Del parlare di B per arrivare ad A

Nei miei abituali corsi di formazione gli argomenti “ufficiali” sono sempre gli stessi: intranet, usability, web writing, progettazione web efficace, presentazione efficace con le slide eccetera. Sono corsi pratici, molto orientati al “fare”; eppure in questi anni ho collezionato una serie di varianti e digressioni impressionanti.

Abbiamo parlato di Miles Davis, di Roland Barthes, del sillogismo di Aristotele, di Raymond Carver, di Platone, di Wittgenstein, di psicologia della Gestalt, di Comunità di pratica. Di semiotica, antropologia. giornalismo, post-fordismo, epistemologia, linguistica, strutturalismo, post strutturalismo. Eccetera.

In realtà faccio molta più filosofia ora di quanta ne praticassi in università, (per non parlare di Alcatraz). Perché avviene questo? E’ un patetico sfoggio di cultura o c’è dell’altro? E’ proprio necessario questo vasto repertorio di “eccedenze” rispetto all’argomento principale (per di più “pratico”)?

La formazione è un incontro tra persone. Anche quando tratta temi “pratici”. E in questo incontro ci mettiamo in gioco tutti. Quello che un adulto porta in un corso di formazione è sempre un insieme di problemi e di saperi che non possono essere lasciati fuori dall’aula di formazione. Le persone non sono una tabla rasa. O riusciamo ad integrare queste esperienze e domande con le nostre risposte e il nostro sapere o le persone non impareranno niente. Di niente. Di niente.

La formazione non è un rullo compressore che passa sopra le soggettività delle persone, non è un corpus “blindato” di pallottole di sapere che vengono sparate nella testa degli individui; è piuttosto un territorio di confine e funziona solo se riesce ad integrare il “repertorio” di ciascuno con i nuovi concetti. E questo repertorio lo dobbiamo avere, almeno in parte, frequentato. E comunque dobbiamo dargli voce e dignità, perché è il vero luogo dell’apprendimento.

Questo ha alcune conseguenze sulla nostra vita di docenti, conseguenze che vorrei provare ad elencare:

– La ricchezza dell’apprendimento dipende dalla ricchezza degli intrecci di sapere che si formano tra docente e allievi

– Per parlare in modo profondo di A dobbiamo avere nella nostra testa B, C, D ecc

– Quello che diciamo in aula è un centesimo di quello che potremmo dire

– Solo se abbiamo una buona preparazione teorica su quello che sta “intorno” ai nostri temi potremo rispondere in modo adeguato alle suggestioni che arrivano dagli altri.

– Nella formazione non esiste la frase: “questo non è in programma”

– Nessun formatore può sedersi sugli allori del proprio sapere

Solo se siamo consapevoli e attrezzati rispetto a questo insieme di conseguenze possiamo fare un buon lavoro. Per questo la formazione è una scommessa, e per questo è così divertente ed appassionante fare questo lavoro.