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Apr
15

Come lanciare il forum? Raccontandolo

Se qualcuno mi chiedesse un consiglio su come lanciare e promuovere un nuovo servizio intranet certamente gli suggerirei di dare un’occhiata a quello che fanno a Interact, un’azienda inglese che produce e commercializza un CMS per creare social intranet. La verità è che io non ho mai usato quel software, ma il modo nel quale hanno lanciato le nuove funzionalità è davvero fantastico.

Date un’occhiata alla pagina che descrive i nuovi forum : una lunga sequenza di brevi testi e immagini a tutto schermo che raccontano il processo di sviluppo, le persone coinvolte, i numeri principali relativi all’applicazione e così via. Una narrazione davvero efficace, con personaggi in carne e ossa.

 

 

Non vi viene voglia di correre a provare i nuovi forum? Credo che in questo caso ci sia da imparare più sul processo di comunicazione che su quello di sviluppo (che comunque a occhio sembra ottimo). Provate per esempio a mettere a confronto questa pagina con quella che spiega i cambiamenti di Sharepoint 2013 rispetto al 2010 e vedrete la differenza.

Se vi interessa restare in contatto con l’azienda, tengono un blog davvero interessante sui temi intranet & co.

Gen
1

Del raccontare storie (e del saperle ascoltare)

Vorrei iniziare questo 2013 (anno del quale davvero non riesco a farmi un’idea, neanche vaga) segnalandovi qualcosa di davvero nutriente. Quest’estate, come spesso mi è successo negli anni, ho partecipato al Festival della mente di Sarzana (essendo la mia città natale mi permette un partecipazione particolarmente facile ad ogni edizione), ed ho potuto assistere all’intervento di Ascanio Celestini che ha raccontato, a ruota libera,  come è nato il suo rapporto con le storie e con la tradizione orale di cui oggi è, a modo suo, un erede.

Ascanio Celestini non ha certo bisogno di presentazioni ma questo intervento di tre quarti d’ora, fatto un po’ alla buona e senza una scaletta precisa, è stato qualcosa di particolarmente importante per me, perché è riuscito a toccare, con la consueta leggerezza di Celestini, alcuni temi credo fondamentali per noi contemporanei alle prese con la costante necessità di dare un ordine, di mettere in fila i diversi pezzettini slegati di esperienza con cui ci confrontiamo tutti i giorni.

E lo ha fatto parlando di cose marginali ed eterogenee: delle streghe della sua infanzia, di sua nonna, di viaggi in treno, del modo con cui sono nati i suoi spettacoli, delle persone che ha incontrato e ascoltato per costruire le sue storie.

Credo che Celestini non ambisse a dare nessuna indicazione complessiva per noi contemporanei: è troppo modesto anche solo per immaginarlo. Ma resta il fatto che riflettere sulle storie, su come le raccontiamo e le ascoltiamo, su come esse diano – letteralmente – forma alla nostra esperienza, su come la narrazione riverberi, in modo più o meno consapevole nel nostro quotidiano significa, volenti o nolenti, toccare un nodo cruciale che riguarda il modo in cui il mondo ci si presenta ogni giorno. Ovviamente è un tema conosciuto e che gode di ampia letteratura, (certa letteratura è ottima, altra davvero pessima)  ma Celestini ha il pregio di farci vedere tutte queste cose in azione.

Infine, il tema dell’ascolto. Verso la fine dell’intervento Celestini racconta come ha intervistato le persone che poi sono diventate protagoniste dei suoi spettacoli. In pochi munti troviamo un concentrato di metodo etnografico, che ci dà anche preziose indicazioni su come tutto noi, che lavoriamo in azienda o per le aziende, dovremmo operare quando ascoltiamo i dipendenti e ci facciamo raccontare le loro esperienze.

Ecco il link all’intervento, dura 45 minuti. Vi assicuro che sono ben spesi.

 

Feb
12

Internal divide

L’idea è veramente carina: raccontare, attraverso un personaggio, la storia del digital divide (sarebbe meglio dire della schizofrenia) tra i comportamenti e l’uso delle tecnologie vita privata e nella vita lavorativa dentro le organizzazioni “1.0”.

In fondo la storia di Charlene ci assomiglia molto (non  Charlene, la sua storia).

Feb
1

La vita senza istruzioni

Uno strano e interessante articolo sull’uso creativo e divergente di cose (e idee) da parte dei non addetti ai lavori. Spesso, per non dire sempre, gli usi reali sono molto diversi dagli usi progettati. L’articolo non ha uno scopo preciso, se non quello di invitarci a qualche morbida riflessione, o alla formulazione di un qualche abbozzo di domanda. Che in effetti mi viene.

Se guardo la mia vita, la tua vita, (e la guardo ogni giorno più faticosamente).
Nessuno ci ha spiegato come dovevamo vivere, il progettista ha lasciato istruzioni vaghe ed enigmatiche. E noi abbiamo provato ad interpretare, ci siamo arrabattati, abbiamo chiesto consigli, abbiamo riflettuto e ci siamo ingegnati a dare un senso a questa cosa che avevamo davanti. Ma più ci coinvolgevamo più capivamo che era una battaglia persa.

E questa indeterminatezza ci ha spaventato, in questo camminare nell’ombra ci siamo feriti. Ma alla fine sarà questo ciò che ricorderemo: le cose che abbiamo dovuto affrontare come enigmi, come strani e bitorzoluti eventi senza eleganza. Eventi.

Le cose di cui facciamo esperienza sono le cose che ancora non capiamo e forse la funzione del ricordo, il suo scopo più alto, è quello di permetterci di ricostruire, a posteriori, un senso, di dare un colore alle ambigue mezzetinte del quotidiano. Narrazioni, storie con cui ci curiamo, in cui ci culliamo. E che non bastano mai.

Ma forse il progettista è contento così. In fondo a chi verrebbe voglia di stare in un parco giochi di cui conosce tutti i trucchi? Un vaso è un vaso finché non diventa qualcosa d’altro. Quando ci saremo trasformati in utenti esperti, quando le istruzioni ci saranno finalmente chiare e  sapremo maneggiare questa sostanza senza forma, ecco allora saremo finalmente degli intenditori, ma forse non ci sarà più alcuna “user experience”.

In fondo la saggezza è il confine dell’esperienza e la vera domanda è quanta esperienza possiamo ancora permetterci prima di trasformarci tutti definitivamente in persone sagge.

Spero che niente, alla fine, si realizzi. Perché solo così potrà, forse, realizzarsi tutto.

Lug
7

Nuovi supereroi

E’ vero: a volte portare nuovi strumenti nelle organizzazioni ci fa assomigliare a personaggi della Marvel….:-)

Mag
3

La fabbrica del senso

Vi segnalo un la prima parte di bell’articolo sulla produzione di senso nelle organizzazioni. E aspettiamo con ansia il secondo numero…

p.s.: eccolo

Mar
26

Del raccontare storie

Ci sono alcuni libri bellissimi, di un sociologo serio pacato e attento come Paolo Jedlowski, che ci possono servire a progettare la comunicazione interna molto più di convengni e report.

Libri come questo o questo sono delle autentiche perle e ci aiutano a capire come il raccontare e l’ascoltare storie sia una parte fondamentale della nostra vita collettiva e delle nostre appartenenze individuali. Storie minime, piccole narrazioni che ci costruiscono ogni giorno. Fondamentali e sotterranee.

Potete anche ascoltare la lettura del suo ultimo lavoro in mp3.

Buona lettura/asolto, e buone storie a tutti….

Nov
29

Scampoli della vita di Luca sulla Intranet ideale

Appena arrivato in ufficio, Luca apre il suo client di posta e scarica i messaggi. In realtà gli ha già dato un’occhiata rapida venendo in ufficio, dal suo cellulare. Poi apre il browser e si collega alla intranet aziendale. Guarda immediatamente se ci sono novità tra i feed che ha sottoscritto. Ce ne sono tre: una notizia sul nuovo piano di vendite scritta da Valentina, una collega della Direzione Centrale, una precisazione sulle ferie, scritta da Giancarlo dell’Ufficio Personale e l’avviso che una nuova video-lezione sul recente prodotto lanciato sul mercato è disponibile nell’Area “Formazione”.

Legge per prima la notizia sulle ferie e ringrazia pubblicamente Giancarlo per le precisazioni compilando il form di commenti in calce alla notizia; scarica gli allegati della notizia sul piano di marketing per sfogliarli più tardi (in genere le news di Valentina sono sempre interessanti e pertinenti) e apre la video-lezione, della durata di 15 minuti, girata da Franco, un collega del marketing strategico.

Ascolta e guarda con attenzione le novità (lui lavora nel supporto alle vendite, e la cosa lo interessa particolarmente) e alla fine apre il forum associato alla lezione per porre alcune domande di chiarimento: entro la mattinata, in genere, dovrebbero arrivare le risposte di Franco.

Dopo aver richiesto due giorni di ferie nella sua area di “amminsitazione” accede all’area “Documentazione”, dove sono presenti alcuni documenti nuovi, segnalati già in home: due manuali di funzionamento degli apparati (caricati nottetempo dai colleghi dell’Assistenza Tecnica) e un vademecum per un uso efficace della mail aziendale, caricato da un collega di I.T. Questo gli fa venire in mente che anche lui ha da tempo un documento su un progetto di vendita che vorrebbe condividere al più preso con gli altri. In serata lo caricherà (visto che è un po’ pesante è meglio aspettare che ci sia poco traffico sulla Rete).

Dopo aver smistato un po’ di posta e aver fatto un paio di telefonate apre l’area “Community” della intranet e va sulla sua pagina personale: nel forum tecnico c’è un messaggio dei una collega di Bari che lo ringrazia per il consiglio che le ha dato ieri sulla formattazione delle righe in Excel, nella’area ludica ci sono alcune nuove recensioni di dischi e libri e sul blog del Vertice c’è un nuovo post dell’Amministratore Delegato. Aggiunge un commento ad una recensione sulla quale è solo in pare d’accordo e si butta avidamente sul nuovo post dell’A.D. Si parla della nuova organizzazione del settore Vendite e della nuova articolazione territoriale. Legge con attenzione: chissà se poi queste cose le scrive veramente l’Amministratore Delegato…

Ad ogni modo, dopo averci pensato un po’, decide di commentare l’articolo perché alcune cose scritte proprio non le condivide. Nel pomeriggio entra nell’area del suo “Gruppo di lavoro virtuale”, che raccoglie tutti gli operatori del Supporto alle Vendite d’Italia. E da una settimana che vorrebbe chiedere delle cose Gianni, il tutor del gruppo ed esperto della comunità. Ma si accorge che la sua domanda è già stata fatta da un collega di Como. Legge la risposta di Gianni e lo ringrazia a sua volta. Non ha mai conosciuto Gianni di persona, ma è veramente un mito.

Mar
6

Perché Bachtin può dirci qualcosa

Per il grande Tzvetan Todorov è stato il massimo teorico della lettaratura del novecento. Ha scritto migliaia di pagine, ma ha pubblicato solo due libri a suo nome. Un signore austero, confinato per cinque anni in siberia, modesto insegnante di provincia per la maggior parte della sua vita. Eppure portatore di un pensiero potente, luminoso e penetrante. Una delle voci più importanti nelle scienze umane del ventesimo secolo. Eppure mai apocalittico. Parliamo, ovviamente, di Michail Bachtin.

michail bachtinPerché ne parliamo? Perché Bachtin capì maniera molto più profonda di qualunque altro teorico della letteratura che cosa significhi e quali conseguenze abbia un processo di comunicazione. Comunicazione letteraria, artistica, espressiva. Comunicazione professionale, amichevole, amorosa. Non ha molta importanza. Quello che rende così potente il suo pensiero è il suo coraggioso e per nulla scontato spostamento dell’asse d’analisi: dalla produzione testuale al rapporto con il destinatario, dallo studio del messaggio allo studio del dialogo, dalla proposizione all’enunciazione.

Quando studia la letteratura Bachtin non studia mai un testo morto, ma un dialogo vivo. Un dialogo che coinvolge noi tutti, fin da subito, inesorabilmente implicati nella trama del linguaggio, della sua originaria e costitutiva socialità.

Bachtin non è uno studioso di linguistica, ma di pragmatica: non gli interssano le cause ma gli effetti, non guarda l’universalità delle forme, ma l’unicità dei rapporti, non vuole studiare i sedimenti linguistici, ma il corpo vivo dell’enenciazione qui e ora, in un contesto, a partire da un insieme di premesse condivise. E in questo cerca di fare scienza.

Ogni atto di comunicazione, per Bachtin, non è un processo isolato, ma una continua replica ad un discorso collettivo che è già da sempre in essere in una comunità. E la comunicazione stessa, il processo di produzione di un testo, si fonda costituitvamente come dialogo, un dialogo che prosegue anche in assenza. E’ questo turbinante contesto di emissione che svela il significato. E’ in questo dialogo qui ed ora che emerge il senso delle nostre proposizioni. Forse c’è qualcuno, tra chi si occupa di comunicazione in Rete, a cui questi temi ricordano qualcosa.

“Nessun membro della comunità verbale trova mai parole della lingua che siano neutre, immuni dalle aspirazioni e dalle valutazioni altrui, che non siano abitate dalla voce altrui. No, Ognuno riceve la parola attraverso la voce altrui, e questa parola ne resta colma. Interviene nel suo proprio contesto a partire da un altro contesto, permeato dalla intenzioni altrui. La sua propria parola trova una parola già abitata”

Per questo Bachtin è così utile a chi comunica: se volete capire l’efficacia della comunicazione, sembra dirci, non leggete e rileggete il vostro testo, ma guardate i visi dei vostri ascoltatori. Non guardate le vostre frasi ben scritte, la vostra prosa così efficace, ma considerate la concreta situazione nella quale queste frasi avranno senso, un senso che è debitore solo in minima parte del vostro specifico intervento. Le vostre parole non sono “vostre”, il vostro testo è sempre anche il nostro testo. Non inseguite il sogno di un’unicità discorsiva che non può esistere, perché siamo tutti, da sempre, dentro un universo di discorso che abitiamo collettivamente.

Pensateci, quando comunicate in azienda: ogni atto di comunicazione è un “turno” in una più ampia conversazione che sta già avvenendo. Non pensate mai di aver scritto la prima e l’ultima parola, perché la vostra non sarà la prima, e tantomeno sarà mai l’ultima parola.

Feb
17

La vanità di spiegare

Una bella riflessione di Antonio Spadaro sulla letteratura italiana di oggi, pubblicata su Asterione (come l’ho scovato? Vattelapesca). Ma soprattutto un interrogativo, che è anche un mio interrogativo: che statuto hanno le storie?

Le nostre storie, le nostre narrazioni, sono forse una gratuita, necessaria e forzosa introduzione di senso nella Storia, quella storia che non ha  di per sé alcun senso, sono solo l’espressione della nostra “vanità di spiegare” (TondelIi) o sono invece la rappresentazioni più viva, forse l’unica rappresentazione possibile di una verità per altri versi inattingibile?

Illusione, vanità, hybris, o estremo limite della nostra esperienza? Spadaro cerca freschezza e innocenza, e io vedo in questa freschezza la stessa materia di cui parlava Calvino quando, a proposito di leggerezza diceva, se non ricordo male, che “è quella disposizione d’animo che dissolve il dramma del Mondo in malinconia e ironia”. Una freschezza che oggi fatichiamo a ritrovare. L’articolo è qui.

Gen
22

Verità con la “v” minuscola (ovvero: tutto quello che abbiamo)

La rivista è di quelle della “destra colta italiana” (metto le virtgolette perché, al di là di come la si pensi politicamente, il suo statuto di questi tempi è perlomeno ambiguo: esiste? Si manifesta in modo organico? Partecipa attivamente al dibattito italiano di oggi? Ha dei luoghi e delle figure rapresentative? boh…) e si chiama IDEaZIONE.

Questo, il contesto. In questo contesto trovate un bellissimo articolo di Giuseppe Granieri dal titolo “Apologia del network relativamente stupido“. E’ dedicato a Wikipedia e alle implicazioni che un oggetto di questo tipo, costruito collettivamente e continuamente rivedibile, può avere sull’idea di verità e autorevolezza. Da leggere e meditare per capire qualche cosa in più della Rete.

Ott
14

Pensare per storie

Lo so, aggiorno pochissimo; sono molto preso da alcune novità che affollano la mia mente e il mio tempo. Ad ogni modo la cosa si risolverà a breve (credo).
Per intanto vi saluto fuggevolmente, lasciandovi con la domanda: "che cosa significa pensare per storie?" Chi conosce un po’  l’opera di Gregory Bateson avrà già capito di che cosa si parla. Ad ogni modo vale la pena di dare un’occhiata al laboratorio epistemologico coordinato da Daniela Berardi, Anna D’Attilia, Lucilla Ruffilli, Maria Rocchi, Concetta Calabrò e tanti altri.

Ne vale la pena: in pieno spirito batesoniano, il laboratorio rappresenta un’occasione di apertura verso territori inesplorati. E chissà che in questi territori non si facciano degli incontri interessanti e utili. A presto.

 

Set
26

Il knowledge management siamo noi

Quando si parla di knowledge management, spasso, si sconfina in definizioni surreali come questa. Eppure non è affatto una cosa complicata. Peraltro è sempre esistita all’interno delle organizzazioni moolto, ma molto prima dell’arrivo del web e delle teorie “cool” sull’apprendimento organizzativo. Per spigarmi meglio voglio raccontarvi una storia autobiografica, che risale all’epoca del mio impiego come operatore in un noto call center italiano.

Ebbene sì, prima di diventare l’allegro teorico delle intranet che tutti conoscete mi sono sciroppato 4 (dico quattro) anni come operatore con la cuffia in testa. Non voglio aggiungere nulla, ad eccezione del fatto che dovevo chiedere il permesso anche per andare in bagno e che i miei attuali amici (quelli veri) risalgono a quell’epoca. Così, tanto per dare un’idea di  che bizzarro mondo era quello.

Per spiegare il knowledge management che io ho visto e sperimentato in pratica devo raccontarvi meglio come funzionava il tutto: c’era un grosso salone, in fondo al quale una responsabile governa il tutto, sotto ad un grande cartellone elettronico che riportava il numero di clienti in attesa, gli operatori connessi in quel momento e il tempo medio di conversazione. Dall’altra parte c’eravamo noi, gli operatori, ripartiti in grandi tavoloni che contenevano, ciascuno, cinque o sei postazioni-operatore. Ognuno di noi aveva due operatori a fianco e due operatori di fronte, come in una scacchiera.

Le chiacchiere tra noi erano, ovviamente, a singhiozzo, scandite dalle diverse chiamate dei clienti. Eppure, proprio la necessità di dire qualcosa di significativo in cinque secondi rendeva la scelta delle nostre parole attenta e misurata: era come se il ritmo che il lavoro imponeva alla nostra conversazione creasse una nuova forma di comunicazione, con le sue pause, i suoi crescendo e diminuendo, i suoi momenti topici, e rendesse prezioso ogni secondo che riuscivamo a strappare al tempo standard di conversazione standard con il cliente standard. Per quanto ne so è ancora così.

Ma non voglio parlare di questo. Voglio parlare del knowledge management, che a quel tempo non esisteva nel nostro vocabolario e che, pure, agivamo inconsapevolmente. Ogni tavolone aveva, infatti, una specie di quaderno ad anelli, unto e bisunto, che si chiamava “varie”, e riportava tutte le ricerche “difficili” all’interno del data-base per estrarre dei numeri di telefono che non sarebbero mai apparse con le chiavi di ricerca fornite dai clienti: enti, associazioni, ospedali, case editrici e così via.

Quel quaderno era alimentato dagli stessi operatori che, nelle loro ricerche “euristiche” erano riusciti, dopo molti tentativi, ad individuare i numeri giusti. Era il risultato di una ricerca collettiva, che ciascuno aggiornava sulla base della sua pratica quotidiana. Ogni tanto qualcuno trovava un risultato interessante e lo scriveva sul quaderno. Il quaderno, poi, veniva aggiornato dai responsabili di sala per metterlo a disposizione di tutti.

Ogni nuova versione era quindi il sedimento di innumerevoli ricerca nel nostro assurdo data-base, fotocopiate e cristallizzate in un prodotto a disposizione di tutti. Nessuno imponeva questa pratica: era solo la generosa e spontanea iniziativa di un’intelligenza collettiva che aveva paura di pronunciare il suo nome.

Nono so se, dopo tredici anni, esista ancora il “Libro delle varie”: So solo che, quando parlo di knowledge management, penso per prima cosa a quella esperienza.

Feb
17

Storie di Intranet

Quando qualcuno immagina (e perfino teorizza) le intranet come un ordinato catalogo di moduli da scaricare forse non ha fatto bene i conti con un elemento che a volte si rivela importante, (ma guarda un po’) ovvero le persone. Strano, vero? Parliamo di piattaforme e di sistemi documentali, vagheggiamo partecipazione e coinvolgimento chiusi nelle nostre stanze coi quadri di Kandinsky,  con la nostra faccetta da project manager mentre sotto di noi un immenso territorio fatto di persone che lavorano prova a dirci qualcosa. E a volte ci riesce. Questo è un breve campionario di messaggi che arrivano in redazione. Disguidi? Rumore di fondo? Fenomeni collaterali? Può darsi, ma per quanto mi riguarda è il segno di una intranet che funziona. Grazie a tutti i colleghi che ci arricchiscono tutti i giorni con le loro storie.

Due giorni fa i miei capi mi chiamano e mi dicono che, vista la nuova ristrutturazione(e visto che il mio reparto muore, hanno pensato di farmi confluire nel reparto di supervisione con orario H24. Mi Sono sentito cadere il mondo addosso e il primo pensiero è andato proprio ai miei problemi… Non voglio tediarvi con storie strappalacrime la mi piacerebbe avere una risposta alle mie domande

Mia figlia mi ha chiesto più volte di potere vedere il posto dove lavoro. Ho dovuto dire che non posso: non sono riuscita ad avere un’autorizzazione a farla entrare neanche per la vigilia di Natale!!

Noi non recitiamo solo repertori scritti e confezionati da altri!!!!!!Siamo molto,molto di piu’!!!!!! La mia voce , e soprattutto la mia anima, funzionano anche quando i sistemi si bloccano!!!!!!!

Premesso che operiamo in un settore in continua evoluzione, faccio notare che in undici anni di attivita’ sono stato spostato da un reparto all’altro senza che nessun dirigente mi abbia mai chiesto il mestiere che mi piacerebbe fare. Questo comportamento mi ha creato molto spesso una forte demotivazione e mancanza di stimolo a migliorarmi professionalmente.

turni 0/24 mattina pomeriggio notte o doppio turno mattina notte ,o pomeriggio mattina notte ,vale adire due notti senza dormire ,o riposarsi su una sedia, poi finito di lavorare fare 2 ore e20 minuti di viaggio per tornare a casa 150 chilometri dalla sede di lavoro obbligato ad utilizzare la mia auto visto i turni ,con una spesa di 1/3 del mio stipendio,ma non mi lamento,ora vi saluto ,devo fare 150 km devo essere a roma alle ore 11,ciao

Ieri ho “quasi” litigato con un cliente, perchè ha iniziato a sparare a zero su tutta l’azienda…ora io non sono propriamente filoaziendale, però  mi reputo obiettiva e penso che non sono l’unica che lavora con coscienza. Quindi di sentirmi buttare in un calderone insieme a tutti gli altri, proprio non mi è andata giù. I clienti per me hanno ragione solo quando ce l’hanno ..infatti oggi mi ha richiamato chiedendo scusa del Suo comportamento… e gli ho risolto il disguido!

Dopo il conseguimento di Laurea in Sociologia (peraltro con un buon voto) convinto che mi si potesse reimpiegare in un settore più adeguato. Invece l’azienda e i miei capi non si sono degnati neanche di chiedermi in cosa mi ero laureato. Sono solo un numero di matricola o questa è pura e semplice discriminazione aziendale? Attendo fiducioso una risposta.

Ho apprezzato molto i vostri auguri, e’ un gesto nuovo e inedito che mi ha fatto sentire più vicina all’azienda. E’ solo una piccola cosa ma che rivela un’attenzione importante.

MA CHI VI PAGA PER STARE LI A SENTIRE TUTTE LE  NOSTRE INFINITE LAMENTELE. MA CHI SIETE ???

E’ ufficiale, anche per quest’anno, hanno deciso che il mio reparto non era meritevole di premio, di conseguenza, scusate la banalità, io che sono parte integrante del mio reparto, non ho preso nulla, o meglio, ho preso quello che dì solito si prende in questi casi.

Per quanto riguarda i servizi Web, sto cercando di farmi una conoscenza personale, ma la cosa non è propriamente facile come me la prospettavo.. comunque.. in salute per ora sto bene, il mutuo anche se certe volte mi strangolo per pagarlo è ancora in piedi…la mia vita sociale è quasi normale.. quindi…speriamo nel domani. Un caro saluto ALEX

Mag
18

Le cose

Visto che sono strapreso dal lavoro e da altre bazzecole insignificanti, posso solo postarvi un mio racconto scritto all’epoca dell’università, ovvero quando eravamo saccenti, beffardi, creduloni e ignari. Ciao a tutti… :-)

Dopo quatto mesi di assenza, incrocio Giorgio, per caso, davanti alle aulette degli esami.
Dopo due minuti dal nostro incontro, esauritisi i saluti di rito, comincia a parlarmi del fatto che non crede più negli oggetti e che tutto è un segno…
Sembra che questa convinzione gli sia maturata in un momento imprecisato dei mesi scorsi. Da quel momento tutti gli oggetti si sono come “alleggeriti”.
Me lo spiega con aria complice, allusiva, come un segreto tra pochi iniziati, e quando dice “oggetto” mette la mano come se reggesse una palla, per farmi capire che gli oggetti sono proprio gli oggetti.

Io dico si, si, ok.
Tre minuti dopo, quando gli oggetti si sono già dissolti, mi spiega che collabora ad un lavoro di gruppo, composto solo di “segnisti”, e che vogliono anche pubblicare i risultati delle loro ricerche; niente di preciso, nessuna pretesa oracolare, una rivista “aperta”.

Io dico bene, bene, ok.

– “E il titolo qual è?” – Domando compassato, anche se in quel momento vorrei solo scappare, rendermi invisibile, volatilizzarmi. Lui si aggiusta gli occhiali con aria professionale e fa una breve pausa ammiccante prima di pronunciare: – “Micrologos”. “Forse il titolo è un po’ velleitario” – aggiunge prudentemente.

Io penso che di fronte alla definitiva scomparsa degli oggetti l’aggettivo “micro” sia addirittura modesto, ma non lo dico per non sembrare provinciale.
Mi confida, ciondolando, che ci hanno pensato due giorni, lui e la Luisa, indecisi tra un taglio “simbolico” e uno “allegorico”; annuisco, ipocritamente, sull’abisso che separa il simbolico dall’allegorico.
In realtà, mi confessa, aveva già capito tutto S. Beckett, che infatti lui e la Luisa stanno studiando intensamente, alla ricerca di tutti i punti in cui si avverte la sua forza “decostruzionista”.
Sotto un’aria vagamente ispirata, ripasso freneticamente tutto quello che ho letto di S. Beckett alla ricerca del suo decostruzionismo, ma lui è già scivolato su Lacan passando per il secondo Wittgenstein (ovviamente…), mentre le aule degli esami si stanno riempiendo fino all’inversosimile. Cinque minuti dopo si sono già dissolti, nell’ordine:
– Io
– Mondo
– Storia
– Metafisica

e altre tre o quattro parole con la maiuscola. Apprezzo il suo contegno nel riuscire a “decostruirmi” l’universo mentre la gente ci sommerge e il frastuono si fa assordante. Ad un certo punto mi ricordo con apprensione una cosa: -“senti” – gli domando con sincera curiosità -“ma tu non eri marxista?”.
“Vedi” – mi risponde concitato -“Marx, come tutti i pensatori dell’800, si è compromesso con i significati, non è riuscito a sganciarsi da un rapporto naturalistico con le cose, noi dobbiamo analizzare le catene di significanti, solo quelle hanno un valore. Le categorie che usava Marx” – aggiunge perentorio, mentre la gente ci è sempre più addossata – “vanno dissolte”. Tale accanimento “dissolutorio” mi fa pensare che probabilmente siamo in troppi nell’aula, infatti si fa fatica a respirare.
Forse le sue fantasie nascono da qui, penso, dall’affollamento di questo posto, ma lui mi toglie ogni dubbio, dicendo che il dissolvimento è una nuova “forma del pensiero”.
– Ah mi pareva – dico, non senza delusione, asciugandomi il sudore che ormai, dopo dieci minuti, comincia ad affiorare. Fortunatamente, non viene sfiorato l’argomento di una mia eventuale collaborazione al “progetto”; la possibilità viene liquidata alla radice dalla necessità di non compromettere con “una crescita vorticistica di idee” un’ipotesi di lavoro ancora, bisogna ammetterlo, molto precaria.
Aggiunge, laconico, che nel campo della comunicazione esistono “lacune incolmabili” e conclude che “bisogna restare con i piedi per terra”. Mentre mi domando che significato possa avere per lui quest’ultima frase, si ricorda che ha mille cose da fare e mi saluta. – E allora, gli oggetti? – Gli grido preoccupato, mentre si allontana velocemente nella densa melma di studenti. – Come? – mi domanda voltandosi. – Si, – dico – Gli oggetti, le cose…-
Mi guarda con bonaria sufficienza, capisce che non sono convinto e che, probabilmente, non ho capito nulla; alza le spalle con rassegnazione e, con soave leggerezza, si dissolve.

Apr
29

Litanie gaberiane

Certo. Il dolore. Certo. Gli altri. Il nostro essere qui. Il nostro esserci sempre. Che stanchezza

Quanto dolore potremo ancora sopportare prima che ci esploda in faccia, prima che tutto questo diventi esperienza nelle nostre ossa, nella nostra carne? Per quanto tempo potremo ancora ingannare noi stessi cedendo alle lusinghe della nostra riflessione presuntuosa impotente? Per quanto tempo potranno contare su di noi? Perché lo sanno che potranno contare di noi, perché gli altri sono importanti, sono troppo importanti, specchi deformanti, illusione, povero tribunale, dio minore nelle nostre vite. Enigma.

Noi che abbiamo letto libri quando avremmo dovuto leggere i volti, noi che abbiamo giocato a indovinello con i sentimenti degli altri, noi ottusi, incolti, analfabeti, che noi che abbiamo tentato strade nuove senza mai muoverci dal nostro posto, noi che abbiamo creduto senza sapere, attaccati alla speranza di riscattarci. Noi, senza un’appartenenza se non la nostra consapevolezza di essere soli, soli, soli, e di doverci cavare le nostre castagne dal fuoco, e andare avanti, noi che abbiamo creduto nell’onestà, noi disonesti, che abbiamo misurato attentamente le nostre pagliuzze e le nostre travi, che abbiamo imparato a produrre sogni misurati, a curare le smagliature nella nostra anima distratta senza mai farci distrarre da nulla. Noi che abbiamo cercato l’amore nei posti sbagliati, riusciremo a toglierci di dosso questo peso lasciando uscire questa cosa che abbiamo dentro e che per troppo tempo abbiamo insultato con le nostre ambizioni, questa cosa che reclama questa cosa che chiamiamo vita, e che non abbiamo mai osato sfidare? Noi non faremo nulla. Noi ameremo, e continueremo ad amare, senza sapere perché, ma questo non ci salverà.

Scusatemi. Oggi sono un po’ depresso.

Apr
20

Ciao da Mister Capis

Ciao a tutti, mi chiamo J.B. Capis e da anni vivo ormai lontano dai rumori del mondo, mi sono infatti ritirato a Gibilterra subito dopo essere andato in pensione.
Non chiedetemi che lavoro facevo, non ve lo confesserò. Non chiedetemi perché Gibilterra, sarebbe una domanda troppo difficile a cui rispondere.

Quello che posso dirvi ora è che dopo tanto insistere ho ceduto ai lamenti del giovane amico Giacomo – conosciuto tanti anni fa a Trezzano sul Naviglio (MI) – e ogni tanto mi prenderò la briga di raccontarvi qualcosa sulle persone che lavorano in azienda, questa umanità disorientata e distorta che popola in modo inconsulto le vostre città e le vostre periferie.

Ve lo racconterò a piccole dosi perché sono anziano e mi stanco facilmente e perché parlare di certe cose nauseanti mi provoca, oltreché disgusto, emozioni incontrollate. Il brutto molesto e il vuoto interiore mi danno ancora scariche di adrenalina e tachicardia.

Ora scusatemi ma devo proprio salutarvi, sono già stanco, ed è tempo che torni a guardare il mare.

Lui sì che pulisce dai cattivi pensieri. Buon affanno quotidiano.

Feb
9

Borges, molto più che un teorico dell’ipertesto

Ho letto recentemente una raccolta di brevi saggi di J. L. Borges su Dante (“Nove saggi danteschi”, ed. Adlephi) e, immancabilmente, ho pensato all’ormai consolidato filone di pensiero che avvicina lo scrittore argentino ai teorici ante-litteram della rete: uno scrittore, si dice, che tra le vertiginose visioni dei suoi racconti avrebbe colto lo spirito profondo dell’ipertesto, della rete, della connessione infinita delle possibilità dei rimandi.

Tra i tanti riferimenti citati dai vari autori troviamo spesso, e giustamente, i noti “La biblioteca di babele”, “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, “Il libro di sabbia” e altri racconti più o meno noti.

E’ vero: c’è in Borges una autentica ossessione per l’infinito, il paradosso, l’esplorazione delle possibilità di universi possibili. Ma credo ci sia una ragione più profonda per ascriverlo nel novero dei pensatori “della rete”, ed è una ragione meno inerente alle sue visioni labirintiche che alla sua peculiare forma narrativa. Borges è uno scrittore estremamente riservato, che nasconde (o rivela) la vita stessa all’interno delle tante figure che compongono il suo universo letterario.

Uno scrittore in “secondo grado”, che vive all’interno della (o delle) tradizioni, che si insinua e si nasconde nei testi stessi, e capace di dare vita ad un’immensa “rete vivente” della memoria che coincide con ciò che del mondo si è detto. L’affinità è quindi più forma che di contenuto: affinità, pertanto, profonda quanto può esserlo l’anima stessa dello scrittore.

Borges non ha teorizzato l’ipertesto: lo ha prrticato come unica forma possiible di ricomposizione metaletteria di un mondo frantumato e non ricomponibile se non nel gioco infinito dei rimandi, della tradizione, del ricordo. Non testi che parlano di labirinti, ma labirinti in se stessi. In Borges il mondo, la sua durezza, il suo opaco “esserci”, non si rivela mai se non in un gioco di specchi, e si ritrova solamente nel gioco delle interpretazioni, delle finzioni appunto. Finzioni infinite quanto gli sguardi di coloro che, il mondo, ci raccontano di averlo guardato davvero.

Borges, insomma, non è stato un teorico ante litteram dell’ipertesto, ma un vero e proprio scrittore ipertestuale, segnato dal destino portare ad unità ricordando, citando, rimandando a ciò che altri hanno detto e ricordato di altri ancora, in un circolo infinito che coincide, alla fine con la sua opera.

Un’opera aperta, immensa, infinita, e perfetta.

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede