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Set
13

Il blogging interno e la sfida delle parole

Il blog è un oggetto fatto per agevolare la scrittura. Ma la scrittura è sempre una sfida: richiede consapevolezza, pianificazione, rimuginio e disciplina. Memoria e sensibilità. Non è mai un atto puro e istintivo (posto che esistano atti puri e istintivi), ma sempre il frutto di un accordo magico e sempre stupefacente tra diverse parti della propria  mente, un atto di generosità verso se stessi prima che verso i propri lettori.

Questa premessa noiosa e inconcludente mi serviva solo per segnalarvi un breve post di Toby Ward che si chiede perché, in genere, gli impiegati ci pensino su due o tre volte prima di cominciare a scrivere sui blog che le aziende mettono a loro disposizione. Secondo Ward l’impedimento più forte è legato proprio alla sfida che la scrittura ci mette davanti, e le persone che lavorano hanno già un sacco di grane per doversi occupare anche di questo.

Per questo motivo, come ho detto più volte, l’apertura indiscriminata di un-blog-per-ogni-dipendente è sempre una scelta rischiosa, a meno che non siate un’azienda che riesce a tollerare i fallimenti o le cose riuscite a metà. Qualcuno aderirà perché la cosa lo stuzzica, qualcuno lo farà perché gli risolve dei problemi, ma la maggior parte non si metterà a scrivere così, perché il blog è facile da usare. Li capisco.

Che fare allora? Rinunciamo ai blog interni? Manco per sogno. Quello che a cui dobbiamo dire addio è solo al sogno che chiunque abbia qualcosa da dire e voglia farlo nei modi prescritti dai blog. In azienda ci sono molte situazioni in cui i blog possono venire in aiuto: condivisione dei progetti, aggiornamenti specialistici, news, richieste feed-back e così via. in questo caso la sfida della scrittura diventa la sfida stessa del lavoro, ed è un campo in cui è più difficile tirarsi indietro.

Se dovete progettare una strategia di uso dei blog, quindi, partire dai singole persone e da singoli problemi, non provate a sparare nel mucchio. Quattro o cinque blog che fanno bene il loro lavoro sono molto meglio di quattro o cinquecento che languono tristi e sconsolati come bottiglie sul piazzale una volta che il concerto è finito.

Un commento

  1. elena rapisardi ha detto:

    Non posso far altro che concordare con ciò che dici e dissentire sul fatto che la premessa fosse noiosa e inconcludente. Io l’ho trovata sentita e sincera.

    Scrivere non è semplice. Per alcuni commentare un articolo, un post, etc… insomma scrivere sul web tocca le corde dell’autostima, dell’esporsi, del dichiarare ciò che si è.
    Facebook fa eccezione, perché? Perché raramente lì vediamo pensieri e riflessioni vere. Ma solo un po’ di rumore di fondo.
    Ciò che dici vale anche per le redazioni di alcuni blog/siti che pensano di “fare community” scrivendo notizie un po’ prese a caso e chiedendo il parere degli utenti. Altro rumore di fondo.
    Credo che a volte sia meglio il silenzio. Il web richiede lavoro, idee e competenza. Insomma richiede che qualcuno abbia qualcosa da dire. E non sempre è così.
    Ad esempio il tuo articolo mi è piaciuto e quindi ogni tanto mi verrà voglia di leggere cosa scrivi. Questo è un risultato. Non ci vogliono grandi esperti per capirlo. Ci vuole un po’ di sano buon senso.

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede