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Feb
1

La vita senza istruzioni

Uno strano e interessante articolo sull’uso creativo e divergente di cose (e idee) da parte dei non addetti ai lavori. Spesso, per non dire sempre, gli usi reali sono molto diversi dagli usi progettati. L’articolo non ha uno scopo preciso, se non quello di invitarci a qualche morbida riflessione, o alla formulazione di un qualche abbozzo di domanda. Che in effetti mi viene.

Se guardo la mia vita, la tua vita, (e la guardo ogni giorno più faticosamente).
Nessuno ci ha spiegato come dovevamo vivere, il progettista ha lasciato istruzioni vaghe ed enigmatiche. E noi abbiamo provato ad interpretare, ci siamo arrabattati, abbiamo chiesto consigli, abbiamo riflettuto e ci siamo ingegnati a dare un senso a questa cosa che avevamo davanti. Ma più ci coinvolgevamo più capivamo che era una battaglia persa.

E questa indeterminatezza ci ha spaventato, in questo camminare nell’ombra ci siamo feriti. Ma alla fine sarà questo ciò che ricorderemo: le cose che abbiamo dovuto affrontare come enigmi, come strani e bitorzoluti eventi senza eleganza. Eventi.

Le cose di cui facciamo esperienza sono le cose che ancora non capiamo e forse la funzione del ricordo, il suo scopo più alto, è quello di permetterci di ricostruire, a posteriori, un senso, di dare un colore alle ambigue mezzetinte del quotidiano. Narrazioni, storie con cui ci curiamo, in cui ci culliamo. E che non bastano mai.

Ma forse il progettista è contento così. In fondo a chi verrebbe voglia di stare in un parco giochi di cui conosce tutti i trucchi? Un vaso è un vaso finché non diventa qualcosa d’altro. Quando ci saremo trasformati in utenti esperti, quando le istruzioni ci saranno finalmente chiare e  sapremo maneggiare questa sostanza senza forma, ecco allora saremo finalmente degli intenditori, ma forse non ci sarà più alcuna “user experience”.

In fondo la saggezza è il confine dell’esperienza e la vera domanda è quanta esperienza possiamo ancora permetterci prima di trasformarci tutti definitivamente in persone sagge.

Spero che niente, alla fine, si realizzi. Perché solo così potrà, forse, realizzarsi tutto.

Ott
30

Filosofia del linguaggio per tutti

Ribadisco che i siti delle università sono una miniera d’oro, anche se a volte in modo involontario. Per la serie “pillole di filosofia del lunguaggio” andatevi a scaricare i materiali didattici prodotti da Massimiliano Carrara, dell’università di Venezia.

Potrete soddisfare alcune morbose curiosità sulla filosofia del linguaggio, ad esempio la teoria dei designatori rigidi di Kripke,  la teoria della conversazione di Grice, e la conseguente nozione di implicatura conversazionale, la critica del descrittivismo, il principio di composizionalità del valore di verità degli enunciati, la semantica di Frege, leteorie della metafora., le condizioni di verità degli enunciati.

Alcuni sono doc, altri PDF.

Buona lettura.

Giu
10

Derrida, la scrittura e molto altro

Vi segnalo l’audio di una conferenza di Silvano Petrosino su Derrida e la scrittura. La chiarezza, la lucidità e la leggerezza con le quali Petrosino affronta i temi dell’esperienza del linguaggio, della scrittura, del nostro rapporto con la Storia, con i segni, con la comunicazione secondo Derrida valgono i 55 minuti di intervento.

Chi non conosce Heidegger e Derrida troverà molti motivi per legggerli. Chi invece ha già letto Derrida ma ha trovato che qualcosa “non gli tornava” avrà modo di chiarirsi molti dubbi.

Ah, che invidia per quegli studenti nella saletta del Dipartimento di Filosofia a Milano (saletta che anche io frequentai all’epoca). Buon ascolto.

Apr
14

Abbandonare l’esistenza per vivere

Il concetto di “esistenza” ha per troppo tempo riempito le nostre bocche e le nostre menti. Ossessionati dall’assenza di fondamento nel quale ci rimanda continuamente il nostro esser-gettati, angosciati dall’orizzonte indefinito a cui ci rimanda il nostro continuo essere-progettuale ci siamo progressivamente dimenticati di quello che sta nel mezzo. La vita stessa.

Poco alla volta la nozione di esistenza, e le sue conseguenze operative, ha oscurato quella di vita; troppo vile, quest’ultima, per essere oggetto di una qualche aspirazione “alta”,  troppo scandalosa nella sua eccessiva nudità, imbarazzante nel suo essere continuamente fuori posto, ingombrante nella sua semplice-presenza.

La lotta per esisitere è diventata una paradossale lotta contro la vita stessa, la nostra ricerca di senso è diventata un sistematico oblio e il viaggio verso la libertà un viagigo per allontanarci da noi stessi. Molta filosofia dell’esistenza è figlia di un inespresso (inesprimibile) desisderio di appropriazione. Una pulsione che condivide con molte altre folosofie, e che alla fine ci lascia stremati.

Ma oggi i figli di questa grandiosa ricerca ci chiedono il conto: lo chiedono al nostro corpo dimenticato, alla nostra attenzione ossessiva, alla nostra mente affollata, alle nostre emozioni controllate, alla nostra impronunciabile paura della morte.

Il grande pregio della filosofia orientale è di non essersi mai dimenticata della vita. E questo è, forse, uno dei motivi per cui oggi ci attrae molto più di ieri ed è oggetto di una riscoperta che ha più l’aria di un ritorno.

Su questo tema vi segnalo un bellissimo video di Ryosuke Ohashi sul confronto tra Heidegger e il buddismo. L’occasione è la discussione della nozione heideggeriana di “Gelassenheit” (abbandono). Il contesto è quello dele bellissime conferenze organizzate ad Asia.

Ecco il video.

Gen
25

Fare del bene e farsi del male

Dunque, parliamo del bene e del male. O meglio, parliamo bel buono e del cattivo. Siamo tutti d’accordo che il bene è buono e il male è cattivo, e che dovremmo desiderare il bene e respingere il male. E che dovremmo essere buoni e non essere cattivi, e che dovremmo coltivare la nostra parte buona e fare appassire la nostra parte cattiva.Ma non è così semplice.

In un recente film di Lars von Trier, “Il grande capo“, un manager di una società informatica inventa un personaggio fittizio al quale vengono attribuite le decisioni scomode dell’azienda. Fusioni, licenziamenti, cambiamenti organizzativi, nuove regole e divieti vengono fatti cadere sulle spalle di questa figura fittizia. In questo modo il vero artefice delle decisioni può conservare, agli occhi degli altri, la sua immagine di bonaccione

Il tema non è nuovo in Lars von Trier: se ci pensiamo, anche Dogville era costruito intorno a questo meccanismo. Una ragazza vuole sfuggire al suo destino (e a suo padre) e subisce le peggiori vessazioni pur di conservare la sua immagine buona. Fino a che è, dopo avere conosciuto la cattiveria degli altri, è costretta a chiamare in soccorso suo padre (o la sua parte cattiva) per fare giustizia.

Lars von Trier non è ovviamente l’unico ad aver affrontato il tema del bene e del male, della lotta contro la propria ambivalenza per scacciare le parti inaccettabili di sé e proiettarle su qualcun altro. In ambito letterario l’antecedente più vicino che conosco è certamente “L’anima buona di Sezuan” di Bertold Brecht. Anche in quel caso una brava ragazza deve inventare la figura di un fratello cattivo per potere farsi pagare dei creditori e non finire in miseria.

Il messaggio di Brecht era politico; nel capitalismo la bontà pura non può esistere: dobbiamo corromperci per sopravvivere e le “anime belle” sono destinate a soccombere. Ma a me non interessa questo aspetto, quanto il fatto psicologico legato alle “buone” immagini di sé.

In fondo tutti queti esempi ci dicono che la bontà “pura” è, alla fine, una posizione perversa, malata, non rispettosa della realtà. E ci dicono anche che la vera bontà, come posizione, è destinata necessariamente a compromettersi. Qualcuno ricorda “Le mani sporche” di Sartre?

Non possiamo piacere a tutti, non dobbiamo piacere a tutti: se desideriamo questo siamo necessariamente destinati all’astrattezza, alla solitudine e alla schizofrenia (e, alla fin fine, anche al disprezzo degli altri).

La bontà è una posizione che assume dialetticamente su di sé ampie dosi di crudeltà e anche Proust rievoca, in qualche punto della sua opera (quale? Vattelapesca) , una persona, una governante credo, la cui bontà era segnalata proprio dal suo fare rozzo e sbrigativo.

Credo che faremo tutti un passo in avanti, come persone, se saremo in grado di vedere noi stessi e la nostra realtà come un grande gioco che mescola cose buone nelle cose cattive e viceversa.

E diventeremo grandi solo se saremo in grado di accettare su noi stessi il male che gli altri, necessariamente, ci attribuiranno.

Gen
17

Il vissuto di Alfredo

Alfredo Civita è stato mio professore all’università e mio correlatore della tesi di laurea. All’epoca, dopo la discussione,  mi disse: “si faccia vedere in dipartimento che magari proviamo a lavorare un po’ assieme su questi temi”.

Non ci sono mai andato: avevo troppo da fare come operatore di call center e non avevo una lira.

Pazienza: acqua passata. Ma mi è dispiaciuto soprattutto perché era una delle poche persone pulite lì dentro, se capite che cosa voglio dire…

Scopro ora che un suo libro (“La filosofia del vissuto”) è disponibile da scaricare in PDF e ve o segnalo.

Ciao Alfredo, che certamente nun te ricordi…:-)

Gen
17

Sconclusiontato post su dati, informazioni e conoscenza

“Nessun dato è completamente certo, e si può sostenere che non ci siano dati davvero indipendenti dalla teoria. Nonostante questo, il requisito fondamentale per l’uso scientifico di qualsiasi dato non è che esso debba essere assolutamente certo e indipendente dalla teoria, ma solo che sia più affidabile della teoria che serve a confermare o confutrare”

Questa bella citazione è tratta Dan Sperber, uno dei più eccentrici, originali e “scomodi” antropologi contemporanei (se volete approfondire il suo pensiero….)

In realtà questa citazione mi interessa meno per la sua specifica posizione riguardo ai fatti scientifici che per  le indicazioni che sembra lasciare intravedere rispetto al lavoro di chi manegga le informazioni e il sapere (giornalisti, insegnanti, intranet manager, professionisti che fanno il Powerpoint, eccetera eccetera.

Personalmente ho sempre pensato e agito con la piena consapevolezza che “i fatti puri” non esistono (in buona compagnia peraltro). Tuttavia molti di noi lavorano quotidianamente con le “informazioni”, o perché le trasmettono, o perché le ricevono, o perché le elaborano. Lavoriamo con le informazioni e spesso non ci facciamo domande rispetto al loro statuto, e tantomeno rispetto al loro rapporto con la conoscenza in generale. Non abbiamo tempo, e queste sono pippe da filosofi.

E’ tutto vero, ma dovremmo essere almeno un po’ coscienti che l’informazone, ovvero l’ogggetto (inindagato) con cui abbiamo a che fare non è mai un “dato”, ma una sua opportuna rielaboraizone. Ci tengo a precisare che “rielaborazione” non vuol dire “manipolazione” : rielaboro i dati anche quando faccio “l’informazione all’inglese”, obbedendo ad un gioco linguistico che mi dice: “dividi i fatti dalle interpretazioni”.

Purtroppo è lo statuto di “fatto” ad essere ambiguo (basterebbe la semplice constatazione che usiamo un linguaggio per descriverlo e qui casca molto più di un asino). Insomma, la nozione di informazione eredita questa ambiguità di conseguenza. Insomma il discorso è molto lungo.

E pensate che questo è l’aspetto più semplice della questione: perché è vero che le informazioni, in tutta la loro intrinseca ambiguità, non fanno ancora “conoscenza”. Purtroppo la conoscenza richiede una ulteriore integrazione nella nostra testa delle informazioni (integrazione fatta di filtri, traduzioni, rielaborazioni,  eccetera).

Alla fine di questo percorso possiamo dirre di avere una “conoscenza”. Ma non è finita: questa è ancora davanti a noi. CI guarda, la nostra conoscenza, come un oggetto esterno e alieno e noi ci rapportiamo a lei, la utilizziamo come un attrezzo.

E volte capita che la nostra conoscenza non stia più davanti a noi. Non riusciamo più a vederla perché si è messa dietro di noi e in qualche modo si confonde con la nostra ombra, si mescola con la nostra anima.

Quando questo succede abbiamo acquisito un po’ di saggezza.

Gen
6

La verità inabitabile

Variazioni sulla depressione (mettetevi comodi che è lunga)

Per il buon Heidegger, come noto, il nostro rapporto primario con il mondo è innanzitutto pratico: noi siamo gettati-nel-mondo, e il rapporto di utilizzabilità è quello che principalmente caratterizza il nostro vivere quotidiano, il nostro entrare in contatto con le cose. Solo in seguito a qualche tipo evento questo rapporto diventa teoretico.

La conoscenza, la consapevolezza dunque, sono un precipitato, una conseguenza di un momento di rottura del nostro abituale tran tran quotidiano (l’ultimo link è assurdo, lo so…)

E quali sono questi momenti di rottura? Potremmo decidere anche noi di chiamarli, seguendo l’altisonante linguaggio di Heidegger, Essere-per-la-morte, oppure potremmo accontentarci di chiamarli con un nome più popolare e prosaico: depressione.

Da che io mi ricordi sono sempre stato depresso. Per la maggior parte del tempo questa era semplicemente una condizione che vincolava e determinava i miei comportamenti; in altri periodi della mia vita è stata anche oggetto di una qualche riflessione. Anche oggi sono depresso, e anche oggi non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo, al di là dell’innegabile sofferenza di questo stato, al di là di questa mia innegabile sofferenza, senta una sorta di maggior consapevolezza delle cose. E’ come se il dolore potesse veramente, come voleva Heidegger, fare acquisire un certo spessore, una certa acutezza di sguardo, una capacità di guardare la nudità delle cose

Distacco. Un distacco non privo di sofferenza, certo, ma anche pieno di conseguenze. Come se potessi finalmente fare spazio al Mondo, del quale fino ad un momento prima ero semplicemente parte. Se sei parte del mondo non lo puoi contemplare: puoi solo accontentarti di viverlo.

Io e il mio amico, all’epoca,lo chiamavamo “il premio per essere depressi”. Figuriamoci. Filosofico cinismo di giovani depressi (ad ogni modo mi rincuora il fatto di non aver trovato su Google nessun riferimento per la frase “premio per essere depressi”.)

Lo psichiatra Eugenio Borgna, in un attacco di heidegggerismo acuto, sembra confermare in parte questa mia esperienza quando scrive, in un suo saggio: “Non si può non risottolinare drasticamente come l’esperienza malinconica non sempre spiana e svuota, prosciuga e inibisce, l’interiorità e l’immaginazione; ma, anzi, talora agisce come una dolorosa frustata sulla vita emozionale […] la sofferenza che scaturisce dal vissuto della malattia, dilata vertiginosamente la profondità degli abissi che si aprono nella conoscenza della propria soggettività e della propria esistenza”.

Amen.

Dall’altra parte Dostoevskij (credo ne “I demoni”), con il suo consueto acume nel mettere a nudo l’anima degli uomini, diceva che la depressione dona solo un’illusione di profondità, che avvolge in modo temporaneo le persone superficiali facendo loro credere di avere conquistato un nuovo livello di consapevolezza che sparirà in breve tempo. Illusi.

E credo che anche Thomas Mann, da parte sua, prenda un po’ in giro in nostro Heidegger quando, nella Montagna incantata, mostra un paziente al quale restano pochi giorni di vita che se la spassa allegramente come se niente fosse. Altro che Essere-per-la-morte: la consapevolezza non è sempre sopportabile e l’autenticità non è certo una condizione paradisiaca.

E allora chi ha ragione? Borgna e Heidegger o Dostoevskij e Thomas Mann? Beh, io propenderei per i primi, anche se molto spesso credo di aver agito come il personaggio di Dostoevskij. Ma forse penso questo perché oggi sono depresso.

Perché siamo depressi? Un tempo credevo si saperlo, oggi non ne sono più così sicuro. Certo, posso dire che sono depresso perché mi sento solo, il mio passato mi perseguita, mi sento inadeguato e tutti sono migliori di me, le cose hanno perso il loro senso abituale, ho la chiara consapevolezza che non riuscirò mai ad essere felice, oppure ho un livello basso di serotonina.

Ma allo stesso modo potrei dire che sono depresso e quindi mi sento solo, il mio passato mi perseguita, eccetera. A dire il vero potrei anche dire che sono depresso in quanto mi sento solo, ecc.

In ciascuno di questi casi, il fatto che abbia senso considerare queste ragioni indifferentemente come cause, effetti, o espressioni della depressione mi dice solo che queste ragioni non hanno alcun valore esplicativo.

Ma oggi non mi interessano le cause della depressione ma i suoi effetti; non mi importa del suo contenuto, che conosco così bene, ma, per così dire, della sua forma.

Sartre considerava l’angoscia come il sentimento che si accompagna al senso della propria libertà, e la nausea come il sentimento che si accompagna al senso della propria contingenza. La depressione, forse, è il sentimento che si accompagna al nostro temporaneo distacco dal mondo.

Il sentimento della contemplazione.

Platone non aveva un termine che equivalesse al nostro “depressione”, e neanche Kant o Husserl, ma tutti, a modo loro, si sono occupati di come arrivare a contemplare la verità, di come coglierla e di quali effetti produca. Credo però che nessuno di loro si sia mai preoccupato di dirci quale dovrebbe essere il sentimento che si accompagna a questo “coglimento” .E temo proprio che questo sentimento sia la depressione. Ora che ci penso, credo proprio che una buona metà della filosofia occidentale sia figlia della depressione. Perché non ci ho mai pensato prima?

Capito Husserl? Per fare l’epoché fenomenologica dobbiamo essere depressi, se no non viene tanto bene.

Capito Kant? Per contemplare in maniera disinteressata la bellezza dobbiamo essere depressi, se no essa sarà solo una “misera” promessa di felicità.

Capito Platone? (che per la cronaca scriveva cose come questa)? Per voltarci dalla caverna e guardare il sole della verità dobbiamo essere de-pres-si, perché a nessuno verrebbe mai in mente di imbarcarsi in una “seconda navigazone” se è già felice nella prima.

Perché non me lo avete detto? Avrei voluto poter scegliere.

La depressione può diventare cronica, come sappiamo; in quel caso diventa una patologia seria. Il che è come dire che non possiamo restare troppo fuori dal Mondo, che non possiamo distanziarci a contemplare le essenze troppo a lungo.

Le essenze non amano essere contemplate per troppo tempo e ciascuno di noi di noi è destinato ad assorbirne solo una piccola dose, in particolari momenti.

Quello della verità, forse, è veramente un mondo inabitabile.

p.s Confesso di aver scritto questo post anche pensando a Clelia, mia assidua lettrice che deludo costantemente riservandole in genere, ahimé, solo verbose pippe sulla intranet.

Giu
21

In margine a Foucault

“La scena è in Polonia, vale a dire dappertutto”.
Un inizio che è già di per se un saggio. E’ una tante perle che si possono trovare negli scritti letterari di Foucalult. Qualcuno di noi, incline più di altri a facili quanto furvianti analogie, potrebbe trovare in questo potente inizio qualche eco dello stesso web. E sbaglierebbe.

Perché, a dispetto della sua fisicità distribuità e della sua innegabile caratterizzazione topologica, (come ci spiega magistralmente Bolter ma anche, più modestamente, Ugo Volli) la Rete, oggi si pone esattamente agli antipodi di questa, soltanto abbozzata, atopia foucoultiana.

Perché la rete sarebbe così lontana dalla Polonia evocata da Foaucault? Non è forse, la Rete, dappertutto? E’ vero, la Rete è dappertutto, ma questa sua onnipresenza, quant’anche virtuale, non le impedisce di essere “luogo” prima di “spazio”, laddove la Polonia letteraria di Foucault è è, piuttosto, mero spazio senza luogo.

Non è un gioco di parole: è la stessa differenza che passa tra la hall di un aeroporto, mero spazio nel quale nessuno può sentisi a casa, e un qualsiasi angolo di Venezia (Venezia, dove ogni luogo ha un nome preciso che lo caratterizza: calli, corti ecc), nel quale ogni punto è Storia che risuona nel nostro sguardo.

La scena è il web, vale a dire un luogo preciso.

Questa determinatezza, questa collocazione in una dimensione che sociologicamente potrebbe essere definita con precisione (la Rete è, innanzitutto, il “Discorso di accompagnamento” della rete sul piano della discorsività collettiva, come spiega egregiamente Pier Cesare Rivoltella in un suo saggio), questa precisione non ha nulla a che vedere con la spazialità. E come se la spazialità, la spazialità geometrica e la spazialità della nostra percezione fosse messa fuori gioco. E allora che cosa fonda il “luogo”, questo luogo così preciso che non potremmo mai confonderlo con altri (non disturbarmi, sono in rete…é una cosa che ho trovato in rete…)?

La rete è innanzitutto uno scenario d’azione, ed è questa azione che fonda questo luogo inconfondibile. Una spazialità “contestuale”, legata alla nostra presenza attiva. Ineludibile. Reale. Questo “esserci” continuo, questa inclusione necessaria del soggetto fonda questo luogo senza spazio che è la Rete, che siamo tutti noi.

In realtà volevo parlare della nozione di “autore”, ma mi è scappato questo, Va beh, sarà per la prossima volta…:-)

Feb
17

La vanità di spiegare

Una bella riflessione di Antonio Spadaro sulla letteratura italiana di oggi, pubblicata su Asterione (come l’ho scovato? Vattelapesca). Ma soprattutto un interrogativo, che è anche un mio interrogativo: che statuto hanno le storie?

Le nostre storie, le nostre narrazioni, sono forse una gratuita, necessaria e forzosa introduzione di senso nella Storia, quella storia che non ha  di per sé alcun senso, sono solo l’espressione della nostra “vanità di spiegare” (TondelIi) o sono invece la rappresentazioni più viva, forse l’unica rappresentazione possibile di una verità per altri versi inattingibile?

Illusione, vanità, hybris, o estremo limite della nostra esperienza? Spadaro cerca freschezza e innocenza, e io vedo in questa freschezza la stessa materia di cui parlava Calvino quando, a proposito di leggerezza diceva, se non ricordo male, che “è quella disposizione d’animo che dissolve il dramma del Mondo in malinconia e ironia”. Una freschezza che oggi fatichiamo a ritrovare. L’articolo è qui.

Gen
20

La seconda persona singolare è demodé

copertina Lingua italiana e mass mediaOk, proseguiamo questa serie di post marcatamente autoreferenziali (dovete avere pazienza: è un periodo un po’ particolare per me e il fatto di essere da 20 giorni fuori dalla mia vecchia azienda-alcatraz mi agita più del previsto…).

Leggo il bel libro, curato da Ilaria Bonomi e da altri, sugli usi e le variazioni della lingua italiana nei diversi media. Utile, interessante e scientifico (sono convinto che possiamo apprendere molto dai linguisti, non tanto nel merito delle singole analisi, quanto per il ricchissimo e collaudato apparato metodologico che hanno a disposizione, beati loro…).

Beh, insomma, arrivato alla parte “Lingua e web” ti becco, nero su bianco, l’analisi di una mia frase scritta in un articolo pubblicato sul sito di Luisa. Sono saltato dalla sedia. Quella frase l’avevo scritta di getto, l’avevo riletta e via, pubblicata. E ora viene sezionata e attentamente analizzata (peraltro in maniera impeccabile, mi sembra). Quando accade in Rete non fa lo stesso effetto. Che è successo? Credo che questo sia un esempio perfetto del noto congelamento sartriano della soggettività. Brrrr.

Voglio dire: questo mi fa capire come, quando si parla di stile, si affronta una delle cose a noi più prossime. Lo stile è veramente una cosa che appartiene a noi, che è noi: è espressione, e non mera conseguenza, di quello che sentiamo di essere. A rigore, non è una cosa che usiamo, ma dalla quale siamo usati, se mi permettete il gioco di parole.
E’ una dimensione, insomma, che mal si presta ad essere oggettivata e sezionata. Al pari del nostro corpo, che è innanzitutto corpo visstuto e solo ad uno “sguardo secondo” diviene corpo-oggetto-di-scienza.

Uno stile oggettivato, ovvero un insieme di regole totalmente esplicito, trasparente e manipolabile, che ci guardasse e stesse totalmente al di fuori di noi (mi sembra lo scrivesse Pavese) sarebbe insomma la morte dello stile, perché significherebbe la trasformazione di una cosa viva in una morta. Ed è per questo che lo stile rivela noi stessi al di là delle nostre – limitate – intenzioni. Ed è per questo che lo stile può essere studiato con profitto da altri.

Per la cronaca sembra che abbia usato una costruzione che andava qualche decennio fa.
Parola di linguista.

Nov
18

Del perché la filosofia aiuterà i parrucchieri

Quando ero giovane facevo spesso l’autostop. In realtà, meno per un incontenibile spirito di emulazione kerouachiana che per risolvere il più prosaico problema di spostarmi dalla periferia del nulla, nella quale vivevo, verso il centro del nulla, nel quale mi toccava andare.
Non era troppo difficile: in quel lembo di frettolosa, malinconica e cementata Padania c’era sempre qualche camionista con l’animo da gentiluomo, o qualche gentiluomo con l’animo da camionista, disposto a dare una mano a un ragazzotto magro e un po’ sgarrupato; una figura, la mia, forse un po’ patetica, sicuramente inoffensiva.
E poi c’era sempre la promessa di una qualche forma di conversazione, per quanto ciò fosse possibile in tali condizioni.

Una volta venni raccolto da un uomo che viaggiava su di una modesta utilitaria. Un tipo dall’approccio rapido e automatico, un signore oltre la quarantina ben piantato nel corpo e nell’anima; un po’ arrogante nei modi, ma comunque di cuore, come solo certi “lumbard” sanno essere a volte.

– Che fai nella vita? – Mi chiese.
– Studio Filosofia – Risposi timidamente.
– Ah, io odio i filosofi! – Punto.

Non era una dichiarazione di guerra, lo avevo capito (o, quantomeno, oscuramente intuito): era, piuttosto, la continuazione di un dialogo con se stesso che, si capiva, andava avanti da tempo. Insomma, il signore era più filosofo di quanto fosse disposto ad ammettere.

In quell’occasione rimasi zitto, non tanto per una forma di strategica laconicità, non per una volontà di pormi, comunque, in ascolto dell’altro. Queste sono cose che avrei appreso e praticato solo in seguito; a quel tempo, la mia consapevolezza di che cosa significasse comunicare si limitava ad una forma animale di mera reazione agli stimoli esterni.
Ma in quel caso non ebbi alcuna reazione apparente. Rimasi così, interdetto e un po’ stupito da tanta serafica semplicità. Ero un ragazzetto. Mentre lui era un sano, operativo e perfettamente integrato “lumbard”, con l’animo del gentiluomo-camionista.

Che avrei potuto dire, allora? Nulla. Nulla avevo da dire, se non rimarcare, con il mio silenzio, un insanabile baratro.
Lui ci rimase male, però: in fondo, si capiva, avrebbe voluto che replicassi, che gli ponessi la domanda di prammatica: e perché mai? E credo anche che avrebbe voluto, in fondo in fondo, che provassi a convincerlo che no, odiare i filosofi era sbagliato, che esisteva un motivo valido per tutti, anche per lui che faticava e “tirava la carretta”, per studiare la filosofia.
Io, ora come allora, capivo profondamente la sua posizione: per lui, semplicemente, la filosofia non aveva senso. Lavorava, viaggiava, faticava, aveva una famiglia, aveva sempre fatto del suo meglio e continuava a cercare di tirare avanti meglio che poteva. Che se ne sarebbe potuto fare di riflessioni sull’io, la coscienza, il pensiero pensante, la deiezione, la dialettica dell’essere, il rapporto tra mutamento e identità? insomma, condividevo in parte il suo odio, il che equivale a dire che odiavo me stesso, cosa non difficile per un ragazzo di vent’anni.

Rimase quindi in sospeso la domanda: a che cosa serve la filosofia? E perché dovremmo amarla? Oggi, dopo 19 anni, sento di essere pronto a rispondergli. E non perché sia diventato più acuto e preparato, ma perché sono successe, nel modo del lavoro, alcune cose che mi vengono in aiuto.

Dunque, la mia idea è che la filosofia costituisca, oggi, l’ unico vero passaporto cognitivo per la nostra sopravvivenza. E non sto parlando di una sorta di sopravvivenza spirituale di stampo umanistico: queste sarebbero osservazioni fuori luogo, fuori moda oltre che poco convincenti.
No, sto parlando della sopravvivenza nel mondo del lavoro post-fordista di oggi. Sto parlando, in omaggio al mio gentiluomo-camionista, della nostra sopravvivenza come prestatori d’opera. Il fatto ha naturalmente qualche cosa a che vedere con l’ossessione, ribadita da più parti, per l’esercizio del “sapere pratico”, ossessione testimoniata anche dal mio occasionale interlocutore di allora.

Ora, Il fatto è semplicemente questo: non esiste più, oggi, alcuna “pratica” lavorativa che non sia soggetta ad una obsolescenza più rapida della nostra capacità di aggiornamento. In un mondo nel quale anche il parrucchiere è costretto ad aggiornarsi sulle nuove tecnologie tricologiche per non essere fuori dal mercato, nel quale il gestore di lavanderia è costretto ad integrare il suo sapere con sofisticate tecniche di marketing one-to-one e nei quale le “assistenti alla poltrona” dei dentisti riescono a lavorare solo se conoscono i rudimenti della comunicazione interpersonale, il concetto di “pratica”, cavallo di battaglia di quanti vorrebbero una preparazione più orientata concretamente al lavoro, si trasforma in un inquietante paradosso.

La pura e semplice “trasmissione di pratiche specialistiche” rappresenta oggi solamente la via più facile per trasformarsi, nel giro di una o due stagioni, da giovane promessa a vecchio rincoglionito. E non servirà a nulla pensare che la nostra pratica sia talmente specializzata – e rara – che ci tutelerà. “Specializzazione” equivale da sempre a  “fine dell’evoluzione”.
Per non parlare del fatto che, naturalmente, arriverà un nuovo applicativo software nel quale basterà “flaggare” un parametro per svolgere automaticamente la nostra “preziosa” attività specialistica (pensate, che so, alle versioni più recenti di Dreamweaver che integrano componenti ASP, o alle opzioni di Photoshop che consentono di trattare un’immagine in modo “cubista” o “divisionista”).
Tutte le pratiche, una volta sedimentate, si possono prima o poi standardizzare, e rendere altrettante “opzioni” di un adeguato software.

Scommetto che avete avuto tutti un brivido lungo la schiena, vero?

Eppure c’è qualche cosa che ancora conserva una sua tenuta, qualche cosa il cui esercizio sfugge ad ogni standardizzazione possibile, una pratica la cui genericità  e astrattezza evita di impantanarsi nelle secche dell’involuzione delle pratiche, di ogni nostra pratica. Questo qualche cosa si chiama pensiero. Sembra banale, ma ciò che ci consente di dare il “valore aggiunto” che il mercato oggi ci chiede non è altro che l’esercizio costante, affilato, originale e coraggioso della nostra “pratica di pensiero”. E qual è la disciplina che consente di tenere in costante esercizio le facoltà e gli organi deputati alla produzione di idee?
Avete capito.

Ricordate Pico della Mirandola e la sua orazione sulla dignità dell’uomo? Si parlava dell’uomo e del suo destino di eterno costruttore del suo mondo della vita. Oggi, dopo 500 anni, abbiamo finalmente la consolante e terribile consapevolezza – tangibile – di questa nostra  “mobilità”, di questa intrinseca plasticità, di questa nostra dislocazione permanente. Consapevolezza consolente, perché sappiamo che nulla sarà mai deciso per sempre. E consapevolezza terribile, perché il successo di ogni carta che ci giocheremo dipenderà da noi.

Ho passato un anno studiando la “Critica della ragion pura” di Kant, e altri due studiando la “Fenomenologia della spirito” di Hegel. Ho studiato logica formale, e discusso animatamente sul mondo-della-vita. Ho passato intere settimane, mesi, anni,  seduto alla mia scrivania in un esercizio di pensiero astratto al limite delle mie possibilità, devo ammetterlo. A che cosa è servito tutto questo? La risposta è: non è servito a nulla.  Perché questo esercizio non è, né sarà mai, servo di nulla. Ed è proprio per questo che potrà governare facilmente tutti i miei aggiornamenti pratici da qui ai prossimi anni. E so già che saranno tanti.
E’ proprio l’astrattezza di questa preparazione, il suo sovumano tentativo di arrivare al limite del pensiero stesso, che consente di applicarla poi a qualsiasi pratica “illuminandola” finalmente della luce di un pensiero vivo.

Non so che fine abbia fatto il mio gentiluomo-camionista, se abbia conservato la sua opinione sui filosofi e, cosa più importante, se abbia  conservato il suo posto di lavoro (cosa che gli auguro di cuore).

Oggi ho solo voluto replicare, nella maniera più onesta e affettuosa di cui mi sento capace, a ciò che mi disse in quella nebbiosa mattina di 19 anni fa.

Apr
10

Scrittura e occidente all’ombra della grecità

Confesso di non averli ancora letti, ma solo sfogliati in punta di clic, questi interessanti articoli sul tema del rapporto tra scrittura e occidente. Gli autori/curatori sono un gruppo di volenterosi studenti di Filosofia di Milano, che scopro, come al solito, con un ritardo di circa due anni. La rivista, interamente online, si chiama “Chora”, o forse dovrei dire “si chiamava”: temo, purtroppo, che abbia chiuso i battenti (l’archivio però è consultabile qui).

Nel numero monografico in questione potrete leggere le considerazioni ermeneutiche di Rocco Ronchi sul “monito di Platone”, che accendono una luce originale sulla posizione del filosofo rispetto alla scrittura: una visione che si distacca dalle interpretazioni tanto “oraliste” che decostruzioniste ormai sedimentate negli studi sul pensatore greco. Oppure potrete intrattenervi con Carlo Sini che glossa la sua “Etica della scrittura” parlando di verità. Ancora potrete aprofondire il problema delle scritture consonantiche pre-alfabetiche (tema che mi sta particolarmente a cuore, pensate un po’ in che stato di delirio sono in questo periodo…). Buona lettura.

Gen
3

Il senso delle cose

Sta arrivando, sta arrivando, eccola che arriva…E’ arrivata.
E’ arrivata l’emorragia di senso delle cose, e ora chissà quando si rimarginerà. E io dovrò fare lunghe trasfusioni di affetto e progetti e fette di prosciutto per recuperare il mio tasso abituale di senso delle cose.
Ma per ora c’è l’emorragia. E tutto lentamente si tinge di grigia contingenza.
Il libro sta lì, aperto sul divano. Un libro senza risposte. La cucina nulla mi dice. Le cose da fare mi spingono, ma non mi attirano (non so se si capisce la differenza). Le donne…Presto, presto, un tampone metafisico per quest’emorragia di senso. Non c’è un filosofo in prima linea che mi possa aiutare? Che dica: “Presto intubiamolo per permettere al senso delle cose di affluire…” I miei sogni stanno qui davanti a me, ma non c’è nessuno che li sogni. I miei bisogni stanno lì, dietro di me, ma non c’è niente che li trasformi in desideri.

Insomma, l’emorragia di senso delle cose.
Datemi un senso, presto, anche usato, non importa. Di quelli buoni per tutte le occasioni, un proverbio, un motto, una massima biascicata mille volte. Datemi un bisturi per separare il brutto dal bello e il vero dal falso e il giusto dall’ingiusto. Datemi quacosa per distinguere le cose. Il mondo intero collassa su sé stesso, quando sparisce il senso delle cose. Il Mondo diventa un palloncino impazzito, e ora sta volando via.

Forse la mia anima è morta e il mio corpo la sta guardando dall’alto.
Dicono che sia questo che succede, quando se ne va il senso delle cose.

Dic
22

Filosofia, logica, informatica: materiali a iosa

Scopro con soddisfazione un sito del trentino dove una certa Luisa Bortolotti, che insegna Logica, mette a disposizione materiali (Slide, PDF e video) sui più vari argomenti, tratti dalle sue lezioni. Da Wittgenstein e Girard all’open source nella didattica, con un occhio speciale ai rapporti tra logica e filosofia. Uno spazio veramente speciale. E c’è anche un intervento sull’uso delle intranet nella scuola (pdf – 375 kb).

Un grazie a Luisa per la sua generosità.

Set
29

Il crogiuolo della Storia

Colgo e rimando al volo una delle tante bellissime segnalazioni quotidiane della newsletter “i miserabili“, diretta da un mio ex collega di filosofia che ha fatto fortuna (infatti non si ricorda più di me, sob), ovvero Giuseppe Genna. La segnalazione riguarda un buon articolo di Renzo Grassano sulla dialettica servo-padrone in Hegel, un “evergreen” della filosofia che vale sempre la pena di rileggere. Jean Hyppolite diceva a questo riguardo, se non ricordo male, che Hegel aveva colto, con questa figura, “l’essenza costitutiva del divenire storico, di ogni divenire storico”. E scusate se è poco…

Set
22

Gödel, guru suo malgrado

Ci sono alcuni oggetti culturali vivono alterne fortune nel corso del tempo. Contrariamente ad altre ben più stabili “icone” culturali (non a caso chiamate “classici”) essi oscillano nell’interesse del pubblico e talvolta fanno breccia, perché rappresentano, pur nella loro irriducibile specificità, potenti metafore del nostro tempo, del nostro ethos o del nostro “mondo della vita”. Fortunatamente questo potere evocativo degli oggetti culturali non è confinato al mondo dell’arte ma riguarda tutta la produzione umana: la scienza, la tecnica, la filosofia, la religione.

Vi ricordate i frattali, metafora dell’interconnessione del macro e del micro? E il principio di Heisemberg, da sempre legato, come immagine, all’intrusione dell’osservatore nell’oggetto osservato? Per non parlare delle varie teorie della complessità (ad esempio Morin) e delle implicazioni delle ricerche sulla termodinamica (Prigogine). Beh, ora è arrivato il momento del teorema di Gödel che, formulato negli anni ’30 e ristretto ad una piccola cerchia di specialisti di logica matematica, è esploso fino a diventare metafora pressoché di tutto. Sul simpatico blog dedicato alla curiosità scientifica ritrovo una segnalazione che volentieri richiamo, ovvero una dissertazione di Carlo Consoli dedicata proprio al famoso teorema di incompletezza.

Datosi che, circa 600 anni fa, la logica era la mia specializzazione accademica, lo riporto volentieri. Ciao

Set
9

Filava l’amianto del vestito del santo: sulla postmodernità di Rino Gaetano

L’opera d’arte, si sa, è il composto indissolubile della produzione individuale e dell’infinita serie di letture che essa inaugura a partire dal suo prodursi. Non si darebbe opera se non esistesse una serie infinita di interpreti disposti ad assegnargli, di volta in volta, nuovo senso e nuova vita. L’evento artistico è, in questa prospettiva, una condizione “a posteriori”, che si realizza attraverso gli occhi di generazioni di interpreti estetici. In questo senso risiede la sua “polisemia”, ovvero la sua capacità di produrre nuovo senso. In questo senso la sua, diciamo, eternità. E’ successo per Platone, è successo per Dante, è successo per i pittori fiamminghi. Beh, sta succedendo anche per Rino Gaetano.

Raccolte di canzoni, festival alla memoria, gruppi che ne eseguono i brani. Articoli, rassegne, eventi. E tanta simpatia intorno ad un cantautore calabrese che ha vissuto una brevissima stagione di successo interrotta bruscamente dalla sua prematura scomparsa. Rino Gaetano è uno degli autori più creativi e misteriosi prodotti dal nostro laboratorio nazionale: non tanto per il contenuto specifico della sua opera ma, come dicevamo e come spesso avviene nel campo della storia dell’arte, per l’ambigua quanto altalenante vicenda della sua fruizione e della sua “lettura”. Incompreso, ignorato, compreso male, difficilmente schematizzabile, rivalutato, osannato, consacrato. Non si sa ancora se di destra o di sinistra, se populista o aristocratico, cantava, o meglio gridava, in una romanità posticcia storie di vita del suo tempo (la fine degli anni ’70) alternando cultura alta e bassa, visioni globali e patemi locali, frammenti di vita e biografie immaginate, Storia e cronaca in una paratassi artistica difficilmente dominabile. Oppure comprensibilissima.

Ci domandiamo allora perché sentiamo cosi vicino a noi questo cantautore così calato nel suo tempo eppure così distante, così popolare e così aristocratico, così allegro anche se sentiamo, in questa allegria, come un eco tragico e contraddittorio. La risposta, a mio avviso, sta in un concetto che nasce all’interno della storia dell’arte ma che si è allargato fino a diventare una categoria concettuale potente. Un concetto che più volte abbiamo avocato in questo blog, ovvero il concetto di postmodernità.

Rino Gaetano è un autore profondamente post moderno: lo è nello stile, nelle sue intenzioni, nei suoi effetti. A questo proposito riporto, prendendolo da un bell’articolo in rete (presente anche una buona bibliografia) i caratteri principali attribuibili alla postmodernità, rispetto al cosiddetto “modernismo”:

Modernismo – Postmodernismo

romanticismo/simbolismo — patafisica/dadaismo
forma (congiuntiva,chiusa) — antiforma (disgiuntiva, aperta)
finalità — gioco
progetto — caso
gerarchia — anarchia
controllo/logos — finimento/silenzio
oggetto d’arte/opera finita — processo/performance/happening
distanza — partecipazione
creazione/totalizzazione/sintesi — decreazione/decostruzione/antitesi
presenza — assenza
concentrazione — dispersione
genere/confine — resto/intertesto
semantica —retorica
paradigma — sintagma
ipotassi — paratassi
metafora — metonimia
>selezione — combinazione
radice/profondità — rizoma/superficie
interpretazione/lettura — controinterpretazione/fraintendimento
significato — significante
leggibile — scrivibile
narrazione/grande histoire — anti-narrazione/petite histoire
codice principale — idioletto
sintomo — desiderio
tipo — mutante
genitale/fallico — polimorfo/androgino
paranoia — schizofrenia
origine/causa — differenza-differenza/traccia
Dio Padre — Spirito Santo
metafisica — ironia
determinatezza — indeterminatezza
trascendenza — immanenza

Gioco, caso, anarchia, partecipazione, decostruzione, antitesi, paratassi, metonimia, significante, ironia, indeterminatezza…Pensate a canzoni come “Berta filava”, “il cielo e sempre più blu”, “nunteregghepiù”, “Sfiorivano le viole” e molte altre.

Rino Gaetano è, nella sua intera proposta artistica, uno squarcio postmoderno nella tarda modernità della canzone d’autore italiana, con tutte le conseguenze ermeneutiche che questo ha comportato e comporta tuttora da parte dei suoi lettori .

Rimane un quesito aperto: è possibile, per una sorta di proprietà transitiva e metonimica delle culture, attribuire a tutto quello strano periodo che furono la fine degli anni 70 nel nostro paese una caratteristica complessiva di postmodernità? E, se sì, la sua riscoperta in questi anni, in quanto moda svuotata di significato, non rappresenta forse una sorta di paradossale nemesi storica?

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede