi – le persone, in rete, hanno cominciato a fare l’opposto, facendo di tutto per portare in primo piano le funzioni meno adatte al tipo di mezzo, ovvero quelle espressiva, fatica, conativa. Possiamo parlare, a questo proposito, degli studi sulle interiezioni in chat, che cominciano ad fiorire anche in Ita
lia, degli indispensabili emoticons oppure possiamo semplicemente osservare la pratica comunicativa nei commenti dei blog dei ragazzi, in cui la maggior parte dei messaggi sono del tipo: “ci sono”, “ci sei anche tu?”, “eccomi”. Funzione fatica.

Insomma, sembra che le funzioni “relazionali” abbiano a poco a poco scavalcato, in rete, la funzione “denotativa”, relegata agli articoli scientifici e giornalistici.

Si ha un bel dire (e l’ho detto spesso anche io…) che “in rete contano solo i contenuti” (formula alquanto vaga e molto potente, che comunque non ha ancora esaurito, a mio parere ,il suo indubbio valore di doccia fredda per i rampanti speculatori della rete). In rete i contenuti sono avvolti come in una calda coperta delle altre funzioni del linguaggio. I contenuti sono relazioni e le relazioni sono contenuti. Questo ci fa capire, a mio parere, due cose:

1) Quando fuori dalla rete, comunichiamo, facciamo una lavoro ben più complesso che calcolare il valore di verità di un enunciato. Lavoro complesso ed irrinunciabile, visto che tale lavoro viene compiuto, a prezzo di difficoltà indubbiamente maggiori, anche in rete.

2) La comunicazione in rete ci ha fatto capire come la funzione denotativa del linguaggio sia povera, e di come sia arrivato il momento di prendere consapevolezza in tutti i campi, dalla progettazione igegneristica, al marketing aziendale alla comunicazione della scienza, che se vogliamo comunicare dobbiamo guardare a tutte le funzioni in gioco nel nostro linguaggio, senza trincerarci dietro muri divisori (come quello tra contenuto e relazione) sempre più sgretolati.

Cos’è allora la relazione in rete? Cos’è il contenuto? La relazione è, a mio parere, al di là di quanto fa aprtamente ed esplicitamente apello alle funzioni conativa, fatica ed espessiva, tutto quanto, posto in maniera denotativa, si riferisce tuttavia ad una ipotetica comunità di lettori di cui, in qualche maniera, tiene conto. Mi rendo conto che l’argomento è stato appena sfiorato: ci ritorneremo.

J .

13 Commenti

  1. utente anonimo ha detto:

    Ciao Giacomo,
    ho letto con il solito, profondo interesse il tuo articolo e, come da permesso accordatomi qualche giorno fa, l’ho subito inserito nell’apposito spazio del mio blog dedicato alle cose migliori lette in Rete.
    Mi permetto solo di segnalarti la presenza di alcuni refusi, soprattutto nella parte finale dello scritto, che rendono, a mio modestissimo avviso, un po’ difficoltosa la comprensione di alcuni concetti sostanziali (altrimenti, credimi, mi sarei astenuta dal segnalarteli).

    A presto, e grazie per l’ottima lettura.
    Clelia

  2. 02068449 ha detto:

    grazie mille, ho corretto (spero).
    Un salutone.

  3. 02068449 ha detto:

    mmhh, la povertà di commenti mi suggerisce che forse ho un po’ esagerato: managgia alle buone letture…

    ;-)

  4. Taniwha ha detto:

    Mancano molti pezzi al completamento del puzzle.
    La teoria di Jakobson va integrata con i modelli semiotici successivi (Eco ad esempio).
    Manca anche la semiotica connotativa, elemento cruciale dei processi di semiosi complessa e portanti dei linguaggi a doppia articolazione. Il suo rapporto, molto complesso, con il livello denotativo.
    Ma, credo, sia importante che esistono modelli teorici alternativi a quelli semiotici, sostanzialmente basati sull’idea di codice (o evenutalmente di enciclopedia, nelle versioni più evolute), come ad esempio la teoria della rilevanza di Dan Sperber. Quest’ultima ha dato anche buona prova da un punto di vista sperimentale, lato in cui le varie semiotiche sono molto carenti e pertanto spesso giudicate come “metafisica”.
    Mi complimento, comunque, per l’ottima iniziativa.
    ciao

  5. 02068449 ha detto:

    grazie mille Taniwha, del tuo prezioso commento. Si, la teoria di Sperber (così amata dal mio amico nonché filosofo della scienza Paolo Artuso) è molto interssante, ma riguarda più che altro il problema della costruzione del significato.

    Sulla semiotica connotativa mi trovi impreparato (ahi…). Forse Greimas? segnalami autori e testi, please.

    Detto questo: come tutto ciò chiarisce il dilemma contenuto-relazione in rete? Perché è di questo che si parla….

  6. utente anonimo ha detto:

    Concordo in pieno con la tua riflessione: sul web la dimensione relazionale supera e si confonde con il riferimento denotativo.
    Mi permetto di segnalarti questo mio articolo di qualche mese fa sullo stesso argomento (ma in una prospettivia più ‘operativa’), sul quale mi piacerebbe avere tuoi commenti.

    Complimenti per il blog!
    Federico

  7. Taniwha ha detto:

    Arduo è trattare la questione del significato e dei processi di “sense-making”, come due cose distinte.
    Nelle semiotiche interpretative il significato ed il senso è relazionale, vale a dire dato dalle relazioni che X ha con l’universo semantico. E si parla, infatti, di reti semantiche (semantic networks), come forma di rappresentazione del significato.
    In questo contesto, credo sia importante nell’ambito della rapporto contenuto-relazione in rete.
    La teoria di Sperber, non saprei bene dove collocarla in questo contesto.
    Il libro della V. Pisanty e R. Pellerey offre una buona panoramica della sitauzione…
    ciao

  8. Se ne discuteva recentemente ci sono casi in cui il mezzo Internet diventa assolutamente efficace, esempio quando barriere linguistiche o la necessita’ di passare per una codifica/decodifica nei riguardi della propria madre lingua rendono tale mezzo estremamente efficace, esempio citato cliente peruviano che non parla inglese, che lo capisce male come parlato, che parla uno spagnolo proprietario e per cui gli scritti in spagnolo sono il mezzo piu’ rapido ed efficace di comunicazione con un supporto tecnico… Bel post :))

  9. utente anonimo ha detto:

    Dopo tutte queste nozioni teoriche, ricche di spunti e citazioni, provo a inserirmi facendo un tentativo di astrazione dei concetti di contenuto e relazione, astrazione che per sua definizione si porta dietro semplificazioni anche estreme pur di poter rendere applicabili alla realta’ processi ben piu’ complessi.
    Se penso alla nozione di dato come unità elementare dell’informazione (Shannon e Weaver parlerebbero di bit), e all’informazione come elaborazione di dati tra loro correlati, posso circoscrivere il concetto di contenuto alla percezione e comprensione delle informazioni da parte del destinatario.

    La percezione dell’informazione (cioe’ il contenuto) non avviene solo grazie alla sua mera trasmissione fisica, Jakobson fa infatti un ulteriore passo in avanti spostando il nucleo del processo di comunicazione sul dialogo, sul confronto e introducendo le funzioni gia’ descritte da Giacomo. Ma e’ Watzlawick che introduce nuovi concetti e da nuovi spunti di riflessione se analizzati alla luce dell’avvento delle tecnologie di Rete.
    Mi soffermo sui primi due assiomi della comunicazione da lui definiti:
    1) Non si puo’ non comunicare, lo studioso di Palo Alto parte da una osservazione ovvia e spesso trascurata: il comportamento non ha un suo opposto e se si accetta il valore di messaggio di un comportamento si puo’ quindi concludere che non si puo’ non comunicare. Ma in Rete, e quindi in una situazione di human computer interaction, e’ ancora un concetto valido? Direi di si, se infatti si instaura un qualsiasi punto di possibile contatto (un sito, un post, un commento, una mail, ecc) ecco che anche in questo caso diventa impossibile mantenere un “non comportamento”. Se faccio un sito e non lo aggiorno do indirettamente un messaggio chiaro, se non rispondo ad una mail o se non commento un post di un blog a cui partecipo regolarmente do ancora un messaggio e quindi comunico, il contenuto e’ la percezione del messaggio da parte dei destinatari.
    2) Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione. E qui finalmente entra in gioco la relazione. Griffin dice che il contenuto e’ cosa viene effettivamente detto e la relazione e come viene detto.
    Watzlawick sostiene che ogni messaggio o informazione ha due livelli: il livello “oggettivo” col quale si comunica l’informazione (che e’ cosa diversa dal contenuto cosi’ come definito in precedenza, in quanto al di la’ di percezioni e comprensioni) e il livello “relazionale” dato dall’interpretazione del messaggio da parte del ricevente. Aggiunge poi che in genere le componenti verbali si riferiscono ad un aspetto formale della comunicazione e veicolano principalmente l’informazione, le componenti non verbali invece veicolano principalmente la relazione. La relazione non e’ l’oggetto della comunicazione, ma ne costituisce lo sfondo, lo scenario e quindi influisce direttamente sul contenuto stesso dandogli forma. La relazione da circolarita’ al contenuto, rendendo azione e risposta un tutt’uno.
    Quindi perche’ un’informazione venga percepita dal destinatario correttamente trasformandosi in contenuto assimilabile come conoscenza, il substrato di relazione deve definire contesto e regole di decodifica delle informazioni stesse.
    Ho la sensazione che contenuti e relazione siano troppo strettamente intrecciati, troppo “personalmente definibili” per poter essere disegnati con precisione. Questa difficolta’ nel trovare un’interpretazione oggettiva e condivisa, paradossalmente rinforza un quadro d’insieme secondo cui il contenuto e’ il frutto dell’interpretazione di informazioni codificate, filtrate e contestualizzate dalla rete di relazioni di cui ognuno fa parte.
    Complimenti per gli interessantissimi post/commenti che avete pubblicato sull’argomento.
    Ciao
    Nicola

  10. Taniwha ha detto:

    mi permetto di suggerirti che il contenuto è anche relazione.
    E’ il caso del circolo ermeneutico: per definire un concetto servono altri concetti.
    E’ anche la lezione del secondo Wittgenstein.

  11. 02068449 ha detto:

    questa mi piace: è anche il tema dello strutturalismo. Ok, da parte mia cercherò di riformulare un mio (modesto) modello che tenga conto di queste suggestioni. Mi ci vorrà un po’ di tempo, ma da tempo voglio provarci…

  12. utente anonimo ha detto:

    Taniwha, sono d’accordo con te..infatti ho cambiato idea rispetto a una posizione iniziale in cui vedevo un dominio del contenuto sulla relazione.
    Semplicemente non mi sento di dire che e’ vero il contrario, e cioe’ che la relazione e’ piu’ rilevante rispetto al contenuto, questo perche’ aspetti tra loro troppo correlati.

    Sul circolo ermeneutico non ne so niente :( ….spero in un vostro “Circolo ermeneutico FOR DUMMIES” :))

    Ciao
    Nicola

  13. 02068449 ha detto:

    Nicola, scusa se rispondo solo ora: il circolo ermeneutico deriva da M. Heidegger, che in “Essere e tempo” parla del processo di conoscenza come una posizione di interpretazione rispettoa ad una “pre-comprensione” originaria del tutto. Insomma, noi conosciamo un “qualcosa” a partire daq un “tutto” e questo tutto è la nostra, diciamo, condizione esistenziale. Il meccanico ascolta il “rumorino” dell’automobile e capisce il difetto a partire da una precomprensione del “tutto” automobile, insomma, a partire dalla sua esperienza. Senza questa non ci sarebbe neanche il rumorino.

    Per Heidegger tra l’altro questo non è un difetto nel processo di conoscenza, ma la posizione originaria dell’uomo (insomma, è un fatto ontologico).

    Il concetto è stato poi sviluppato da H.G. Gadamer, padre dell’ermeneutica contemporanea.

    Una buona intro

    http://www.formazione.unipd.it/webodl/hypertele/hypermed/mdr03/scuola_aperta/Provezza/circolo.htm

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