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Lug
7

Babbo Natale e l’Enterprise 2.0

Bertrand Duperrin ha scritto un bel post provocatorio sul crepuscolo dell’enterprise 2.0. e l’emergere della socializzazione dei processi. Il senso è che tutte le discussioni tra specialisti che facciamo a riguardo sono e resteranno, per le aziende, dei discorsi vaghi e accademici finché questi sistemi non dimostreranno il loro valore. Ed è su questo che bisogna puntare. Il resto sono pippe.

Cito dal post:

Many people complain about companies who don’t understand enterprise 2.0, say that managers should by dictionnaries, that we may have to wait for an entire generation do retire (or die) to get to something. I don’t subscribe to this point of view. More, I think it traduces a total lack of humility : it’s enterprise 2.0 that has to learn to speak the enterprise language, because even if we change the way things are done, there are structuring realities that are unchanging.

[…]

Of course, some may prefer the “believe in Santa Claus” attitude. Complain about being misunderstood. Repeat endlessly that ROI is not the point. Wonder if Sharepoint is an enterprise 2.0 platform or not. Say we have to believe. Tearing one’s hair out because nobody understands it’s about people and not about technology. Wonder what a community is. Wonder about what email is worth. Say it’s not a revolution but an evolution (or the contrary). Make it a religious case and burn heretics. But, in this case, we may go round in circles for many years without making any kind of progress.
Successful companies didn’t lose their time on this kind of questions. They wanted to create value and tackled the way value is actually created. They took into account the fact they had to adress people’s daily tasks and concerns, make sense regarding to collective and individual issues, position their 2.0 project on a strategic point so that they couldn’t afford failure. In short : they took enterprise 2.0 out of its traditional sanitized zone an applied it to what determines and structures the company’s activity.

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Vi segnalo anche un’altra risorsa critica (questa volta in generale), che parla della noiosità dell’eneterprise 2.0. e mi sembra uno dei pochi articoli intelligenti scritti sul tema.

Mar
24

Innovazione, caos, ambiguità

Una lunga citazione che credo meriti di essere riportata:

[…] Pensate ad esempio a Deborah Alvarez-Rodriguez di Goodwill. Quando è entrata in azienda, il morale era basso, i ricavi ristagnavano e i benefits dei dipendenti venivano tagliati a destra e a manca. Nel momento in cui mise piede in Goodwill, Deborah iniziò ad attuare dei grandi cambiamenti. “Mi rendevo conto che dovevo creare un certo livelo di caos”, ci ha detto. Il consiglio di amministrazione, il gruppo dirigente e i dipendenti erano spaventati.

“Devi essere proprio così scardinante?” le chiese un membro del consiglio. “Si” rispose con convinzione Deborah. “La nostra era un’organizzazionre totalmente gerarchica”, ci ha spiegato. “Dovevamo coinvolgere i collaboratori e indurli a diventare collaborativi e creativi. I dirigenti devono capire che le grandi ideee vengono da coloro che sono più vicini all’operatività“.

Deborah ha costituito dei team interfunzionali di una dozzina di persone in rappresentanza di tutti i livelli dell’azienda. Il management aveva l’ultima parola sulle loro proposte, ma ha accettato il 95% dei suggerimenti avanzati da questi circoli.

Nel giro di pochi mesi, gli sforzi di Deborah hanno dato un ritorno significativo: il caos che aveva creato ha contribuito a decentralizzare l’organizzazione coinvolgendo nel contempo i dipendenti. E’ riuscita così ad aumentare si ai ricavi sia i profitti.

Questo tipo di leaderesip non è ideale in tutte le situazione. I catalizzatori sono destinati a “scuotere la barca”. Sono molto più bravi come agenti di cambiamenti che come guardiani della tradizione. Operano con successo nelle situazioni che richiedono un cambiamento radicale e il pensiero creativo.

Apportano innovazione ma tendono anche a creare un certo livello di caos e ambiguità. Metteteli in un ambiente struturato e rischiano di soffocare; ma lasciateli sognare e faranno gradi cose. […]

da: “Senza leader . Da internet ad Al Quaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete”. O. Brafman – R.A. Beckstrom, Etas, 2007

P.s.: la dedico a Marco e a tutti quelli che cercano ogni giorno di “scuotere la barca”.

Nov
16

Pratiche e piramidi

Mi rendo conto che faccio pubblicità, ma quando ci sono dei buoni contenuti è anche giusto dare visibilità alle aziende che li pubblicano (anche perché li pubblicano apposta…) E quindi vi segnalo questo articolo sulle “Comunità di pratica” (altri articoli interessanti li trovate qui).

Un assaggio:
“James Eucher, vice presidente della divisione ricerca e sviluppo della Nynex, incominciò a studiare queste comunità nel momento in cui si accorse che un gruppo di lavoratori della stessa azienda erano più veloci di altri nell’utilizzare le nuove tecnologie. Dallo studio risultò che il gruppo che impiegava più tempo era quello che non intratteneva alcuna comunicazione informale, a differenza dell’altro che in soli tre giorni, attraverso una reciproca condivisione di idee, aveva imparato e già impiegato il nuovo sistema tecnologico di amministrazione dei dati”.

Ne riparleremo (oh, se ne riparleremo). Queste cose sono più importanti di quanto appaiano: sono arciconvinto che chi si impadronirà di tecniche di implementazione e “coltivazione” delle comunità di pratiche, nei prossimi anni avrà tanto, ma tanto lavoro da fare. E forse questo concetto, così semplice e così potente, è la vera chiave per smontare dall’interno i vecchi modelli organizzativi e comunicativi piramidali tipo “Alcatraz”.  Ricordiamoci sempre che le piramidi erano delle tombe.

Sapete com’è, siccome sto laggendo questo libro e oggi sono un po’ invasato…

Mar
6

Perché Bachtin può dirci qualcosa

Per il grande Tzvetan Todorov è stato il massimo teorico della lettaratura del novecento. Ha scritto migliaia di pagine, ma ha pubblicato solo due libri a suo nome. Un signore austero, confinato per cinque anni in siberia, modesto insegnante di provincia per la maggior parte della sua vita. Eppure portatore di un pensiero potente, luminoso e penetrante. Una delle voci più importanti nelle scienze umane del ventesimo secolo. Eppure mai apocalittico. Parliamo, ovviamente, di Michail Bachtin.

michail bachtinPerché ne parliamo? Perché Bachtin capì maniera molto più profonda di qualunque altro teorico della letteratura che cosa significhi e quali conseguenze abbia un processo di comunicazione. Comunicazione letteraria, artistica, espressiva. Comunicazione professionale, amichevole, amorosa. Non ha molta importanza. Quello che rende così potente il suo pensiero è il suo coraggioso e per nulla scontato spostamento dell’asse d’analisi: dalla produzione testuale al rapporto con il destinatario, dallo studio del messaggio allo studio del dialogo, dalla proposizione all’enunciazione.

Quando studia la letteratura Bachtin non studia mai un testo morto, ma un dialogo vivo. Un dialogo che coinvolge noi tutti, fin da subito, inesorabilmente implicati nella trama del linguaggio, della sua originaria e costitutiva socialità.

Bachtin non è uno studioso di linguistica, ma di pragmatica: non gli interssano le cause ma gli effetti, non guarda l’universalità delle forme, ma l’unicità dei rapporti, non vuole studiare i sedimenti linguistici, ma il corpo vivo dell’enenciazione qui e ora, in un contesto, a partire da un insieme di premesse condivise. E in questo cerca di fare scienza.

Ogni atto di comunicazione, per Bachtin, non è un processo isolato, ma una continua replica ad un discorso collettivo che è già da sempre in essere in una comunità. E la comunicazione stessa, il processo di produzione di un testo, si fonda costituitvamente come dialogo, un dialogo che prosegue anche in assenza. E’ questo turbinante contesto di emissione che svela il significato. E’ in questo dialogo qui ed ora che emerge il senso delle nostre proposizioni. Forse c’è qualcuno, tra chi si occupa di comunicazione in Rete, a cui questi temi ricordano qualcosa.

“Nessun membro della comunità verbale trova mai parole della lingua che siano neutre, immuni dalle aspirazioni e dalle valutazioni altrui, che non siano abitate dalla voce altrui. No, Ognuno riceve la parola attraverso la voce altrui, e questa parola ne resta colma. Interviene nel suo proprio contesto a partire da un altro contesto, permeato dalla intenzioni altrui. La sua propria parola trova una parola già abitata”

Per questo Bachtin è così utile a chi comunica: se volete capire l’efficacia della comunicazione, sembra dirci, non leggete e rileggete il vostro testo, ma guardate i visi dei vostri ascoltatori. Non guardate le vostre frasi ben scritte, la vostra prosa così efficace, ma considerate la concreta situazione nella quale queste frasi avranno senso, un senso che è debitore solo in minima parte del vostro specifico intervento. Le vostre parole non sono “vostre”, il vostro testo è sempre anche il nostro testo. Non inseguite il sogno di un’unicità discorsiva che non può esistere, perché siamo tutti, da sempre, dentro un universo di discorso che abitiamo collettivamente.

Pensateci, quando comunicate in azienda: ogni atto di comunicazione è un “turno” in una più ampia conversazione che sta già avvenendo. Non pensate mai di aver scritto la prima e l’ultima parola, perché la vostra non sarà la prima, e tantomeno sarà mai l’ultima parola.

Lug
20

Omaggio a G

Certe cose nella vita ti segnano. Letteralmente. Essere segnati, nella vita, significa introdurre in essa una qualche frattura.E le cose non saranno mai più come prima.  Alla faccia della sbandierata interezza con la quale raccontiamo a noi stessi chi siamo, ciò che ci portiamo appresso è un giocattolo rotto, pieno di rattoppi che abbiamo imparato ad amare. Un bambolotto pieno di tagli.

Che cosa ci segna? La vita, certo, le esperienze. Alcuni di noi hanno l’immensa fortuna di essere segnati dalla bellezza. Altri, meno fortunati, da qualche forma di verità. C’è qualche cosa, però, che a volte le racchiude entrambe. Vi ricordate la musica che ascoltavamo da ragazzi? E il libro che ci ha tolto il sonno per interi giorni? Quante scelte abbiamo fatto sulla base dei miti che siamo riusciti a riprodurre in noi attraverso l’arte? E quella litigata con il nostro più caro amico, che tante cose ha portato alla luce e dopo la quale siamo, entrambi, cambiati?

Certe cose introducono il tempo nella nostra vita. Non parlo del tempo dei fisici, non parlo di una variabile reversibile, ma del nostro tempo interiore, quello che ha fissato per sempre le nostre cicatrici. Il tempo che noi siamo diventati.

In realtà volevo solo fare un omaggio ad un artista che mi ha segnato, e che oggi voglio ricordare con un piccolo omaggio, tratto da un suo monologo del 1976. Qui trovate tutti, ma proprio tutti, i suoi testi.  Grazie per sempre, signor G.


E’ difficile vivere con gli assassini dentro.
Forse è più facile vivere con gli assassini fuori.

Visibili, riconoscibili, che ti sparano addosso dalle strade, dalle cattedrali, dalle finestre delle caserme, dai palazzi reali, dai balconi col tricolore.

Assassini che in qualche modo puoi combattere. Li vedi, sai cosa fanno.
E qualche volta si possono anche ammazzare.

Assassini vecchi, superati,
cialtroni
che non sono mai riusciti a cambiare nessuno,
cambiarlo dal di dentro.
Prevedibili e schematici anche nella cattiveria.

Come le bestie bionde.
Come le bestie nere.

Che ti possono togliere la libertà, mai le tue idee.
Come quegli ingenui e patetici esemplari che esistono ancora oggi…
ma non contano, sono un diversivo, un fatto di folklore.

Una mazurca.

Ma l’assassino dentro è come un’iniezione.

Non lo puoi fermare, non risparmia nessuno. Nessuno sfugge alla scadenza.
E’ difficile vivere con gli assassini dentro.

Mag
25

Maffesoli e il neo-tribalismo

Vi segnalo questa bella intervista a Michel Maffessoli su comunicazione e post-modernità. Ho appena comperato il suo ultimo lavoro e non vedo l’ora di leggerlo. La cosa più suggestiva riguarda forse la considerazione dell’emergere, nella post-modernità tecnologica, di forme arcaiche, quasi pagane di comunità.

“La tecnologia ha dato vita a un paradosso interessante: è stata in principio il mezzo attraverso il quale disincantare il mondo, mentre diviene nella postmodernità uno dei fattori scatenanti di quello che chiamo il “reincanto del mondo”. M.M.

Apr
29

Aldo Gargani su linguaggio e tecnica

Aldo Gargani, filosofo ed eminente studioso di Wittgenstein, già a suo tempo apprezzato per il “il sapere senza fondamenti” (ormai fuori catalogo) si interroga in questa intervista, su linguaggio e tecnica. Moltissimi gli spunti e le parole chiave per una nuova filosofia della comunicazione (tema sul quale sto finendo di scrivere il mio prossimo libro): la fine del linguaggio come etichetta, le metafore vive, la rivalutazione del concetto di malinteso e il la necessità dell’elaborazione di una sorta di “teoria dell’interlocutore”.
Ottimo l’approccio, anche nutro alcune riserve sulla posizione, tutto sommato equidistante, rispetto alle nuove tecnologie. Oggi possiamo, forse, dire qualche cosa di più.
Uno stralcio:

Si dice che le espressioni trovino il loro significato nelle circostanze dell’uso, ma neanche questo può bastare, perché il contesto non sarà mai una garanzia che due più persone stiano realmente comunicando tra loro; questo perché ogni volta che si parla siamo, sì, inseriti in un contesto comunicativo ma dobbiamo, come parlanti in campo, poter elaborare tutto un processo di interpretazione volto ad eliminare i malintesi, i quali, a loro volta rappresentano un elemento negativo ma, al tempo stesso, sono anche l’elemento indispensabile attraverso il quale gli uomini possono cercare di approssimare una possibilità di comunicazione fra loro.

Questa possibilità di malinteso, per esempio, è interdetta dalla tecnologia informatica, perché la tecnologia informatica presume che due o tre parlanti posti uno di fronte all’altro e situati in un certo contesto, scatti, automaticamente, la comunicazione. Questo non è sempre vero e il computer non può tenere conto di questo. Si trascura il ruolo del malinteso un ruolo che necessita di essere elaborato. Ogni volta che io parlo è come se io dovessi sviluppare una sorta di teoria dell’interlocutore, come stiamo facendo Lei ed io adesso.

Dic
16

Economia, impresa e innovazione per Castells

Una interessante intervista di E. Rosolen e B. Morandi, a Manuel Castells sul rapporto tra Rete e innovazione nelle organizzazioni.
Se avete un’organizzazione burocratica e aggiungete i computers essa diventerà ancora più burocratica. Se invece aggiungete la tecnologia a una network company, la sua organizzazione diventerà più adattabile e flessibile”.
Parola di Guru

Nov
10

Il jazz in fondo all’anima

Pesco dall’archivio di Next questo singolare articolo di Washington Olivetto, pubblicitario e fondatore dell’agenzia pubblicitaria W/Brasil. Si parla di incertezze, di lavoro post industriale, di leadership.

Uno stralcio dell’intervento:

Noi lavoriamo con i soldi degli altri, per cui dobbiamo essere molto responsabili, ma é fondamentale gestire una delle componenti base del nostro business: l’allegria.[…]  Gioco dicendo che essere leader significa conoscere il momento giusto per servire il gelato. Chiaramente lo faccio in momenti di alta tensione sul lavoro: dico a tutti di fermarsi e faccio portare del gelato per tutti quanti.

Lug
19

Bauman e le comunità guardaroba

E’ tempo di tornare al lavoro, ma non prima di avervi regalato una bella citazione da uno degli ultimi lavori di Zygmunt Bauman, “Intervista sull’identità“, un libro piccolo ma preziosissimo, illuminante e profondo come tutti i suoi lavori. Tra le righe, e nemmeno tanto, si parla anche di noi blogger e delle comunità virtuali, ma il libro va molto al di là, affontando i problemi relaitivi alla crisi dello stato-nazione e al crescente bisogno di appartenenza non soddisfatto dai tradizionali meccanismi sociali propri delle “società della prossimità”. Buona lettura

I luoghi in cui era tradizionalmente affidato il sentimento di apartenenza (lavoro, famiglia, vicinato) o non sono disponibili o, quando lo sono, non sono affidabili, e perciò quasi sempre incapaci di placare la sete di socialità o calmare la paura della solitudine e dell’abbandono.
Di qui nasce la crescente domanda per quelle che potrebbero essere chiamate comunità guardaroba, quelle comunità che prendono corpo, anche se solo in apparenza, quando si appendono in guardaroba i problemi individuali, come i cappotti e i giacconi quando si va a teatro. L’occasione può essere fornita da qualsiasi evento scioccante e superpubblicizzato: un’eccitante partita di calcio, un crimine ingegnoso o efferato, o un matrimonio, un divorzio o altra sventura di una celebrità in quel momento alla ribalta. Le comunità guardaroba vengono messe insieme alla bell’e meglio per la duarata dello spettacolo e prontamente smatellate non appena gli spettatori vanno a riprendersi i cappotti appesi in guardaroba. Il loro vantaggio rispetto alla “roba autentica” sta proprio nel breve arco di vita e nella trascurabile quantità di impegno necessario per unirsi ad esse e godere (sia pur brevemente) dei loro benefici. Ma tra queste comunità e il calore sognato e la comunità solidale c’è la stessa differenza che corre tra le copie in serie in vendita nei grandi magazzini e gli abiti originali dei gran di stilisti…
Zigmunt Bauman – Intervista sull’identità – Laterza

Lug
11

La città come metafora

Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi
L. Wittgenstein – Ricerche filosofiche

Le costruzioni della storia sono paragonabili a ordini militari che accasermano e corazzano la vita vera. Contro di esse, il moto di piazza dell’aneddoto. L’aneddoto ci avvicina le cose nello spazio, le fa entrare nella nostra vita.
W. Benjamin – I “passages” di Parigi

Apr
22

Nodi milanesi

Stanco, svogliato e anche un po’ depresso dall’ennesima mia trasferta milanese (tutto uguale, come sempre: un grande movimento “sul posto”, come antipatici criceti) posso solo regalarvi qualche passo di Ronald Laing, uno che di problemi dell’anima se ne intendeva:

Potranno Giovanni e Maria
impauriti che l’uno e l’altra non siano
impauriti

essere
impauriti che l’uno e l’altra siano impauriti, e
finalmente,
non essere impauriti che l’uno e l’altra non
siano impauriti?

R. Laing – Nodi – Einaudi

Mar
25

Skizo-post

Ho cancellato un post che mi autonauseava. In cambio vi regalo una bella frase di Rene Daumal:

Sono morto perché non ho il desiderio, non ho desiderio perché credo di possedere, credo di possedere perché non cerco di dare. Cercando di dare, si vede che non si ha niente, vedendo che non si ha niente, si cerca di dare se stessi, cercando di dare se stessi, si vede che non si è niente, vedendo che non si è niente, si desidera divenire, desiderando divenire, si vive.
René Daumal

Mar
21

Vivere è capirla male…

Oggi mentre gli uccellini domenicali cinguettano fuori dalla mia finestra (Roma, Roma…), un passo (un po’ lungo, ma ne vale la pena..) di Roth sul mistero degli altri, e sulla condanna (tragica) di non capirli mai ed essere sempre costretto a tentare comunque di farlo. Ringrazio Fausta, per aver estratto questo passo dal mio flusso di lettura, in questo modo restituendomelo.

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze e di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici o corazze spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di venute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che noi ogni giorno mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento esame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di avere ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite…Beh, siete fortunati.
P. Roth – Pastorale americana – Einaudi

Feb
3

Web, blog, discorso e autore: la parola a Foucault

Oggi, rapito dai miei scampoli mnemonici mattutini, proseguo nella mia personalissma genealogia dei discorsi sulla Rete “ante-rete”. Ecco un testo di Michel Foucault che fa il punto sul rapporto storico testo-discorso-autore. Alcune domande: il web è un allentamento del principio dell’autore? E i blog ne sono un rafforzamento? La modernità si è insinuata tra le pieghe della narrazione medievale?

“Credo che esista un altro principio di rarefazione di un discorso. Esso è, sino a un certo punto, complementare al primo. Si tratta dell’autore. L’autore considerato, naturalmente, non come l’individuo parlante che ha pronunciato o scritto un testo, ma l’autore come principio di raggruppamento dei discorsi, come unità ed origine dei loro significati, come fulcro della loro coerenza. Questo principio non opera ovunque, né in modo costante: esistono, tutt’intorno a noi, non pochi discorsi che circolano, senza che detengano il loro senso o la loro efficacia da un autore cui sarebbero attribuiti: parole quotidiane, tosto cancellate, decreti o contratti che han bisogno di firmatari, non d’autore, ricette tecniche che si trasmettono nell’anonimato.

[…]

Nell’ordine del discorso scientifico l’attribuzione ad un autore era, nel Medioevo, indispensabile in quanto costituiva un indice di verità.[…] Dal XVII secolo, questa funzione non ha cessato di venir meno, nel discorso scientifico: l’autore non serve più, quasi, che a dare il nome ad un teorema, ad un effetto, ad un esempio, ad una sindrome.

In compenso, nell’ordine del discorso letterario, e a partire dallo stesso periodo, la funzione dell’autore non ha cessato di rafforzarsi: tutte le narrazioni, tutti i poemi, tutti i drammi o commedie che si lasciavano circolare nel Medioevo in un anonimato relativo, ecco che ora si chiede loro donde provengono, chi li ha scritti; si chiede che l’autore renda conto dell’unità del testo che va sotto il suo nome; gli si chiede di rivelare, o almeno di portarsi appresso, il senso nascosto che li attraversa; gli si chiede di articolarli sulla sua vita personale e sulle sue esperienze vissute, sulla storia reale che li ha visti nascere. L’autore è ciò che dà all’inquietante linguaggio della finzione le unità, i nodi di coerenza, l’inserzione nel reale.”

M. Foucault – L’ordine del discorso – 1972

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede