In genere non segnalo mai i corsi che tengo, a prescindere dall’argomento; oggi faccio un’eccezione e segnalo che sarò a Cagliari, a maggio, a parlare di web writing all’interno del master “Le nuove frontiere del marketing e della comunicazione“, tenuto da Eutropia. Vi confesso che sono un poco agitato, non tanto per le lezioni in sé, che ho tenuto varie volte, ma per il fatto che arriverò dopo 4 giornate di Luca Conti e altre 4 di Altavilla e Petrone. E son dolori :-)
feb
16
gen
16
Le perle di saggezza di Bernabé
Ieri sera siamo stati qui, a sentire Negroponte e a rivedere un po’ di persone (che saluto ora visto che non le ho viste dopo).
Riporto in ordine sparso alcune perle di saggezza di Bernabè, (AD di Telecom Italia) perché ne vale davvero la pena:
- Il 97% degli italiani oggi hanno connettività. Se non si connettono è un problema di cultura.
- In California la connettività è di scarsa qualità, molto meglio l’Italia di San Diego o San Francisco, dove peraltro abbiamo una sanità che è davvero ottima.
- Telecom investe un casino in infrastrutture
- Siccome l’anziano non va su internet noi gli portiamo internet sul televisore così ci va
- Dei 26 milioni di italiani connessi in Rete almeno 22 sono su Facebook e questa è una popolazione che ha un’alfabetizzazione alta e un uso avanzato della Rete (sic, ma anche sigh, ma anche augh)
- In Italia c’è una sana concorrenza tra operatori telefonici che garantisce libertà di scelta e innovazione
Ok, ne ha detta anche altre che non ho fatto in tempo ad appuntarmi
Aggiungiamo il sorriso serafico, l’aria tranquilla da boss e da guru della Rete (ma chi gli ha dato questo ruolo non si sa), un gruppo di interlocutori che non ha battuto ciglio, a parte qualche timida e reverente osservazione di Sofri e il povero Negroponte, (non ha caso uno che non riceve soldi da Telecom in forma diretta o indiretta), che secondo me a un certo punto deve aver pensato che c’erano problemi di traduzione; infine, un quarto d’ora di pippa su Arpanet e le origini di Internet.
Ce ne siamo andati prima.
gen
3
Frammenti sul sapere, la Sabina, il trasloco
Quelli che seguono sono frammenti che ho raccolto durante questo lungo ed estenuante periodo di lavoro e di movimento attorno alla mia nuova casa e alla mia nuova condizione di abitante campagnolo; il loro tema comune è il rapporto tra persone e il loro sapere, e come questo sapere influenzi le nostre performance, i nostri rapporti sociali e il nostro “muoverci nell’ambiente che abitiamo”.
Primo frammento: del ricostruire la Germania e del sistemare i quadri
C’è un passo di Daniel Cohen che mi è rimasto impresso e mi torna spesso alla mente; il tema è l’apparente “miracolo” della ricostruzione della Germania nel dopoguerra; Cohen parte de un lavoro di Mancur Olson:
“La sua teoria [...] sostiene che le nazioni “nuove” o “distrutte” siano percorso da uno stesso progetto collettivo: ricostruire il Paese. Non vi è, pertanto, alcuna reale difficoltà nell’individuare le modalità di un’azione cooperativa, collettiva. Quanti ospedali e scuole bisogna costruire? Quale deve essere la durata legale della giornata lavorativa? Sono solo alcune delle domande a cui si risponde senza grandi contrasti [...] Nel caso della Germania del dopoguerra, la società non è da inventare, bensì da ricostruire. Il modo di tagliare i capelli, di curare i malati, di educare i bambini…fanno parte della cultura condivisa dai tedeschi. Mancano “solo” le infrastrutture, “l’equipaggiatura”. In poche parole, il capitale. Ma questa è poca roba rispetto al sapere comune.”
Capire dove appendere i quadri in casa è un’operazione che può durare dei mesi (o degli anni). Una volta però che si è deciso questo sapere resta sedimentato; in seguito a una ristrutturazione o a un’imbiancatura non sarà difficile rimettere i chiodi e riappenderli: il lavoro materiale in questo caso è ben poca cosa rispetto a ciò che abbiamo capito sulla loro disposizione e all’”istituzione” che abbiamo inaugurato.
(ora che ci penso questo mi fa venire in mente la nozione di “traccia istituita” di Derrida per richiamare l’idea che ogni movimento significante avviene a partire da una sorta di istituzione profonda e immotivata – la famosa archi-scrittura).
In entrambi i casi il vero nodo, la vera questione, è la produzione – e riproduzione – di un sapere condiviso ed il suo congelamento, la sua cristallizzazione in qualche sorta di “istituzione” . Questo sapere opera a vari livelli e si sedimenta come patrimonio comune di ogni comunità: la nostra capacità di muoverci nel Mondo dipende da esso e quando bisogna “ricominciare” emerge come il vero capitale che un gruppo possiede.
Questo spostamento di baricentro dal materiale all’immateriale e dal fisico al cognitivo opera ovviamente anche nel mondo del lavoro di oggi (produrre la nuova molecola di un farmaco è un’operazione compessa e costosa, ma la sua riproduzione ha dei costi marginali tendenti a zero).
Secondo frammento: quello che i bancari si urlano tra loro
Sono in banca a Rieti, per sistemare parecchie questioni riguardanti il mio mutuo, il nuovo conto, il bancomant, la banca online, la banca telefonica eccetera. La funzionaria è una persona molto competente e di esperienza (si vede) e ha libero accesso a tutti i sistemi gestionali della banca. Non c’è coda e siamo comodamente seduti nel suo ufficio. Tutto liscio, giusto? E invece no, perché di fronte a una serie di questioni specifiche la funzionaria non è in grado di andare avanti, ha dei dubbi sul sistema, sbaglia le opzioni.
A questo punto inizia un minuetto vocale con la collega della stanza a fianco (“Che faccio premo F3?” “Si, poi scegli l’opzione 2″, “Mi chiede il codice, ma è quello del cliente?”, “No, è quello che appare nella schermata prima, torna indietro e segnatelo sul foglietto”). E così via per circa 10 minuti, urlandosi richieste e consigli da una stanza all’altra. E alla fine ne veniamo – ovviamente – a capo.
Ma la funzionaria ha ancora un dubbio e ad un certo punto si ricorda di una collega di Milano con cui ha lavorato e che è “l’esperta” della Banca telefonica. La cerca al centralino e la chiama; dopo gli affettuosi saluti (“Quanto tempo!”, “Tutto bene?” eccetera), la collega le dà una serie di indicazioni sulle password della banca telefonica.
Tutto a posto dunque, ma riesaminiamo i fatti: quanti saperi sono entrati in gioco? Perlomeno 6:
- L’esperienza e il sapere pregressi della funzionaria
- Le procedure informatiche bancarie
- Le conoscenze della collega di stanza
- Lo scambio urlato di informazioni tra le colleghe
- La relazione pregressa della funzionaria con la collega di Milano
- Il sapere della collega di Milano
E probabilmente un sociologo del lavoro come si deve ne avrebbe trovati molti altri.
Attenzione a non fraintendere quello che è avvenuto: queste situazioni non sono un’eccezione, ma costituiscono la norma di ogni organizzazione sufficientemente complessa. Non sono una stortura oraganizzativa, ma il modo in cui il sapere che fa funzionare l’azienda viene organizzato e distribuito attraverso canali non perfettamente codificato. Solo che sono talmente frequenti e pervasive che difficilmente ci si fa caso.
Naturalmente questa dinamica non è visibile guardando solo l’organizzazione formale: l’organizzazione formale è fatta dall’organigramma, dalle procedure informatiche codificate e dal ruolo codificato della funzionaria. Tutto il resto, formalmente, non esiste. E invece esiste, eccome. E quando l’ho fatto notare alla funzionaria ci abbiamo riso sopra.
E quando penserò a che cosa deve servire un progetto intranet mi ricorderò di questa situazione.
Terzo frammento: la premodernità della Sabina
La cosa probabilmente più difficile da assimilare andando a vivere in un paesino in mezzo alla campagna non ha a che fare con la – retorica – preoccupazione della solitudine o della lontananza e via discorrendo; il vero problema, nonché vero spartiacque rispetto alla città riguarda il modo con cui ci procuriamo le informazioni necessarie al nostro quotidiano. Dove troviamo un laboratorio di analisi? Chi ci può tagliare le siepi? E il ferramenta, il fabbro, il rivenditore di legna, il meccanico bravo, gli orari dell’autobus, le strade migliori, la pizzeria buona, un trattorista?
Certo, possiamo andare in esplorazione, ma ci accorgeremo ben presto che le informazioni sono nascoste, per non dire inesistenti. Certo, le informazioni ci sono, ma sono per così dire, “appiccicate” alle persone del circondario. Sono loro che ci sanno consigliare.
Ora, secondo Antony Giddens una delle caratteristiche della modernità, e uno dei fattori di disaggregazione tipici del moderno, è la presenza pervasiva di sistemi esperti che garantiscono l’accesso a sistemi di sapere codificati indipendenti dai loro portatori: l’esempio più tipico è il medico di base, terminale ultimo di un sapere neutrale costituito da un sistema organizzato (università, ospedali, ASL, comunità scientifica) a cui il medico attinre. Ma anche un semplice orario dei bus, consultabile da chiunque, è un esempio di sistema esperto.
Giddens dice a riguardo: “I sistemi esperti sono meccanismi di disaggregazione perché – in comune con gli elementi simbolici – enucleano le relazioni sociali dalle immediatezze del contesto. Entrambi i tipi di meccanismi di disaggregazione presuppongono, e anzi favoriscono, la separazione del tempo dallo spazio come condizione della distanziazione spazio-temporale che essi promuovono.”
Capito? Andiamo dal medico di base, a prescindere dalla città, perché in ogni punto è garantito un unico accesso allo stesso sapere, mentre nella condizione premoderna tale accesso era molto più vincolato al contesto (il medico di Paese con il quale si sviluppava un rapporto personale di fiducia). Nei sistemi esperti la fiducia è posta più nelle regole generali di funzionamento che nelle singole persone.
Ora, le necessità di tornare a rivolgersi alle persone per avere delle informazioni fa della Sabina (e con essa tutte le zone non metropolitane italiane) una zona, nei termini di Giddens, attraversata da dinamiche premoderne.
Questo è molto interessante perché produce la necessità – a questo punto fisiologica – di un maggiore attaccamento alla comunità (o al proprio contesto di riferimento). Paradossalmente, in campagna è molto più difficile essere “eremiti” perché la necessità di sapere produce la necessità di relazione e la relazione produce coesione sociale.
Dopo che Sergio, il trattorista, mi ha sistemato la strada di accesso a casa gli ho detto che lo avrei pagato al più presto, il tempo di andare in banca. Mi ha risposto “Non c’è problema, ora sei dei nostri”.
ott
27
Creare online wireframe per intranet
Avrei voluto mantenere questo enigmatico silenzio ancora per un po’ di tempo, visto che sono talmente incasinato che vado a sbattere contro i distributori di snack alla stazione. E vivo alla stazione, non so quale, maledicendo Trenitalia e rimandando cose a data da destinarsi mente non riesco più a leggere uno come Giddens per più di 3 pagine, io che leggevo kant e Hegel sull’autobus e li capivo pure e come mi sono ridotto non lo so. E poi c’è il trasloco, e ho un’autogru nel giardino di casa (eh, si adesso ho anche un giardino di casa e 4 gatti e un cancello che ho appena buttato giù per fare passare l’autobotte del gas e tremila libri sparsi per la casa dove si sente ancora l’eco e la mia mano con l’avvitatore in mano dalla mattina alla sera mentre mia sorella ha dei problemi in famiglia e così via e forse non vengono a Natale ma in ogni caso in casa non ci sono ancora le sedie a parte questa da cui scrivo che è una sedia dell’Ikea che vorrei bruciare e adesso mi candido a scrivere la frase tra parentesi più lunga della storia della blogosfera nostrana).
Ok, detto questo non potevo esimermi dal segnalarvi una cosa fi-chis-si-ma, ovvero un’applicazione web per creare wireframe di intranet di prima e seconda generazione direttamente online. L’applicazione si chiama intranetwireframe e vi consiglio caldamente di farci un giro (che sta facendo anch’io peraltro).
lug
28
lug
12
giu
28
Un libreria geek per fare cultura digitale e coworking: può funzionare?
Cari amici, il post di oggi è da “angolo del crowdsourcing”, o dell’intelligenza collettiva, o del mercato predittivo o, detto in parole povere, del consiglio che vi chiedo per una cosa che non c’entra niente con questo blog.
Il discorso è questo: da tempo io e alcuni miei amici stiamo cercando una “exit strategy” per dedicarci a qualcosa di diverso dalle nostre attività consuete. Ieri, dopo l’ennesimo passaggio alla Feltrinelli dove non ho trovato ciò che cercavo, sono uscito con un’idea, ma non so se può funzionare.
L’idea è questa: mettere su una libreria specializzata in informatica e cultura digitale. La libreria sarebbe in città (presumibilmente Roma) e avrebbe tra le sue caratteristiche:
- Tutti i libri italiani di informatica, internet, cultura digitale, management digitale ecc, compresi quelli che non si trovano di norma alla Feltrinelli
- Molti libri stranieri, con tutte le ultime uscite che in genere non si trovano assolutamente in Italia
- Tutta una parte dedicata ai videogiochi
Ma oltre a questo la libreria dovrebbe diventare un ulteriore punto di diffusione della cultura digitale in Italia, con incontri con gli autori, dibattiti tra blogger e specialisti nel campo.
Inoltre dovrebbe fare da punto di segnalazione di eventi nel nostro paese e collegarsi a scuole ed enti che fanno formazione e alfabetizzazione (magari con convenzioni)
Infine, nell’ambiente troverebbe posto una parte per il co-working, con postazioni dedicate per i lavoratori mobili che hanno bisogno di scrivanie, servizi e connettività per breve tempo
Ovviamente nella libreria ci sarebbero anche PC, WI FI, punti lettura, consolle videogames ecc
Inoltre ci sarebbe una presenza in Rete della libreria attraverso un sito col catalogo aggiornato, blog e tutto il resto dell’armamentario.
La domanda è: secondo voi questo progetto, arricchito di tutto quello che ho detto e che poi ci verrà in mente, potrebbe funzionare?
Nel frattempo voglio ringraziare Luca Vanzella, Mafe De Baggis, Alberto D’Ottavi, Antonio Pavolini, Achille Corea, Michele Melis, Leonardo Agrò, Mauro Lupi, Federico Fasce, Fabio Masetti, Irada Pallanca, Laura Marconi, Emanuele Quintarelli, Maurizio Galluzzo, Tony Siino, Roldano de Persio, Luca Mascaro per le tante suggestioni che mi hanno dato via Facebook, e che vado a sintetizzare:
- Aggiungere la parte cafè e aggregazione
- Spingere molto sul co-working
- Diventare reseller italiano di cose da geek e libri stranieri
- Stringere accordi con i fornitori di e-book reader
- Creare laboratori di scrittura e collegarsi con i maketplace degli autori come Lulu
- Creare uno spazio versatile per ospitare eventi da geek
- Spazio libri usati
- Lavorare sulla parte innovativa dell’editoria (es libri in PDF e e-book)
- Stabilire un business plan preciso
Infine uno di loro mi ha detto esplicitamente che un progetto del genere avrà si è no sei mesi di vita (ecco).
Ovviamente io non so niente del mondo del commercio (distributori, licenze, finanziamenti e tutto il resto) e quindi ogni consiglio è bene accetto.
Voi che dite: può funzionare?
giu
21
Senza vergogna: i video di Intranetmanagement
Cari amici, quando la spudoratezza cresce e il senso della misura decresce…finiamo su Youtube. E il vostro intranetmanagement si trova oggi esattamente nel punto di intersezione tra queste tue opposte linee di tendenza.
Questi video sono tratti da una mia lezione su Intranet content management dell’anno scorso in quel dell’Aquila (da quei gran farabutti della TILS, oggi possiamo dirlo. A proposito, cari manager di TILS, vi ricordo che anche se hanno arrestato il vostro boss io rientrerò in possesso dei soldi che mi dovete, a costo di venire lì a pignorarvi le scrivanie).
Ok, chiusa parentesi. Sui video posso dire – a mia discolpa – che ero stanchissimo e in una certa difficoltà, il che si è tradotto in interiezioni fuori luogo, farfugliamenti senza senso, ipercinesi, ripetizioni, divagazioni a vanvera.
E per chi non fosse ancora soddisfatto ecco tutto il mio canale su youtube, dove sto raccogliendo i vari spezzoni, che poco alla volta pubblicherò.
Abbiate pietà, anche per il modesto editing: ho lavorato da autoditatta con Moviemaker.
mag
26
mag
4
mag
2
Navigando tra i bandi di gara
Quest’anno ho deciso di fare meno formazione e più consulenza, tanto per provare ad esplorare territori nuovi (e anche perché sono stato tirato in mezzo, ma la vita è così: una via di mezzo tra scelte, necessità e appropriazione consapevole delle proprie necessità).
beh, insomma, comunque non avevo calcolato che questo avrebbe implicato la lettura sistematica di bandi di gara pipposissimi unita a presentazioni dall’esito incerto a clienti mediamente disinteressati e confezionamento di offerte lanciate sul mercato come messaggi nella bottiglia.
In questa attività un po’ disarticolata mi sono imbattuto, grazie al solito tam tam, nel bando del comune di Firenze per la fornitura della piattaforma intranet (per i fanatici, il capitolato tecnico è scaricabile in .doc da qui).
Ora, fermo restando che ho una nostalgia immensa di quando la home page del Comune di Firenze era la peggiore pagina web italiana (e batteva davvero ogni record) mi sono reso conto di quanti passi avanti siano stati fatti nei requisiti che le organizzazioni definiscono su progetti di questo tipo.
Leggendo il bando infatti troviamo, oltre a cose più canoniche quali autenticazione, integrazione applicazioni, creazione dinamica form ecc, che:
- Deve costare poco (e questo taglia fuori i grandi vendor)
- Deve essere tutto open source (idem)
- Deve essere personalizzabile dall’utente (fine del Grande Portale)
- Deve avere gli Rss con aggregatore integrato (idem)
- Deve avere il wiki
- Deve avere chat, folder personale, agenda condivisa
- Deve avere forum, sondaggi, questionari
- Deve avere un sistema di project management
e tante, tante altre cosucce mica male.
Guardate che non sono cose da poco: qualche anno fa credo proprio non avremmo trovato neanche la metà di requisiti di questo tipo in un bando come quello (credo).
Insomma, direi proprio che si stanno affermando una serie di nuovi standard anche solo dal lato dei requisiti tecnologici.
E questa è certamente una buona notizia.
mag
1
Non aprite quell’aggregatore
Ma si può vivere così?
La prossima volta che risento la pippa che con il nuovo web filtriamo le informazioni e l’overflow di trasforma magicamente in coda lunga e teniamo sotto controllo le nostre fonti e ci costruiamo il palinsesto e non ci sfugge niente eccetera eccetera avvisatemi, perché ho due coesette da aggiungere.
Il fatto è questo: quando anche solo l’idea di aprire il tuo aggregatore e vedere la carrellata indigeribile di notizie che ti si sono scaraventate addosso nel frattempo ti provoca un misto di nausea, ansia e senso di colpa, ecco in quel momento stai usando i feed RSS al massimo delle loro potenzialità.
Il che significa, in altre parole, che sono una delle paradossali tecnologie il cui successo teorico coincide con il suo fallimento pratico.
apr
3
Intranet insight: il video dei ragazzi di Oncommunity
I ragazzi di Scienze della Comunicazione si ritrovano in un social network che si chiama Oncommunity, nel quale discutono, collaborano, intervengono, segnalano, condividono allegramente il loro essere parte di una comunità di futuri operatori della comunicazione.
In questo cammino hanno incontrato la intranet, cominciando a sperimentare anche questa dimensione come parte del loro percorso di apprendimento. E questo video è uno dei risultati del loro lavoro (troverete anche il sottoscritto, in qualche scena).
Trovi altri video come questi su Oncommunity
I giovani ragazzi di Scienze della comunicazione, stretti tra un sistema universitario lacunoso, un sistema di inserimento nel lavoro nepotistico, un sistema di riconoscimento sociale feudale e un sistema di ricambio manageriale oligarchico, non se la passano molto bene.
E anche se in passato sono stato molto duro con l’impostazione del loro corso di laurea e, in generale, con il processo di liceizzazione delle università italiane voglio, anche anche a mo’ di scuse tardive per l’acidità dei miei toni di allora, fare loro i miei più sinceri complimenti.
In blocca al lupo a tutti.
apr
1
Le interviste colte di IntranetManagement: Giuseppina Pellegrino
Cari lettori, nell’area “Articoli” di questo blog trovate una sorpresina: una lunga intervista a Giuseppina Pellegrino – sociologa italiana che si occupa del rapporto tra individui, organizzazioni, tecnologie – intervista che mi ha rilasciato ormai più di un anno fa ma che non avevo mai pubblicato per problemi tecnici (e anche di tempo).
L’intevista si intitola “Tecnologie situate“, ed è centrata sul suo libro “Il cantiere e la bussola“, una ricerca sul campo condotta nel 2004 su due intranet – una italiana e una inglese – e sul complesso insieme di dimensioni che questo tipo di progetti solleva: dimensioni culturali, sociali, tacnologiche, organizzative.
Ne emerge un quadro piuttosto ambivalente, nel quale, unitamente alle tecnologie, si mescolano aspettative micro-organizzative, retoriche sociali, gruppi di pressione, routine culturali e nel quale si incrina la riposante visione deterministica che dalle tecnologie dovrebbe portare, senza soluzione di continuità, a cambiamenti di qualche tipo seondo la visione di qualche élite organizzativa.
Putroppo le cose non stanno sempre così e questa ricerca ce ne mostra le conseguenze sul piano delle concrete pratiche organizzative e sociali delle persone che lavorano.
Il libro non è molto agevole (ed entra nel tecnico di riferimenti piuttosto ostici a una prima occhiata) e l’intervista – lunga, lunghissima, lo so – ne rispecchia la complessità.
Tuttavia credo che ci sia oggi un estremo bisogno, nella nostra disciplina, di un allargamento di orizzonti e di uno sguardo capace di gettare qualche ombra sulle nostre ingenue euforie.
La consapevolezza a volte fa male, ma è un ottimo antidoto all’ottusità, sia delle pratiche che delle teorie.
Buona lettura.
apr
1
Il mio nuovo blog
Cari lettori, ecco il mio nuovo blog, (ovvero www.intranetmanagement.it) creato dopo più di 5 anni di frustrazioni e mal di pancia su Splinder. Mi raccomando di aggiornare i vostri feed, i vostri bookmark, i vostri link, le vostre blogroll, perché è questo l’indirizzo da cui il vostro autore scriverà d’ora in avanti.
Come potete vedere ho fuso assieme il vecchio blog e il vecchio sito, in modo da poter agevolmente aggiornare entrambi. E presto vi darò qualche aggiornamento sulle novità che ho inserito (e sto ancora inserendo) nello spazio.
E adesso due paroline a quelli di Splinder:
*****
Abbellii!!!
aò, la volete sapè ‘na novità? dopo 5 anni de bagni de sangue sono uscito dal tunnel della vostra stramaledetta piattaforma!!! Andate a zappare voi Drupal e tutta la generazione di smanenttoni che ci sta dietro. Avente finito di spadroneggiare sulla mia vita con la vostre assurde richieste.
Devo avere pazienza? State lavorando per me? Volete che passi ad un account pro? Ve lo scordate cocchidemamma, cominciate a fare funzionare quello che c’è invece di farvi le birre doppio malto.
Un saluto anche a vitafiorita, merendina76, sussurrodentro, poesiedellasera, cinninomiagolante e tutta la vostra simpaticissima comunità.
Adios
*************
Ok, chiusa parentesi. A Presto.
mar
25
Liveblogging (ritardato ma piccante) sull’osservatorio Enterprise 2.0 di Milano
Perdonate i tanti errori di battitura…
[10.10] intervento di Mariano Corso
L’importanza dell’Enterprise content management come nuovo ramo di gestione del’enterprise 2.0
dimensione della collaborazione unificata: c’è molto da fare specialmente sul’intergrazione tra le diverse applicazioni. Benefici: tanti, specialmente in tempo di crisi.
- riduzione costi telefonici
- riduzione costi di trasferta ecc
- tempestività decisionale
- integrazione con fornitori
- Benefici strutturali, rispetto a nuove logiche organizzative, più snelle
Dimensione di architetture adattive unificate
- investimenti più consistenti, perché toccano nodi infrastrutturali importanti, ma i livelli di sperimentazione sono bassi
Benefici:
- diminuzione costi di cambiamento
- personalizzazione più spinta
- flessibilità ed empowerment (l’utente assume maggiormente il controllo)
Dimensione social network e community
Crescita forte, ma investimenti bassi
sperimentazioni limitate ad ambiti locali
Benefici:
- riduzione costi comunicazione/informazione
- riduzione costi per erogazione dei servizi
- Identificazione talenti nascosti o segregati
- Impatti strutturali importanti ma poco compresi, ad esempio la possibilità di creare substrati relazionali che abilitano nuovi processi cllaborativi trasversali
I direttori HR fanno molto i visionari e vanno ai convegni a farsi belli, ma poi in pratica non vengono introdotte policy, procedure nuove, nuove abitudini e non si è riflettuto a sufficienza sulle potenzialità.
La maggior parte delle persone HR stanno vivendo queste cose come un “giochino” collaterale e accessorio. I veri innovatori HR sono solo il 12%.
La parte marketing e commerciale è invece coinvolta di più ed è attiva nel promuovere iniziative, ma manca la consapevolezza dei cambiamenti che sono necessari per usare al meglio questi nuovi canali.
Fine dell’intervento di Mariano Corso: l’Enterprise 2.0 può essere visto come un cavallo di Troia del cambiamento nelle organizzazioni, perché grazie ai suoi benefici di breve termine diventa attrattvio, ma in realtà porta il germe del cambiamento dentro l’mpresa. I confini organizzativi, diventano più sfumati, in modo naturale, e poi trasferendo il controllo verso le persone faccio operazioni di delega molto forti verso il personale operativo, e qusto trasferisce potere e autonomia alle persone. Questo provoca cambiamento al di là delle intenzioni.
Il cambiamento avviene comunque: il problema è che i cambiamenti poi vanno goveranti e le aree devono cambiare il loro modo di lavorare, ad esempio HR deve cambiare i suoi sistemi di sviluppo o il MK e commerciale deve integrare le nuove competenze che emergono. L’altra strategia, che è quella “attendista” è poco attuabile, perché questi strumenti, in mano alle persone, portano un cambiamento inarrestabile comunque.
Quale è la strategia? Sfruttare la crisi per portare logiche nuove in azienda
[10.30] Mariano se la prende con i CEO che non hanno capito assolutamente niente dell’Enterprise 2.0. Sono degli ingenuoni e ignoranti.
[10.40] intervento di Stefano Mainetti
campione di 102 aziende, tanto per cominciare
Circa un terzo di aziende pianifica i cambiamenti in modo pluriennnare. Circa due terzi agisce in modo estemporaneo sia come piani di svilppo che come governance.
C’è un forte bisogno di razionalizzazione delle iniziative, dovute anche alle mode del momento e ai convegni (ma guarda un po’).
Cosa cambia nell’IT?
- le legacy non sono più centrali, e le applicazioni esterne entrano pesantemente dentro le organizzazioni. In mezzo c’è un sistema di delivery che è sempre più multicanale (ipod, tablet pc ecc)
- Le interfacce sono sempre più ricche e mashuppabili
- Esistono sempre più sistemi di retrival e ricerca per governare la grande massa di informazioni che si riversano nei sistemi
- Le piattaforme diventano sempre più flessibili
- I servizi applicativi diventano molto più eterogenei e diversificati (social network interni e tutti gli strumenti del web 2.0)
- I dati, formali e informali entrano in gioco e i dati destrutturati vengono integrati con i dati formali e strutturati.
- Nascono nuovi modelli di offerta (cloud computing, SaaS) che permettono di realizzare tutto questo in modo nuovo e non legato a specifiche piattaforme.
Ok, si entra nel tecnico di cose di server e applicazioni con le slide deliranti tipiche fatte di blocchi e di frecce.
L’indagine su un campione di 162 utenti/manager: Bisogni prioritari: appartenenza aperta, global mobility, ecc
Che cosa si usa? IM, calendari, social network sono di uso quotidiano. Meno utilizzati sono i blog, le web tv ecc. Il focus si sposta insomma sui bisogni degli individui. Social ranking e rating sono indietrissimo.
I nuovi attori dei sistemi informativi 2.0:
- i colleghi
- i business partner
- i sistemi inforamtivi tradizionali
Ok, altra slide delirante modello astronave: il succo è che tutto è legato alla possibilià offerta all’utente di configurare e modificare il proprio spazio. Chi definisce le regole? Ovviamente il modello d’impresa, le linee, l’IT
[10.55] tavola rotonda
Roberto Battaglia, Responsabile formazione San Paolo
Grandi divari tra parole e fatti. I problemi tipici sono quelli legati all’accentramento e non condivisione dell’informazione perché perdo potere (la solita solfa) e l’anarchia delle conversazioni bottom-up (anche questa la solita solfa).
Per fortuna, dice, stanno arrivando giovani che nel giro di qualche anno rimpiazzeranno i vecchi (seee, aspetta).
Dice una cosa importante: bisogna lavorare sottotraccia, per potersi accreditare dimostrando risultati. E’ difficile dimostrare l’utilità dei social netwokr, ma questa è l’unica via per pter attrarre investimenti significativi.
Nunzio Calì, IT manager di Fiat: mostra un video tutto super-tencnologico in inglese, wow!!!!
Sembra di essere in uno spot, ma quanto dura ’sto cacchio di video?
Dice che lui è il portavoce del Marketing (a vabbè): dice che la nuova 500 è nata con il contributo di tutti i clienti attraverso il “portale” (accidenti, una vera primizia, come notizia). Molte features della 500 sono state inserite dopo, sulla base delle richieste del cliente.
Il Mk ha creato una divisione chiamata “Fiat 2.0″ – MK inovation.
Hanno creato una piattaforma distribuita – interna – per la collaboration tra le persone delMK sparse in tutte le sedi del mondo. Non si sa che cosa fa, non si sa quante persone coinvolge.
Il 2.0 interno si applica però anche alle manifatture: cita il “World class manifacturing” come iniziativa che valuta il miglioramento dei processi nei vari reparti, con tanti premi e cottillons. L’idea è la filosofia del KAIZEN, mutuata dai giapponesi. Una competizione, insomma, è va bene così. La piattaforma consente ampi scambi e discussioni bottom up
[11.44] Tipo della Barilla che parla dell’iniziativa “il mulino che vorrei”, una community di idee intorno al brand. Niente di realmente nuovo, in verità, anche se il tipo ci crede un casino. La cosa che evidenzia è che le idee inviate, guarda un po’, vengono lette. Ma porca miseria, siamo veramente al punto che queste sono inziative di rilievo di cui parlare? Mah, sospendiamo il giudizio.
Dice che è un sito in cui “si interagisce con la marca”. non vi sembra una cosa un po’ spaventosa?
Ad ogni modo dice che le idee entreranno nei vari processi organizzativi, che saranno riorganizzati. Insomma, c’è un impegno aziendale, e almeno questo ce lo portiamo a casa. E’ già tanto rispetto alle iniziative farlocche di casa nostra
[11.51] Erminio Seveso Presidente di AUSED
I CIO hanno una forte pressione sul budget nelle aziende. Insomma, il loro compito è fare risparmiare le aziende e dare efficienza. c’è stato nel tempo uno spostamento dai prodoti e piataforme ai processi (ho già capito che è una pompa di intervento).
Dal suo punto di vista l’E2.0 riguarda principalmente elementi “di confine” tra processi strutturati e destrutturati. Si riescono a vendere solo se promettono vantaggi tangibili alle aziende. Il CIO deve giocare un ruolo di innovatore di frontiera, spostando l’attenzione sull’ascolto.
Dice che queste cose ricordano le resistenze di una volta verso i PC, perché anche quelle erano cose che davano autonomia alle persone e trasformavano le organizzazioni. I CIO devono cavalcare queste cose, anche se senza alleanze nelle aree di business la quota di budget non sarà mai significativa.
Il tipo del SAN PAOLO dice: i social network devono entrare “nel flusso” operativo, non possono stare ai margini. Poi ci sono effetti collaterali interessanti, ma arrivano dopo, in modo imprevisto. Il “rumore di fondo” delle conversazioni informali e del cazzeggio in realtà sono parte integrante del processo di apprendimento, purché ci sia anche la “ciccia” del lavoro. devono esserci enrambi – IMPORTANTE
[14.00] alcune “perle” dal dibattito con i fornitori di tecnologia
Zamperini, di Value Team, chiede quante persone in sala sono conesse con lui in qualche social network. Pochissime mani alzate, e considerando che Zamperini è praticamente uno spammer di vecchia data in questi luoghi la cosa mi fa abbastanza ridere.
Quello di Cisco cita come un settore promettente quello delle videoconferenze e degli instant messaging. Evviva l’enterprise 2.0!!!
E per finire, quello di Microsoft denuncia come il problema sia la scarsa integrazione di questi sistemi tra di loro e dice che ovviamente, Microsoffete ha risolto il problema. Come no, vallo a raccontare a tuti quelli che si sono presi Sharepoint e ci hanno dovuto attaccare l’inversomile pur di farlo funzionare “a carci nei pormoni”.
Nell’intervallo Emanuele Quintarelli mi dà una notizia interessante: sia le slide che il report sono disponibli a pagamento. Per un’iniziativa ampiamente foraggaita dai – soliti – sponsor e coordinata da un’università che ha già i suoi introiti non è niente male. E bravi politecnici, è così che si fa innovazione.
Ok, comincia la sessione pomeridiana.
[fine per mancanza di batteria]
mar
24
Innovazione, caos, ambiguità
Una lunga citazione che credo meriti di essere riportata:
[...] Pensate ad esempio a Deborah Alvarez-Rodriguez di Goodwill. Quando è entrata in azienda, il morale era basso, i ricavi ristagnavano e i benefits dei dipendenti venivano tagliati a destra e a manca. Nel momento in cui mise piede in Goodwill, Deborah iniziò ad attuare dei grandi cambiamenti. “Mi rendevo conto che dovevo creare un certo livelo di caos”, ci ha detto. Il consiglio di amministrazione, il gruppo dirigente e i dipendenti erano spaventati.
“Devi essere proprio così scardinante?” le chiese un membro del consiglio. “Si” rispose con convinzione Deborah. “La nostra era un’organizzazionre totalmente gerarchica”, ci ha spiegato. “Dovevamo coinvolgere i collaboratori e indurli a diventare collaborativi e creativi. I dirigenti devono capire che le grandi ideee vengono da coloro che sono più vicini all’operatività“.
Deborah ha costituito dei team interfunzionali di una dozzina di persone in rappresentanza di tutti i livelli dell’azienda. Il management aveva l’ultima parola sulle loro proposte, ma ha accettato il 95% dei suggerimenti avanzati da questi circoli.
Nel giro di pochi mesi, gli sforzi di Deborah hanno dato un ritorno significativo: il caos che aveva creato ha contribuito a decentralizzare l’organizzazione coinvolgendo nel contempo i dipendenti. E’ riuscita così ad aumentare si ai ricavi sia i profitti.
Questo tipo di leaderesip non è ideale in tutte le situazione. I catalizzatori sono destinati a “scuotere la barca”. Sono molto più bravi come agenti di cambiamenti che come guardiani della tradizione. Operano con successo nelle situazioni che richiedono un cambiamento radicale e il pensiero creativo.
Apportano innovazione ma tendono anche a creare un certo livello di caos e ambiguità. Metteteli in un ambiente struturato e rischiano di soffocare; ma lasciateli sognare e faranno gradi cose. [...]
da: “Senza leader . Da internet ad Al Quaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete”. O. Brafman – R.A. Beckstrom, Etas, 2007
P.s.: la dedico a Marco e a tutti quelli che cercano ogni giorno di “scuotere la barca”.
mar
10
Piccoli disservizi su tutta la linea
Abbiate pazienza, ma sto effettuando il lungo, travagliato, sofferto, sospirato, controverso, utopico passaggio del mio blog su piattaforma Wordpress, con annessa unificazione di blog e sito in un unico ambiente bello ricco di contenuti nuovi. Praticametne una traversata nel deserto.
Questo provocherà una serie di disservizi, quali la testata che non appare, oltre che tremori, sudorazione e abbassamento dell’emoglobina dei visitatori. Inoltre Splinder deve essersi accorto di qualcosa perché da qualche giorno non mi rivolge più la parola.
Stay tuned e pedonate questo povero blogger sempre più frastornato.



















