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Apr
27

Social networking in azienda

Un intervento interessante su web2.Oltre. Ho lasciato un commento chilometrico.

Ecco il post.

Apr
26

I CMS nell’era del 2.0

Seth Gottlieb & Brice Dunwoodie hanno scritto un articolo molto interessante (scovato via Columntwo) su come dovrebbero camabiare i CMS delle intranet nell’era del 2.0.
La prima parte dell’articolo spiega, in modo molto chiaro, che cos’è il 2.0 (vale la pena di leggerla anche se sono argomenti conosciuti) mentre la seconda parte prova a elencare quali caratteristiche dovrebbe avere un CMS di nuova generazione per allineare le sue funzionalità a quelle ormai presenti nei nuovi spazi 2.0 nella Grande Rete.

Sono indicazioni importanti, che mostrano, peraltro, come il 2.0 fosse in parte nel DNA delle intranet molto prima del suo arrivo sulla scena della Rete.

Oggi abbiamo le tecnologie, i format e la cultura per soddisfare nel modo milgiore delle esigenze che in intranet seintivamo da anni. Non dovremmo fare altro che usarle.
Ecco una sintesi dele caratteristiche elencate:
– Avere un’interfaccia semplice e senza fronzoli, facile da usare e focalizzata sui contenuti. A persone
abituate a postare sui blog o a inserire video su  Youtube non si può poi chiedere di usare il CMS di mia nonna con 10.000 passaggi anti-intuitivi.
– Permettere immediatezza di pubblicazione, proprio come nei migliori siti 2.0, senza complicatissimi workfolw approvativi che ci considerano “colpevoli fino a prova contraria”.
– Permettere l’uso di applicazioni “ricche”, costruite con le nuove tecnologie come Ajax, in modo da
permettere all’utente un’interazione ricca con  l’interfaccia amministrativa del CMS.
– Permettere classificazioni evolute dei contenuti come le classificazioni a faccette o sistemi di labeling multidimensionale, evitando le soporifere tassonomie  aziendali. Permettere agli impiegati di trovare le informazioni in modi diversi dal solito organigramma-style.
– Permettere il social bookmarking e il social tagging interno.
– Permettere, oltre all’inserimento dei dati da parte dei contributori, anche il facile inserimento di
“metadati” da parte degli impiegati (ovvero cose come “vota”, “commenta”, “tagga”, “annota”, “Segnala”).
– Permettere a ciascun dipendente/partecipante di creare un proprio profilo sulla intranet (my page), in modo da farsi conoscere e porre le basi di vere community professionali, e non di silos creati a tavolino.
– Permettere ai maggiori contributori di diventare “moderatori” di una parte della community in intranet.
– Permettere una facile ricognizione e gestione dei contributi inappropriati o malvagi.
– Permettere una fruizione multicanale (es via palmare) de contenuti della intranet.
– Permettere la ripubblicazione dei contenuti in formati RSS in modo da lasciare agli utenti la possibilità di filtrare e ricevere i contenuti tramite i loro device.

Apr
26

La scala della bogger-seduzione

1) Farmi leggere da te

2) Farmi commentare da te

3) Esseere segnalato dal tuo blog

4) Finire nella tua blogroll

5) Finire nel tuo aggregatore di feed

6) Finire nelle tue quotidian associazioni di pensieri

6) Finire nelle tue conversazioni a cena con gli amici

7) Finire nel tuo letto

Apr
24

Esami di etica in intranet

Succede negli Stati Uniti: i dipendenti rispondono in intranet a domande sui comportamenti etici al lavoro (darsi malato, usare le attrezzature per scopi personali ecc). Se non superano l’esame vengono mandati a “ripetizioni” dalla Risorse Umane.

Ovviamente la segnalazione è più interessante per il dibattito nel quale si inserisce (assenteismo tollerabile o no?) che per lo specifico intranet. Diciamo che abbiamo preso due piccioni con na fava…

Apr
24

Veneto Barcamp

Il 14 maggio si avvicina. Convegno e Barcamp in una sola giornata (due al prezzo di uno: conviene!). Organzza il vulcanico Gigi.

Il sottoscritto farà un breve intervento (solo al convegno, però, che i barcamp mi mettono agitazione…)

Ecco I dettagli dell’evento. Ci vediamo lì?

logo_venetocamp

Apr
23

Le migliori intranet del 2007

Cari lettori, anche quest’anno Nielsen ha pubblicato il suo report sulle migliori intranet del Mondo, e anche quest’anno vi fornisco una breve (breve?) panoramica degli aspetti più interessanti che sono emersi.
Le cose da dire sarebbero tante: per non allungare troppo non parlerò di alcuni aspetti canonici (cercapersone, bacheche annunci, pagine di news, spazi documentali, design, template ecc.) per concentrarmi solo sulle cose nuove che emergono dalla dieci intranet analizzate.
I dieci vincitori
Cominciamo con alcuni contenuti specifici per ogni singola intranet.  All’American Electric Power pubblicano la citazione e il fatto del girono, in modo da tenere aggiornata la intranet con contenuti automatici interessanti e hanno una sezione video spaventosa, con filmati di tutti i tipi, dai tutorial agli eventi live.
Esiste anche un simpatico sistema di cartoline elettroniche di ringraziamento che i colleghi possono spedirsi l’un l’altro.
Alla Comcast Corporation usano un sistema di calendario condiviso al quale gli utenti possono aggiungere eventi, integrando info “dall’alto” e “dal basso”. Interessante anche il motore di ricerca, che presenta dei “thumbnails” (anteprime in miniatura) dei documenti. E’ da notare anche l’uso intelligente di Ajax per fornire uno “snap” (in pratica una anteprima in trasparenza) dei link interni.
La DaimlerChrysler AG e la Volvo usano un articolato sistema di totem e chioschi per permettere agli operai negli stabilimenti di tutto Mondo di accedere alla intranet, nella quale sono contenute anche applicazioni self-services (es: timbrature) ed applicativi lavorativi.
Sempre alla DaimlerChrysler AG è interessante il cercapersone, che permette anche di cercare le persone per progetti seguiti e non solo per cognome
Alla Dow Chemical Company hanno fatto un concorso tramite il quale chiunque poteva voltare un proprio collega segnalando la sua disponibilità, il suo spirito collaborativo, ecc. Attraverso questo sistema di segnalazioni incrociate (comunque supervisionate dai responsabili) i colleghi più segnalati hanno potuto accedere ad un sistema di incentivi economici.
Altri contenuti interessanti: la biblioteca virtuale, la prenotazione dei voli, l’assistenza IT direttamente tramite intranet. E’ da segnalare, sul piano della strategia, che ogni pagina della intranet evidenza il referente per le informazioni contenute.
Infine, la intranet presenta anche una serie di “comunità di pratiche”, ovvero di gruppi di lavoro interni accomunati da affinità professonali.
La Infosys Technologies (azienda indiana) presenta ogni 15 giorni delle interviste ai dipendenti. La intranet è divisa in sottosezioni di dipartimento, gestite direttamente da figure interne ai dipartimenti stessi (circa 100 redattori distribuiti!)
La JPMorgan usa moltissimo i video (ad esempio per aggiornamenti di marketing) e ha tutta una sezione per i neo assunti (beati loro che assumono…). Il cercapersone è molto completo e porta anche ad una pagina web personale di ogni dipendente, con informazioni approfondite e non solo lavorative.
Sembra banale, ma trovo interessate che alla National Geographic Society ci sia una pagina, con tanto di motore con il: “chi devo chiamare per…”. Questo è un altro di quei servizi “a costo zero” che però in genere sono di estrema utilità in azienda.
Nella intranet della Royal Society for the Protection of Birds ogni notizia riporta anche i riferimenti e la foto del referente/contributore, aumentando la trasparenza e la possibilità di contatto tra dipendenti mediata dalla intranet. La rassegna stamba viene fornita tramite un sistema di RSS collegato alle fonti di informazjone sulla Grande Rete.
Nel cercapersone è possibile cercare anche per “soprannome” del collega. Ogni pagina della intranet presenta un form di feed-back verso la redazione.
La intranet della Volvo Group è gigantesca, e i suoi publisher/contributori sono ad oggi circa 1.500, nei diversi spazi, seguendo un sistema coerente di template predefiniti.
Alcuni temi trasversali
Moltissime intranet (ad esempio quella di Comcast, DaimlerChrysler AG o Dow Chemical Company) forniscono sistemi di personalizzazione dei contenuti (“my alerts”, “My links”, “My favourites”, “My news” ecc), in modo che la home page si popola di spazi con contenuti redazionali e di spazi con contenuti decisi e filtrati dal singolo dipendente.
E’ interessante notare anche l’apertura ai comportamenti emergenti: molte intranet (ad esempio quella di Dow Chemical Company, Volvo o la Royal Society for the Protection of Birds)  inseriscono dei box con i contenuti più richiesti dai colleghi, rimettendo in circolo, in questo modo, l’intelligenza collettiva e fornendo un servizio di filtro automatico che seleziona e mette in evidenza le cose ritenute più importanti dai colleghi.
Molte intranet cominciano a pubblicare foto e gallerie fotografiche, usando poi questo materiale in vari modo (dalla foto del giorno alle gallerie personali)
Molte intranet usano degli “instant content” che popolano la home page e la tengono aggiornata in modo semiautomatico: previsioni meteo, quotazioni borsa, instant poll, calendari, foto del giorno, citazione del giorno.
Scampoli di 2.0
Le intranet mondiali cominciano ad utilizzare in modo abbastanza naturale anche le applicazioni 2.0., integrandole nella struttura generale della intranet e adattandole in modo creativo alle esigenze particolari di un contesto lavorativo.
All’American Electric Power usano i blog interni per portare avanti la “discussione della settimana”. Ogni settimana la redazione lancia un post con il tema della settimana e inizia così una discussione con i colleghi. Questo è un buon modo, a mio parare, di usare i blog in modo intelligente.
In Mircosoft ogni categoria di notizie è sottoscrivibile tramite RSS. Anche in questa intranet, con moderazione, vengono usati i blog interni
Nella intranet del National Geographic sono stati aperti alcuni wiki interessanti: ad esempio un o sulle donne esploratrici. Altri wiki sono quello sugli acronimi aziendali e quelli legati a specifici gruppi di progetto, che condividono in questo modo documenti e informazioni in modo facile e rapido.
Anche da loro un dettagliato sistema di RSS permette ai dipendenti di filtrare le informazioni su tutta la intranet.
Infine (ed è l’unico caso che ho visto fino ad ora) viene usato anche un sistema di podacsting interno per report e presentazioni.
Alla Royal Society for the Protection of Birds hanno creato un sistema di “carpooling” (dipendenti che danno un passaggio alla mattina ai colleghi) facendo un “mash up” applicativo tra il cercapersone e le mappe di Google; in questo modo è facile vedere le zone dove abitano i colleghi e contattarli per un passaggio. Ottimo!
Per ora è tutto.

Apr
20

Black list e gold list

I partecipanti (ovvero i dipendenti) ad un progetto intranet (specialmente nelle aziende di grandi dimensioni) non sono tutti uguali: alcuni partecipano in modo periferico, altri ci si buttano a capofitto; alcuni fanno interventi appropriati e interessanti, altri cazzeggiano e vanno fuori tema: alcuni sfornano prodotti “professionali”, altri contribuiscono con tanta buona volontà. Alcuni vogliono costruire, altri distruggere (anche se va detto che spesso i primi sono la stragrande maggioranza).

Spesso ci si concentra sulle procedure di controllo degli interventi negativi, raramente sulle procedurre per enfatizzare quelli positivi (sto pensando, ovviamente agli interventi nei forum e nelle bacheche, ma il discorso vale anche per l’uso distribuito della piattaforma editoriale e dei form di inserimento materiali).

Si possono, certo, creare sistemi di warning (avvisi alla redazione quando in un forum appaiono certe parole) e si possono creare “black list” che bandisno la partecipazione degli utenti più “inappropriati” (troll, flamers, cazzeggiatori vari ecc). SI possono anche creare sistemi come il “cartellino giallo” per avvisare l’untete che ha commesso delle inforazioni delle policy che non verranno tollerate ulteriromente.

Si può (e si deve) fare tutto questo, ma bisognerebbe, contemporaneamente, attivare procedure che enfatizzino le cose buone e produttive.

Come? Ad esempio creando una classifica degli utenti migliori e più attivi, assegnando loro un ruolo più “formale” all’interno di certi spazi della intranet o, addirittutrra, creando una “gold list” di untenti che, per i loro merito, godranno di maggiore autonomia sulla intranet.

Ecco una mail che avvisa un utente che è entrano nella “gold list”:

“La redazione della intranet ha ritenuto opportuno inserirti, da questo istante, nella “gold list” degli utenti che hanno inviato un gran numero di materiali di buona qualità e senza mai violare le policy.

Riteniamo il tuo contributo un bene prezioso per il futuro della nostra communty: da questo istante i tuoi materiali non vedranno più il visto della redazione ma, appena inviati, andranno direttamente online.

Cordiali saluti

La redazione “

Apr
20

Il ROI delle intranet? Eccolo.

Volete la prova che state lavorando bene e che state creando contenuti interessanti sulla intranet? Potete stabilire complicatissime metriche, ma la prova più certa e immediata è l’arrivo in rerdazione di mail come questa:

“Visto l’avvicinarsi della pensione mi chiedevo se è possibile da casa accedere al sito e continuare a seguire e interagire quanto di interessante state facendo. Complimenti e buon lavoro.”

Apr
20

Blog interni e ROI

Mi ero dimenticato di segnalare una presentazione di Pierluca Santoro sul ROI dei blog interni, presentazione alla quale ho – limitatamente – contribuito con qualche idea estemporanea. Chissà se può servirvi, ma vabbè, qualche idea su come usarli c’è…

Apr
19

Io sono nato qui

Ho scoperto da poco questo blog, che parla della mia cittadina natale. La persona che lo ha creato ne ha creati anche tanti altri, tutti interessanti. Da esplorare. (già, ma come ci si arriva? Vatti a ricordare…).

Apr
19

Piccole segnalazioni

Tutte in inglese, tutte centrate sul rapporto tra intranet, contenuti e organizzazione

Notable quotes on the impact of the intranet on the organisation

Building innovative intranets

The Impact of Information Technology (IT) on Businesses and their Leaders

The big 3 ingredients of a winning intranet

Intranet teams must cover the three purposes

(Ir)responsible content

Apr
18

Io lavoravo qui

E quante convention ho contribuito a organizzare in quella sede di Rozzano, quando stavo a Milano…Va beh, ho voltato pagina. Avrò fatto bene? Ancora non l’ho mica capito.

Ma una cosa è certa: sento veramente la mancanza di tutto il succoso gossip che in questo momento i miei colleghi staranno facendo  “da dentro” a proposito di quello che sta succedendo (e tenetemi al corrente, bastaaaaardi….).

Apr
17

Gusti e cultura nella coda lunga

Ci sono molti modi per capire quando una teoria è una buona teoria.
Una teoria è buona se riesce a spiegare in modo semplice ed unitario una massa enorme di fenomeni eterogenei (potere esplicativo delle teorie). Inoltre è molto buona se è capace di ampliare la gamma di previsioni che possiamo fare sui fenomeni futuri (potere previsionale delle teorie). Ma non basta: generalmente una teoria veramente buona è capace di ristrutturare l’intero campo dei fenomeni che descrive (potere ontologico delle teorie).
Insomma, dopo l’apparizione di una buona teoria è la nostra stessa realtà ad apparire diversa (pensate, tanto per fare esempi noti e vicini a noi, all’interpretazione dei sogni di Freud, alla teorie del linguaggio di Saussure o di Chosmsky, alla Teoria dell’Informazione di Shannon, alla teoria del calcolo di Turing, alla teoria della post-modernità di Lyotard  e così via)
Che si rivelino, alla lunga, totalmente giuste o in parte sbagliate, la loro stessa formulazione riorienta gestalticamente la nostra esperienza delle cose.
Il potere della coda lunga
Quando una buona teoria  appare sulla scena, dunque, abbiamo molti motivi per essere felici uniti a qualche comprensibile motivo di preoccupazione, legato per lo più alle derive e sovrainterpretazioni a cui la teoria stessa da luogo. E’ il caso della teoria della “coda lunga” di Chris Anderson.
COpertina_coda_lungaUna teoria potente, alimentata da un’immagine altrettanto potente, ovvero quella strana curva che ormai abbiamo visto tante volte e che descrive il modo nel quale si distribuiscono i comportamenti delle persone in rete o, più in generale in ogni situazione dove domini l’abbondanza e non la scarsità di risorse. Anderson mostra come nei mercati in rete siano le nicchie a costituire l’ossatura del mercato e come la rete stia progressivamente polverizzando il mercato dei consumi di massa dominato dai media mainstream.
Non entrerò nei dettagli della teoria (peraltro, del rapporto tra le intranet e la coda lunga ho già parlato qui e qui): la maggior parte dei frequentatori della rete la conosce a grandi linee; inoltre, quell’immagine è davvero capace, da sola, di esprimere in modo completo il senso di questa idea così affascinante
Potere euristico (e seduttivo) delle buone immagini.
Consiglio vivamente a tutti di leggere il libro: è un raro esempio di come si possa fare dell’ottima divulgazione unendo capacità comunicativa e rigore scientifico. La ricchezza degli esempi, la precisione dei dati, la vividezza delle immagini, la ricchezza delle metafore e la quantità di storie che Chris ci racconta sono davvero impressionanti e meritano la lettura di chiunque voglia capire qualche cosa di più sul nuovo mercato della rete e sui fenomeni che abilita.
Detto questo, vorrei modestamente spiegare (innanzitutto a me stesso) perché la teoria di Chris è un’ottima teoria del mercato in rete e una pessima teoria della cultura (esito al quale la teoria sembra approdare).
Culture e tribù
Leggendo il libro ho pensando al mio rapporto con i media di massa e con la “cultura di massa”. C’era qualche cosa che non mi tornava in tutto questo discorso. In fondo, mi sono detto, io, come molti altri, non mi sono mai sentito totalmente aderente alla mia cultura “mainstream”, qualsiasi cosa questo significasse. Anzi, ho sempre avvertito il disagio di una non-appartenenza e ho vissuto, come molti altri, una costante (e castrante) dialettica tra l’ebbrezza di una certa libertà e disinvoltura e la nostalgia della “normalità” e del  “gruppo”.  Ma l’arrivo delle “code lunghe online” non ha mitigato questo disagio, e non ha per nulla risolto la dialettica. Dove sta l’inghippo?
Oggi posso agevolmente scaricare la mia musica di nicchia, guardare i miei programmi di nicchia e incontrare altre persone che condividono questi interessi. Ma questa enorme disponibilità non costituisce affatto un passo in avanti verso la creazione di una nuova “sottocultura di nicchia”.
Certo la coda lunga strappa il velo di Maya che ci voleva tutti omologati nella fruizione degli stessi contenuti e svela che ciascuno di noi ha gusti più sofisticati e diversificati. Certo, in rete questi gusti diversificati trovano la loro dignità e il loro spazio, ma questo fa fare dei pass in avanti alle nostre identità e alle nostre appartenenze? Scopriamo di appartenere a tante diverse “tribù” e certamente mi iscriverò ai servizi online per guardare le puntate di “Spazio 1999”, “Il prigioniero” e vecchie interviste ai filosofi degli anni ’70. Ma continuerò a vivere con disagio il pranzo di Natale.
Il fatto è che la cultura di un gruppo, sfortunatamente, non si costruisce solo in base all’insieme ordinato e filtrato delle nostre scelte d’acquisto, non è la sommatoria dei nostri oggetti culturali di nicchia.
Forse la cultura è l’insieme delle nostre prese di posizione rispetto ad un insieme eterogeneo di oggetti e comportamenti che “circolano” nel sociale, sia di nicchia che “mainstream”. Da “Fiends” alla religione cattolica, dal parlare a voce alta in treno al modo nel quale reagiamo ai lavavetri al semaforo, da Emilio Fede ai Dico, dal pranzo di Pasqua al Grande Fratello. Ed è nel senso complessivo che ciascuno di noi assegna questo insieme di cose che si esprime la nostra “cultura”, ovvero i meccanismi di appartenenza e di identità, che sono qualche cosa di molto diverso dalla “comunità guardaroba” di cui parla Bauman e che, francamente, assomigliano molto alle microculture di cui parla Anderson.
Date un po’ di tempo a un gruppo di individui e questi costituiranno delle comunità. Date un po’ di tempo a queste comunità e queste costruiranno delle culture, ovvero dei meccanismi semiotici che diano senso a quello che le circonda. Oggi, peraltro, dopo la fine delle grandi narrazioni, questo meccanismo è più potente e necessario. Essere Italiani non ci basta, ma nemmeno essere juventini o essere amanti della musica hip op. Abbiamo bisogno di storie, grandi e piccole, che diano senso al nostro agire. Storie che stiano dietro di noi, e ci diano quel significato di cui sempre siamo alla ricerca.
Forse non ho capito il senso e le conseguenze del discorso di Anderson, forse sto travisando, ma paradossalmente, il mondo del “filtraggio collaborativo” descritto da Anderson assomiglia più alla dinamica dell’amicizia che a quella della cultura, E’, insomma., un meccanismo che riproduce più la dinamica delle relazioni individuali che delle relazioni collettive.
Gusti = cultura?
Credo che Anderson abbia risolto troppo in fretta l’equazione gusti = consumi = cultura. Personalmente, per riprendere un mio post precedente, ho vissuto un periodo nel quale l’ascolto di un cantautore come Claudio Lolli faceva parte di una certa cultura giovanile. Sia chi amava alla follia Claudio Lolli sia chi lo detestava a morte apparteneva, più o meno alla stessa cultura e io mi sarei sentito molto più affine a chi odiava Claudio Lolli che non a chi non ne aveva mai sentito parlare. Nel mondo delle aggregazioni online e dei filtri collaborativi queste due categorie di consumatori non si incontrerebbero. Nel mondo reale della costruzione condivisa di una cultura invece si.
Avere gli stessi gusti specifici, condividere una nicchia di consumo non significa ancora appartenere ad una cultura condivisa , a meno che questa nicchia non sia investita semioticamente nella dinamica delle relazioni sociali (pensiamo ai gruppi di acquisto sul cibo biologico).
Fine della macchinetta del caffé?
La prova del nove dei risultati discutibili di questa catena argomentativa sta nella pittoresca immagine della “boccia dell’acqua” (da noi si direbbe la “macchinetta del caffè”). Nel mondo delle code lunghe, per Anderson, saremo sempre meno legati a momenti come questo, che per l’autore sono il segno inequivocabile di una cultura di massa nella quale tutti siamo costretti a vedere e sentire le stesse cose: semplicemente, la frammentazione dei nostri comportamenti di consumo prosciugherà le occasioni di cui parlare in questi luoghi abbia un senso.
Ora, per quale motivo questa previsione ha un’aria cosi sbagliata? La ragione è che le micro-culture organizzative non si formano (solo) sulla base dei programmi televisivi che abbiamo visto la sera prima e i nostri gusti in fatto di programmi in prima serata non spostano le ragioni per le quali abbiamo bisogno costantemente di stabilire e negoziare la nostra gamma di simboli globali e locali che, tutti assieme, chiamiamo cultura.
Da una parte, dunque abbiamo il fruitore di massa, che condivide oggetti culturali massificati e che nel mondo delle code lunghe ritroverà i suoi gusti più “veri”. Ne sono convinto e Anderson ci ha spiegato benissimo la dinamica con cui questo avverrà. Elaborerà anche nuove appartenenze? Agirà nuovi comportamenti? Prenderà nuove posizioni? Ne dubito.
Dall’altra parte abbiamo il gruppetto di ragazzi della panchina che per anni vive in gruppo e che elabora nel tempo una propria cultura locale “forte”con la quale filtra tutto quello che avviene all’esterno, dall’11 settembre al Grande Fratello al caratteraccio del barista di quartiere. Perché le culture, e i meccanismi di appartenenza che veicolano, sono questioni serie, a volte sono questioni di vita o di morte. I ragazzi della panchina sono la “coda lunga” della cultura. E potete stare certi che non si sono ritrovati su Itunes.

Apr
14

Abbandonare l’esistenza per vivere

Il concetto di “esistenza” ha per troppo tempo riempito le nostre bocche e le nostre menti. Ossessionati dall’assenza di fondamento nel quale ci rimanda continuamente il nostro esser-gettati, angosciati dall’orizzonte indefinito a cui ci rimanda il nostro continuo essere-progettuale ci siamo progressivamente dimenticati di quello che sta nel mezzo. La vita stessa.

Poco alla volta la nozione di esistenza, e le sue conseguenze operative, ha oscurato quella di vita; troppo vile, quest’ultima, per essere oggetto di una qualche aspirazione “alta”,  troppo scandalosa nella sua eccessiva nudità, imbarazzante nel suo essere continuamente fuori posto, ingombrante nella sua semplice-presenza.

La lotta per esisitere è diventata una paradossale lotta contro la vita stessa, la nostra ricerca di senso è diventata un sistematico oblio e il viaggio verso la libertà un viagigo per allontanarci da noi stessi. Molta filosofia dell’esistenza è figlia di un inespresso (inesprimibile) desisderio di appropriazione. Una pulsione che condivide con molte altre folosofie, e che alla fine ci lascia stremati.

Ma oggi i figli di questa grandiosa ricerca ci chiedono il conto: lo chiedono al nostro corpo dimenticato, alla nostra attenzione ossessiva, alla nostra mente affollata, alle nostre emozioni controllate, alla nostra impronunciabile paura della morte.

Il grande pregio della filosofia orientale è di non essersi mai dimenticata della vita. E questo è, forse, uno dei motivi per cui oggi ci attrae molto più di ieri ed è oggetto di una riscoperta che ha più l’aria di un ritorno.

Su questo tema vi segnalo un bellissimo video di Ryosuke Ohashi sul confronto tra Heidegger e il buddismo. L’occasione è la discussione della nozione heideggeriana di “Gelassenheit” (abbandono). Il contesto è quello dele bellissime conferenze organizzate ad Asia.

Ecco il video.

Apr
13

A scuola di design

Questo web designer è veramente forte. Sul suo sito trovate un sacco di risorse interessanti per la progettazione (ad esempio guardatevi questo articolo sul design dei form).

Grazie come sempre ad Alessandro, amico nonché ex collega di Alcatraz, per la segnalazione. E speriamo di poter continuare a lavorare assieme, prima o poi…

Apr
13

Il viaggio di Felicia…

…attraverso la scrittura per il web. Come sappiamo è una strada molto battuta. In bocca al lupo per il suo blog.

Apr
13

Un gioco da 500.000 dollari

Vi segnalo, grazie al blog di Roberto Cobianchi, il caso di studio di un’azienda Americana, (la Intrawest Placemaking) che ha creato una intranet dove tutti (dico tutti) possono scrivere.

Questo abbassamento drastico della soglia di accesso ha provocato un enorme afflusso di idee e progetti condivisi sullo spazio web interno, tra cui un’idea innovativa lanciata da un dipendente, (un nuovo sistema di posa del calcestruzzo, a quanto ho capito col mio pessimo inglese) che è diventata uno standard di produzione per l’azienda in tutto il mondo, facendole risparmiare centinaia di migliaia di dollari.

Bisognerebbe farlo leggere a quelli pensano che sono tutte cacchiate, che stiamo giocando ai comunicatori, che non vedono il ritorno economico o che, quando vedono un messaggio in un forum interno, dicono: “ma questo chi l’ha autorizzato?”. Beh, non sono tutte cacchiate.

Tante idee così così, qualche autentica puttanata, qualcuno che mena il can per l’aia, qualche perdigiorno. E poi un’idea innovativa che crea vero valore economico. Credo proprio che ci dobbiamo prendere tutto il pacchetto.

Ecco l’articolo.

Apr
12

Ve lo siete scaricato?

E’ l’unica cosa gratis dei tipi australiani (che cominciano a starmi un po’ sulle balle). Secondo me vale la pena (con le dovute personalizzazioni).

Un documento preciso per esaminare e valutare tutti gli aspetti del processo di svilupo del progetto. Si scarica da qui

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede