Home » Del perché la filosofia aiuterà i parrucchieri

Nov
18

Del perché la filosofia aiuterà i parrucchieri

Quando ero giovane facevo spesso l’autostop. In realtà, meno per un incontenibile spirito di emulazione kerouachiana che per risolvere il più prosaico problema di spostarmi dalla periferia del nulla, nella quale vivevo, verso il centro del nulla, nel quale mi toccava andare.
Non era troppo difficile: in quel lembo di frettolosa, malinconica e cementata Padania c’era sempre qualche camionista con l’animo da gentiluomo, o qualche gentiluomo con l’animo da camionista, disposto a dare una mano a un ragazzotto magro e un po’ sgarrupato; una figura, la mia, forse un po’ patetica, sicuramente inoffensiva.
E poi c’era sempre la promessa di una qualche forma di conversazione, per quanto ciò fosse possibile in tali condizioni.

Una volta venni raccolto da un uomo che viaggiava su di una modesta utilitaria. Un tipo dall’approccio rapido e automatico, un signore oltre la quarantina ben piantato nel corpo e nell’anima; un po’ arrogante nei modi, ma comunque di cuore, come solo certi “lumbard” sanno essere a volte.

– Che fai nella vita? – Mi chiese.
– Studio Filosofia – Risposi timidamente.
– Ah, io odio i filosofi! – Punto.

Non era una dichiarazione di guerra, lo avevo capito (o, quantomeno, oscuramente intuito): era, piuttosto, la continuazione di un dialogo con se stesso che, si capiva, andava avanti da tempo. Insomma, il signore era più filosofo di quanto fosse disposto ad ammettere.

In quell’occasione rimasi zitto, non tanto per una forma di strategica laconicità, non per una volontà di pormi, comunque, in ascolto dell’altro. Queste sono cose che avrei appreso e praticato solo in seguito; a quel tempo, la mia consapevolezza di che cosa significasse comunicare si limitava ad una forma animale di mera reazione agli stimoli esterni.
Ma in quel caso non ebbi alcuna reazione apparente. Rimasi così, interdetto e un po’ stupito da tanta serafica semplicità. Ero un ragazzetto. Mentre lui era un sano, operativo e perfettamente integrato “lumbard”, con l’animo del gentiluomo-camionista.

Che avrei potuto dire, allora? Nulla. Nulla avevo da dire, se non rimarcare, con il mio silenzio, un insanabile baratro.
Lui ci rimase male, però: in fondo, si capiva, avrebbe voluto che replicassi, che gli ponessi la domanda di prammatica: e perché mai? E credo anche che avrebbe voluto, in fondo in fondo, che provassi a convincerlo che no, odiare i filosofi era sbagliato, che esisteva un motivo valido per tutti, anche per lui che faticava e “tirava la carretta”, per studiare la filosofia.
Io, ora come allora, capivo profondamente la sua posizione: per lui, semplicemente, la filosofia non aveva senso. Lavorava, viaggiava, faticava, aveva una famiglia, aveva sempre fatto del suo meglio e continuava a cercare di tirare avanti meglio che poteva. Che se ne sarebbe potuto fare di riflessioni sull’io, la coscienza, il pensiero pensante, la deiezione, la dialettica dell’essere, il rapporto tra mutamento e identità? insomma, condividevo in parte il suo odio, il che equivale a dire che odiavo me stesso, cosa non difficile per un ragazzo di vent’anni.

Rimase quindi in sospeso la domanda: a che cosa serve la filosofia? E perché dovremmo amarla? Oggi, dopo 19 anni, sento di essere pronto a rispondergli. E non perché sia diventato più acuto e preparato, ma perché sono successe, nel modo del lavoro, alcune cose che mi vengono in aiuto.

Dunque, la mia idea è che la filosofia costituisca, oggi, l’ unico vero passaporto cognitivo per la nostra sopravvivenza. E non sto parlando di una sorta di sopravvivenza spirituale di stampo umanistico: queste sarebbero osservazioni fuori luogo, fuori moda oltre che poco convincenti.
No, sto parlando della sopravvivenza nel mondo del lavoro post-fordista di oggi. Sto parlando, in omaggio al mio gentiluomo-camionista, della nostra sopravvivenza come prestatori d’opera. Il fatto ha naturalmente qualche cosa a che vedere con l’ossessione, ribadita da più parti, per l’esercizio del “sapere pratico”, ossessione testimoniata anche dal mio occasionale interlocutore di allora.

Ora, Il fatto è semplicemente questo: non esiste più, oggi, alcuna “pratica” lavorativa che non sia soggetta ad una obsolescenza più rapida della nostra capacità di aggiornamento. In un mondo nel quale anche il parrucchiere è costretto ad aggiornarsi sulle nuove tecnologie tricologiche per non essere fuori dal mercato, nel quale il gestore di lavanderia è costretto ad integrare il suo sapere con sofisticate tecniche di marketing one-to-one e nei quale le “assistenti alla poltrona” dei dentisti riescono a lavorare solo se conoscono i rudimenti della comunicazione interpersonale, il concetto di “pratica”, cavallo di battaglia di quanti vorrebbero una preparazione più orientata concretamente al lavoro, si trasforma in un inquietante paradosso.

La pura e semplice “trasmissione di pratiche specialistiche” rappresenta oggi solamente la via più facile per trasformarsi, nel giro di una o due stagioni, da giovane promessa a vecchio rincoglionito. E non servirà a nulla pensare che la nostra pratica sia talmente specializzata – e rara – che ci tutelerà. “Specializzazione” equivale da sempre a  “fine dell’evoluzione”.
Per non parlare del fatto che, naturalmente, arriverà un nuovo applicativo software nel quale basterà “flaggare” un parametro per svolgere automaticamente la nostra “preziosa” attività specialistica (pensate, che so, alle versioni più recenti di Dreamweaver che integrano componenti ASP, o alle opzioni di Photoshop che consentono di trattare un’immagine in modo “cubista” o “divisionista”).
Tutte le pratiche, una volta sedimentate, si possono prima o poi standardizzare, e rendere altrettante “opzioni” di un adeguato software.

Scommetto che avete avuto tutti un brivido lungo la schiena, vero?

Eppure c’è qualche cosa che ancora conserva una sua tenuta, qualche cosa il cui esercizio sfugge ad ogni standardizzazione possibile, una pratica la cui genericità  e astrattezza evita di impantanarsi nelle secche dell’involuzione delle pratiche, di ogni nostra pratica. Questo qualche cosa si chiama pensiero. Sembra banale, ma ciò che ci consente di dare il “valore aggiunto” che il mercato oggi ci chiede non è altro che l’esercizio costante, affilato, originale e coraggioso della nostra “pratica di pensiero”. E qual è la disciplina che consente di tenere in costante esercizio le facoltà e gli organi deputati alla produzione di idee?
Avete capito.

Ricordate Pico della Mirandola e la sua orazione sulla dignità dell’uomo? Si parlava dell’uomo e del suo destino di eterno costruttore del suo mondo della vita. Oggi, dopo 500 anni, abbiamo finalmente la consolante e terribile consapevolezza – tangibile – di questa nostra  “mobilità”, di questa intrinseca plasticità, di questa nostra dislocazione permanente. Consapevolezza consolente, perché sappiamo che nulla sarà mai deciso per sempre. E consapevolezza terribile, perché il successo di ogni carta che ci giocheremo dipenderà da noi.

Ho passato un anno studiando la “Critica della ragion pura” di Kant, e altri due studiando la “Fenomenologia della spirito” di Hegel. Ho studiato logica formale, e discusso animatamente sul mondo-della-vita. Ho passato intere settimane, mesi, anni,  seduto alla mia scrivania in un esercizio di pensiero astratto al limite delle mie possibilità, devo ammetterlo. A che cosa è servito tutto questo? La risposta è: non è servito a nulla.  Perché questo esercizio non è, né sarà mai, servo di nulla. Ed è proprio per questo che potrà governare facilmente tutti i miei aggiornamenti pratici da qui ai prossimi anni. E so già che saranno tanti.
E’ proprio l’astrattezza di questa preparazione, il suo sovumano tentativo di arrivare al limite del pensiero stesso, che consente di applicarla poi a qualsiasi pratica “illuminandola” finalmente della luce di un pensiero vivo.

Non so che fine abbia fatto il mio gentiluomo-camionista, se abbia conservato la sua opinione sui filosofi e, cosa più importante, se abbia  conservato il suo posto di lavoro (cosa che gli auguro di cuore).

Oggi ho solo voluto replicare, nella maniera più onesta e affettuosa di cui mi sento capace, a ciò che mi disse in quella nebbiosa mattina di 19 anni fa.

22 Commenti

  1. utente anonimo ha detto:

    Bravo Giacomo, mi piace questa difesa della filosofia e, soprattutto, questo tuo sottolineare che non serve a nulla, come la musica di Mozart: non serve a nulla. ma ci fa stare meglio, ci fa sentire in modo diverso, ci dà sensazioni che altrimenti non potremo avere. così la filosofia di per sè non serve a nulla, ma può insegnarci tanto su come e cosa “fare” nei diversi saperi della nostra consocenza applicata.

  2. utente anonimo ha detto:

    Caro Giacomo,

    anche io ho passato qualche anno a studiare kant (la Fenomenologia, grazie a un clamoroso colpo di culo, me la sono tolta più in fretta) e non posso che essere d’accordo con te sull’utilità pratica di saper apprendere e capire le più strane modalità e deviazioni del pensiero umano. I problemi sono due: il primo problema è che se tu avessi il tuo gentiluomo-camionista davanti a te avresti cmq i tuoi bei problemi a spiegarglielo – la dialettica servo-padrone è comprensibile, e alcune altre immagini hegeliane, ma lo schematismo kantiano no. Quindi dovresti spiegargli prima cosa è la filosofia e poi, se ti va bene, a cosa è utile.

    Il secondo, più sconfortante è che il sonno della ragione genera mostri, e a parte alcuni casi eccezionali direi che ci sono un sacco di zombie in giro…anche in posti in cui ci si aspetterebbe qualcuno di sveglio.

    Un caro saluto

    gabriele de palma

  3. 02068449 ha detto:

    Grazie Gabriele del tuo commento. La mia tesi è però che oggi il gentiliomo-camionista sarebbe forse più disposto a capire, visto l’appassire rapido e inquietante delle tante “pratiche” che dovrebbero salvarci nel mercato del lavoro.

    Diciamo che la disoccupazione aiuta a riflettere…

  4. utente anonimo ha detto:

    … mi viene in mente la barzelletta del carabiniere che cerca di insegnare a parlare al pesce rosso e finisce per rifarne il “verso”..

    Non credo che il camionista avrebbe più difficoltà a capire le citazioni dotte del filosofo creato a immagine e somiglianza dei professori universitari di quante ne potrebbe avere il filosofo a capire la filosofia >vissuta giorno per giorno

  5. utente anonimo ha detto:

    Il pensiero è però subordinato ai fatti, diceva Wittgenstein ed in quanto fatto standardizzabile … purtroppo! titti

  6. 02068449 ha detto:

    Buona osservazione. Proviamo però ad aggrapparci al secondo Wittgenstein: il pensiero può essere una pratica di vita sedimentata, ma esistono pratiche di pensiero e linguaggio vive (pensa all’immagine della città con quartieri nuovi ai margini e stadine intrecciate la centro)

  7. utente anonimo ha detto:

    Pratiche di pensiero e linguaggi sono vivi in uno spazio ed un tempo già dati ed in quanto tali determinati da un’esistenza predefinita. Noi non possiamo pensare quello che non conosciamo. titti

  8. utente anonimo ha detto:

    La signora che per tanti anni ha fatto le pulizie a casa dei miei quando ero bambina diceva che tanti dei problemi delle giovani generazioni nascono dal troppo tempo a disposizione per l’autoanalisi.

    Lei, ripeteva spesso, la mattina, a sei anni, e rincorreva i tacchini in campagna per riportarli ai recinti dai quali i suoi genitori li avevano fatti uscire.

    Filosofia, autoriflessione e metapensiero (ma anche molti mostri generati non già dal sonno della ragione ma dalla sua veglia forzata, dalla superstimolazione) in una certa misura sono figli del benessere.

    Maria avrebbe capito il suo gentiluomo camionista e anche la sua sufficienza nei confronti dei filosofi.

    La fame e la necessità di azione spesso non vanno troppo d’accordo con certe speculazioni.

    Che non significa che Maria, messa nelle condizioni di farlo, non sarebbe stata in grado di spingersi al limite, come faceva lei, di certe asperrime regioni del pensiero.

    Quel che è certo è che, potendo scegliere, avrebbe deliberatamente optato per i suoi tacchini.

    Per un sonno duro e denso la notte.

    Per la vita delle cose e delle azioni e del lavoro come lo ha conosciuto lei.

    Chy’

  9. 02068449 ha detto:

    Grazie, caro/a “Chy”, per questo commento bello e pertinente, che fa fare un salto di livello a questo blog. Detto questo vorrei provare, modestamente, a rispondere.

    Il mondo “dei tacchini”, per sintetizzare la tua immagine, è effettivamente una buona obiezione di fatto al mio discorso. Ma guardiamo meglio: il mondo rurale al quale fai riferimento poteva tranquillamente affidarsi alle pratiche scisse da “metapensieri”: era un mondo statico, o meglio dominato da un tempo “circolare” (le stagioni, alcune ricorrenze, luoghi e tempi stabiliti dalla tradizione). Era anche un mondo (basta vedere il meraviglioso: “l’albero degli zoccoli”) dominato dalla trasmissione orale dei saperi tra generazioni. Un insieme di saperi che erano sufficienti alla sopravvivenza di una comunità con pochi scossoni. Un insieme di saperi destinati a perpetuare una tradizione formatasi nel tempo. In quel contesto il pensiero “astratto” non aveva letteralmente senso (pensiamo alle ricerche di Lurja sui contadini ucraini negli anni ’20).

    Non è, tanto, una questione di benessere, quanto di ridefinizione del legame sociale e del rapporto di una comunità con il tempo: nel nostro mondo il tempo, da circolare, si è fatto lineare e la tradizione non è più sufficiente a gtarantire la sopravvivenza.

    Oggi anche i contadini si devono aggiornare e “il mondo dei tacchini” si è fatto certamente più sofisticato di quanto siamo disposti ad ammettere.

    Il pensiero astratto unito alla necessità di rinnovare le pratiche tradizionali non è un vezzo da “dandy” ma la forma stessa del nostro mondo ex-rurale (e, in questi ultimi decenni diventato addirittura post-indistriale).

    Maria avrebbe potuto certamente spingersi al limite, ma non aveva nessuna necessità di farlo: privilegio oggi sempre più raro nelle nostre generazioni.

    La figura di pensatore alla quale ti richiami, ovvero un po’ decadente e sfaccendato, si presta effettivamente al biasimo che si intravede nel tuo commento, ma non è l’immagine che ho in mente io.

    In realtà le cose si sono un po’ invertite: oggi sono proprio le persone più modeste che hanno bisogno di strumenti cognitivi in più per sopravvivere nel mondo del lavoro. I ricchi, i benestanti, possono concedersi il privilagio di dedicarsi a pratiche desuete e rurali. Non certamente il ragazzotto che vive in periferia con i genitori pensionati che fanni i sacrifici.

    Purtroppo, questo ragazzotto sarà costretto a esssere un po’ filosofo-distruttore-creatore-di-innovazione.

    Spero di aver chiarito meglio il mio pensiero.

    Ancora grazie

  10. utente anonimo ha detto:

    Un momento, un momento.

    Grazie per il tempo regalato alla risposta, e scusi se torno ad importunarla/ti, scelga/gli lei/tu.

    Sarò bravissima.

    Il mio non voleva essere un tentativo di polemizzare.

    Io pensavo ad alta voce.

    Riflettevo tra me (e con lei e con gli altri che avessero voglia di) su quanto mi suggeriva la sua, di riflessione.

    Uno, capisco bene cosa intende quando parla di specializzazione, dei rischi cui ci stiamo esponendo attraverso la sofisticazione che abbiamo scelto e perpetrato (e quindi subìto e infine maledetto e rinnegato: siamo bravissimi in questo, da che uomo è uomo).

    E due, non sono nessuno per muoverle obiezioni.

    Questo vorrei fosse chiaro.

    Io stavo ragionando con lei e grazie a lei.

    La figura del pensatore sfaccendato che ho richiamato esiste, temo, oggi come ieri.

    Ha cambiato vestiti e interessi, ma, mi creda, c’è (e se mi irrita un po’ è perché di un certo tipo di velleitarismo figlio della possibilità ho avuto esperienza diretta quando ero più giovane).

    Così come c’è (certo che c’è, cacchio) il giovanotto di periferia che si inventa il proprio futuro piangendo sangue (io, di pensatore against all odds, ne ho scelto uno come compagno di vita, per dirne una).

    Quel che lei dice sul bisogno di strumenti cognitivi è sacrosanto.

    Quello che mi sta antipatico è il contesto che ha condotto a questa necessità.

    Il fatto che i tacchini di Maria siano stati soppiantati dal Lexotan.

    Il fatto che abbiamo metabolizzato tanti modi assolutamente depravati di vivere e pensare e lavorare.

    Ma, ecco, ora non posso non cadere in luoghi comuni e piovegovernoladro da autobus che preferisco risparmiarle.

    E quindi basta così.

    Grazie ancora, eh?

    Chy, la fan dei Tacchini

  11. 02068449 ha detto:

    Questa del Lexotan che ha sostituito i tacchini è bella

    :-))

    Dammi pure del tu, e grazie del tuo ulteriore intervento…

    Alla prossima

  12. utente anonimo ha detto:

    A differenza del nostro camionista gentiluomo, non odiavo la filosofia: semplicemente la ignoravo.

    Fino a pochi anni fà ero così naif da associare la filosofia esclusivamente al mondo classico, e quindi (dal mio punto di vista) a persone e temi ormai morti e sepolti (prendetemi pure per il culo, me lo merito).

    Il tuo articolo ha dato voce a quello che fino a poco tempo era solo un orribile sospetto: il mancato esercizio del pensiero a 360°, e non

    esclusivamente finalizzato all’acquisizione di una competenza specifica, mi ha, alla lunga, penalizzato.

    Aggiornarmi e, soprattutto, riciclarmi lavorativamente (cosa indispensabile nella realtà “fluida” in cui viviamo) è diventato per me estremamente difficile se non impossibile: la mia capacità di analisi non è più sufficiente per interpretare e decodificare non solo il mondo del lavoro, ma anche la realtà di ogni giorno.

    Mi chiedo solo se, all’alba dei quarant’anni, non sia per me troppo tardi per rimediare, almeno in parte, a questa mia abissale carenza.

    Studiate filosofia, gente, altrimenti farete la mia fine.

    E’ sempre un piacere leggerti, ma forse dovrei darti del lei :-).

    Un sopravvissuto (male) all’I.T.I.S.

    Molinari.

  13. 02068449 ha detto:

    ITIS MOLINARI??????????

    non ci posso credere: tu lo sai VERO, che anche io ho fatto l’ITIS Molinari a Milano? Ma che, forse che all’epoca ci conoscevamo per caso?

    Ho un brivido lungo la schiena: palesati!!!

  14. utente anonimo ha detto:

    Abbiamo frequentato il triennio di specializzazione nella stessa classe.

    Il soprannome Caronte ti ricorda qualcosa?

  15. 02068449 ha detto:

    Carramba che sorpresa!!!

    Caronte mi ricorda, sì, ma non lo riasco ad associare a nessuno in particolare. Non te la prendere, sono passati 20 anni (e tante tante cose, credimi).

    Ad ogni modo sono contento, e spero che anche la tua situazione si risolva (guarda, ne sono sicuro…

    :-)))

    A presto

  16. utente anonimo ha detto:

    Caro Giacomo, la filosofia non serve a nulla, ma è utile. Pensa alle tante cose che sono utili, ma non servono a nulla. Meglio la filosofia, l’arte, la letteratura.

    Ti abbraccio, Diego Zandel

  17. torenaga ha detto:

    pensieri illuminanti… davvero…

    peccato che poche delle persone con cui si sta a contatto ogni giorno capiscano l’importanza di questi ragionamenti e delle loro applicazioni.. ci sono molte -troppe- menti aride in questo mondo… sic!

  18. utente anonimo ha detto:

    Sono così abituata a reazioni come quella del camionista, che ormai non ci faccio più caso. Lavoro unica laureata in filosofia in una ditta costituita di Ingegneri Informatici (non potrebbe essere altrimenti visto che è una software house).
    Mi sono ritagliata il mio spazio solo dimostrando che sapevo pensare in modo veloce e pratico (ovvero capivo al volo quello che i clienti volevano ed ero in grado di immaginare soluzioni da far realizzare a programmatori esperti). A me sembrava normale, ma mi sono resa conto dopo che la capacità di utilizzare piani differenti non è così diffusa. Ognuno vede la questione dal suo punto di vista. E, orrore!, la gente non riesce a parlarsi nemmeno su cose pratiche, tipo ‘ma chi approva la nota spese?’. Figurarsi andare a parlare della Critica della ragion pura. Tuttavia se proprio devo trovare l’utilità della filosofia, beh, sta tutta lì: ti insegna ad analizzare la realtà partendo da punti di vista differenti. Imparando che dal confronto può nascere l’Idea e che la verità non è mai data una volta per tutte…Scusate se è poco.
    Saluti
    Claudia Marchiselli

  19. 02068449 ha detto:

    Grazie Claudia del tuo appassionato contributo.

    In effetti a volte sono proprio i sostentori della “cosa pratica concreta” che hanno la posizione più astratta e lontana dalla realtà, la quale sa essere molto più concettuale, a voler guardare…

    Ad ogni modo sto notando che i raghi dei sostenitori di questa posizione “praticista” si vanno assottigliando sempre più. E questo per i motivi di cui parlavo nel post

  20. utente anonimo ha detto:

    cara claudia marchiselli

    si vede che sei laureata, infatti..

    complimenti per il post firmato che verra letto dai colleghi con google.. ma a parte quello, che puo scappare..

    aggiungerei che non sono solo le persone che non hanno punti di vista in comune e che siano ottuse di per se, sono le situazioni ottuse di lavoro, la comunicazione fittizia e non verbale e anni di studi di manipolazione della personalità.

    la psicologia sta peggiorando i posti di lavoro, nel senso che viene applicata male e impropriamente, molto piu spesso di quello che si creda.

    ciao

    gyggydy

  21. utente anonimo ha detto:

    Ricordo all’anonimo gyggydy che non è la psicologia a creare i problemi sul luogo di lavoro, ma l’ipocrisia di chi non ha il coraggio di portare avanti le proprie idee, accettando di confrontarle con quelle degli altri. Senza collaborazione ‘costruttiva’ non si va da nessuna parte. Ma come si fa a collaborare se non si parla chiaro?…e qui non c’entra la laurea!

  22. utente anonimo ha detto:

    ovviamente l’intervento precedente era sempre della ‘brava’ Claudia Marchiselli. :-)

Lascia un commento

Questa pagina utilizza i cookies, come le pagine di mezzo mondo. I cookies sono una cosa che fa parte della vita, ok? Don't worry http://www.intranetmanagement.it/cookies/

Questa pagina utilizza i cookies, come le pagine di mezzo mondo. I cookies sono una cosa che fa parte della vita, ok? Don't worry

Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede