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Giu
4

La mia lezione sull’usabilità dei testi web

Per la vostra immensa gioia, ho appena pubblicato su Slideshare un estratto (60 slide su un totale di 250!!) del mio corso sul web writing. Per la precisione la parte del corso che parla dell’usabilità dei testi, ovvero la parte più esterna di quella “cipolla” che è il testo sul web.

Non è nulla di nuovo, lo so, solo la sistemazione di cose già note. Ma dato che ho finito adesso di perfezionarlo mi permetto di sottoporlo ai miei lettori.

Ciao

Ott
9

Scrittura, spazio, mutazioni

Spesso sentiamo dire, non senza una certa dose di pomposità, di quanto la scrittura web abbia più a che fare con lo spazio che con il tempo. Mentre le linee scritte di un libro corrisponderebbero perfettamente a quella che De Saussure chiamava la linearità del segno linguistico, ovvero la sua disposizione temporale in una successione, la scrittura sul web avrebbe una connotazione “topologica” (Bolter) molto lontana dalla riproduzione lineare del suono.

Già.  Ma se poi proviamo a dare qualche esempio di questa scrittura topologica ci troviamo, a volte, in imbarazzo. Certo, possiamo trovare degli esempi che si avvicinino, ma spesso rimaniamo nel regno della speculazione.  Beh,  e allora voglio segnalarvi qualche cosa di assolutamente unico, che testimonia perfettamente come l’idea di scrittura “topologica” possa essere qualche cosa di più di una semplice suggestione da filosofi.

Eccolo qui: premiato al concorso “Scrittura mutante” della Fiera del libro di Torino dell’anno scorso, 2005… geniale (grazie a Leuca per la segnalazione). Servono anche le casse…

Lug
15

Platone, internet e la scrittura

Forse, anzi sicuramente molti lo conosceranno già, ma voglio lo stesso segnalare questo importante articolo di Raffaele Simone (per intenderci, il linguista che ha scritto “L’università dei tre tradimenti” e altri libri amari , desolanti e veri sull’italia di oggi) dedicato ai nuovi paradigmi di scrittura. Si parla di un tema che mi è molto caro, ovvero i mutamenti introdotti dalla scrittura digitale all’interno delle distinzioni canoniche relative alla testaualità (scritto-parlato, stabilità-evanescenza, processo-prodotto, ecc) e di come queste nuove pratiche testuali avvicinino (o allontanino) la scrittura a una sorta di “paradigma fonetico”. E lo fa con la chiarezza e la profondità di chi conosce bene la materia. Merita. Anche se non condivido fino  in fondo l’idea che le nuove pratiche di scrittura allontanino sempre di più la scrittura dalla dimensione dell’emissione orale.

Insomma, mi restano alcuni dubbi, in special modo su quello che Simone chiama paradigma “Platonico” nella scrittura. Ne riparlerò: ho ancora bisogno di un po’ di tempo e meditazone…:-)

Buona lettura

Giu
15

Tranquilli, ce la faremo

Io con la Rete ci lavoro. Io con la rete ci trovo il lavoro. Io con la Rete ho conosciuto la mia libertà. Oggi mi hanno detto che, grazie a un sito che ho aiutato a costruire oggi l’organizzazione che lo ha commissionato ha molti più clienti e ha snellito le sue procedure interne. Insomma, sono soddisfazioni.

La rete ha cambiato il destino di tante persone. Credevamo che fosse una specie di giochino, e forse lo è. Ma è un giochino coinvolgente. Anche la vita è un gioco, no?  Non bisogna mai pensare di avere tutto sotto controllo, perché non è vero. Non bisogna mai avere la presunzione di distinguere tra lavoro, passioni, amori, routine, perché sono illusioni. Guardate la Rete: riuscite a venirne a capo?

Le cose si trasformano, sotto i nostri occhi e le cose migliori, anche nel lavoro, sono solo onde cavalcate bene. Sono cose giuste al momento giusto. Pianificare. Costruire mattone dopo mattone. Niente, niente di tutto questo si realizzerà. E lo sappiamo. I programmi sono fatti per non essere seguiti. Se c’è un insegnamento che questa grande conversazione permanente che chiamata “Rete” ci può dare è quello che dobbiamo stare tanquili, e farne semplicemente parte. E alla fine torneranno i conti, ma solo ala fine.

Il mio maestro di fluto traverso mi diceva: “non mettere te stesso tra lo strumento e la musica: la musica suona da sola”. Il mio maestro la sa lunga. Comunque, per non finire questo post insensato senza un qualche riferimento, vi segnalo il nodo “intertestualità“, tratto da un vecchio sito dedicato all’ipertesto. Il termine “intertestualità” è, come noto, di Julia Kristeva, che si riferiva a Bachitn, e lo trovo molto adatto parlando di Rete. Vi lascio il compito di assaporarlo.

A presto

Gen
20

La seconda persona singolare è demodé

copertina Lingua italiana e mass mediaOk, proseguiamo questa serie di post marcatamente autoreferenziali (dovete avere pazienza: è un periodo un po’ particolare per me e il fatto di essere da 20 giorni fuori dalla mia vecchia azienda-alcatraz mi agita più del previsto…).

Leggo il bel libro, curato da Ilaria Bonomi e da altri, sugli usi e le variazioni della lingua italiana nei diversi media. Utile, interessante e scientifico (sono convinto che possiamo apprendere molto dai linguisti, non tanto nel merito delle singole analisi, quanto per il ricchissimo e collaudato apparato metodologico che hanno a disposizione, beati loro…).

Beh, insomma, arrivato alla parte “Lingua e web” ti becco, nero su bianco, l’analisi di una mia frase scritta in un articolo pubblicato sul sito di Luisa. Sono saltato dalla sedia. Quella frase l’avevo scritta di getto, l’avevo riletta e via, pubblicata. E ora viene sezionata e attentamente analizzata (peraltro in maniera impeccabile, mi sembra). Quando accade in Rete non fa lo stesso effetto. Che è successo? Credo che questo sia un esempio perfetto del noto congelamento sartriano della soggettività. Brrrr.

Voglio dire: questo mi fa capire come, quando si parla di stile, si affronta una delle cose a noi più prossime. Lo stile è veramente una cosa che appartiene a noi, che è noi: è espressione, e non mera conseguenza, di quello che sentiamo di essere. A rigore, non è una cosa che usiamo, ma dalla quale siamo usati, se mi permettete il gioco di parole.
E’ una dimensione, insomma, che mal si presta ad essere oggettivata e sezionata. Al pari del nostro corpo, che è innanzitutto corpo visstuto e solo ad uno “sguardo secondo” diviene corpo-oggetto-di-scienza.

Uno stile oggettivato, ovvero un insieme di regole totalmente esplicito, trasparente e manipolabile, che ci guardasse e stesse totalmente al di fuori di noi (mi sembra lo scrivesse Pavese) sarebbe insomma la morte dello stile, perché significherebbe la trasformazione di una cosa viva in una morta. Ed è per questo che lo stile rivela noi stessi al di là delle nostre – limitate – intenzioni. Ed è per questo che lo stile può essere studiato con profitto da altri.

Per la cronaca sembra che abbia usato una costruzione che andava qualche decennio fa.
Parola di linguista.

Apr
10

Scrittura e occidente all’ombra della grecità

Confesso di non averli ancora letti, ma solo sfogliati in punta di clic, questi interessanti articoli sul tema del rapporto tra scrittura e occidente. Gli autori/curatori sono un gruppo di volenterosi studenti di Filosofia di Milano, che scopro, come al solito, con un ritardo di circa due anni. La rivista, interamente online, si chiama “Chora”, o forse dovrei dire “si chiamava”: temo, purtroppo, che abbia chiuso i battenti (l’archivio però è consultabile qui).

Nel numero monografico in questione potrete leggere le considerazioni ermeneutiche di Rocco Ronchi sul “monito di Platone”, che accendono una luce originale sulla posizione del filosofo rispetto alla scrittura: una visione che si distacca dalle interpretazioni tanto “oraliste” che decostruzioniste ormai sedimentate negli studi sul pensatore greco. Oppure potrete intrattenervi con Carlo Sini che glossa la sua “Etica della scrittura” parlando di verità. Ancora potrete aprofondire il problema delle scritture consonantiche pre-alfabetiche (tema che mi sta particolarmente a cuore, pensate un po’ in che stato di delirio sono in questo periodo…). Buona lettura.

Giu
13

Del perché lo stile rivela. Riflessioni goffmaniane

In un vecchio saggio il sociologo Erving Goffman traduceva nella metafora della rappresentazione teatrale tutti gli scambi che avvengono quotidianamente tra esseri umani. Attori, scena, comparsa, inganno, dissimulazione, copione…La vita quotidiana come rappresentazione è un saggio magistrale, e un grande esempio di stile narrativo, raro nei testi di sociologia. Alla fine mi resta una domanda: cosa ci rivela più pienamente? Il nostro comportamento? Le nostre parole? Il nostro tentare di esprimerci entro gli angusti vincoli dei codici della nostra cultura? La nostra immediatezza?

Ma cos’è l’immediatezza? E’ forse il mio apparirti quì ed ora, di fronte a te, con le mie parole, la mia espressione? Le mie parole parlate sono forse più sincere, rivelano qualcosa di più su di me, quando le stesse parole possono essere vanificate da un gesto, dal rossore dalla mia faccia, dal mio abbassare gli occhi, da un comportamento non voluto? Dov’è la sincerità, dove la verità, dove lo “strato di roccia” a partire dal quale costruire le nostre forme di espressione?

Le mie parole possono dunque ingannare, io posso ingannare con le parole, così come posso farlo a maggior ragione con la mia scrittura. Una scrittura che nasconderebbe più di quanto riveli. Del resto, si sa, la scrittura, uccide il dialogo. Vanifica la memoria.

Ma la scrittura è veramente racchiudibile in questo orizzonte meramente privativo, possiamo solo definirla come un funambolico gioco di sdoppiamenti, di fraintendimenti, di false piste? La scrittura, con la sua solidità, con la sua totale esteriorità, con il suo permanere, con il suo porsi come atto totalmente intenzionale, premeditato, è dunque più ingannevole, ci maschera e ci dissimula ulteriormente attraverso l’ulteriore mediazione con il linguaggio?

O non è invece qualcosa che attinge direttamente alla nostra anima, senza la mediazione della scena pubblica goffmaniana? Del resto non era lo stesso Stanislawkij, non era Grotowski a considerare il comportamento quotidiano come una mera maschera, una sovrastruttura, che solo l’arte del teatro poteva paradossalmente liberare, facendoci ritrovare la nostra autenticità?

La scrittura, in realtà, non nasconde più di quanto riveli. E non è rivelatrice in virtù di una supporta ”intimità” con se stessi. Anzi, lo è proprio in quanto nello scrivere ci poniamo di fronte a noi stessi, usciamo da noi stessi in uno sdoppiamento, in una proiezione solida, tangibile. E questo sdoppiamento in cui ritroviamo noi stessi si chiama stile. Ovvero qualcosa che non potremo completamente dominare, anzi qualcosa che ci domina costantemente, il codice segreto di noi stessi.

Cesare Pavese, nel “Mestiere di vivere” diceva “Che noi conosciamo uno stile, vuol dire che ci siamo resa nota una parte del nostro mistero,. E che ci siamo vietati di scrivere d’or dinnanzi in questo stile. Verrà il giorno in cui avremo portato alla luce tutto il nostro mistero e allora non sapremo più scrivere, cioè inventare uno stile”.

Mar
14

Scrivere sul web ovvero: parlare alla tribù

Spesso ci si è chiesti se il lettore sul web sia un vero lettore. Molto meno ci si è chiesti se lo scrittore sul web sia un vero scrittore. Il lettore salta, scorre, clicca, frantuma il testo e lo scompone, girovaga di qua e di là in barba a qualsiasi intenzione editoriale. Annusa più che leggere. Un vero rompicapo per lo scrittore online.
Scrittore? Sembra che quest’ultima nozione sia meno problematica: in fondo scrivendo sulla tastiera stiamo facendo un’operazione riconoscibile e nominabile. In realtà quando si parla di scrivere sul web sorgono altrettanti punti interrogativi. La scrittura sul web (e non intendo solo le pagine web, ma le mail, le chat, i post, ecc.) è vera scrittura? Il mio testo è un vero testo? O conserva tracce di qualcosa che con il testo nulla o poco ha a che vedere?

La questione è aggrovigliata per il fatto che il tema in questione non è tanto (o solo) tra scrittura su carta e scrittura online ma, più propriamente, tra oralità e scrittura. La scrittura sul web è una scrittura orale, o un oralità scritta, ed è per questo che le sue caratteristiche ci spiazzano e qualcosa non ci torna. E non è solo questione di stile, ma di strutturazione del pensiero..
Il tema delle culture dell’oralità e di quelle della scrittura è stato affrontato, in un epoca in cui ancora il web non esisteva, da Walter Ong nel il suo “Oralità e scrittura” (ed: Il mulino), probabilmente uno dei testi più importanti degli ultimi 20 anni. Non esagero. (approfondimenti qui, qui e qui). Nel brillante capitolo sulla “psicodinamica dell’oralità” Ong elenca una serie di caratteristiche che differenziano Il pensiero orale (delle culture precedenti la scrittura) e il pensiero scritto. In queste brillanti intuizioni ritroviamo, a mio parere, una serie di elementi che cominciano a farci capire qualcosa di più dell’enigma della scrittura on line. Paratattico, aggregativo, situazionale, agonistico: sono caratteristiche del testo web? No, sono innanzitutto caratteristiche delle culture orali, dove la parola è una fatto della vita, e si mescola con la vita stessa.

Quando parliamo di “comunità in rete” esprimiamo dunque qualcosa di più di una semplice metafora: in rete, attraverso i testi, le persone ritrovano una dimensione comunitaria che è propria delle culture orali. E il paradosso è che tutto questo viene fatto attraverso i testi, cosa che neanche Ong era riuscito ad immaginare, limitandosi a parlare “oralità secondaria” legata a Radio, televisione, word processor. Insomma, una comunicazione che ritrova le caratteristiche dell’oralità e del suo modo di strutturare il pensiero.

Forse questo post non sarà originale, lo riconosco, ma sono convinto che per studiare ciò che avviene in rete e migliorare la comunicazione questo terreno di studio sia molto fecondo. Onore al grande W.

Feb
3

Web, blog, discorso e autore: la parola a Foucault

Oggi, rapito dai miei scampoli mnemonici mattutini, proseguo nella mia personalissma genealogia dei discorsi sulla Rete “ante-rete”. Ecco un testo di Michel Foucault che fa il punto sul rapporto storico testo-discorso-autore. Alcune domande: il web è un allentamento del principio dell’autore? E i blog ne sono un rafforzamento? La modernità si è insinuata tra le pieghe della narrazione medievale?

“Credo che esista un altro principio di rarefazione di un discorso. Esso è, sino a un certo punto, complementare al primo. Si tratta dell’autore. L’autore considerato, naturalmente, non come l’individuo parlante che ha pronunciato o scritto un testo, ma l’autore come principio di raggruppamento dei discorsi, come unità ed origine dei loro significati, come fulcro della loro coerenza. Questo principio non opera ovunque, né in modo costante: esistono, tutt’intorno a noi, non pochi discorsi che circolano, senza che detengano il loro senso o la loro efficacia da un autore cui sarebbero attribuiti: parole quotidiane, tosto cancellate, decreti o contratti che han bisogno di firmatari, non d’autore, ricette tecniche che si trasmettono nell’anonimato.

[…]

Nell’ordine del discorso scientifico l’attribuzione ad un autore era, nel Medioevo, indispensabile in quanto costituiva un indice di verità.[…] Dal XVII secolo, questa funzione non ha cessato di venir meno, nel discorso scientifico: l’autore non serve più, quasi, che a dare il nome ad un teorema, ad un effetto, ad un esempio, ad una sindrome.

In compenso, nell’ordine del discorso letterario, e a partire dallo stesso periodo, la funzione dell’autore non ha cessato di rafforzarsi: tutte le narrazioni, tutti i poemi, tutti i drammi o commedie che si lasciavano circolare nel Medioevo in un anonimato relativo, ecco che ora si chiede loro donde provengono, chi li ha scritti; si chiede che l’autore renda conto dell’unità del testo che va sotto il suo nome; gli si chiede di rivelare, o almeno di portarsi appresso, il senso nascosto che li attraversa; gli si chiede di articolarli sulla sua vita personale e sulle sue esperienze vissute, sulla storia reale che li ha visti nascere. L’autore è ciò che dà all’inquietante linguaggio della finzione le unità, i nodi di coerenza, l’inserzione nel reale.”

M. Foucault – L’ordine del discorso – 1972

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede