Gödel, guru suo malgrado

Ci sono alcuni oggetti culturali vivono alterne fortune nel corso del tempo. Contrariamente ad altre ben più stabili “icone” culturali (non a caso chiamate “classici”) essi oscillano nell’interesse del pubblico e talvolta fanno breccia, perché rappresentano, pur nella loro irriducibile specificità, potenti metafore del nostro tempo, del nostro ethos o del nostro “mondo della vita”. Fortunatamente questo potere evocativo degli oggetti culturali non è confinato al mondo dell’arte ma riguarda tutta la produzione umana: la scienza, la tecnica, la filosofia, la religione.

Vi ricordate i frattali, metafora dell’interconnessione del macro e del micro? E il principio di Heisemberg, da sempre legato, come immagine, all’intrusione dell’osservatore nell’oggetto osservato? Per non parlare delle varie teorie della complessità (ad esempio Morin) e delle implicazioni delle ricerche sulla termodinamica (Prigogine). Beh, ora è arrivato il momento del teorema di Gödel che, formulato negli anni ’30 e ristretto ad una piccola cerchia di specialisti di logica matematica, è esploso fino a diventare metafora pressoché di tutto. Sul simpatico blog dedicato alla curiosità scientifica ritrovo una segnalazione che volentieri richiamo, ovvero una dissertazione di Carlo Consoli dedicata proprio al famoso teorema di incompletezza.

Datosi che, circa 600 anni fa, la logica era la mia specializzazione accademica, lo riporto volentieri. Ciao