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apr
8

Gestalt e usabilità

Per chi è interessato ai temi dell’usabilità segnalo al volo due siti che ho beccato in rete:

- Il sito di Raimondo Bruno, che contiene un intero corso sugli aspetti cognitivi dell’interazione utente sito-web

- il sito del professor  Roberto Polillo, che contiene tutte le slide delle sue lezioni sull’interazione uomo-macchina (attenzione: sono slide pesanti da scaricare).

In entrambi i casi entra in gioco il concetto di Gestalt, ed è una piacevole sorpresa: la psicologia della Gestalt, infatti, può dirci molto su come organizziamo percettivamente lo spazio-azione del web.

Ma perché non mi era mai venuto in mente? Corro a studiare…

ott
1

Contenuto e relazione (2): i nodi del modello di Shannon

Proviamo, dopo aver visto il modello di Jakobson, a fare un passo indietro per cercare di capire cosa c’è di insoddisfacente all’interno del modello che lui utilizza per identificare le funzioni del linguaggio. Ripeto ancora che l’utilizzo di Jakobson è finalizzato a circoscrivere la funzione poetica: in questo senso il modello di Shannon-Weaver è solo un pretesto. Aggiungiamo poi che l’utilizzo di Jakobson è particolarmente creativo, in questo caso, e capace di gettare una luce sull’utilizzo del linguaggio che sopravvive allo scheletro del modello.

Tuttavia, se guadiamo al modello stesso, vediamo alcune cose che, già ad un primo sguardo, non ci convincono. Innanzitutto è un modello unidirezionale: l’informazione viaggia in una sola direzione. Certo, può darsi il processo inverso, ma sarà una seconda istanza dello stesso modello, il quale agisce per sua natura usando un messaggio per volta.

Secondo problema: entra in causa l’idea di codice, concetto assai problematico se misurato con l’effettiva pratica comunicativa. Il codice, infatti, se vogliamo usare questo concetto, non è mai qualcosa che assomiglia al codice Morse. E’ piuttosto, per usare i riferimenti presenti nei commenti del post precedente, una “lebenswelt” o, dal punto di vista psicologico, una Gestalt, insomma un “tutto” che entra in gioco nell’interpretazione della “parte”. Il codice insomma, se c’è, è un codice “sporco”.

Terzo problema, legato strettamente al secondo: il modello è prettamente sintattico. Non ha a che vedere con i “significati”, ma solo con l’aspetto sintattico dei messaggi. Questo è fondamentale ed è, anzi, l’architrave del modello: i fondatori volevano isolare proprio l’aspetto sintattico, per poterlo così misurare. Paradossalmente è proprio in questo isolamento che troviamo la potenza del modello (infatti così è possibile parlare di “quantità di informazione” ovvero di BIT).

Quarto ed ultimo problema: l’informazione si genera alla fonte. È il mittente che decide cosa comunicare e tutto il problema successivo sarà di decodificare il messaggio originario in maniera opportuna.

Queste, le principali caratteristiche del modello. Non sputiamoci addosso. Le tecnologie di produzione dell’informazione si basano si questo Tuttavia abbiamo evidenziato rapidamente i punti critici per definire una corretta teoria della comunicazione che tenga anche conto dell’intreccio tra contenuto e relazione in rete. Nel prossimo post approfondiremo il tema della quantità dell’informazione e dei suoi pregi, e di come il modello possa e debba essere cambiato per rendere conto di una serie di fenomeni legati alla concreta pratica comunicativa.
Abbiate pazienza, questo è solo un blog…

feb
14

L’oblio secondo Perec

Oggi riposo, lettura, musica, ascoltata e -indegnamente – suonata, (prove di improvvisazione con le danzatrici…), e abbozzi di meditazione. E una bella citazione da George Perec, meno claustrofobica di quanto farebbe supporre. Quadri, muri, appartamenti: cosa nasconde cosa a chi? L’oblio, insomma, più come forma della pienezza che come forma del vuoto. Chiodo schiaccia chiodo, quadro scaccia muro, figura scaccia sfondo: una gestalt senza fessure…

“Metto un quadro su un muro. Poi dimentico che c’è un muro. Nono so più che cosa c’è dietro il muro, non so più che c’è un muro, non so più che questo muro è un muro, non so più che cos’è un muro. Non so più che nel mio appartamento ci sono dei muri, e che se non ci fossero muri, non ci sarebbe l’appartamento. Il muro non è più ciò che delimita e definisce il luogo in cui vivo, ciò che lo separa dagli altri luoghi in cui gli altri vivono, non è più che un supporto per il quadro. Ma dimentico anche il quadro, non lo guardo più, non lo so più guardare. Ho messo il quadro sul muro per dimenticare che che c’era un muro, ma dimenticando il muro dimentico anche il quadro”.
G. Perec – Specie di spazi – 1989 -