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Nov
25

Sergio Bologna parla di noi

In questo video (che è il secondo una più lunga serie) Sergio Bologna parla del della condizione del lavoratore autonomo nella società della conoscenza. Se non sapete chi è il mitico sergio Bologna partite da qui.

Un grazie come sempre ad ACTA e ad Alfonso Miceli

Ott
29

Open source cognitivo all’italiana

La lettura di Wikinomics mi scatena parecchi pensieri. Uno di questi è legato al fatto che noi abbiamo un esempio concreto, nel nostro Paese, di open soruce cognitivo nei processi produttivi.

Questo esempio è stato studiato in tutto il mondo negli anni scorsi e, anche se può sembrare bizzarro, è all’origine del fortunato termine “post fordismo”. Mi sto riferendo come ovvio ai distretti industriali.

Leggete questo breve passo del grandissimo Enzo Rullani, tratto dal suo “La fabbrica dell’immateriale“. E poi ditemi se non vi suona stranamente familiare.

Se una grande impresa di abbigliamento deve prevedere il colore che andrà di moda quest’anno, il suo metodo di risposta al problema è quello tipicamente razionalistico, dello studio e comprensione ex ante. Si comincia a fare un certo volume di ricerche di mercato (da tenere ovviamente riservate), si consultano esperti e distributori, si sceglie una soluzione e si progetta una risposta corrispondente. A questo punto, sono passati mesi, il prodotto non è ancora sul mercato e i consumatori non hanno ancora avuto la ventura di vederlo o di sentirne parlare. Ma il futuro produttore è già fuori con qualche milione di euro di spese “preventive”. Se poi, una volta messa la soluzione trovata alla prova, ci si accorge di aver sbagliato, il milione è perso e diventa difficile immaginare di ricominciare daccapo. Comunque, se si decide di cambiare rotta, la cosa non si compirà in breve tempo.

In un distretto industriale le cose funzionano in tutt’altro modo. Prima di tutto non ci sarà un solo sperimentatore, ma cento, che andranno in ordine sparso e possibilmente all’insaputa l’uno dell’altro ad esplorare cento possibili strade (colori). Siccome ciascuno sa di poter adattare la soluzione inizialmente trovata, non ci saranno né ricerche di mercato, né grandi investimenti preventivi, né mesi di attesa perché la conoscenza emerga. Al contrario, usando le tecniche dell’apprendimento evolutivo, si andrà avanti senza copione e senza modello. Cento imprese proveranno, e una di queste avrà scovato (per caso o per intuito) la soluzione giusta. Non sono passati mesi ma giorni. E nessuno ha immobilizzato forti somme nell’esplorazione delle possibilità, avendo ciascuno soltanto “provato” una delle cento soluzioni. Una volta emersa la soluzione vincente, grazie al meccanismo della cooperazione involontaria, tutti saranno

in grado di sapere la risposta al problema in poco tempo e a basso costo. E potranno rapidamente adeguarsi.

Il risultato è che, se tutto va come deve andare, l’innovatore avrà speso poco, fatto presto ma avrà soltanto un lieve vantaggio (di settimane) nei confronti degli altri. Chi deve imitare, avrà anche lui speso poco (o niente), ma sa che non verrà tagliato fuori: la propagazione (involontaria) della conoscenza che serve basterà a tenerlo in gioco. Alla fine, gli investimenti e i rischi dell’esplorazione saranno limitati per ciascun concorrente, ma l’apprendimento realizzato da uno diverrà ben presto – con un lieve distacco – apprendimento di tutti (gli interni).

Nel distretto l’apprendimento avviene mediante una rete di imprese ciascuna delle quali ha la propria strategia e autonomia, ma ciascuna delle quali dipende dall’evoluzione dell’insieme per la produzione della propria conoscenza. E’ una rete cooperativa se si guarda alla funzione svolta, che mette i singoli apprendimenti in sinergia (spesso involontaria); ma è anche una rete competitiva se si guarda all’autonomia rivendicata da ciascuna impresa nel suo stare nella filiera.

Le due strategie – quella etichettata come cooperation e quella, canonica, della competition – in realtà coesistono, dando luogo ad un ibrido (co-opetion?) che consente alle singole imprese di crescere più velocemente e con meno rischi forzando in questa o quella direzione, a seconda delle circostanze, un rapporto che resta comunque multidimensionale.

Se vi interessa, l’intero capitolo del – bellissimo – libro di Rullani (Capitolo dal titolo “il territorio come mediatore cognitivo”) è scaricabile da qui.

Set
19

Partite IVA e altro

Stasera al programma L’infedele, condotto da Gad Lerner, si parla di tasse e saranno presenti anche gli amici di ACTA, l’Associazione Consulenti del Terziario Avanzato fondata dal mio ex compagno d’università Alfonso Miceli e alla quale anche io appartengo.

Credo sia un appuntamento importante per tutti coloro che, come me, si dibattono quotidianamente tra tasse di tutti i tipi armati solo di una povera partita IVA e che pagano, esattamente come i lavoratori dipendenti, tutte le loro tasse fino all’ultimo euro ma non hanno alcuna specifica tutela (è un tema pù complicato di quello che sembra).

Per capire qualche cosa in più di questo mondo delle “partite IVA di seconda generazione” leggetevi anche l’articolo apparso oggi su uno dei blog del sole 24 ore.

Ciao

Ott
29

Mi sono fatto socio

logo di ACTAebbene si, alla fine mi sono fatto socio. Perché?  Per tanti motivi, alcuni dei quali prevedibili, altri meno.

E il meno prevedibile di tutti è che ho scoperto che tra i fondatori c’è Sergio Bologna (che ha scittto questo libro, e ora scrive qui), uno studioso del mondo del lavoro che all’epoca mi colpì molto per l’acume e l’originalità con le quali afforntava temi che in Italia erano ancora solo abbozzati.

L’altro giorno, molto candidamente, mi ha telefonato. Voleva conoscermi, visto che l’avevo citato due anni fa su questo blog. Potete immaginare la mia sorpresa. Credo che questo sia un fatto più unico che raro e la dimostrazione che forse i nostri “miti” (diciamo così) sono molto più vicini, oggi, di quanto lo fossero prima (e non molto prima). Certamente grazie alla Rete, ma anche, credo, perché nel frattempo siamo diventati grandi. E meno male.

Giu
9

I tristi problemi(?) dello specialista freelance

Come sapete me ne sono adato da Alcatraz per iniziare una nuova vita di disoccupato/consulente/musicista/formatore. Me ne sono andato senza sapere che cosa avrei trovato dall’altra parte, alla bella età di 39 anni, perché credevo che dalla vita si potesse chiedere di più che buoni-pasto e frustrazioni.

L’ho fatto senza pensarci, e ho potuto farlo solo perché in realtà ci stavo pensando, costantemente, da dieci anni. Ma ogni decisione è, per definizione senza fondamento. In caso contrario sarebbe una conseguenza e non una decisione.

Beh, è giunto il momento di tirare delle somme parziali, provando ad elencare alcuni piccoli inconvenienti delle professione.

– Lavori a gennaio e magari a giugno non ti hanno ancora pagato. Però le tasse tu, intanto, le hai già dovute pagare.

– Non sai mai quanto stai guadagnando perché hai delle fatture in giro da pagare, ogni tre mesi paghi l’IVA, ma poi questa ti ritorna sotto forma di IRPEF, che però tu pagherai decurtando le spese e il disavanzo lo metterai nella gestione INPS che però hai fatto pagare per un quarto al cliente e questo quarto non entra nel calcoo IRPEF e il tutto avviene scaglionato in 6 momenti distinti durante l’anno.

– Non riesci più a capire se quello che fai è svago, lavoro, riflessione, comunicazione (questo vale in special modo per chi lavora nel terziario avanzato).

– Hai molto più tempo libero, ma a volte non sai se questo sia un buon segno o no.

– Entri in cottatto con persone e situazioni che mai avresti voluto vivere (tipo: imbroglioni, perditempo, venditori di fumo, avventurieri). Sarà un caso, ma questi li incontro in special modo a Milano, che difatti è una piazza che frequento sempre meno. Mi scuso con i Milanesi che non apartengono alle categorie sopraindicate.

– A volte è necessaria una forte dose di autostima e di equilibrio interiore per imparare a vivere le situazioni come semplici fasi di un processo.

Ok, sono tutti problemi superabili e francamente li preferisco comunqe a fare cose tipo spiegare come si scarica un allegato a una persona che guadagna 10 volte più di te e si crede pure più fico. Beh, questi me li sono proprio lasciati alle spalle. A volte me li ritrovo di fronte, è vero, ma per breve tempo e facendomi pagare 10 volte più di prima (tiè).

A onor del vero va detto che ci sono anche vantaggi, e molti: puoi vedere concretamente se quello se che fai è apprezzato e sei costretto a rimetterti in discussione continuamente. Se qualche cosa non ti piace basta fare “canc”. Mediamente incontri persone interessanti e con le quali hai molte cose in comune. Vedi le cose che fai dall’inizio alla fine e impari che cosa vuol dire “costruire qualche cosa”. Puoi inserire nel tuo lavoro cose molto più personali e coinvolgenti, mettendo a frutto veramente quello che sei e la tua storia. Personalmente faccio molta più filosofia oggi, come formatore freelance, di quanta ne faessi come schiavo aziendale. Capisci molte cose su di te, su come sei fatto e hai modo di lavorarci su. I vantaggi potrebbero continuare, ma vi terrò agiornati. Per il momento vi segnalo, a proposito del tema, una interessante inziativa.

Feb
1

Palla da biliardo

Oggi sono qui. Ieri ero qui. Venerdì vado qui. L’altro giorno invece ero qui. E intanto lavoro per questi. Mouse, voce, bottiglietta di acqua minerale. Ok, me la sono voluta, ma non riesco ad aggiornare tanto. Scusate e a presto.

Nov
18

Del perché la filosofia aiuterà i parrucchieri

Quando ero giovane facevo spesso l’autostop. In realtà, meno per un incontenibile spirito di emulazione kerouachiana che per risolvere il più prosaico problema di spostarmi dalla periferia del nulla, nella quale vivevo, verso il centro del nulla, nel quale mi toccava andare.
Non era troppo difficile: in quel lembo di frettolosa, malinconica e cementata Padania c’era sempre qualche camionista con l’animo da gentiluomo, o qualche gentiluomo con l’animo da camionista, disposto a dare una mano a un ragazzotto magro e un po’ sgarrupato; una figura, la mia, forse un po’ patetica, sicuramente inoffensiva.
E poi c’era sempre la promessa di una qualche forma di conversazione, per quanto ciò fosse possibile in tali condizioni.

Una volta venni raccolto da un uomo che viaggiava su di una modesta utilitaria. Un tipo dall’approccio rapido e automatico, un signore oltre la quarantina ben piantato nel corpo e nell’anima; un po’ arrogante nei modi, ma comunque di cuore, come solo certi “lumbard” sanno essere a volte.

– Che fai nella vita? – Mi chiese.
– Studio Filosofia – Risposi timidamente.
– Ah, io odio i filosofi! – Punto.

Non era una dichiarazione di guerra, lo avevo capito (o, quantomeno, oscuramente intuito): era, piuttosto, la continuazione di un dialogo con se stesso che, si capiva, andava avanti da tempo. Insomma, il signore era più filosofo di quanto fosse disposto ad ammettere.

In quell’occasione rimasi zitto, non tanto per una forma di strategica laconicità, non per una volontà di pormi, comunque, in ascolto dell’altro. Queste sono cose che avrei appreso e praticato solo in seguito; a quel tempo, la mia consapevolezza di che cosa significasse comunicare si limitava ad una forma animale di mera reazione agli stimoli esterni.
Ma in quel caso non ebbi alcuna reazione apparente. Rimasi così, interdetto e un po’ stupito da tanta serafica semplicità. Ero un ragazzetto. Mentre lui era un sano, operativo e perfettamente integrato “lumbard”, con l’animo del gentiluomo-camionista.

Che avrei potuto dire, allora? Nulla. Nulla avevo da dire, se non rimarcare, con il mio silenzio, un insanabile baratro.
Lui ci rimase male, però: in fondo, si capiva, avrebbe voluto che replicassi, che gli ponessi la domanda di prammatica: e perché mai? E credo anche che avrebbe voluto, in fondo in fondo, che provassi a convincerlo che no, odiare i filosofi era sbagliato, che esisteva un motivo valido per tutti, anche per lui che faticava e “tirava la carretta”, per studiare la filosofia.
Io, ora come allora, capivo profondamente la sua posizione: per lui, semplicemente, la filosofia non aveva senso. Lavorava, viaggiava, faticava, aveva una famiglia, aveva sempre fatto del suo meglio e continuava a cercare di tirare avanti meglio che poteva. Che se ne sarebbe potuto fare di riflessioni sull’io, la coscienza, il pensiero pensante, la deiezione, la dialettica dell’essere, il rapporto tra mutamento e identità? insomma, condividevo in parte il suo odio, il che equivale a dire che odiavo me stesso, cosa non difficile per un ragazzo di vent’anni.

Rimase quindi in sospeso la domanda: a che cosa serve la filosofia? E perché dovremmo amarla? Oggi, dopo 19 anni, sento di essere pronto a rispondergli. E non perché sia diventato più acuto e preparato, ma perché sono successe, nel modo del lavoro, alcune cose che mi vengono in aiuto.

Dunque, la mia idea è che la filosofia costituisca, oggi, l’ unico vero passaporto cognitivo per la nostra sopravvivenza. E non sto parlando di una sorta di sopravvivenza spirituale di stampo umanistico: queste sarebbero osservazioni fuori luogo, fuori moda oltre che poco convincenti.
No, sto parlando della sopravvivenza nel mondo del lavoro post-fordista di oggi. Sto parlando, in omaggio al mio gentiluomo-camionista, della nostra sopravvivenza come prestatori d’opera. Il fatto ha naturalmente qualche cosa a che vedere con l’ossessione, ribadita da più parti, per l’esercizio del “sapere pratico”, ossessione testimoniata anche dal mio occasionale interlocutore di allora.

Ora, Il fatto è semplicemente questo: non esiste più, oggi, alcuna “pratica” lavorativa che non sia soggetta ad una obsolescenza più rapida della nostra capacità di aggiornamento. In un mondo nel quale anche il parrucchiere è costretto ad aggiornarsi sulle nuove tecnologie tricologiche per non essere fuori dal mercato, nel quale il gestore di lavanderia è costretto ad integrare il suo sapere con sofisticate tecniche di marketing one-to-one e nei quale le “assistenti alla poltrona” dei dentisti riescono a lavorare solo se conoscono i rudimenti della comunicazione interpersonale, il concetto di “pratica”, cavallo di battaglia di quanti vorrebbero una preparazione più orientata concretamente al lavoro, si trasforma in un inquietante paradosso.

La pura e semplice “trasmissione di pratiche specialistiche” rappresenta oggi solamente la via più facile per trasformarsi, nel giro di una o due stagioni, da giovane promessa a vecchio rincoglionito. E non servirà a nulla pensare che la nostra pratica sia talmente specializzata – e rara – che ci tutelerà. “Specializzazione” equivale da sempre a  “fine dell’evoluzione”.
Per non parlare del fatto che, naturalmente, arriverà un nuovo applicativo software nel quale basterà “flaggare” un parametro per svolgere automaticamente la nostra “preziosa” attività specialistica (pensate, che so, alle versioni più recenti di Dreamweaver che integrano componenti ASP, o alle opzioni di Photoshop che consentono di trattare un’immagine in modo “cubista” o “divisionista”).
Tutte le pratiche, una volta sedimentate, si possono prima o poi standardizzare, e rendere altrettante “opzioni” di un adeguato software.

Scommetto che avete avuto tutti un brivido lungo la schiena, vero?

Eppure c’è qualche cosa che ancora conserva una sua tenuta, qualche cosa il cui esercizio sfugge ad ogni standardizzazione possibile, una pratica la cui genericità  e astrattezza evita di impantanarsi nelle secche dell’involuzione delle pratiche, di ogni nostra pratica. Questo qualche cosa si chiama pensiero. Sembra banale, ma ciò che ci consente di dare il “valore aggiunto” che il mercato oggi ci chiede non è altro che l’esercizio costante, affilato, originale e coraggioso della nostra “pratica di pensiero”. E qual è la disciplina che consente di tenere in costante esercizio le facoltà e gli organi deputati alla produzione di idee?
Avete capito.

Ricordate Pico della Mirandola e la sua orazione sulla dignità dell’uomo? Si parlava dell’uomo e del suo destino di eterno costruttore del suo mondo della vita. Oggi, dopo 500 anni, abbiamo finalmente la consolante e terribile consapevolezza – tangibile – di questa nostra  “mobilità”, di questa intrinseca plasticità, di questa nostra dislocazione permanente. Consapevolezza consolente, perché sappiamo che nulla sarà mai deciso per sempre. E consapevolezza terribile, perché il successo di ogni carta che ci giocheremo dipenderà da noi.

Ho passato un anno studiando la “Critica della ragion pura” di Kant, e altri due studiando la “Fenomenologia della spirito” di Hegel. Ho studiato logica formale, e discusso animatamente sul mondo-della-vita. Ho passato intere settimane, mesi, anni,  seduto alla mia scrivania in un esercizio di pensiero astratto al limite delle mie possibilità, devo ammetterlo. A che cosa è servito tutto questo? La risposta è: non è servito a nulla.  Perché questo esercizio non è, né sarà mai, servo di nulla. Ed è proprio per questo che potrà governare facilmente tutti i miei aggiornamenti pratici da qui ai prossimi anni. E so già che saranno tanti.
E’ proprio l’astrattezza di questa preparazione, il suo sovumano tentativo di arrivare al limite del pensiero stesso, che consente di applicarla poi a qualsiasi pratica “illuminandola” finalmente della luce di un pensiero vivo.

Non so che fine abbia fatto il mio gentiluomo-camionista, se abbia conservato la sua opinione sui filosofi e, cosa più importante, se abbia  conservato il suo posto di lavoro (cosa che gli auguro di cuore).

Oggi ho solo voluto replicare, nella maniera più onesta e affettuosa di cui mi sento capace, a ciò che mi disse in quella nebbiosa mattina di 19 anni fa.

Set
16

Flessibilità, dubbi e turbamento

COpertina_SennettCover_sennettUno dei maggiori pregi del bel libro di Richard Sennett: “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale” sta nella sua estrema fedeltà interna. Sennett preferisce non parlare a fondo di organizzazione del lavoro, dei nuovi meccanismi di accumulazione o dell’impatto delle nuove tecnologie. O meglio, ce ne parla, ma solo per poter registrarne gli effetti concreti all’interno dei meccanismi della personalità. In realtà è più un libro di psicologia che un’indagine sociologica.

Questa forte autolimitazione del testo rappresenta anche la sua forza: riuscire ad isolare, all’interno dell’indagine sul nuovo capitalismo, una serie di variabili che rappresentano la nuova “ossatura antropologica” del lavoratore post-fordista. Ho provato a riassumere schematicamente queste variabili, che rappresentano altrettanti tratti di personalità:

Schema_personalità_nuovo_vecchio_capitalismo

Come vedete, non c’è da stare allegri. Alcune caratteristiche possono forse apparire scontate, e tuttavia vi confesso che questo libro mi ha turbato. Credo che chiunque abbia fatto un po’ di esperienza delle forme di organizzazione e di relazione del “vecchio” capitalismo abbia potuto verificare come questo non produca certo effetti piacevoli: gerarchie, rigidità, frustrazione, etica del lavoro fine a se stesso, eccetera. Allo stesso tempo molti di noi avranno, forse, salutato come una nuova utopia l’arrivo di un’ondata di nuove e seducenti parole d’ordine: lavoro cognitivo, creatività, adattamento, comunicazione, lavoro di squadra e, soprattutto, rete.

Oggi Sennett ci dice che questa utopia, vista al microscopio, tende a sgretolarci. Proprio come tutte le altre. Certo, lo fa in modo diverso, e tuttavia i consulenti sbattuti da una città ad un’altra, i fornai che non sanno più idea di che cosa stiano producendo, i pubblicitari che coltivano l’arte della relazione senza più nessuna distinzione tra vita pubblica e vita privata, stanno lì a testimoniarci che questi mutamenti portano ad un’irreversibile deriva della personalità.

Nella mia esperienza ho imparato a odiare la gerarchia, e trovo frustrante, oltre che profondamente inefficace, la rigida divisione, nelle organizzazioni, tra chi pensa e chi esegue. Trovo disgustosa la ripetitività e disprezzo chi pensa di non aver bisogno di aggiornarsi continuamente. Mi esalto se posso mettere un briciolo delle mie passioni nel mio lavoro professionale e amo poter decidere liberamente, e scommettere, e imparare. E allora? Sennett, con le sue storie raccolte dal vivo, ci mostra che non c’è un paradiso che ci aspetta nella nuova organizzazione a rete e nel lavoro di squadra. Desolante.

Tuttavia c’è da chiedersi di chi stia parlando Sennett. Certo i panettieri della panetteria-tutto-automatico sono scontenti e distanti da se stessi, i consulenti non sanno che cosa insegnare ai loro figli, se la fedeltà ai valori o il valore dell’infedeltà a tutto. Forse è vero che tra vent’anni saremo tutti consumati, e sconfitti, e stranieri a noi stessi.

Ma forse no. Forse avremo imparato, tutti, qualche cosa di più sulla necessità di reinventarci ogni giorno. Perché la vita è una scommessa continua, giusto?Forse dobbiamo veramente reimparare a fare il pane. E dobbiamo reimparare un sacco di altre cose. E forse è vero che non lo facciamo volentieri, perché molti di noi si sentivano a posto così. Ma forse, dico forse, in questa grande giostra, immateriale e tumultuosa, abbiamo anche qualche cosa da guadagnarci. Ciò che stiamo lasciando è un mondo del lavoro che ha le sue sicurezze, ma che ci sta soffocando ogni giorno di più. Lo sappiamo.

Ok, non riusciamo più a dire a noi stessi: “io sono questo e non sono quello” e se parliamo con i nostri genitori in nove casi su dieci non riusciamo a spiegare loro che cosa cavolo facciamo nella vita. Ok, forse siamo ancora troppo indietro, in questo Paese, per intravedere il grigio della deriva dietro i colori di una liberazione che tuttavia, se non altro, ci insospettisce, sbandierata com’è dai nostri nemici di sempre.

Il cambiamento è di destra o di sinistra? Credo sia stupido dare una risposta.

Proviamoci.

Set
7

Lavoratori della conoscenza, unitevi!

Anche se il fenomeno è ormai conosciuto, teorizzato e soprattuto vissuto da molti di noi, l’articolo di Gian Paolo Prandstraller “Più potere ai knowledge workers“, pubblicato nello scorso numero della rivista Next (qui l’archivio ad accesso gratuito) ha il merito di precisare in maniera sisntetica cosa si intende per “lavoratore della conoscenza” e, soprattutto, perché la cosa ci riguarda da vicino. Pur vivendo ormai da anni in quello che qualcuno chiama “capitalismo cognitivo” la lotta per il riconoscimento è solo all’inizio.

Mar
5

Domestication

Ho sempre delle difficoltà a giustificare la presenza di community “ludiche” all’intrno di intranet. In alcune interviste mi sono lasciato andare a considerazioni sul post-fordismo, i fenomeni di domestication, eccetera. In questo filone di pensiero è sicuramente d’aiuto il saggio “il lavoro autonomo di seconda generazione”, una bellissima raccolta di saggi curata da Sergio Bologna per Feltrinelli. Andatevi a leggere il suo saggio sulla percezione dello spazio e del tempo nel lavoro indipendente. Troverete più di un’occasione per riconsiderare in una nuova luce le community aziendali presenti negli spazi web interni. Attenzione: queste caratteristiche non si ritrovano solo nel lavoro autonomo ma in tutte le situazioni di lavoro dipendente caratterizzate da ampio grado di autonomia professionale. Cito dal testo:
La domestication del lavoro è una condizione dell’uomo moderno, che sta a lui saper usare come terreno di maggior libertà o maggior schiavitù. Non c’è dubbio comunque che faccia parte delle prerogative del lavoro autonomo e come tale che sia uno dei fattori costituenti il suo statuto specifico.

Feb
18

Il lavoratore flessibile diventa un Tamagoci

Si ha un bel dire che Flash è una tecnologia che non serve a niente: per quanto riguarda giochini interattivi (o anche, più seriamente, tutorial formativi e informativi) è di gran lunga superiore a molte altre teconologie. Una prova la trovate nel simpaticissimo Molleindustria, un sito dedicato alla flessibilità del lavoro e ed altre amenità (grazie Leuca per la segnalazione…) Provate a giocare con laTuboflex, fanta-multinazionale del precariato, e fate sopravvivere il suo tipico lavoratore atipico. Sul sito potete inoltre giocare come in un tamagoci con il vostro lavoratore precario virtuale o allenarvi (solo per donne…) a simulare l’orgasmo, cosa sempre utilie in un universo del lavoro maschilista. Buon divertimento!

Feb
17

Diario postumo di un flessibile

Chissà se conoscete già questo gustoso fanta-diario di un lavoratore “flessibile”, scritto dal nostro Luciano Gallino, uno dei sociologi più attenti ai mutamenti della società del lavoro. I libri di Gallino non sono solo illuminanti e convincenti: al di là dei dati, delle cifre e delle accurate analisi, sono testi carichi di autentica passione e di una verve sarcastica da vero intellettuale “engagée”. Mitico Luciano…

Feb
2

Sondaggi post-fordisti

Un collega (che non conosco se non via web…) mi suggerisce un sondaggio da inserire nella nostra intranet. Non credo che lo inserirò, almeno per ora, (faccenduole di opportunità politica…) ma lo giro, perché mi sembra che rifletta un atteggiamento diffuso, almeno nelle aziende di servizi. Parafrasando G. Gaber, direi che non temo il post-fordismo in se, temo il post-fordismo in me…

Sei disposto a lavorare 4 giorni su 5 con una conseguente riduzione percentuale dello stipendio del 20%?

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede