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Gen
3

News about me

Questo è un post di servizio per mia sorella, che in genere si informa sulle novità della mia vita leggendo il mio blog. Allora: mi sono ammalato: ho una tosse del cacchio e sto prendendo la propoli in un formato ridicolo (tipo dei mini-gavettoni da spararsi in bocca).

Nel frattempo, come sai, sto cercando di smettere di fumare (terzo tentativo) usando stavolta la vareniclina, e sembra che stia funzionando, ma sono nervoso, nervosissimo: mi incazzo per un nonnulla, mi deprimo per ancora meno e ho una voglia costante di scappare e farmi coast-to-coast con una Harley-Davidson.

Champix_per_smettere_di_fumare

Puoi quindi immaginare come vanno le cose qui a casa. Puoi immaginare? No.

Ma cambiamo decisamente argomento. Sto costruendo come un forsennato i wireframe di una intranet di un grosso cliente (quello del card sorting) e sono molto depresso perché riesco con molta fatica ad uscire dal cosiddetto portal-style. Tu ti chiederai giustamente che cosa sono i wireframe, che cosa cacchio è il portal-style e da dove salta fuori una cosa come il card sorting: per semplificare diciamo che sono tutte cose che io faccio di solito in Powerpoint. Pensa che divertimento.

Ieri mi ha chiamato a sorpresa Paolo, il mio amico-collaga dell’università (ti ricordi?). Dopo 13 anni che non ci sentivamo ha esordito dicendo: “Ciao sono io”. Minkia.  All’epoca leggeva molto Nietzsche e riparava motorini. Che cosa farà oggi? Credo che la domanda rimarrà senza risposta.

Un saluto ai nipotini.

Nov
8

Piattaforma (di trivellazione)

Preparo la lezione per i ragazzi ai quali alla fine farò aprire un blog (aleeee) mentre testo la piattaforma per la mia prossima aula virtuale di mercoledì. La piattaforma permette che tutti si colleghino con la webcam, ma è meglio non farlo se no si impalla. La piattaforma permette anche la co-navigazione, ma è meglio non farlo se no si impalla di brutto. La piattaforma consente anche di mostrare a tutti le slide del docente, ma poche (molto poche), poiché essa è molto suscettibile. La piattaforma permette anche di chattare con gli allievi, con una finestrella che assomiglia  a un buco nel muro. Quindi, ragazzi, pochi messaggi  e se non ne mettete è anche meglio.

Ehi, questa piattaforma mi è simpatica. La mia lezione si intitolerà: “Fare le nozze coi fichi secchi”, che è decisamente uno degli hit della mia vita.

Nel frattempo mi sono messo su My space, non so neanche io perché. Vorrei tanto personalizzare il template in adolescent-style ma non ci riesco. E’ decisamente una nemesi. Non ho capito neanche la differenza tra Add e request, per cui, per non sembrare un idiota non ringrazio mai nessuno. Mi arrivano richieste di amicizia da oscuri gruppi etno-jazz giapponesi. Forse vogliono che vada al loro prossimo concerto al discopub Pincopallitori-sama di Tokio ma mi sa che non ce la faccio.

La sera, prima di dormire, continuo ostinatamente a fare la cosa che mi piace veramente, ovvvero leggere Alasdair McIntyre, ma siccome casco dal sonno devo riprendere una mezza pagina prima di dove mi sono fermato la sera prima, per riuscire poi a leggere solo una pagina. Totale: mezza pagina al giorno. Per maggio ho finito.

Cristiano mi invita a una festa molto cool, con musica molto lounge, in un locale molto trendy in una zona molto chic nella quale, a suo dire, gira parecchia…beh, avete capito. Tutto questo scatena, come al solito, i miei complessi di inferiorità, che in genere si svegliano per molto meno (hanno il sonno leggerissimo).

Per la cronaca: mi ricordo che Piero Fassino ce la menava ogni due per tre in ogni trasmissione televisiva con la storia della ragazza precaria che viveva con il suo ragazzo, anch’esso precario, e facevano fatica ad arrivare alla fine del mese. Ora io vorrei che questa ragazza precaria, così tanto evocata, ci dicesse come si trova dopo due anni.

Stasera, a Roma, c’è il terzo ritrovo degli anobiani. Me sa che ce vado.

Ott
15

Eccomi

Ho appena consegnato il libro all’editore, e di conseguenza si conclude questa lunga, e un po’ nauseante, fase di immersione. Un rigraziamento a Luisa, a Fraktal e a Cristiano, che mi hanno dato delle belle indicazioni.

Ora questo blog, che ho assai trascurato, potrà proseguire, così come la mia vita. E ne ho accumulate di cose da fare: ad esempio andarmi a fare togliere le multe che mi arrivano a mitraglia perché il criminale a cui ho venduto la macchina l’anno scorso non ha fatto la trascrizioine al PRA e io ricevo multe a ripetizione nonostante abbia fatto la perdita di possesso per indisponibilità del mezzo (visto come mangeggio la terminologia tecnico-burocratica? E’ il frutto di lunghe file al comando dei vigili di Roma – Ostiense. Ah, ma non potevo restare beatamente ignorante di tutta sta roba?). Ora posso solo sperare:

a) che la macchina si rompa in mille pezzi (cosa che spero ogni santo giorno della mia vita)

b) che i vigili lo becchino in flagrante e mi arrivi a casa il suo nominativo (ebbene sì, non so come si chiama quello a cui ho venduto la macchina. Vi assicuro che è possibile)

c) Che io lo becchi per strada

d) che si ravveda e diventi un automobilista modello

e) che decida di provare ad andare a fari spenti nella notte

Nel frattempo vado a fare la mia consueta coda al comando dei vigili, che quando mi vedono si fanno delle matte risate.

Bella lì.

Lug
4

Il diavolo fa le mensole ma non i pomelli

All’Ikea hanno capito la differenza tra sostanza e interfaccia. All’Ikea hanno capito un sacco di cose. Hanno capito che è possibile avere delle strutture banali e prosaiche (l’armadio Pax, i pensili Vattern..) ma che, aggiungendo una adeguata facciata, si trasformano in qualche cosa di tuo. In quello che hai sempre voluto.

Questa cosa mi spaventa: come avete fatto a capire chi sono? Come avete fatto a capire che il vetro semitrasparente mi fa sentire molto lounge, che i copridivani intessuti a mano mi fanno sentire amico del terzomondo, che lo specchio ondeggiante mi fa sentire giovane e che i calici di vetro mi fanno sentire intellettuale parigino?

Chi siete? Io non vi ho mai incontrato ma sembra che sappiate tutto di me. Sapete che sono disposto a portarmi i mobili a casa da solo e a montarmeli senza fiatare. Le vostre istruzioni di montaggio sono talmente chiare che le capirebbe un analfabeta della foresta amazzonica. Sapete quanto sono disposto ad aspettare in coda e che dopo tanta fatica non ci starebbe male un panzerotto e una birra.

Mi fate fare una fatica immonda a prelevare da solo le cose dagli scaffali ma riuscite a trasformare tutto questo in un’inebriante avventura. I vostri impiegati sono professionali e cortesi e hanno le risposte prima che io formuli le domande. Non guardano nel computer, ma in una sfera di cristallo dentro la quale ci sono io, ci sei tu, ci siamo tutti.

Ogni cosa è dannatamente al suo posto. Mi date il metro, la matita, il foglietto, mi indicate la strada e le scorciatoie e le mie domande più segrete trovano risposte esplicite e pubbliche in cartelli, etichette, fogli illustrativi. Chi ve le ha dette tutte queste cose? Siete riusciti anche a fare lavorare gli abusivi che ti mettono i mobili in macchina, facendoci sentire tutti più buoni e benefattori. Da voi non si comprano mobili, ma pezzi di sé positivo, ripulito, rilassato.  Alla fine, che lo vogliamo o no, diventiamo persone migliori. Ikea people.

Che io sia giovane, di mezza età, gay, professionista, impiegato, terzomondista, individualista, che viva da solo o con trenta persone, che abbia un monolocale al prenestino o un attico ai Parioli da voi mi sento a casa. Voglio lavorare da voi, voglio fare l’amore che il vostro negozio, voglio sentirmi su, voglio godere ancora e ancora e ancora. Eccomi, sono io.

Sono vostro.

Dicono che il diavolo stia nei dettagli. E l’altro giorno non sapevo come attaccare il pomello  all’anta del bagno. Nessun buco, nessuna fessura preimpostata. Alla fine bisognava trapanare, ma non era indicato bene in che punto.

Niente paura: anche questo minuscolo brivido di libertà, questa frattura nella macchina, questa piccola scelta personale di second’ordine era prevista.

Lug
2

Aggiornamenti sul sottoscritto

Fa caldo e Il dentista mi ha massacrato. Ho rotto il salvadanaio (io tengo veramente un salvadanaio) e con il ricavato mi sono comprato un Macbook che non so usare ma che devo per forza imparare prima del prossimo barcamp. Sono un provinciale. Leuca mi fa notare che Duke Ellington ha copiato “In a sentimental mood” da “Monastero ‘e Santa chiara” e a me non viene più voglia di suonarla con il flauto. Mi accingo a finire il libro che sto scrivendo (visto che ho trovato un editore abbastanza stordito da dirmi  “sì”). L’estate si preannuncia densa di appuntamenti a cui vorrei mancare. Leuca ha finalmente messo in linea il sito dei concerti nel parco ma non ci scappa fuori il biglietto omaggio. Presto aggiornerò il sito con cose abbastanza interessanti, ma voglio aprire al più presto un blog dedicato ai dettagli della vita quotidiana. Leggo l’ultimo libro di Wenger tradotto in italiano (una figata) dopo una sfilza di cazzate indegne che ho letto solo perché devo capire cosa non fare nel mio prossimo libro (ad esempio citare chiunque passa per strada, riportare interi brani non tradotti, seppellire il lettore di punti elenco senza sostanza, nascondermi dietro formule magiche e mantra manageriali). Devo tagliarmi i capelli, trovare nuovi clienti, andare all’Ikea, comprare lo stereo, migliorare l’intonazione del sax soprano perché quando faccio le note alte sembra che stiano strozzando una gallina. Voglio finirla di fare liste per ogni cosa che devo fare. E voglio finalmente smetterla di pensare che sono in ritardo su ogni cosa.

Gen
24

O mia bella madunina

Quando lavoravo ad Alcatraz, sede romana, mi proposero di tornare a Milano. Mi strizzavano l’occhio, come a dire “eh, te ne torni a casa eh!” e non capivano la mia faccia terrorizzata e gli strani segni di scongiuro.

Ancora oggi, quando per lavoro mi chiamano a Milano, metto le dita a croce, e faccio due ore di training autogeno. Ma perché?

I motivi sono davvero tanti, ma vorrei illustrarne solo uno. E per illustrare intendo proprio illustrare, dato che all’epoca feci un mini-reportage fotografico sui miei luoghi d’origine (assieme a una mia amica di sventura dell’epoca)  per togliere quello sguardo ammiccante dalla faccia dei miei colleghi.

Credo sia l’unico luogo al mondo che è stato in grado di creare il nulla dove prima c’era qualche cosa. Un luogo che esiste per sottrazione, insomma. Per un terzo fabbriche, per un terzo palazzoni, per un terzo villette. Ogni tanto salta un negozio. Sulla strada: cuboni commmerciali. Dentro le case: caloriferi accesi per 8 mesi l’anno.

Parchetti nella nebbia e persone sulle panchine. Per molti anni anche io sono stato su quelle panchine. Cappuccio e cornetto oggi costano 2 euro e10. Se stai fermo per troppo tempo in un punto, dopo un po’ o arriva la polizia o vengono a rapinarti. Quando avevo 17 anni dovevo prendere l’autobus per andare da qualunque parte. Un autobus ogni ora: a mezzanotte, fine.

Ecco il reportage. E questa è casa mia.

E sempre grazie, mia cara Roma, per avermi offerto una chance.

Nov
14

Del parlare di B per arrivare ad A

Nei miei abituali corsi di formazione gli argomenti “ufficiali” sono sempre gli stessi: intranet, usability, web writing, progettazione web efficace, presentazione efficace con le slide eccetera. Sono corsi pratici, molto orientati al “fare”; eppure in questi anni ho collezionato una serie di varianti e digressioni impressionanti.

Abbiamo parlato di Miles Davis, di Roland Barthes, del sillogismo di Aristotele, di Raymond Carver, di Platone, di Wittgenstein, di psicologia della Gestalt, di Comunità di pratica. Di semiotica, antropologia. giornalismo, post-fordismo, epistemologia, linguistica, strutturalismo, post strutturalismo. Eccetera.

In realtà faccio molta più filosofia ora di quanta ne praticassi in università, (per non parlare di Alcatraz). Perché avviene questo? E’ un patetico sfoggio di cultura o c’è dell’altro? E’ proprio necessario questo vasto repertorio di “eccedenze” rispetto all’argomento principale (per di più “pratico”)?

La formazione è un incontro tra persone. Anche quando tratta temi “pratici”. E in questo incontro ci mettiamo in gioco tutti. Quello che un adulto porta in un corso di formazione è sempre un insieme di problemi e di saperi che non possono essere lasciati fuori dall’aula di formazione. Le persone non sono una tabla rasa. O riusciamo ad integrare queste esperienze e domande con le nostre risposte e il nostro sapere o le persone non impareranno niente. Di niente. Di niente.

La formazione non è un rullo compressore che passa sopra le soggettività delle persone, non è un corpus “blindato” di pallottole di sapere che vengono sparate nella testa degli individui; è piuttosto un territorio di confine e funziona solo se riesce ad integrare il “repertorio” di ciascuno con i nuovi concetti. E questo repertorio lo dobbiamo avere, almeno in parte, frequentato. E comunque dobbiamo dargli voce e dignità, perché è il vero luogo dell’apprendimento.

Questo ha alcune conseguenze sulla nostra vita di docenti, conseguenze che vorrei provare ad elencare:

– La ricchezza dell’apprendimento dipende dalla ricchezza degli intrecci di sapere che si formano tra docente e allievi

– Per parlare in modo profondo di A dobbiamo avere nella nostra testa B, C, D ecc

– Quello che diciamo in aula è un centesimo di quello che potremmo dire

– Solo se abbiamo una buona preparazione teorica su quello che sta “intorno” ai nostri temi potremo rispondere in modo adeguato alle suggestioni che arrivano dagli altri.

– Nella formazione non esiste la frase: “questo non è in programma”

– Nessun formatore può sedersi sugli allori del proprio sapere

Solo se siamo consapevoli e attrezzati rispetto a questo insieme di conseguenze possiamo fare un buon lavoro. Per questo la formazione è una scommessa, e per questo è così divertente ed appassionante fare questo lavoro.

Lug
13

A scuola di ottimismo

Ok, ho la casa sottosopra perché ci sono “i lavori”. Ho dovuto accumulare tremila libri al centro del salotto. Altro che squot in palestra. Sono un apolide con 12 valigie in mano e non so più da dove sto scrivendo, forse in realtà sto solo sognando di scrivere. La mia macchina da 500 euro ha smesso di frenare e stavo andando a sbattere, ma vivevo tutto questo come una cosa normale. La mia classe virtuale si è ammmutinata e in chat mi ha fatto un culo così. E io ho detto ok. Sono un pirla. Poi ci ho ripensato perché se no a che serve essere buddisti se poi ti devi buttare giù. Intanto la Borsa perde e anche io perdo ma il consulente dice tranquillo che c’è il trend. Intanto macino scale minori armoniche, però a partire dalla sesta, che è più musicale. Sono in un cacchio di internet point e questo la dice lunga sulla mia stabilità mentale. E l’altro giorno ho pagato ‘mila e ‘mila di tasse per soldi che non ho ancora ricevuto. Fico. L’altro giorno sono riuscito a citare, in una giornata sola: Bachtin, Foucault, Roland Barthes, Buddha, Winberger, Paracelso, Hegel, Derrida, Umberto Eco, Frate indovino e Riccardo Fogli. il tutto a 40 gradi centigradi. Volevo fare colpo sulla mia anima, che però è rimasta indifferente. Dormo per terra e sono triste, forse. Più che altro sono triste di non riuscire a scrivere con uno stile diverso da quello di un qualsiasi medio-blogger che parla al presente e in prima persona. Bella forza, a scrivere così

Insomma, per dire che non è che ho tanto la testa per aggiornare, eh…

Mag
18

Davide batte Golia 1-0

A volte la Storia ci dà torto, a volte ci dà ragione. Io ho lavorato come Intranet manager per anni all’interno di una grande azienda, Alcatraz. In questa azienda non ero l’unico a occuparmi della cosa: C’erano anche tanti altri settori e professionisti, gente con molto potere e molti soldi da spendere. E quando si parla di intranet viene sempre fuori la questione delle piattaforme, ovvero quegli oggetti che servono a gestire i contenuti. Ora, queste volpi dei Dirigenti IT volevano a tutti i costi stupirci con effetti speciali e con nuovi strabilianti oggetti.

Ed ecco che salta fuori la nuova super-piattaforma, chiamiamola “Macigno-costoso”. Ad ogni riunione si partiva magnificando le caratteristiche di Macigno-costoso, la Grande Piattaforma Universale dalla performance strabilianti. Certo, ci volevano 18 server e un team di gestione di 40 persone, ma la piattaforma era ottima. Solo che crashava ogni 4 minuti. Dopo due anni giravano le barzellette come con i carabinieri. Ad ogni riunione erano sempre tutti più incazzati. Specialmente noi, specialmente io, che nel tempo avevo costruito una piattaforma alternativa, chiamiamola “economica-piuma”. Io di piattaforme chiavi-in-mano ne avevo già fatta fuori una e mi sono sempre arrangiato costruendo e facendo costruire degli oggetti su misura.

Certo niente di stravolgente, ma stava su di un solo server e se qualche cosa non funzionava si cambiava e via. Niente: ci voleva Macigno-costoso. E giù a spiegare che noi eravamo dei dilettanti, che le aziende serie usavano piattaforme serie. “Certo”, dicevano, “oggi Macigno-costoso“ ha dei problemi, ma domani avremo l’integrazione universale dei dati. E poi ha molti vantaggi in più. Quali? Non si è mai saputo.

Ma intanto non funzionava neanche a calci nei polmoni, e anche la versione 6.0, quella che doveva risolvere tutto, si è trasformata nell’ennesimo buco nell’acqua. Ma non si poteva dire, perché se no i Dirigenti si arrabbiavano e si intristivano. Tre anni. Tre anni di schermaglie nelle quali mi sono giocato la carriera per dire cose che stavano sotto gli occhi di tutti. Ok, storia passata, io me ne sono andato e voi tenetevi Macigno-costoso.

Oggi vengo a sapere che il responsabile IT di Alcatraz (non un pisquano qualunque, ho detto il responsabile IT di un’azienda di 100.000 persone) ha riconosciuto che Macigno-costoso era una cazzata. Sembra che abbia detto: quelli di economica-piuma hanno delle performance migliori e non potremo mai competere: tanto vale che andiamo tutti su economica-piuma abbandonando macigno-pesante.

E tutti i Dirigenti e quadri, nel frattempo, quelli che dicevano cose come “Ma dove vuoi andare oggi, se non hai una cosa come Macigno-costoso” a dargli ragione,  a dire “e beh, ma questa cosa non è accettabile adesso basta non ne possiamo più e così via”. Gli stessi con i quali litigavo all’epoca. Domanda: ma perché abbiamo perso tre anni a litigare? Perché avete speso milioni di euro (milioni) e fatto perdere tempo a decine di persone e reso inefficiente un oggetto che doveva servire a 100.000 colleghi? Qualcuno pagherà per questo?

Va beh, oggi è un grande giorno per me. Ciao

Apr
20

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il motore

La lettura delle novità pubblicate su Portalino.it mi provoca sempre una certa ilarità, unita ad un sano scetticismo illuminista. In genere sI parla di strepitose innovazioni nel settore bancario, e questa è volta della intranet di Unicredit.   Sintesi dell’articolo: prima in Unicredit c’era un gran casino fatto di undernet disomogenee con contenuti scadenti e assolutamente inutili. Poi, dopo che si sono fatti il mazzo così per un anno intero (si presume nel 1998-99) e dopo che il management ha mosso le chiappe e aprerto il portafogli, ecco che arriva il superPortale con il framework comune, le applicazioni personalizzate e l’approccio strategico (leggi: prima si usava solo come accessorio e adesso invece è un supporto all’attività.)

Ok, vediamo. Io, casualmente, sono un cliente Unicredit: un giorno dell’anno scorso (a megaportalone avviato) vado in banca per accendere un nuovo conto corrente: il consulente, persona cortese, paziente e anche competente mi spiega che c’è opzione “giusta” per me (leggi: correntista sfigato). Basta scaricare il modulo con le condizioni e firmarlo. Ok, e allora vediamo ‘ste condizioni. Vedo che Il consulente si attacca alla intranet (sezione tipo “contattualistica”) e comincia a navigare: e naviga di qua, e naviga di là, e poi torna indietro, e poi cambia categoria.
Conversazione:

– io: ehm è la vostra intranet?
– Lui: si
– Io: e..come va, come va?
– Lui: mah, abbastanza bene
– Io: Ma il modulo non si trova…
– Lui: eh, si. Però, aspetti, mi ricordo che era, dunque…vado qua…(pensiero mio: sta dando la colpa a se stesso e non al sistema)

Dopo 5 minuti

– Io: perché non prova con il motore di ricerca? (n.b. piazzato al centro in bella evidenza)
– Lui: ah, no non si trova mai nulla, ma..aspetti (finalmente trova il modulo e lo stampa)

Domanda: Questo è l’approccio strategico? E se non fosse stato strategico cosa sarebbe successo? Pernacchie?

Set
28

Web writing e pensieri

Dunque, ieri faccio lezione sul web writing a questi ragazzi del master, tutti giovani, belli e motivati. Pensiero: si vede che non lavorano in un’azienda.

Parlo, parlo, parlo, e mostro slide a mitraglietta cercando di mettere in moto le mie (poche) doti di affabulatore. Pensiero: devo fidarmi di più di me stesso e fare meno slide. Anche se, a minare la mia sicurezza si aggiunge il fatto che una delle “allieve” continua a guardarmi e a ridacchiare. Al che, nell’intervallo, le chiedo: scusa ma cosa hai da ridere? Lei mi risponde, come per tranquillizzarmi: “No, è che lei fa ridere”. Fiuuu, meno male. Pensavo fossero le slide, o il tema della lezione e invece no, sono proprio io.

Il web writing, come ciascuno può capire, non è una cosa che si insegna: la scrittura non si insegna, possiamo solo cercare di limitare gli errori più comuni, dare consigli di buon senso, e sperare. Ma sono ragazzi svegli, credo lo abbiano capito. La coordinatrice del master comunque sembra soddisfatta: il suo viso mi sembra particolarmente illuminato. Si vede che quando voglio riesco ad essere quasi normale, anche se lei ha capito che sotto sotto.. Ok,  Alla fine, come di consueto, una di loro mi chiede se voglio prenderla a lavorare con me.

Pensiero: ma perché alla fine mi ritrovo sempre in veste di promotore di Alcatraz?

Set
23

Ora d’aria

Oggi, colloquio con un ente di formazione per una nuova attività di docenza. Arrivo e…improvvisamente tre splendide vestali mi circondavano subissandomi di domande. Dove ero finito? Nel paradiso dei consulenti? Nella terra dell’oro dei formatori? Poi, ad un certo punto, mentre gli occhi azzurri di una delle tre mi fissavano interessati (mah…) Lei scioglieva i suoi spendidi capelli setati; il che ha coinciso, ovviamente, con la totale perdita di controllo delle mie facoltà neurovegetative. Dove stava il trucco? Ero su candid camera? Era una specie di premio per il mio lavoro di schiavo aziendale? Gli architetti di Matrix avevano deciso di farmi rilassare un po’? Sarei rimasto a parlare per ore, cosa che purtroppo ho fatto. Poi, quando la mia salivazione si è totalmente azzerata, ho svegliato delicatamente le mie interlocutrici e le ho salutate, per ritornare ad Alcatraz.

Lug
4

Il mio piede sinistro (rotto)

Domani, a Roma, debutto del mio seminario sulle intranet, nella sua versione romana. Mi sono preparato alla grande: 190 slide, esercizi di editing, test di autovalutazione, lavori di gruppo, questionari, tabelle di analisi…Mancano solo il cane parlante e la donna barbuta, che conto di portare alla prossima edizione.

Unico punto dolente (e non è una metafora…): il mignolo del mio piede sinistro, che mi sono fratturato ieri con lo stipite della porta (qualcuno ci ha messo lo zampino, e temo di essere stato io…). Meno male che al pronto soccorso mi hanno soccorso: 10 giorni di fasciatura. Peccato: contavo di fare lezione sui trampoli e di buttarmi con il trapezio e invece dovrò ripiegare su una scrivania. Ma posso sempre fare le ombre cinesi (quando si dice il problem solving)…

Insomma, speriamo bene.

Giu
3

I tre giorni del condor trasfertista

Arrivo come un razzo a Sesto S. Giovanni (MI) da Roma, giusto cinque minuti prima di iniziare una lezione all’università al’interno del master coordinato dal mio vecchio prof che non vedevo da 10 anni poi recupero di corsa chiavi di casa di amica che mi presta casa arrivo dai miei giusto il tempo di dire ciao e subito a cena con gli amici-colleghi milanesi. ubriaco. alla mattina arrivo di *valanga* di parenti per il matrimonio di mia sorellina, grande confusione in casa poi tutti in chiesa lo sposo arriva in tandem la sposa manca poco che guidi lei e dopo cerimonia tutti a mangiare. prendo numero di telefono di amica che oggi vive a Roma così magari se ribeccamo e poi danze popolari con suonatori dal vivo fino a tardi. Ubriaco. notte a casa di amica poi alla mattina Webit dove parlo con il mio editore e incotntro Mafe per la prima volta. chiacchiere e progetti, poi di corsa a casa a recuperare le ultime cose, poi di nuovo in centro a parlare con il Guru poi riprendo la metro, riprendo la macchina e ritorno a Roma in meno di 6 ore mentre parlo con il mio amico che non sentivo da sei anni e che mi ha hakerato il blog. Roma. Casa. Leuca. Respiro.

Mag
24

Alcuni motivi per vivere a Roma e restarci per sempre

– In ogni posto dove capiti (pub, pizzeria, supermercato, laboratorio di analisi, ecc) devi imparare come funziona, e funzionano tutti in modo diverso.
– In metropolitana puoi attaccare bottone con chiunque, se ne hai voglia, senza passare per pazzo
– Le ragazze romane, che sono il sale della terra
– Chiunque impersoni temporaneamente un ruolo sociale è ben lieto di spogliarsene alla prima occasione per dirti: ao’ machevvoifa’…
– Nei bar, alla mattina, puoi commentare ad alta voce una notizia sul giornale scatenando dibattiti improvvisati e divertentissimi siparietti con tutti gli avventori
– Una coda alla posta o all’ospedale può trasformarsi per incanto in un’esperienza, ovvero qualcosa che si può raccontare (dico sul serio)
– Esite il jazz, la cultura alta, la cultura popolare, gli sperimentatori, il teatro d’avanguardia, le mostre e tutto quello che un amante del sapere può desiderare, in una misura di gran lunga superiore a qualunque città italiana (capito milanesi? CAPITO?????) ma senza ostentazione, con un sorriso, con autoironia e con una grande cortesia
– Chiunque abbia qualcosa da dire prima o poi la potrà dire, e troverà anche qualcuno che lo ascolterà
– Ho già elencato le ragazze romane?
– Infine Leuca, una persona veramente speciale (questo è un motivo molto personale, non contatelo…)

Roma mi è entrata dentro come una carezza, e resterà sempre con me. Roma, ti amo.

Apr
10

1994

Primavera del ’94. Io lavoravo come operatore di Call Center di una grande società di telecomunicazioni. Stavo con una ragazza bellissima, che poi mi ha spezzato il cuore (colpa mia? Colpa sua? Colpa nostra? Eccetera).

Mi sono laureato, nella primavera del 1994. Ero da solo, nella sala della commissione. 110 e lode. E poi, cappuccino con due colleghe che mi erano venute a trovare a sorpresa. Eccetera.

Nel 1994 qualcuno è sceso in campo. E’ finita la guarra in Yugoslavia. Eccetera.

Cos’altro? ah, si: nella primavera del ’94 hanno massacrato almeno 800.00 persone in Ruanda. Sono stati ammazzati, per lo più, col Machete. Ed erano i vicini di casa a farlo. In 100 giorni. Un record. Provate a immaginare il vostro vicino di casa che sfonda la vostra porta e ammazza voi e la vostra famiglia perché, non so, non siete padani.

Quanti sono 800.000? Più o meno la somma delle persone di 20.000 locali fighetti il venerdì sera. Oppure 10 stadi di calcio. Eccetera.

Insomma centomila assassini in più nel Mondo. Io me ne fregavo, allora, come quasi tutti. Ne parlavo giusto al bar aziendale per far vedere quanto ero informato. Solita catastrofe africana, Caspita! Urka! Eccetera.

Eppure i corpi che galleggiavano nel fiume passavano, eccome, in TV.

Poi, qualche anno fa, ho letto il libro di Philip Gourevitch: “Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie” (Einaudi). E ho capito. E ho pianto (cosa che, invecchiando, mi capita sempre più spesso). E, per quanto è mi è possibile, sono cambiato. Non male per un libro preso a caso solo per il titolo accattivante.

Non voglio dirvi nulla: a dieci anni dal più grande massacro del ‘900 dopo la shoà, leggetevi il libro. E’ qualcosa di sconvolgente. E doveroso. A ulteriore dimostrazione che le parole sono la cosa più impartante che abbiamo noi uomini.

Ah, per la cronaca, si poteva evitare. Grande ONU…

E poi paraltemi di missioni umanitarie. Eccetera.

Mar
27

Contingenze

Lo scrittore Ernesto Sabato scrisse che la sua vita era stata scandita da catastrofi spirituali. Pochi di noi possono aspirare a tanta epica interiore. Personalmente, la mia è stata scandita dalle mie borse. La prima era una borsa militare verde, di quelle molli, con una lunga fascia da spalla, o, nei momenti più temerari da indossare a tracolla. Una borsa scomoda, sciatta e buona per tutte le occasioni e inefficace in quasi tutte. Si insaccava al centro e si chiudeva male. Abitualmente c’erano i libri (anche se quelli non erano dei veri libri: erano degli strani oggetti polimorfi, senza dignità senza alcuna aura), quaderni unti e altre cose non riferibili. Quella specie di sacco era un tentativo di unire impegno e disimpegno in una sorta di ossimoro spirituale. Una mescolanza possibile solo nella testa di una ragazzo di sedici anni. Era la mia borsa delle scuole superiori.
La seconda è una borsa tipo borsello lungo, rigida e capiente, brutta e funzionale, con maniglia e tracolla. Un borsello che conteneva perfettamente il quaderno ad anelli dei miei appunti, amico fedele che avrei conservato anche sdrucito, rotto, pasticciato. Oltre al quaderno conteneva (sempre) libri seri, importanti, libri di cui andare orgogliosi. Sicurezza, riflessione, fiera delle vanità. Per un certo periodo contenne anche, costantemente, una bottiglia di Martini. Era una borsa da rapace, capace di partire vuota alla mattina e tornare alla sera piena come un otre. Librerie, concerti, ristoranti cinesi, manifestazioni. Era la mia borsa dell’università.
La terza è una borsa di stoffa blu, sottile, morbida, da portare più a mano che a tracolla. Una borsa a cui manca veramente pochissimo per essere una borsa seria. Contiene sempre (e da sempre) un piccolo ombrello, e una cartelletta rigida che non apro da sei anni (chissà cosa c’è dentro…). Macchina digitale, articoli stampati dalla Rete, Slide. Ricette mediche. Una borsa da uomo, adatta ad affrontare il lungo ciclo della necessità.

Non so perché ho scritto questo post: forse per ricordarmi che tutte le cose della nostra vita sono frutto di contingenze che, a posteriori, si trasformano in destino.

Mar
16

Un OT che mai avrei voluto

Oggi è arrivato, per e-mail, l’ennesimo no da parte di una possibile-aspirante-amica-compagna-anima-gemella. Ora io mi chiedo: dove sbaglio? Dove sbagliamo tutti? Andare a un concerto è compromettente? Sono un uomo cosi pesante? Se sei simpaticone sei troppo simpaticone (bambinone no no no). Se sei colto sei troppo colto (professorino no no no). Se sei virilone sei troppo virilone (macho no no no) Se sei esplicito sei troppo esplicito (oh, che spavento!!!) Se la tiri in lungo…Beh, se la tiri in lungo non se ne fa niente. Avete tutte 10.000 cose da fare, dovete farvi strada, siete confuse oppure avete le idee fin troppo chiare. Siete depresse, ma vi riprenderete, da sole dovete farcela da sole. Andate in palestra dove coltivate a più non posso amicizie mordi a fuggi (più fuggi che mordi) e state appresso a stronzate che mi vergogno anche solo a nominare. Viaggiate di corsa sulle vostre macchinine con i vostri telefonini sempre pieni di messaggini. E siete già impegnate con persone che non capisco come vi abbiano impegnate visto che siete sempre tanto tanto impegnate. Io sarei disposto a lasciare tutto. Da subito. Ma non vi basta. Volete essere corteggiate, ma non seriamente, solo come onanismo mentale, dongiovannesche fino al parossismo di godere dell’assenza, degli atti incompiuti, del puro simulacro di un rapporto. Adesso abbiamo anche i blog, le mail, gli sms, così possiamo tirarci scemi a vicenda in modi che non avremmo mai immaginato. Abbiamo tutti così paura della vita, siamo terrorizzati che ci attacchiamo alle quattro cose consentite socialmente per socializzare senza impegnarci. Nel locale con la capirigna e altre 15 persone che non si conoscono e mai si rivedranno: ecco questo sì. E’ c’è anche chi si vanta di fare questa vita. E di conoscere “gente”, ovvero un simulacro sociale ben costruito per farci dormire bene la notte. Un oggetto a cui stringiamo la mano dicendo “piacere sono pincopallino, non ci rivedremo più così cerchiamo di parlare di stronzate tutta la sera. grazie”: Non avevate niente da dire a 16 anni, e andavate in discoteca, non avete niente da dire a 26, e andate nei locali, non avrete niente da dire a 36, quando divorzierete. E allora vorrete darvi alla *pazza gioia* scoprendo, solo allora, che non avete mai avuto niente da dire. Ma non preoccupatevi: se siete belle gnocche troverete comunque un uomo, che però vi deluderà perché è troppo superficiale, (ma guarda un po’) Cosa volete? Non mi dite che volete la dolcezza, non mi dite che volelete l’avventura, e soprattuto non mi dite che volete *l’amore*, perché è *esattamente* quello che non volete. Voi non sapete più cosa farvene di queste cose. Non sapete più dove andare a cercarle. E neanche io, a dir la verità.

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede