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Giu
13

Del perché lo stile rivela. Riflessioni goffmaniane

In un vecchio saggio il sociologo Erving Goffman traduceva nella metafora della rappresentazione teatrale tutti gli scambi che avvengono quotidianamente tra esseri umani. Attori, scena, comparsa, inganno, dissimulazione, copione…La vita quotidiana come rappresentazione è un saggio magistrale, e un grande esempio di stile narrativo, raro nei testi di sociologia. Alla fine mi resta una domanda: cosa ci rivela più pienamente? Il nostro comportamento? Le nostre parole? Il nostro tentare di esprimerci entro gli angusti vincoli dei codici della nostra cultura? La nostra immediatezza?

Ma cos’è l’immediatezza? E’ forse il mio apparirti quì ed ora, di fronte a te, con le mie parole, la mia espressione? Le mie parole parlate sono forse più sincere, rivelano qualcosa di più su di me, quando le stesse parole possono essere vanificate da un gesto, dal rossore dalla mia faccia, dal mio abbassare gli occhi, da un comportamento non voluto? Dov’è la sincerità, dove la verità, dove lo “strato di roccia” a partire dal quale costruire le nostre forme di espressione?

Le mie parole possono dunque ingannare, io posso ingannare con le parole, così come posso farlo a maggior ragione con la mia scrittura. Una scrittura che nasconderebbe più di quanto riveli. Del resto, si sa, la scrittura, uccide il dialogo. Vanifica la memoria.

Ma la scrittura è veramente racchiudibile in questo orizzonte meramente privativo, possiamo solo definirla come un funambolico gioco di sdoppiamenti, di fraintendimenti, di false piste? La scrittura, con la sua solidità, con la sua totale esteriorità, con il suo permanere, con il suo porsi come atto totalmente intenzionale, premeditato, è dunque più ingannevole, ci maschera e ci dissimula ulteriormente attraverso l’ulteriore mediazione con il linguaggio?

O non è invece qualcosa che attinge direttamente alla nostra anima, senza la mediazione della scena pubblica goffmaniana? Del resto non era lo stesso Stanislawkij, non era Grotowski a considerare il comportamento quotidiano come una mera maschera, una sovrastruttura, che solo l’arte del teatro poteva paradossalmente liberare, facendoci ritrovare la nostra autenticità?

La scrittura, in realtà, non nasconde più di quanto riveli. E non è rivelatrice in virtù di una supporta ”intimità” con se stessi. Anzi, lo è proprio in quanto nello scrivere ci poniamo di fronte a noi stessi, usciamo da noi stessi in uno sdoppiamento, in una proiezione solida, tangibile. E questo sdoppiamento in cui ritroviamo noi stessi si chiama stile. Ovvero qualcosa che non potremo completamente dominare, anzi qualcosa che ci domina costantemente, il codice segreto di noi stessi.

Cesare Pavese, nel “Mestiere di vivere” diceva “Che noi conosciamo uno stile, vuol dire che ci siamo resa nota una parte del nostro mistero,. E che ci siamo vietati di scrivere d’or dinnanzi in questo stile. Verrà il giorno in cui avremo portato alla luce tutto il nostro mistero e allora non sapremo più scrivere, cioè inventare uno stile”.

9 Commenti

  1. tolli ha detto:

    Bellissima questa riflessione sullo stile che ci domina ed è il codice segreto di noi stessi. Grazie.

  2. utente anonimo ha detto:

    Argomento molto interessante e -per quanto mi riguarda da vicino- affascinante e controverso.

    Trovo che la bellezza della questione filosofica, stia proprio tutta lì, in quella “controversia” che attanaglia e fa sentire vivi al tempo stesso.

    -IntraNetman-

  3. sphera ha detto:

    Il bambino di seconda elementare che scrive un pensierino su “le cose che mi piacciono di più”, il camionista ignoto che si è preso la briga nottetempo di scrivere una frase sulla parete del bagno dell’autogrill, la vicina di casa settantenne che ogni settimana scrive in perfetto corsivo inglese una lettera all’amministratore per fargli presente qualcosa che non va, per loro quanto è importante lo stile? E quanto corrisponde al loro proprio codice segreto?

  4. 02068449 ha detto:

    ciascuno di loro, appunto, si affida a qualcosa di totalmente altro: si mette nelle mani del linguaggio, lasciandosene trasportare. Non lo domina più di quanto ne sia dominato. Ed in questo si svela…Diciamo che il loro stile è importante più per noi, che per loro. Grazie sphera, per il contrappunto…

  5. utente anonimo ha detto:

    Sono molto d’accordo, almeno fino a un certo punto: la scrittura, nei suoi spazi di non detto, nel suo affermare negando (e viceversa), nella intricata trama dei sentieri del senso, rivela molto, molto di più di quanto nasconda. Si potrebbe arrivare ad affermare, e alcuni lo fanno, che non c’è realtà (verità) se non nella menzogna della scrittura.

    La chiave di questo miracolo è lo stile. Si potrebbe tagliar corto sulle impegnative definizioni di cosa sia lo stile e riconoscere che proprio nell’ “artificio” della scrittura si apre lo spazio (sconfinato) della sua possibilità espressiva e comunicativa.

    Il punto sul quale non sono d’accordo, o sul quale bisognerebbe discutere, è appunto questo: la presunta “naturalità” dello stile, che verrebbe da solo, appunto per natura, a determinare le direzioni e gli spazi di senso della scrittura.

    Certo, credo che a un livello molto profondo questo pure accada. La parola e l’inconscio abitano dalla notte dei tempi la stessa casa. Ma lo stile….è un’infinita complessa rete di mediazioni (culturali) in cui la consapevolezza, e quindi la sapienza nel sapersi giocare fino all’ultimo le carte dell’artificio e della dissimulazione, contano molto, quasi tutto forse.

    Il post del camionista sulla porta della toilette dell’autogrill “dice di più” (più di un reperto sociologicamente o antropologicamente interessante), se quel “camionista” giocherà col suo lettore in uno spazio comunicativo in cui la finzione, e la consapevolezza di essa, apriranno gli scenari e i mondi possibili che sono propri della scrittura (e secondo me anche della vita).

    alix

  6. 02068449 ha detto:

    grazie alix delle tue acute riflessioni. Sullo stile: è il frutto di infinite mediazioni, giusto. E infatti moltissimi sono gli stili, come moltissimi sono i caratteri. Quando uno stile è “svelato” diventa macchina, ed è possibile, ad esempio, farne una parodia. In questo lo stile scade a “maniera” e dioventa perciò anonimo e impersonale (nasconde…)

    ciao

  7. Error ha detto:

    Forse la cosa che mi rivela di piu sono i miei desideri, perché attraverso questi io so chi sono.

  8. Error ha detto:

    messaggio n. 2 …ma se vogliamo andare ancora piu a fondo della questione, forse la cosa che ci accomuna tutti è che vogliamo capire. vogliamo sapere che c stiamo a fare qui, e per questo viaggiamo, comunichiamo con l’altro.

  9. Error ha detto:

    messaggio n. 3 nell’immediatezza forse c’è solo uno sprazzo di verità, la quale risiede in fondo al cuore, nell’animo. Non conosco persona, anche la piu avida, che non soffra perché non può sapere cosa c’è dopo.
    cmq è anche vero che piu delle parole è la vista ad ingannare. siamo circondati da immagini attraenti e seducenti, questa è l’epoca della comunicazione sì, ma senza video tutto passa in secondo piano, diventa una corrente sotterranea a cui nessuno da il giusto peso. Gli occhi ingannano. “non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. nello scrivere accade di togliersi volontariamente la capacità di poter vedere, perché si guarda attraverso altri sensi.. sensi ai quali non è ancora stato dato un nome. E’ come se diventassimo delle piccole divinità capaci di comunicare con l’Infinito… porsi in una condizione in cui normalmente non ci troviamo, presi appunto dalla valanga di imput che ci arrivano. Ho conosciuto due non vedenti ieri, sono i miei insegnanti di Esperanto. Hanno “visto” tutto il mondo, erano piu forti, piu sapienti, piu autosufficienti di me. L’Esperanto è una lingua artificiale, creata dall’uomo per affrontare il problema della diseguaglianza e prova del fatto che gli uomini vogliono sentirsi prima di tutto uomini e poi figli di una nazione. La lingua è qualcosa di vivo, in essa è radicata una cultura. Eppure esiste l’Esperanto che è invece una lingua neutrale perché è talmente razionale che io posso trasferire in questa il mio modo di essere (italiano, francese ecc..)applicando delle semplicissime regole grammaticali. C’è dunque in questa lingua, la volontà di scavalcare le sottigliezze, le sfumature che rendono così complicato l’apprendimento di una lingua straniera. Forse riportando questo al discorso sullo stile, si può dire che è vero che esistono miliardi di stili diversi poiché oltre che tra di noi, anche in ognuno di noi, convivono stili diversi, ma se c’è chi parla una lingua per la speranza di un’uguaglianza perchè si sente fratello del mondo.. forse si può cercare anche nelle parole un fondo di verità. Smascherare la vita, ricordarle che ci ha messi tutti nella popò ma allo stesso tempo amarla.. e non riuscire a farne senza. Non so magari sono tutte cazzate, però è quello che mi sentivo di dire. sciaooo

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede