Il knowledge management spiegato ai bambini

Una parola magica aleggia per le aziende. Un’olofrase (e scusate se è poco…), un mantra da recitare nei momenti di crisi, una boutade di cui fare sfoggio in riunione. Sentite come suona bella piena: “E’ una strategia di K-n-o-w-l-e-d-g-e M-a-n-a-g-e-m-e-n-t”. Che soddisfazione, che bella formula. La pronunciamo e tutti si azzittiscono rispettosi. Provate a leggere la sua comune definizione, possibilmente senza scoppiare a ridere. La riporto meno per spirito giornalistico per uno sviluppato senso del ridicolo.

E pensate che c’è anche chi ci vuole fare spendere triliardi per farci piazzare dei video al plasma alle macchinette del caffè: è la versione “Grande fratello” del knowledge management. (scusami grande guru Butera, eroe di mille convegni internazionali, ma questa è una cretinata troppo grossa per non riportarla in questo blog friccicarello…)

Eppure il knowledge management esiste: ve lo assicuro. Solo che la sua esistenza ha poco a che vedere con criptiche formule consulenziali, e mal si adatta ad essere esibito come trofeo nelle riunioni da teste d’uovo d’azienda. Il knowledge management non è un’invenzione legata alle piattaforme tecnologiche, ma esiste da sempre e funziona benissimo. E una cosa della vita, e capita in ogni situazione in cui esista:

  • scambio di conoscenze tra pari
  • una relazione guidata da passione e generosità
  • la certificazione della conoscenza garantita dal suo successo pratico

Un esempio: fermo per strada un passate e gli chiedo dov’è via Manzoni. Il passante, spinto dal consueto spirito di collaborazione cittadino, oltre che da un malcelato orgoglio per la sua perfetta conoscenza orografica nonché toponomastica del territorio mi spiega con dovizia di dettagli come arrivare. Avrà ragione? O è uno scherzo da oratorio? Lo scoprirò solo provando a seguire le sue indicazioni. Per far questo non ho usato alcuna tecnologia, se non quella del repertorio linguistico condiviso e delle regole di etichetta. Quante volte questo succede in azienda? Tante, ve lo dico io. Poi possiamo usare tecnologie che lo favoriscano, ma la zuppa è questa. E non è poco.

Ecco. E tanto complicato? C’è bisogno di scomodare Platone, Aristotele, Cartesio, il pragmatismo americano, il buddismo zen, i video al plasma? Intendiamoci, non ce l’ho con Nonaka, ma con i tanti “Nonakismi ipnotici” che vanno per la maggiore di questi tempi.