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Set
13

Voglio andare in Estonia

A vedere il futuro. Non ne sapevo nulla…

11 Commenti

  1. liseuse ha detto:

    Ti è scappata una “h” di troppo…

  2. utente anonimo ha detto:

    In estonia, ma anche in finlandia, svezia, norvegia, lettonia e lituania le giornate in inverno durano due ore. E il termometro scende a -40°C. E non risale al di sopra dello zero fino ad Aprile. E allora gli indigeni si attaccano alla bottiglia o a internet. Meglio Roma o, al limite, anche Ferrara.

    Le donne nordiche sono comunque bellissime. Ma le più belle sono in Italia. Quindi, a che pro partire?

  3. 02068449 ha detto:

    :-))

    Ho capito, ho capito…

    Però l’idea che la Pubblica Amministrazione (e relativa burocrazia) possa essere gestita online in maniera pressoché totale ammetterai che è una figata. E non è che fare la fila a Roma mi riempia di gioia, anche se c’è il sole.

    Poi, certo, c’è chi in coda riesce anche a fare conoscenza con le ragazze, ma non sono io. Oddio, potrei sempre provare a provare come diceva il De Gregori

  4. 02068449 ha detto:

    fichissimo l’articolo che hai segnalato!

    ciao

  5. utente anonimo ha detto:

    Sarà anche fichissimo, ma è preoccupante. Ai miei tempi si citava Huxley (credo) dicendo che chi sa fa, chi non sa e non sa fare insegna e chi non sa, non sa fare e non sa insegnare coordina. Oggi aggiungo che chi non sa, non sa fare, non sa insegnare e non sa coordinare offre consulenza.

    Chiunque abbia lavorato in aziende di certe dimensioni sa che le decisioni non si prendono né nelle sale riunioni, né alla macchinetta del caffé. Spesso si tratta di casi fortuiti, di cui poi, magari, il furbo di turno approfitta e si appropria.

    Adesso si parla di social network e si aprono blog a catena. Poco importa se sono poco più di salottini per il té delle cinque tra commarucce.

    Non parliamo dei soldi buttati, anche se qualcuno preferirebbe investiti, su assurdità come Second Life.

    Non c’è socialità senza spirito aziendale e questo va costruito dal basso perché non sono i pezzi grossi a far andare le aziende, anche se sono i primi, e non i soli, a cui piace pensarlo.

    Sono abbastanza vecchio per ricordarmi i tempi in cui lavorare in Olivetti era un’esperienza esaltante e si faceva la fila per un’affacciata allo CSELT; quando Pirelli aveva negozi in tutta Italia dove si vendevano canotti e gomme da bici, o quando gli operai alla linea 500 e 600 parlavano con orgoglio del loro lavoro. Niente blog, allora, ma esseri umani veri. Per la socialità in rete occorrono una società e beni collettivi in cui riconoscersi. Le abbiamo queste cose, oggi?

    Nessuno

  6. 02068449 ha detto:

    Forse ti dispiacerà, ma sono d’accordo su quasi tutto.

    Putroppo il declino dell’Italia industriale, compresi i casi esemplari che citavi, non l’ha deciso la blogosfera. I libri del sociologo Luciano Gallino, un vera voce fuori dal coro, raccontano bene questa penosa vicenda.

    Su blog e social network interni aspetterei a dare un giudizio: ci sono ancora troppo pochi casi e come avrai letto qua nel mio blog e là io resto su una linea curiosa e prudente, raccolgo casi, cerco di evidenziare i punti deboli e sono per un approccio sostenibile senza furori di nessun tipo.

    Però ci voglio almeno provare e sai perché? Perché oggi, volenti o nolenti, le nostre 500, le nostre 600, sono oggetti immateriali e la rete, con tutti i suoi limiti, permette a volte di far venire fuori i talenti e le idee, al di là dell orride strutture decisionali fatte da persone incompetenti o da cialtroni.

    Per me, come per altri, la rete è una boccata d’ossigeno proprio in questo senso, e una battaglia culturale all’interno delle organizzazioni.

    Ti ringrazio per quersto spunto su come si dovrebbe costruire la socialità: nel mio prossimo libro parlo (molto) anche di questo. Ti chiedo di avere pazienza per valutare alla fine, e mi farà piacere sentire le tue critiche.

    Consulenti scarsi, formatori scarsi, decisori scarsi, furbetti di turno ecc ne ho incontrati tanti anche io.

    Oggi sono consulente free lance: non vendo nulla se non la mia esperienza. Se non vado bene non mi richiamano. Se non mi richiamano non mangio. Certo, quesa non è certo una garanzia di qualità, ma è molto più difficile fari “i furbi” perché la aziende non regalano i soldi al primo arrivato, almeno non a me (ad altri si)

  7. utente anonimo ha detto:

    Adesso è giurisprudenza: parlare male dell’azienda per la quale si lavora può costituire giusta causa o giustificato motivo di licenziamento.

    Qualche anno fa, ma sembra un secolo, nell’azienda per cui lavoravo, appena privatizzata e subito massacrata da manager incapaci provenienti da aziende private ma “assistite”, il capace e brillante amministratore delegato chiamato a riparare i guasti e a dare nuovo impulso a una modernità di esempio per eccellenza ma in difficoltà, puntò sui gruppi e le liste di discussione. Gli ineffabili “colleghi” del personale, anziché favorire la partecipazione e individuare spunti utili per il miglioramento continuo di cui già si parlava, cominciarono a servirsi dei contributi dei volenterosi per affossarne le ambizioni, non necessariamente di carriera, e riaffermare priorità, domini e privilegi.

    Quella Intranet io avevo cotribuito a realizzarla, e vederla affossare nello spirito e negli obiettivi mi parve un vero delitto. Qualche tempo fu istituito un gruppo di governance (l’inglese andava già di moda, allora, soprattutto tra quelli che non ne mettevano tre parole in fila) di cui fui chiamato a far parte e, un dirigente intervenuto al primo incontro operativo, benché non invitato ed estraneo al gruppo, si fece latore di un messaggio inequivocabilmente chiaro: “la rete aziendale è una cosa troppo seria per queste stronzate”. Di lì a poco, la situazione precipitò e l’Intranet aziendale divenne riserva della comunicazione interna, del personale e dei consulenti. Sì, dei consulenti, malgrado la riservatezza necessaria a tutelare informazioni e dati personali che sull’Intranet transitavano. Non ho resistito e sono andato via, non senza essere prima minacciato da un poveretto del personale per le azioni che la mia improvvida decisione avrebbe spinto l’azienda ad assumere e le conseguenze che queste avrebbero potuto avere.

    Sono passati quasi sette anni e gli ex colleghi con cui sono ancora in contatto mi dicono che la situazione è cambiata, sì, ma decisamente in peggio.

    Ero andato via pensando che le cattive aziende facessero cattive le persone. Che sciocco: ho imparato dopo, a mie spese, che sono le cattive persone a fare le cattive aziende e che in questo paese, a dispetto di quanto ipocritamente continuiamo a raccontarci, di cattive persone ce n’è un’infinità in giro.

    Il successo delle iniziative di socialità in rete in Italia è destinato a restare minimo perché si punta solo a operazioni di grande impatto mediatico, roba che può affascinare la gente che non capisce, non conosce e non è interessata a capire e conoscere, ma solo a essere impressionata. Ecco perché, tra l’altro, si parla, e si parla solo, di Second Life da noi, mentre altrove stanno facendo di tutto per dimenticarsene. Ecco perché i nostri blogger aprono domini di secondo livello e non usano WordPress. Ecco perché i nostri blogger scrivono i loro post in Word, copiano e incollano senza preoccuparsi di cosa vada a finire nelle pagine o, peggio, nei feed. Ecco perché tanti, troppi blog, non solo italiani, contengono post chilometrici che non tolgono e non aggiungono niente a niente e perché uno come Grillo può avere successo: uno che nel 1998 prendeva i computer a martellate, che dà spazio alle allucinate farneticazioni sul progresso di un uomo disperato alla disperata ricerca di visibilità.

    Abbiate pazienza, la senilità incalza.

    Nessuno

  8. 02068449 ha detto:

    Grazie per questa bella testimonianza.

    Però il fatto che qualcuno si preoccupi di censurare e controllare dimostra proprio che questo terreno del web interno non è una “stronzata” da comari delle 5 del pomeriggio appunto, che può essere qualche cosa di diverso e che vale la pena fare battaglie su questo terreno.

    Magari proprio cercando di indirizzare le aziende non su second life, ma sul grande territorio fatto di persone che magari vorrebbero dire la loro. Questo dobbiamo fare

  9. utente anonimo ha detto:

    Caro Mason,

    lei trovò un’Intranet distribuita che era un esempio di crescita dal basso che favoriva la socialità, l’identità aziendale e la crescita professionale, tutte cose che privavano taluni squallidi personaggi dei loro orticelli.

    Si schierò contro, però, e lo fa ancora, contro questo modello, anche se replica quello dell’Internet, non solo per protocolli e linguaggi.

    Questi, peraltro, sono tuttora estranei ai più, pur essendo di una semplicità a volte disarmante tanto da essere alla portata di tutti, non solo nelle applicazioni, quanto anche nei principi fondanti.

    Oggi mi è giunta notizia di una ricerca di personale per un Second Life builder, per il quale si richiedono:

    – buone capacità di realizzazione di oggetti e strutture complesse, texturing di buon livello e terraforming, con almeno sei mesi di esperienza

    – capacità di utilizzo e personalizzazione degli script più comuni per il building

    – approfondita conoscenza di Second Life come resident

    – creatività, mentalità orientata al risultato e attitudine al lavoro di gruppo

    – formazione universitaria da architetto/industrial designer o cultura equivalente.

    Titolo preferenziale: conoscenza di LSL e capacità di organizzare e gestire eventi su Second Life.

    La conoscenza dell’inglese è “gradita”. È vero che, da un’indagine condotta di recente in Gran Bretagna, solo il 2% dei sudditi di sua maestà Liz, saprebbe chiedere dov’è il bagno in un’altra lingua, mentre il 40% sa come chiedere una birra in una mezza dozzina di lingue, ma dubito che su SL vi siano avatar alla ricerca della nota bevanda, da gustare, molto britannicamente, tiepida.

    La guerra è persa in partenza. Di battaglia se ne può vincere qualcuna, ma solo con il dirigente di turno che cerca un modo per differenziarsi.

    Nessuno

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede