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La collaborazione e il coinvolgimento tra un paradigma e l’altro

Guardando gli interventi e gli articoli sul tema della collaborazione in intranet e nel campo dell’enterprise 2.0 mi rendo conto che davvero ci troviamo sulla soglia di un cambio di paradigma.  La caratteristica dei paradigmi e che tendono a definire il perimetro dei problemi all’interno dei quali trovare una soluzione (Kuhn chiama talvolta questi problemi “rompicapo“). In altre parole è il paradigma che definisce l’ordine del discorso all’interno del quale sviluppare un progressivo lavoro di disvelamento e di soluzione. Una volta che il paradigma si frantuma viene sostituito da un nuovo ordine di problemi e di “fatti rilevanti”.

E così, se nell’ambito di intranet si discute di come migliorare il publishing decentrato o come rendere attivi e partecipi gli autori, nell’ambito enterprise 2.0 si discute di come gestire e organizzare la massa di contributi che arriva da tutti i dipendenti. E una cosa piuttosto buffa, nel complesso, e che produce in entrambi i casi contributi di qualità.

Nel primo caso voglio segnalarvi un post di Jane McConnel che si intitola “7 principi per il publishing decentrato“, un articolo interessate per chiunque sia alle prese con una intranet a modello “redazione diffusa”. I 7 principi di Jane sono in sinstesi questi:

– Definire la responsabilità dei contenuti al più basso livello possibile in cui esista una reale responsabilità (va bene il capoufficio, non va bene lo smanettone occasionale)
– Distinguere tra responsabili del contenuto e responsabili del publishing
– Rendere visibile vicino al contenuto il suo content owner
– Definire diversi livelli di apporvazione dei contenuti sulla base delle specifiche esigenze delle business unit
– Evitare workflow troppo complessi
– Aiutare i content owners a decidere i livello di profilazione delle informazioni
– Definire un rappresentate intranet per ogni settore aziendale

Più o meno sullo stesso tema vale la pena segnalare anche  un articolo di Catherine Grenfell: “Come coinvolgere gli autori“. Catherine fornisce tanti consigli, e provo a sintetizzarli:

– Creare una comunità di pratica tra gli autori
– Sessioni di training guidato
– Tutoring temporaneo
– Ownership delle diverse business unit
– semplificare il processo di publishing
– Migliorare gli skill sul web writing
– Aggiornare gli autori sulle best practice interne
– Fornire template e tools predefiniti
– Creare un supproto ad hoc
– Definire ed esplicitare il modello di governance
– Monitorare costantemente il lavoro dei publisher
– Creare un centro di risorse online
– Usare scenari e personas nelle decisioni di redesign
– Premiare i contributori migliori
– Fare intervenire i capi qualche volta

Infine ecco un altro articolo di Toby ward dedicato ai modelli di governance distribuita della intranet.

Ok, sembrerebbe tutto a posto, se non fosse che queste sono soluzioni all’interno di uno specifico paradigma, ovvero quello che recita, più o meno: “la intranet è uno spazio web gestito da una redazione diffusa”.

All’interno del paradigma “enterprise 2.0” la musica cambia, perché la intranet diventa uno spazio aperto ai contributi di tutti. E cambiano di consegue3nza anche i problemi da affrontare. Per esempio Jacob Morgan riflette su come segmentare i contributi che arrivano da migliaia di dipendenti in un’organizzazione (geograficamente? Per temi? Per dipartimento?) e Bill Ives risponde in una logica di puro SaaS: “lasciamo che i dipendenti si clusterizzino da soli sulla base degli interessi e progetti e affinità trasversali. Su tutto domina una rilfessione globale sul rapporto tra collaborazione, cultura organizzative e tecnologie a supporto, ben espresso in questo post.

E’ ovvio che tutte queste riflessioni sono corrette relativamente al proprio paradigma di riferimento, e trasportate in un altro non diventano false: semplicemente, perdono di senso.

2 Commenti

  1. […] riguardano – ovviamente – meno gli strumenti che i modelli di governance sottostanti (ne ho già parlato più sotto, […]

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede