Home » Archivi per aprile 2008

Apr
30

Intranet design for dummies

Ho pubblicato sul mio spazio in Slideshare una breve presentazione con alcuni consigli per il design intranet (architettura, home page, navigazione, ecc).

Mi raccomando, considerate che si tratta solo di poche regole della nonna (e purtroppo ho dovuto cassare molti screenshot per questioni di riservatezza). Chi già opera nel campo può saltare…

:-)

Apr
30

Simplicity

Molto carino (scoperto via E-conomy). Credo riassuma bene un po’ di cose.

Vignetta_semplicità

Fonte: Eric Burke

Apr
30

Surrealistic FAQ

Ecco alcune domande frequenti che emergono durante i miei corsi su intranet, web 2.0 e dintorni. E poi ditemi che non è un lavoro usurante…:-)
– Ma che cos’è un wiki?
– Ok prof, ho appena creato il blog. Ma perché se digito il nome su Google non me lo trova?
– Quindi posso leggere tutte le notizie che voglio mettendo gli RSS sulla mia pagina personale? Ma è sicuro che tutto gratis?
– Ma che cos’è un widget? È tipo un gadget?
– Scusi, ma se tutti possono modificare Wikipedia dove va a finire l’affidabilità delle informazioni?
– Ma perché per fare queste cose devo avere una userid e una Password? Non basta andare sul sito?
– Che cos’è una userid?
– Davvero tutti possono commentare? E se scrivono cazzate?
– Ma il profilo personale non è una cosa un po’ da esibizionisti?
– Queste cose le dirà anche ai nostri dirigenti?
– Tutti modificano online il documento? Ma poi non si crea un casino?
– Quindi per apparire su Google devo farmi linkare? Ma allora se lo dico ad amici e parenti posso fregarlo…
– Scusi non ho capito se stiamo parlando di cose serie o di giochi tra colleghi
– Ma che cos’è un wiki?

Apr
29

Semantic intranet

La risorsa è apparsa qualche mese fa, ma ve la segnalo ugualmente: sul blog dell IWA trovate un post riguardante il rapporto tra intranet e web semantico, a cura di Simone Onofri.

Il tema è di quelli ostici, ma vale la pena fare uno sforzo e provare a capire che cosa sono e che cosa possono fare per noi oggetti all’apparenza astrusi come URI, RDF, OWL e SPARQL.

Apr
29

(Non) notizie da Alcatraz

Mi commuovo sempre quando vengo a sapere qualcosa della mia vecchia azienda, specialmente se c’è anche di mezzo anche la intranet.

In questo caso si tratta piuttosto di una non-notizia, ovvero l’omissione, sulla intranet aziendale, di un qualsiasi riferimento alla recente morte sul lavoro di un collega, Antonio Carlino.

Dice che è per non deprimere il personale. Quello ancora vivo.

Apr
23

Enterprise search comics

Molto carino questo slideshow in forma di fumetto a proposito dei motori di ricerca enterprise. Per la società belga che lo ha prodotto è ovviamente un modo di farsi pubblicità, ma è intelligente e pertinente.

Enjoy!

 

Apr
22

Mal di pancia 2.0

In questi tempi fa piacere trovare (e segnalare) delle voci fuori dal coro, e il coro si sta facendo assai assordante.

E’ quindi con vero interesse che vi segnalo uno degli ultimi contributi pubblicati su sempre ottimo Boxes and arrows.

Il titolo dell’articolo di  (Alexander Wilms) ha un titolo già di per se significativo: The Trouble With Web 2.0. Can it work for the large enterprise? e credo riassuma con una certa arguzia una serie di questioni problematiche che il 2.0 si porta dietro quando si cerca di importarlo nelle organizzazioni.

Alex usa come base di partenza le affermazioni contenute nell’articolo originale di O’reilly e, in sintesi, le questioni che solleva sono queste:

– Difficoltà, nel “web come piattaforma”, a misurare la spesa pro capite per l’erogazione dei servizi interni.

– Difficoltà ad importare la logica del “mash up” con fonti di dati eterogenee, a diverso livello di riservatezza e con owner interni molto diversi.

– Difficoltà a raggiungere quella massa critica di contributori che fa la vera differenza tra un servizio 2.0 che funziona e uno che non funziona. Bassa priorità nelle organizzazioni alle attività di sharing da parte del personale.

– Difficoltà ad individuare dei driver psicologici o delle motivazioni esterne/interne per condividere e pubblicare contenuti (su questo punto, personalmente, dissento da Alex).

– Difficoltà, nel blog interni ad equilibrare correttamente logica della libera espressività e logica di governance.

– Difficoltà, nei wiki interni, a fruire di particolari tipi di informazioni che richiedono un tipo di publishing, fruizione e classificazione di diverso tipo.

– Difficoltà ad utilizzare il modello del “perpetual beta” che vale per i siti 2.0.

Credo comunque che tutte queste osservazioni siano in parte superabili con un approccio attento e soprattutto equilibrato.

Concludo citando la parte finale dell’articolo, che vi consiglio caldamente di leggere.

The most important and most simple is that corporate behaviours and processes are not changed just by implementing a new IT service. Installing a blog in a formal and hierarchical corporate culture will not change the company in an open and informal community.

Web 2.0 patterns will only work if the corporate and even national culture is already responsive to more collaboration and participation or if the implementation is accompanied by other measures to support cultural change. Creating and holding up motivation of users to contribute, seemingly no problem in the WWW with a billion users will be one of the success factors.

So corporate Web 2.0 implementation projects have to broaden their scope, have to add structural and cultural change or process redesign to their charter. And those “soft” topics tend not to have easy solutions. So when your IT department or an external consultant excitedly tells you about how they are adding “Web 2.0” to the corporate computing environment: be prepared for a difficult birthing process and adjusting your expectations.

Apr
21

User centred intranet

L’ho detto più volte, e lo ripeto: per progettare una intranet coi fiocchi bisogna guardare innanzitutto ai bisogni e ai processi agìti concretamente dalle persone. Fate attenzione, perché guardare ai bisogni e ai processi:

– NON significa intervistare per una mezz’oretta il capo di IT;

– NON significa tirare a indovinare perché tanto, noi, l’azienda la conosciamo bene;

– NON significa partire da astratte indagini di mercato o trend generali per poi andarle ad applicare come automi in uno specifico organizzativo;

– NON significa fare il blog o il wiki perché è fico farlo;

– NON signifca (solo) andare a pranzo con l’A.D. per farsi dire quali sono le priorità.

In queste due presentazioni il buon James Robertson ci dà qualche elemento metodologico in più.

Qualche tempo fa il buon Alberto, in birreria, mi diceva pressappoco questo: “Ma porca miseria, noi ci danniamo per usare queste metodologie con gli utenti per i siti esterni, e voi che le persone le avete a disposizione dentro gli ufifci non le fate. Ma perché?”
Già, perché?

Apr
21

Visti di profilo

Ecco una bella presentazione che spiega l’importanza dei profili utente nella nuova intranet (by Kiwilight). Personalmente, considero quella dei profili utente una questione cruciale per traghettare le intranet verso le nuove frontiere collaborative e il vero ponte concettuale/operativo che permette di passare dall’1.0 al 2.0.

Insomma, la scommessa è passare dalla semplice rubrica del telefono online (o cercapersone) ad un vero sistema di social network nel quale le persone gestiscono la prorpia identità, i prorpi interventi sulla intranet, la propria documentazione, le proprie competenze, i propri interessi.

Dal punto di vista tecnologico significa arrivare ad un sistema di single sign on, ma dal punto di vista della governance significa molto di più: arrivare ad una intranet guidata dalle persone e basata sulle loro attività, profilata sulle loro esigenze, che dà visibilità e che permette aggregazioni diverse da quelle gerarchico-funzionali.

Qualisasi progetto intranet mettiate in piedi, ricordate che quella del cercapersone/profili utente/My page resta una questione architetturale di base, sulla quale innestare tutte le iniziative a seguire.

Apr
17

Non facciamoci trarre in inganno…dalla realtà

Stamattina, assieme a Cristiano, ho fatto una puntata allo Knowledge Box – Spring 2008, una conferenza periodica (ultra sponsorizzata) dedicata ai temi del rapporto tra tecnologie e condivisione della conoscenza. Finalmente ho potuto sentire dal vivo Mariano Corso che parlava dei risultati della ricerca sull’Enterprise 2.0 nelle aziende italiane.

Non farò una sintesi di quello che è stato detto: mi limito a ribadire una cosa che mi ha sempre colpito di queste ricerche, ovvero il profondo distacco che riescono a delineare tra la luminosa prospettiva di intranet (e aziende) collaborative e l’oscura realtà di aziende impreparate, impaurite, disincantate.

Questo distacco tra ciò che sarebbe bello fare e quello che in realtà ci troviamo a maneggiare è vissuto, in genere, senza il minimo imbarazzo e di questo mi sorprendo sempre.

A volte è come se chi si occupa di queste cose (consulenti, venditori  di tecnologia, ricercatori) avesse costruito un proprio luminoso mondo dove tutto questo funziona a meraviglia e se nella realtà le cose non vanno come si sperava beh, tanto peggio per la realtà.

Ora, la domanda è questa: perché mai, se queste tecnologie sono così promettenti nella gestione della conoscenza, esse vengono spesso prese con sufficienza quando non apertamente osteggiate nelle aziende?

Ne ho parlato spesso su questo blog, e oggi vorrei provare a sintetizzare alcune riflessioni, che derivano dalla mia esperienza sul campo di persona che a volte si trova a lavorare con altre persone che sono già passare per stuoli di consulenti, ricercatori, venditori di tecnologia e che in genere ne ha le tasche piene.

Ponti cognitivi

Le persone sono abituate a lavorare in un certo modo. Mandano fax, si scambiano una valanga di mail, usano delle procedure sedimentate nel tempo, mettono i documenti nei dischi di rete. Le persone sono ostili ai cambiamenti, anche quelli che nelle nostra testa sembrano dei cambiamenti fichissimi. È Così.

Quando le persone snobbano i nostri nuovi sistemi spesso è perché non riescono a farsene una adeguata mappa mentale, non sono capaci di tradurli nel loro repertorio e di appropriarsene in modo pertinente. Noi diciamo “social network” e loro hanno in mente la rubrica del telefono. E noi dobbiamo saper tradurre questi linguaggi. Siamo pronti a farlo?

Se le tecnologie non favoriscono dei ponti cognitivi tra il vecchio e il nuovo esse rimarranno, per i più, un mistero o un gioco da mentecatti. Ecco perché i wiki, con buona pace di Mariano – ciuffo ribelle – Corso, restano un oggetto ambiguo, complicato e per ora confinato ad alcune elite professionali interne. Ecco perché i feed RSS restano una sigla da smanettoni fino a che non mostriamo alle persone come funzionano e che cosa possono fare per loro.

Ed ecco perché, al contrario, i blog tendono in media a funzionare meglio ed in modo più immediato: hanno un’interfaccia simile a Word e il risultato e simile alle news. Tutti oggetti, questi ultimi, familiari per la maggior parte delle persone.

Persone

Le intranet collaborative sono fatte dalle persone per le persone, e dobbiamo partire da loro. Attenzione: partire dalla persone nella progettazione di questi sistemi non significa intervistare quattro capetti  e distribuire enigmatici questionari al personale, ma coinvolgere le persone – il maggior numero di persone, se non tutte – nel processo di creazione e modellazione dello spazio. Capire i bisogni, individuare i contenuti, stimolare le idee, analizzare i flussi di lavoro, capire le difficoltà, valutare i diversi contesti, suggerire soluzioni, costruire e testare collettivamente l’oggetto sulla base degli input che arrivano.

Una fatica nera.

E fate attenzione che alla “sora Lella” non vado a chiedere se userebbe il wiki o la tag cluod, ma quali sono le principali difficoltà che incontra nel rapporto con le informazioni e la conoscenza, come interagisce con il resto dei suoi colleghi, quali sono che cose che sente di poter dare al progetto, per progettare poi assieme a lei un percorso che non ho definito io a priori.

Utilità

Se le persone non usano i nostri nuovi sistemi forse è perché non hanno capito la loro utilità Le persone useranno questi sistemi solo se percepiranno un’utilità immediata e tangibile. Non useranno il wiki perché è fico ma perché gli risolve i problemi. E così via per tutto l’armamentario degli oggetti 2.0. Il lavoro allora non è tanto di “introdurre” queste tecnologie, ma di essere capaci di “tradurle” in modo da supportare la realtà dei processi aziendali. Questo lavoro di traduzione è il vero valore aggiunto che consulenti e ricercatori possono fare per le imprese e i loro dipendenti.

Notate che, se fate bene questo lavoro, il risultato finale sarà sempre qualche cosa di molto diverso da quello che avevate in testa all’inizio.

Appropriazione

Come ho già detto più volte, le tecnologie sono degli oggetti non deterministici. Neanche il 2.0, che sembra promettere mari è monti, è in grado di determinare, per la sua sola presenza, cambiamenti di un certo tipo. Le tecnologie, ogni tecnologia, vive in una tensione continua con le strategie di appropriazione dei gruppi ai quali si rivolge. Questo significa che ci potranno essere sorprese: a volte il blog non funziona ma il forum si popola di messaggi. Perché? Questione di tecnologie? Questione di persone? Ogni tecnologia sussurra qualcosa, ma sono le persone che la fanno parlare in un modo o in un altro.

Se abbiamo capito questo cominceremo a guardare i gruppi di utilizzatori più che le piattaforme e progetteremo adattivamente sulla base delle linee di demarcazione naturale del territorio aziendale.

Cultura

Fare la intranet collaborativa è una scommessa culturale, e chi si accosta a questi progetti pensando solo al lato tecnologico o al lato metodologico si scontrerà di fronte a stranissimi muri di gomma. Se volete che queste cose funzionino dovete cominciare a pensare a che cosa significa, dal punto di vista culturale interno, valorizzare i talenti e i contributi individuali, aprire e rendere visibili i flussi di conoscenza, supportare i gruppi informali.  Questi cambiamenti richiedono una visione più ampia degli elementi in gioco, ed esigono attori consapevoli che sarà una lotta su più fronti.

Per questo non mi basta IT. Per  questo non mi bastano i settori operativi.

Risorse Umane

Mi dispiace ribadirlo, ma i settori che si occupano di “Risorse umane” non possono restare fuori dalla partita. La partita li riguarda, eccome. Se pensate di fare queste cose ignorando H.R. perché sono dei vecchi parrucconi vi sbagliate di grosso: li dovete avere come alleati e se avete la possibilità di fare un patto col diavolo ecco, questa è l’occasione. H.R ha i contenuti, ha la visibilità, ha le leve e, a ben guardare, gli obiettivi più nobili di un settore H.R sono gli stessi che avete voi,.

E soprattutto, lavorare con la sorda ostilità di quelli del Personale è la via più sicura per ritardare o affossare il progetto.

Sperimentazioni

I settori non sono tutti uguali, e le attività interne sono  spesso eterogenee quanto a modi e strumenti. È ovvio che ci siano delle elite professionali (come IT) e che alcuni settori siano più predisposti di altri all’introduzione dei nuovi sistemi. Non mi aspetto che un’organizzazione agisca come un’unità compatta, ma che ci siamo alcuni pionieri che fanno da apripista. Grazie al lavoro di questi pionieri  l’organizzazione comincia ad “assaggiare” alcune sperimentazioni, che faranno da “motore” per il resto dell’organizzazione. il lavoro di progettazione è quindi sempre pulviscolare, e dobbiamo accettare questo livello della sfida.

È l’ambiente organizzativo che seleziona, quasi darwinianamente, i suoi “champions” i quali avranno l’ingrato compito di portare avanti, a volte in modo solitario, alcuni progetti. In genere il loro destino è di non essere capiti e poi, una volta che il progetto ha avuto successo, di non essere ricordati (Roby, spero che a te vada meglio eh…)

Il lavoro inoltre si sviluppa nel tempo, e quello che  nasce al tempo x si sviluppa in una nuova direzione al tempo y. Ecco perché i sistemi devono essere flessibili. Ecco perché dobbiamo stare sempre con le antenne bene alzate.

Comunità di pratica

Quali sono le comunità di pratica dell’organizzazione? Siamo passati da una visione “aziendo-centrica”, tipica dei primi sistemi, ad una “individuo-centrica”, tipica del 2.0. La realtà è più complicata e oggi si è capito che la conoscenza non sta, tanto e solo, nella testa delle persone ma nei gruppi professionali e nelle comunità di pratica alle quali la persona partecipa. In questo senso il lavoro prima che tecnologico, diventa etnografico.

Ci sarebbero altre dimensioni da considerare (la dimensione del gioco, il rapporto lettori-commentatori-produttori, il ponte tra servizi 1.0 e 2.0, il design, la raccolta contenuti, i sistemi incentivanti, ecc), ma questo post si è fatto veramente lungo.

Arrivederci al prossimo convengo…

:-)

Apr
11

Essere agili per tenersi in forma

Il tema della metodologia agile mi ha sempre affascinato (sarà perché non ne so quasi una mazza?), perché ho sempre avuto l’impressione che lasciasse trasparire qualcosa di importante, di fondamentale per la nostra vita di persone che lavorano. Ecco, ho pensato, un’altra cosa da smanettoni che getta luce su aspetti fondamentali del nostro modo di stare insieme nelle organizzazioni: partecipazione, co-prgettazione, governo a posteriori, sperimentazione.

Beh, insomma, ecco un articolo che parla dei vari modi di introdurre la metodologia agile nelle organizzazioni, basandosi sull’articolo originale di Mike Cohn.

Un tema tutto da approfondire per chi progetta tecnologie partecipative in azienda. Anche (e soprattutto) per i non informatici.

Apr
1

Il giusto contrasto

Sono iscritto alla newsletter di Webaccessibile, e ogni tanto esce qualcosa di carino. Questa volta vi segnalo il contrast analyzer, che non è un sistema per capire chi ha ragione in una discussione accesa, ma una simpatica applicazione per valutare il contrasto testo-sfondo nei siti.

Ciao ciao

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede