Litanie gaberiane

Certo. Il dolore. Certo. Gli altri. Il nostro essere qui. Il nostro esserci sempre. Che stanchezza

Quanto dolore potremo ancora sopportare prima che ci esploda in faccia, prima che tutto questo diventi esperienza nelle nostre ossa, nella nostra carne? Per quanto tempo potremo ancora ingannare noi stessi cedendo alle lusinghe della nostra riflessione presuntuosa impotente? Per quanto tempo potranno contare su di noi? Perché lo sanno che potranno contare di noi, perché gli altri sono importanti, sono troppo importanti, specchi deformanti, illusione, povero tribunale, dio minore nelle nostre vite. Enigma.

Noi che abbiamo letto libri quando avremmo dovuto leggere i volti, noi che abbiamo giocato a indovinello con i sentimenti degli altri, noi ottusi, incolti, analfabeti, che noi che abbiamo tentato strade nuove senza mai muoverci dal nostro posto, noi che abbiamo creduto senza sapere, attaccati alla speranza di riscattarci. Noi, senza un’appartenenza se non la nostra consapevolezza di essere soli, soli, soli, e di doverci cavare le nostre castagne dal fuoco, e andare avanti, noi che abbiamo creduto nell’onestà, noi disonesti, che abbiamo misurato attentamente le nostre pagliuzze e le nostre travi, che abbiamo imparato a produrre sogni misurati, a curare le smagliature nella nostra anima distratta senza mai farci distrarre da nulla. Noi che abbiamo cercato l’amore nei posti sbagliati, riusciremo a toglierci di dosso questo peso lasciando uscire questa cosa che abbiamo dentro e che per troppo tempo abbiamo insultato con le nostre ambizioni, questa cosa che reclama questa cosa che chiamiamo vita, e che non abbiamo mai osato sfidare? Noi non faremo nulla. Noi ameremo, e continueremo ad amare, senza sapere perché, ma questo non ci salverà.

Scusatemi. Oggi sono un po’ depresso.