Riflessioni pitagoriche

La musica è un insieme di vibrazioni. Non è solo metafora, ma una realtà fisica. Ogni nota è una vibrazione nell’aria ad una certa frequenza.

Ma questa vibrazione non si esaurisce qui. La vibrazione è, in realtà, la composizione di tante altre vibrazioni, secondo un rapporto matematico (ehi, non lo dico io, lo ha scoperto Fourier…)

Sto parlando della teoria degli ipertoni (comunemente detti “armonici”). Ogni nota, in realtà è la composizione di un insieme di frequenze, secondo un preciso rapporto matematico. Ecco perché se suono il SOL sul pianoforte, risuona contemporaneamente anche il SOL ad un’ottava più alta, poi il SI, il RE, ancora il SOL, poi il FA diesis…

Insomma, miscelate in maniera diversa ritroviamo, in quell’unico SOL, praticamente tutte le dodici note.

Questo, fenomeno, conosciuto già nell’antichità, aveva convito i pitagorici della presenza di un ordine matematico del mondo. I principali rapporti risonanza armonica, secondo la scala greca, erano 1- 2 – 3 – 4, ovvero 10, che divenne infatti il numero perfetto per i pitagorici.

Quando un suono è pieno si dice che “ha tanti armonici”, ovvero che in quell’unico suono sono contenute (ad ottave diverse e quindi ad un diverso livello di intensità, ovviamente) molte altre note. Tra l’altro questo è il motivo per il quale, nelle composizioni ecclesiastiche, ad esempio di Bach, i brani in minore finiscono comunque in maggiore: senza questo espediente l’eco della terza minore si sarebbe mescolato con l’eco armonico della terza maggiore della tonica, creando una dissonanza (o battimento).

Perché tutto questo pippone? Perché Ho sempre pensato alla teoria degli ipertoni come ad una efficace metafora, anche se non ho mai capito di che cosa.

Ancora oggi me lo chiedo, anche se qualche idea me la sono fatta. La teoria degli ipertoni (che più che una teoria è un fatto),scardina il principio base dell’aristocrazia: che la superiorità stia nella purezza. Purezza della razza, purezza dei costumi, purezza della casta, purezza dell’origine. Il principio della purezza è un principio sterile, e alcune riflessioni su questo tema le ritroviamo in un piccolo libricino di uno strano pensatore, che ha vissuto momenti migliori: Franco Berardi, che nel suo “Come si cura il nazi”, edito da Castelvecchi scrive a riguardo alcune pagine illuminanti. La vera ricchezza è mescolamento, e la purezza è un ideale malato, perverso.

Sarà per questo che casa mia è sempre così incasinata?