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Perché Bachtin può dirci qualcosa

Per il grande Tzvetan Todorov è stato il massimo teorico della lettaratura del novecento. Ha scritto migliaia di pagine, ma ha pubblicato solo due libri a suo nome. Un signore austero, confinato per cinque anni in siberia, modesto insegnante di provincia per la maggior parte della sua vita. Eppure portatore di un pensiero potente, luminoso e penetrante. Una delle voci più importanti nelle scienze umane del ventesimo secolo. Eppure mai apocalittico. Parliamo, ovviamente, di Michail Bachtin.

michail bachtinPerché ne parliamo? Perché Bachtin capì maniera molto più profonda di qualunque altro teorico della letteratura che cosa significhi e quali conseguenze abbia un processo di comunicazione. Comunicazione letteraria, artistica, espressiva. Comunicazione professionale, amichevole, amorosa. Non ha molta importanza. Quello che rende così potente il suo pensiero è il suo coraggioso e per nulla scontato spostamento dell’asse d’analisi: dalla produzione testuale al rapporto con il destinatario, dallo studio del messaggio allo studio del dialogo, dalla proposizione all’enunciazione.

Quando studia la letteratura Bachtin non studia mai un testo morto, ma un dialogo vivo. Un dialogo che coinvolge noi tutti, fin da subito, inesorabilmente implicati nella trama del linguaggio, della sua originaria e costitutiva socialità.

Bachtin non è uno studioso di linguistica, ma di pragmatica: non gli interssano le cause ma gli effetti, non guarda l’universalità delle forme, ma l’unicità dei rapporti, non vuole studiare i sedimenti linguistici, ma il corpo vivo dell’enenciazione qui e ora, in un contesto, a partire da un insieme di premesse condivise. E in questo cerca di fare scienza.

Ogni atto di comunicazione, per Bachtin, non è un processo isolato, ma una continua replica ad un discorso collettivo che è già da sempre in essere in una comunità. E la comunicazione stessa, il processo di produzione di un testo, si fonda costituitvamente come dialogo, un dialogo che prosegue anche in assenza. E’ questo turbinante contesto di emissione che svela il significato. E’ in questo dialogo qui ed ora che emerge il senso delle nostre proposizioni. Forse c’è qualcuno, tra chi si occupa di comunicazione in Rete, a cui questi temi ricordano qualcosa.

“Nessun membro della comunità verbale trova mai parole della lingua che siano neutre, immuni dalle aspirazioni e dalle valutazioni altrui, che non siano abitate dalla voce altrui. No, Ognuno riceve la parola attraverso la voce altrui, e questa parola ne resta colma. Interviene nel suo proprio contesto a partire da un altro contesto, permeato dalla intenzioni altrui. La sua propria parola trova una parola già abitata”

Per questo Bachtin è così utile a chi comunica: se volete capire l’efficacia della comunicazione, sembra dirci, non leggete e rileggete il vostro testo, ma guardate i visi dei vostri ascoltatori. Non guardate le vostre frasi ben scritte, la vostra prosa così efficace, ma considerate la concreta situazione nella quale queste frasi avranno senso, un senso che è debitore solo in minima parte del vostro specifico intervento. Le vostre parole non sono “vostre”, il vostro testo è sempre anche il nostro testo. Non inseguite il sogno di un’unicità discorsiva che non può esistere, perché siamo tutti, da sempre, dentro un universo di discorso che abitiamo collettivamente.

Pensateci, quando comunicate in azienda: ogni atto di comunicazione è un “turno” in una più ampia conversazione che sta già avvenendo. Non pensate mai di aver scritto la prima e l’ultima parola, perché la vostra non sarà la prima, e tantomeno sarà mai l’ultima parola.

7 Commenti

  1. utente anonimo ha detto:

    bel post, quanto leggo di questi post mi chiedo perchè non ho fatto filosofia o perdo tempo a leggere blog sulle intranet.

    Max

  2. TheMadHatter1 ha detto:

    c’è qualcosa che non mi convince della teoria della comunicazione in senso dialogico..Il dialogo comporta una compresenza (interazione) di autore e lettore (poi l’interazione può essere estesa anche al rapporto autore-società)..il testo crea invece distanza tra scrittore e scritto..Non è che il paradigma dialogico sia troppo esclusivo, in questo senso?

    Un saluto

  3. utente anonimo ha detto:

    Con questo popo’ di roba solo due on line!? :-) Arnaldo

  4. utente anonimo ha detto:

    Lo scritto, il testo, come lo chiami tu, non è materia inerte, inchiostro su carta. Quella è, hjelmslevianamente, la sostanza che si usa per l’espressione.

    Ed è quello che innesca il processo comunicativo (chiamalo dialogismo, enunciazione…), che trascende i confini spazio-temporali.

    Hai presente quanto continua a sconvolgerci il “testo” che ha scritto, chessò, Dante? E non credi che siamo ancora in contatto con quel “testo” quando lo studiamo e cerchiamo di interpretarlo?

    4gotw

  5. Ladymiss ha detto:

    Estremamente interessante, come psicologa del lavoro non avevo mai guardato in tal senso…:)

  6. Ladymiss ha detto:

    in Bachtin bisogna distinguere tra dialogismo e plurivocalità. Il dialogismo ci dice che la parola è sempre ricevuta da un altro e rivolta ad un altro, quindi non è mai un prodotto monologico. La plurivocalità ci dice che in ogni parola risuonano sempre molte voci: la parola cioè ci giunge sempre carica dei diversi significati, delle diverse valutazioni in essa depositate da coloro che l’hanno utilizzata prima di noi.

    Si tratta di due aspetti diversi, che però vanno entrambi verso un decentramento del linguaggio, per lo meno nella comprensione che ne ha Bachtin. Decentrare significa che è la rappresentazione di un gioco di forze in cui compaiono sempre gli altri.

  7. 02068449 ha detto:

    grazie del tuo commento. Mi piacerebbe che nelle aziende si capisse, finalmente, che nessuno ha mai la prima, e tantomeno l’ultima parola, ma abitiamo allo stesso titolo il linguaggio, la cultura, i valori ecc..

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede