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Apr
3

Perché l’approccio “installa e prega” non funziona

Ok, una recente ricerca di Gartner (a quanto pare esiste una ricerca di Gartner per ogni aspetto dell’esistenza, terrena e ultraterrena),ebbene una ricerca conferma una cosa che  chiunque gestisca una community interna ha imparato sulla sua pelle, ovvero che la creazione di spazi di collaborazione interna che non abbiano una proposta chiara è destinato al fallimento 9 volte su 10.

Questo approccio, chiamato dall’analista di Gartner “installa e prega”, è quello dominato unicamente dalle implementazioni tecnologiche le quali, una volta avviate, dovrebbero magicamente produrre la partecipazione dei dipendenti.

Beh, non è così: che si implementi un “obsoleto” forum interno usando phpBB o che si introducano modernissime forme di lifestreaming grazie a applicazioni di microblogging come Exo (o la una variante per Sharepoint come Beezy) il problema resta sempre quello di capire e fare capire agli impiegati perché qualcuno di loro dovrebbe scriverci dentro.

A volte su internet questo approccio funziona, ma noi non siamo in internet, come ci ricorda un bel post di Aaron Kim (Social business, the forest and the garden: Your intranet is not the Internet).

I questo senso potremmo dire che internamente non esistono tecnologie, ma solo e sempre iniziative. In altre parole le tecnologie non creano di per sé partecipazione, la abilitano solamente, ma il motore sta sempre da qualche altra parte, come la ricerca di Gartner ci spiega. E il primo passo per accendere il motore è avere una proposta chiara: tanto per capirci, formule come “è attivo il forum”, “dicci su cosa stai lavorando” non sono proposte chiare.

Gartner individua 5 caratteristiche che identificano una buona proposta (le trovate ben spiegate in questo post):

  • Magnetismo. La proposta deve offrire un vantaggio tangibile, in modo che le persone intuiscano un qualche vantaggio nella partecipazione stessa (es. risolvere problemi col PC).
  • Capacità di creazione di community. La proposta deve invogliare a creare contenuti da parte di tutti (se si basa sulla creazione di contenuti complessi abiliterà meno partecipazione).
  • Valore organizzativo. La proposta deve avere un chiaro obbiettivo di business riconoscibile da tutti.
  • Basso rischio. La proposta deve apparire poco rischiosa nella partecipazione delle persone.
  • Capacità di evolvere. La proposta deve caratterizzarsi per la sua capacità di evolvere e svilupparsi, anche sulla base della crescita della community.

E’ qualcosa di un po’ diverso dal semplice “vieni anche tu sul nostro forum”, no?

Gen
11

Se una scintilla avvia la community

Molti produttori di social software hanno da tempo capito che per aumentare le vendite dei loro prodotti devono prima aumentare la cultura diffusa su queste piattaforme e devono raccontare storie sul loro utilizzo da parte delle organizzazioni. In questo senso il blog di Yammer (noto produttore di una piattaforma di microblogging, recentemente acquistato da Microsoft), attivo da 4 anni e mezzo, è davvero ben fatto e raggiunge con onestà il suoi obiettivo, dando nel contempo tante indicazioni utili in senso più generale.

L’ultimo post in particolare racconta come cBeyond (una società IT americana) ha condotto una campagna di un mese per aumentare l’adozione della piattaforma all’interno dell’azienda. Le idee sono molto originali e interessanti (dal “tip del giorno” al contest “pubblica la tua tazza per avere una tazza”) e testimoniano di come nelle strategie di adozione alto e basso, ufficiale e conversazionale debbano integrarsi armoniosamente.

 

Gen
23

Q & A senza barriere

Come ho detto spesso, l’uso dei sistemi di forum o micro-blogging per creare ambienti di domanda & risposta tra colleghi è uno dei più promettenti e produttivi:

  • perché chiedere qualcosa è tecnicamente facile;
  • perché le persone sono abituate a chiedere qualcosa ai colleghi;
  • perché chiedere qualcosa o dare una risposta è un’attività che riconoscono e per cui possiedono una rappresentazione che può essere portata online;
  • infine, perché l’atto di chiedere qualcosa, o di rispondere a una domanda di lavoro, non è  vissuto come una perdita di tempo da nessuno, neanche online.

Tutto bene dunque. Tuttavia a pensarci bene ci possono essere molte barriere psicologiche  nell’adozione di questi sistemi: le persone potrebbero pensare che la loro domanda sia stupida, o che farà perdere tempo agli altri, o che la risposta sarà aggressiva, o che in qualche modo la domanda non sia una “buona” domanda (chi fa formazione sa che questo succede anche in classe).

Insomma bisogna creare un buon clima anche per questo tipo di ambiente; per questo vi segnalo un post di  Scott Ginsberg in cui ci dà alcuni consigli per creare una ambiente favorevole alle domande.

E, se non avete ancora implementato alcun ambiente di Q & A nella vostra intranet date un’occhiata a Coordino, un sistema open source per creare in intranet un sistema di Q & A simile alla nota piattaforma per smanettoni StackOverflow.

Oppure a OSQA, un altro sistema open source con funzionalità simili.

Ok, vi ho segnalato qualche risorsa per abbattere le barriere culturali e vi ho segnalato qualche altra risorsa per abbattere le barriere tecnologiche.

Che dite, ce la facciamo questa volta?

Gen
2

Se il following diventa pervasivo

Vi segnalo un’interessante riflessione di Mike Gotta a proposito dei meccanismi di following e della loro applicazione in azienda. In sostanza, l’idea di Gotta è che il meccanismo di seguire un collega e le sue attività e davvero potente, me perché funzioni in azienda dovrebbe essere reso pervasivo.

Bisognerebbe cioè che la funzionalità di following non fosse confinata alla specifica applicazione “social” presente in azienda, ma fosse presente all’interno di tutte le applicazioni che usiamo quotidianamente: ci arriva una mail e decidiamo si seguire il collega; facciamo una ricerca nel cercapersone e decidiamo di seguire qualcuno che appare nei risulati; leggiamo una pagina o un documento sulla intranet e decidiamo di seguire l’autore. E così via.

L’idea è interessante, e allo stesso tempo sintomatica dello stato ancora sperimentale in cui si stanno muovendo tutti questi progetti.

 

Dic
24

L’adozione della intranet 2.0 e i suoi dilemmi

C’è un aspetto che riguarda i social software interni e più in generale tutte le funzionalità avanzate di collaborazione e community che, fino a ora, non ero mai riuscito a chiarirmi: quanto dobbiamo lasciare libere le persone di adottare queste funzionalità e quanto invece dobbiamo costruire un contesto adeguato capace di dare un senso operativo a questi strumenti?

Naturalmente conosco bene l’importanza del community management, e io stesso battuto su questo tasto ripetutamente in questi anni. In buona compagnia peraltro: basta leggere ad esempio “Software is not enough“, di Rachel Happe o”6 Keys to Launching Successful Collaborative Intranet Groups“, o ancora “Enabling Participation: More Art Than Science“, solo per citare alcuni esempi, per rendersi conto di quanto sia diffusa la convinzione che sia *sempre* necessaria una qualche strategia di adozione.

Eppure c’è qualcosa che non mi quadra in questa posizione così netta: tutte le volte che un cliente mi parla del successo immediato del nuovo sistema di instant messaging o tutte le volte che leggo di come un qualche software di microblogging sia stato adottato seza problemi all’inerno di una certa realtà organizzativa, un campanello d’allarme suona nella mia testa.

In questo caso infatti non c’è alcuna “strategia di community management”, ma solo una logica Software as a Service (SaaS) nella quale un nuovo sistema viene messo online per fare fare ai dipendenti alcune cose (in genere comunicare) dopodiché vengono esaminati i risultati e i valutati comportamenti.

Come la mettiamo allora, SaaS o community management? Notate che le conseguenze della risposta influenzano l’organizzazione interna, il peso che le tecnologie assumeranno, le strategie di comunicazione e di analisi preliminare.

E la risposta è che queste due alternative non si escludono tra loro, e il dilemma tra “lanciare un software e vedere che effetto fa” e “costruire il contesto perché le persone lo utilizzino” è in realtà falso. Si tratta di capire che le due alternative sono in realtà due estremi di uno stesso spettro, nel quale vanno inseriti i diversi strumenti.

Spero che lo schema seguente mi aiuti a farmi capire:

Lo schema presenta:

  • nella parte alta gruppi di strumenti, in ordine di adottabilità SaaS;
  • nella parte bassa le relative strategie di adozione.

All’estremo sinistro dello spettro abbiamo gli strumenti che possono essere erogati in modalità SaaS, e man mano che ci spostiamo verso destra troviamo strumenti e funzionalità che necessitano sempre di più di modalità gestionali complesse.

Come vedete, all’estremo sinistro troviamo strumenti legati per lo più alla comunicazione, mentre all’estremo destro troviamo iniziative legate per lo più alla partecipazione attiva e alla produzione di contenuti. Come vedete, gli strumenti SaaS come la webmail o l’instant messaging necessitano in genere solo di policy e tutorial, mentre man mano che ci spostiamo verso destra le strategie di adozione diventano sempre più complesse.

Adottare in modalità SaaS un sistema di IM è quindi relativamente più “facile” che adottare gli RSS, che sono più facili della compilazione del profilo personale arrichito, il quale è a sua volta più facilmente adottabile dei commenti ai contenuti e così via, fino ad arrivare ai wiki o ai forum tematici.

Credo che questa soluzione, che vede SaaS e communtiy management lungo una linea di continuità, permetta di superare certe “anomaile di Kuhn” nelle quali talvolta ci capita di imbatterci (almeno per me).

Che ne dite? Intanto buon Natale a tutti.

Dic
23

Come ti lancio il microblogging

Un altro bel caso di lancio interno di un tool di collaborazione: il Department of Education & Communities (DEC) dello stato del Nuovo Galles del sud, in Australia, ha creato un bellissimo videotutorial per spiegare ai dipendenti l’utilizzo del loro sistema interno di microblogging (dopo varie vicissitudini sono passati da Yammer a Socialtext).

Lo spazio si chiama Maang.

Ott
5

Il microblogging interno tra fantasia e realtà

E’ uscito recentemente un bell’articolo di Catherine Grenfell dedicato al microblogging interno e alle sue tante implicazioni e conseguenze. Vi consiglio di leggerlo perché affronta diversi temi legati a questo tipo di tecnologie in azienda.

Ci sono in effetti tanti aspetti da considerare, che si trasformano in altrettante domande: è bene lasciare che le persone usino liberamente queste piattaforme o  il loro uso va regolato?  E se va regolato in che modo è utile farlo per evitare che l’iniziativa venga ignorata? Quali sono le funzionalità in più necessarie a trasformare queste piattaforme in strumenti utili all’attività lavorativa? La crescita va sostenuta da una qualche forma di community management? Sono strumenti adatti a tutti i contesti?

Le domande potrebbero proseguire, ma leggendo alcuni casi, ad esempio il caso (interessante) dell’uso di Yammer in Capgemini o di quello sull’introduzione di Yammer tra gli impiegati di Ragan, alcuni elementi cominciano a chiarirsi, dando degli abbozzi di linee guida.

 

Che utilizziate strumenti commerciali come Yammer o il recente Tibbr (su quest’ultimo ecco un approfondimento di Ross Dawson) oppure strumenti open source come Elgg o Identi.ca (su quest’ultimo ecco un approfondimento) ci sono alcune regole di base che stanno emergendo e che alcuni tra articoli che ho citato definiscono piuttosto chiaramente. Proviamo ad elencarle:

– Integrazione LDAP: la piattaforma deve essere integrata facilmente con i sistemi di directory aziendali, sia per le questioni di autenticazione sia per le profilazioni nello streaming di publishing

– Tassonomie: la libertà e la facilità di  publishing dovrebbe poter essere compensata con un sistema tassonomico flessibile ma definito a monte, che permetta alle persone di pubblicare e iscriversi a streaming differenziati a seconda degli interessi professionali. Guardate i “channels” nello screenshot che ho pubblicato sopra.

– Policy: vanno definite in modo chiaro, così da indirizzare il tipo di comportamenti che si svolgeranno online tra i colleghi nei contenuti, nello stile, nelle possibilità offerte (ad esempio quella di aprire un nuovo gruppo).

– Notifiche: vanno utilizzate in modo intelligente le possibilità di notifica via email, sia dei post che degli eventuali digest per chi vuole collegarsi solo saltuariamente.

– Lavoro con i champions: vedendo i casi pubblicati è chiaro che vi sarà una differenziazione di comportamenti tra i colleghi: solo il 5% sono in media utenti attivi, mentre la maggior parte restano, in genere, spettatori. Ok, no problem, va bene anche così, ma ricordiamoci di coinvolgere e valorizzare i colleghi più attivi e di fargli fare da apripista.

– Uso da parte del management: il management dovrebbe essere in prima fila nel promuovere questo modo di condivisione.

Credo che questo tipo di tecnologia diventerà, almeno in una forma base (come semplice piattaforma SaaS) uno standard nei progetti e nelle piattaforme enterprise dei prossimi anni. Ed è bene attrezzarci fin da subito per capire che cosa possiamo e che cosa non possiamo aspettarci.

Giu
22

Q&A fai da te: arriva il SalvAgent

Fino a qualche tempo fa mi sono occupato di un progetto di social network interno per gli Agent di Tim, ovvero gli operatori di uno dei call center più grandi e complessi d’Italia. Il lavoro per me è concluso, ma non certo per le persone che tutti i giorni portano avanti la baracca e fanno funzionare un sistema orizzontale di scambio delle conoscenze che mi ha dato molte soddisfazioni, anche a fronte delle condizioni a contorno (budget limitatissimo, scetticismi di varia natura, presenza di sistemi concorrenti eccetera).

Da qualche tempo il vulcanico team di gestione ha inventato un sistema “casereccio” di question and answers per integrare il forum (vero nucleo portante della piattaforma) con qualcosa di più immediato e spendibile. I risultati sono molto confortanti, e in questo articolo Marco Lotito, community manager interno, ci spiega il  perché.

Campus e il salvAgent: chiedi aiuto alle persone di cui ti fidi

Durante i primi tre anni di attività di Campus, la piattaforma di social learning dedicata al fornt end di TIM Consumer (119), abbiamo costantemente osservato i comportamenti degli utenti (gli Agent), con l’obiettivo di assecondarli il più possibile: gli Agent purtroppo hanno sempre meno tempo a disposizione per condividere con i colleghi i trucchi del mestiere, e l’usabilità è fondamentale.

Gente con poco tempo
Il problema del poco tempo disponibile è stato in parte risolto con un compromesso “storico” col nemico di sempre: la mail.  Abbiamo infatti abilitato la possibilità di ricevere una notifica via mail ogni volta che ci sono nuove attività nei forum di interesse.
La cosa ha funzionato: il caro vecchio forum, seppur arricchito di una serie di tools che lo rendono decisamente più social, è infatti ancora lo strumento di gran lunga più utilizzato per la collaborazione .

I nuovi argomenti (forse a causa della fretta) non però sempre vengono inseriti nei forum corretti. Quando questo accade la possibilità di ottenere una risposta in tempi brevi diventa remota; al tempo stesso l’attività di gardening rischia di essere eccessivamente rilevante nell’economia delle attività di community management.

Imparare da Quora
Ci siamo a questo punto chiesti cosa avremmo potuto fare ancora per educare i power users a un uso più maturo dei forum e al tempo stesso recuperare gli utenti (loro malgrado) silenti. La tentazione iniziale è stata quella di portare nella nostra intranet il modello Question&Answer, che il boom di Quora ha reso di questi tempi decisamente “trendy”.

Dopo averlo a lungo studiato abbiamo adattato questo tipo di “bacheca delle domande” evoluto al nostro caso: è così che è nato il salvAgent.
Questo nuovo strumento consente in poco tempo di inserire una richiesta di aiuto urgente risparmiando tempo prezioso e di segnalare via mail la richiesta agli esperti, selezionati tra il network dei propri contatti.

form del salvAgent per inserire domande

Il tool di inserimento è stato inizialmente posizionato nel profilo personale, nella sezione contenente la lista dei contatti (chi stai seguendo/chi ti segue) con lo scopo di:

  • Portare l’attenzione sul valore della reputazione
  • Stimolare ulteriormente la creazione di un network di contatti tra esperti

Ci è già stato chiesto da più utenti di inserirlo in ogni pagina, nella spalla destra, in versione ridotta: abbiamo interpretato questa richiesta come un segnale di apprezzamento.
Per rendere più appealing il salvAgent abbiamo utilizzato un form che, a differenza di quello “storico” dei forum, consente anche di inserire immagini all’interno del testo. Questo task è un “bonus” disponibile solo qui e asseconda una richiesta “storica” degli utenti cui abbiamo fino ad oggi resistito.

Come funziona il salvAgent:

  1. Seleziono il forum dove verrà pubbicata la richiesta di aiuto
  2. inserisco l’oggetto della richiesta di aiuto (e della mail che verrà inviata) e il testo della richiesta
  3. Clicco su OK
  4. A questo punto con il MEGAFONO è possibile selezionare i destinatari di una mail, scelti tra i propri contatti che non abbiano già sottoscritto le notifiche di quel forum ed escludendo gli OUTSOURCERS (utenti di altre aziende che fanno parte della community ma non hanno a disposizione la mail aziendale)
  5. Clicco su Invia per far partire la mail
  6. Ai destinatari arriva una mail a firma “Campus” con oggetto “Nome Cognome ti chiede un contributo su “argomento z” nel forum “argomento x” – Clicca qui per rispondere a Nome Cognome.
  7. Da questo momento in poi la richiesta di aiuto segue in tutto e per tutto la normale gestione dei post nei forum (pubblicazione, streaming in home page, notifiche on line)

 

 

L’invito della Redazione è quello di selezionare attentamente i propri contatti in base alla reputation tra i colleghi più attivi e più votati, perché avere a disposizione un network di persone competenti e disponibili a collaborare può fare davvero la differenza!

di Marco Lotito – Community manager di Campus

 

Grazie Marco, e grazie a tutti i campusiani!

Gen
11

Le intranet sociali e l’economia della coda lunga

Oscar Berg è a mio avviso lo studioso dei fenomeni intranet ed enterprise 2.0 più interessante nel panorama internazionale: ogni suo intervento è originale, profondo e illuminante sotto molti aspetti.  Qualche tempo fa ha pubblicato un paio di post (piuttosto lunghi) a proposito dei cambiamenti che stanno avvenendo nel rapporto tra valore delle informazioni e modalità di distribuzione delle stesse.

I post si intitolano:

– Perché le intranet tradizionali sono inadatte  ai lavoratori della conoscenza di oggi

– Il “business case” per le intranet sociali

i due post sono piuttosto articolati e vi invito a leggerli con molta pazienza, ma il senso degli interventi è questo: se disponiamo le informazioni che girano in azienda in ordine di maggiore o minore “necessità” da parte delle persone, quello che otteniamo è un andamento a coda lunga

Ovvero, ci sono poche informazioni che sono molto utili a tante persone e moltissime informazioni che sono utili, di volta in volta, a poche persone.

Ora, i lavoratori della conoscenza operano, in genere, con le informazioni contenute nella parte rossa: hanno bisogno di volta in volta di informazioni molto specifiche e in grande quantità. Che si tratti di pezzi di codice, di indagini di mercato, di consigli e trucchi, di listini e aggiornamenti, ci troviamo di fronte ad una massa di dati che difficilmente entrano nella “testa corta” delle informazioni richieste da tutti: eppure sono quelle che, il più delle volte, servono davvero nel lavoro di ciascuno.

Benissimo. Ora, come operano le intranet tradizionali? Ovviamente selezionando una serie di informazioni *tra quelle più richieste*, perché sono quelle che garantiscono un vantaggio rispetto al costo di produzione

Peccato che queste informazioni (pensiamo ad esempio a tutte le informazioni H.R.), nella maggior parte dei casi non entrano del “vivo” dei problemi operativi di ciascuno. Ma le intranet tradizionali non sono in grado di dare le “altre” informazioni, perché non dispongono degli strumenti umani e tecnologici per farlo (ad un costo sostenibile).

Ed è qui che le intranet sociali entrano in campo: nelle intranet sociali la coda lunga delle informazioni utili è assicurata da tutti gli utenti, che si occupano di produrle ad un costo via via decrescente man mano che aumenta la partecipazione (c’è molto anche di Shirky in tutto questo).

Tante persone, che producono ciascuna pochi contenuti, che diventano tanti contenuti, che servono di volta in volta a poche persone.

Credo che questo modo di vedere la cosa sia davvero acuto, perché riesce a legare strettamente e in modo elegante il cambiamento degli strumenti con il cambiamento delle modalità di produzione di valore.

Se volete chiarirvi ulteriormente le idee non perdetevi questa bellissima presentazione dello stesso Berg, una delle migliori del 2010

Nov
21

Microblogging interno e apprendimento organizzativo

La maggior parte dei task della vita lavorativa quotidiana non richiede in genere forme di apprendimento prolungato e strutturato, ma piuttosto modalità fluide ed estemporanee di acquisizione di informazioni: chiediamo qualcosa al collega della stanza a fianco, segnaliamo qualcosa al volo nel corridoio, diamo un veloce input al collega sulla porta dell’ascensore. La totalità di queste azioni, di questi ripetuti passaggi informativi estemporanei è chiamata apprendimento organizzativo. E non avviene in aula.

Ora, in attesa di momenti migliori nell’organizzazione della mia vita vi segnalo questa bella presentazione che racconta come la Qualcomm ha adottato al suo interno un sistema di microblogging (Yammer, nello specifico). Il caso di studio merita di essere citato per il fatto che nella presentazione hanno avuto l’accortezza di riportare degli esempi concreti degli scambi che sono avvenuti tra i colleghi.

Giustamente il caso di studio evidenzia un messaggio-chiave: il microblogging è una delle pratiche più indicate per presidiare l’apprendimento organizzativo, e la presentazione lascia intendere come il modello richieste-risposte-segnalazioni sia quello dominante una volta introdotto in azienda il sistema.

Che dite, ci vogliamo provare?

Nov
15

Intranet 2.0: il libro è disponibile, e ora viene il bello :-)

copertina del libro intranet 2.0Cari amici, lettori, blogger complusivi, donne e uomini di azienda, questa è una comunicazione di servizio per avvisarvi dell’uscita in libreria della mia nuova fatica editoriale, ovvero “Intranet 2.0. Gestire la collaborazione e creare community interne con forum, blog, wiki e social network“, edito da Tecniche Nuove.

Il libro raccoglie tutte le mie riflessioni sul tema, a partire da ciò che ho scritto in questi anni su questo blog (i lettori assidui possono quindi astenersi dal comprarlo), arrichite di esempi nazionali e internazionali che ho raccolto sul campo oppure che ho ottenuto grazie all’immensa cortesia di tanti amici e di tante organizzazioni che mi hanno dato una mano in vari modi.

Voglio ringraziare, in ordine sparso: Roberto Bernabò, Ernesto Capozzo, Gigi Cogo, Milco Forni, Massimo Mortini, Francesco Paradiso, Alessandra Pelagallo, Anna Pizzolato, Luca Ribani, Tamara Scapin, AUSL di Bologna, Assifero, Camst, Enel, Honda Italia, Iks-Coreconsulting, Polizia di Stato, Sea, Telecom Italia, Zambon, Cristiano Siri, Michele Melis, Anna Lapenna, Giuliana Mason, Luisa Carrada, Fausto Liberini, Beatrice Monacelli, Marco Lotito.

Un grazie riconoscente ad Alberto Mucignat ed Emanuele Quintarelli, per aver arricchito il libro con le due preziose appendici in calce al volume.  Un grazie a Patrizio Di Nicola e Marco Stancati per aver accettato di scrivere, rispettivamente, la prefazione e la postfazione al volume.

Per chi fosse interessato, ho creato una pagina dedicata al libro (che contiene la quarta di copertina e l’indice) e una pagina di dettaglio con tutti i link citati nel libro.

Per i più avventurosi c’è anche una pagina su Facebook dedicata al libro (non ci siamo fatti mancare niente).

Il libro è un manuale di gestione: non troverete quindi indicazioni tecnologiche specifiche, e nemmeno (troppi) grafici e indicazioni di scenario.  Spero invece che il libro possa darvi una mano a realizzare concretamente questi progetti dentro la vostra organizzazione.

Un saluto a tutti, e fatemi sapere che ne pensate :-)

Ott
4

Il micoblogging interno alla prova dei fatti: un caso di studio

Il tema del microblogging interno e della real time communication mi affascina particolarmente per la sua natura borderline: da una parte deve confrontarsi con altri strumenti simili (chat, instant messaging, email usate in modo quasi-sincrono e incontri faccia a faccia), dall’altra deve continuamente smarcarsi dall’accusa di essere una gigantesca macchina per far perdere tempo alle persone e per aumentare il rumore di fondo in azienda.

Per questo sono attratto da qualsiasi caso di studio che racconti i retroscena del processo di adozione, e al momento non sono molti. Quello che ho letto oggi è molto interessante: parla di un’azienda di Dresda, la Communardo Software, che ha cominciato ad usare un sistema di microblogging, chiamato Communote,  nel settembre 2008, data in cui è anche partita la ricerca sull’adozione del sistema da parte degli utenti.

Uno screenshot di communote, il sistema di microblogging di Communardo

Uno screenshot di communote, il sistema di microblogging di Communardo

I risultati sono molto interessanti e di seguito vi riporto una sintesi di quello che è emerso:

– l’adozione di questi sistemi non richiede particolari training o tutorial: le persone in genere imparano da sole ad usarli, anche se ci vuole un po’ di tempo perché il processo di adozione si sviluppi viralmente;

– per evitare troppo rumore di fondo è stato necessario creare una serie distinta di streaming: quando creo un post devo decidere a quale stream inviarlo (ad esempio a quello del mio gruppo di progetto o altri stream definiti a monte);

– l’uso dello strumento tende a smarcarsi rapidamente da quello di altri strumenti, come la mail;

– l’adozione si ripartisce nel classico schema a coda lunga, con pochi utenti molto attivi e moltissimi utenti poco attivi;

– l’utilità principale è data dagli input inaspettati che arrivano dai colleghi rispetto alle attività che vengono raccontate nei post. A riguardo il report riporta un aneddoto:

With a view to the imminent launch of the service for external customers the head of the project assigned a lawyer to the formulation of the terms of service and the privacy policy, but did not consider that the two documents should also be available in English. The error would normally only have been discovered days later when the documents would be needed. The use of microblogging led instead to the following dialogue:

16:41, User A (project manager): “Telephone call with #attorney: […] concerning
#termsofuse, #privacy: draft by friday, coordination on Sunday, fine tuning monday […]”

16:52, User B (team member): “@UserA: Does the # attorney consider an English version
necessary as well?”

There are a number of similar cases concerning the use of microblogging at Communardo.
What most of them have in common is that the crucial input comes from colleagues that
normally – in the case of email or direct communication – would not have been informed or
included.

Se siete interessati ecco il report da scaricare in PDF (via un post di Oscar Berg).

Set
29

Il microblogging interno a lezione dalle donne

E’ molto carina l’immagine che utilizza Oscar Berg per descrivere il cambiamento che i sistemi di microblogging portano in azienda, ed è un’immagine che tutti conosciamo: quando siamo in macchina e abbiamo perso la strada gli uomini si affannano sulle cartine e i navigatori mentre le donne cercano qualcuno a chi chiedere. Vero? Non dite di no, ormai è diventato un luogo comune.

Beh, in fondo è la stessa differenza che passa tra cercare affannosamente le informazioni in un sistema documentale e avere a disposizione una rete di colleghi a  cui chiedere.

L’articolo esplora insomma una questione già dibattuta (ne ho parlato qui), ma l’affornta da un’angolazione originale.

Q&A applications, micro-blogging platforms and applications like Aardvark all help to overcome the barriers mentioned above. If the vision of the real-time enterprise is to become true, we must adopt these kinds of tools and evolve them further. But, men also need to learn from women to understand when it’s time to stop fiddling with the GPS and instead ask someone for directions.

Feb
18

Ancora sulle applicazioni interne di domanda/risposta

Ho parlato più volta del caso di “Sabre town“, il social network interno a Sabre e dedicato a domane e risposte professionali  tra colleghi (qui potete scaricare il PDF con il caso descritto da Stetwo). E’ uno dei casi più interessanti al mondo di microblogging interno che funziona, e secondo i coordinatori ha già fatto risparmiare all’azienda centinaia di migliaia di dollari (soldi veri, non del Monopoli).

Come sapete (perché vi ho fatto una capa tanta) credo che il tema delle domande-risposte dentro l’organizzazione sia una delle cose più promettenti e interessanti sul tappeto perché è un argomento capace di produrre molto valore con uno sforzo minore che per altre iniziative. Il motivo di questa relativa facilità credo risieda in alcune caratteristiche proprie di questi progetti:

Intercettano n bisogno comune a tutti: tutti abbiamo bisogno di chiedere qualcosa a qualcuno durante la nostra giornata lavorativa, e lo stesso fanno gli altri con noi.

Mappano online una pratica già consolidata: non si tratta di far fare alle persone qualcosa di nuovo (come scrivere un documento in parallelo tra più persone) ma di portare online qualcosa che le persone conoscono bene.

La proposta è semplice: il tipo di progetto è facile da capire, in altre parole, nei termini di Clay Shirky, promessa, strumenti e patto sono assolutamente chiari a tutti fin dall’inizio.

– L’applicazione è semplice da imparare: non richiede sofisticati layer e bottoni, ma è sufficiente, lato utente, un form per inviare la domanda e una bacheca per leggere domande e risposte, e questo abbassa  la curva di apprendimento. Certo, ci saranno tag e altre opzioni; certo, il codice per inviare le domande agli esperti magari sarà sofisticato, ma lato utente la cosa è molto semplice e comprensibile.

Il tema delle domande/risposte è quindi davvero esplosivo e in rete ci sono molti esperti che cominciano a parlarne e a riportare casi interessanti (leggete ad esempio questo post di Gil Geuda dedicato al problema di trovare esperti in azienda e alla sua analisi di ArdWark, applicazione per fare, guarda un po’, domande/risposte in rete agli esperti. L’applicazione tra l’altro è stata comprata la settimana scorsa da Google e la cosa la dice lunga sugli investimenti e l’attenzione in questo campo).

Dato che Sabre è uno dei vincitori dell’Intranet Award 2009 i ragazzi di Steptwo hanno fatto l’intervista al coordinatore del progetto e l’hanno pubblicata su youtube. Credo valga la pena.

Feb
2

Una manciata di link su collaborazione, ruolo di H.r. microblogging interno, community management e molto altro

Vi segnalo un po’ di link interessanti in ordine sparso: riguardano argomenti un po’ disparati (e-learning, collaborazione, ruolo di h.r. ecc)  ma sempre legati al tema centrale di questo blog.

Alcune preoccupazioni attorno al microblogging interno. Oscar Berg affronta alcune tipiche obiezioni (poche persone orientano le discussioni, arriva lo spam, c’è il rischio di essere fraintesi). Interessante anche un suo articolo precedente:  “Il microblogging interno può intimidire“.

L’importanza di un community management attivo, provata con i dati.  L’esperienza di un community manager nel corso di un anno di gestione; i numeri mostrano che cosa succede quando le communty vengono lasciate sole. Appassiscono.

Google Analytics - 1/1/2008 to 12/31/2008

Come cambia il ruolo di H.R. con il web 2.0. Una tabella interessante (in francese). Sul tema leggete anche il post di Jon Husband.

RH 2.0   HR 2.0

L’organizzazione tradizionale è una macchina e noi invece siamo esseri umani. Questo articolo prosegue il tema del rapporto tra orgnanizzazione e processi informali, tra struttura e flusso. Aspettiamo gli altri articoli della serie

Employee_Engagement_This_is_how_it_is2

Il lato oscuro dell’enterprise 2.0. E’ bene che qualcuno ricordi non solo le promesse ma anche i rischi. Anche perché sono quelli che i manager vedono per primi. Bella anche la presentazione.

12 motivi per i quali l’e-learning è così efficace. Vale la pena ripassarseli.

Tecnologia e processi collaborativi negli ambienti di ricerca e sviluppo. Interessante esplorazione dei mutamenti nei tema di lavoro legati alla ricerca con l’arrivo delle tecnologie di social networking per i team.

Un bel caso di studio su un blog interno. E alcune regole per farlo funzionare bene.

E per finire, alcuni dubbi sull’efficacia effettiva dei sistemi online per la ricerca di esperti interni. Il senso è: magari li trovo più facilmente, ma se sono straimpegnati che ci faccio? In risposta a questo articolo, un po’ troppo agiografico.

Buona lettura :-)

Gen
27

Enterprise microblogging matrix (by Pistachio)

Non so perché ma credevo di averla già segnalata. Si tratta di una ricerca di Pistachio consulting dedicata ad alcuni tool per il microblogging interno.

Pistachio ha creato una matrice di comparazione molto interessante, e di alcune applicazioni non ne avevo minimamente sentito parlare.

Potete scaricare tutto il report da qui.

Oppure leggerlo su Scribd.

Enterprise Micro Sharing Tools Comparison 11032008

Gen
21

Procedure o micro-blogging? Appunti per uscire da un falso dilemma

Bertrand Duperrin torna a parlare delle molte virtù del micro-blogging interno e io lo segnalo volentieri perché questa cosa degli aggiornamenti di stato per fare domande e ricevere risposte tecniche all’interno di un’impresa mi sembra l’utilizzo più interessante e promettente.

Bertand parla esplicitamente di questo uso attraverso la metafora del messaggio nella bottiglia. Riporto un brano del post:

One of the best use of these new tools and practices is “bottle in the sea”. The famous “who knows ? Who has any information about ?”. Notice that there are also implicit bottles, those we don’t throw consciously and that are in every status update, despite of us. For instance when we say “going to meet such prospect”, we don’t expect anything back. But someone can answer “I know them well / I already worked on similar cases / etc…”. In brief, a status update can also be seen as an implicit question, adressing the sphere of the “unknown unknown” that sounded quite funny in Rumsfeld’s mouth but that is not so far from our concerns.

Secondo Bertrand questo approccio alla gestione conoscenza funziona bene per le informazioni strutturate e codificate (e quindi meglio trasmissibili), ma per le quali le persone non hanno idea di dove andare a pescarle.

In this case, if search is too tedious, or if I ignore the very existence of the tools that may help me, I need one of my peers to direct me to this information which existence and location he knows.

L’unico problema è questo: e le se persone non sono disponibili? Ovvio che il bel sistemone informativo è sempre a disposizione mentre i colleghi che sanno la risposta no. Eppure tutto questo discorso non mi convince; in fondo i sistemi informativi non sono sempre disponibili e anche quando lo sono non sempre hanno la risposta.

E’ ovvio che siamo in genere molto più disponibili ad affidarci a tali sistemi piuttosto che ad un sistema di reti di colleghi informale, perché ovviamente su di essi ricadono aspettative –  retoriche – di affidabilità, serietà, disponibilità eccetera. Tutte le caratteristiche che cerchiamo invano negli esseri umani.

Ma tutta questa discussione ci manda fuori strada perché si basa su alternative fittizie che vengono contrapposte artificialmente. O i sistemi o le persone, o le informazioni strutturate o i consigli informali, o l’evanescenza del real time o la permanenza dei manuali e delle procedure.

Ma se osserviamo come interagiscono le persone nella loro attività quotidiana e che uso fanno delle risorse a loro disposizione ci accorgiamo che queste alternative di fatto collassano l’una nell’altra. Provate ad osservare da vicino un pony express, un muratore sul tetto, un tranviere, una commessa dei grandi magazzini, un operatore di call center, un funzionario di banca: vi accorgerete che ciascuno di loro fa un suo continuo e mescolato di risorse cognitive personali, valutazioni ambientali, interazioni coi colleghi, uso di tecnologie strutturate, uso di tecnologie di comunicazione, procedure codificate, soluzioni non codificate.

Quello che le persone hanno a disposizione è in genere un vero e proprio ecosistema, di cui ovviamente il micro-blogging può (o no) rappresentare un elemento. Ed è bene che questo ecosistema, come tutti gli ecosistemi, sia sufficientemente ricco per permettere lo sviluppo e la salute dei suoi partecipanti.

I nuovi media non sostituiscono i vecchi media, le nuove procedure convivono con le vecchie, i vincoli e le possibilità di un nuovo ambiente si mescolano con le conoscenze pregresse delle persone che lo abitano. A volte il micro blogging funzionerà, a volte no, a volte i sistemi di incepperanno e a volte andranno alla grande, a volte il collega di stanza di manderà a cagare e a volte invece sarà disponibile.

L’importante è che la bio diversità cognitiva e le possibilità a disposizione tendano ad arricchirsi. E allora anche i messaggi nella bottiglia avranno un loro senso, al di là delle – sempre perdenti – aspettative magiche.


Gen
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Microblogging fai-da-te con Socialcast

Sto provando ad utilizzare Socialcast, un servizio online per gestire il lifestreaming aziendale e  e devo dire che è un’applicazione di microblogging interno che promette bene. Il modello di business è il solito: puoi utilizzarla gratuitamente, con funzionalità limitate,  con la mail aziendale tua e dei tuoi colleghi;  se vuoi delle funzionalità aggiuntive (come il question and answers) devi fare richiesta inserendo la tua carta di credito (e questo è un po’ inconsueto in effetti). Per le funzionalità a livello enterprise c’è un prezzo da pagare.

Le funzionalità e l’interfaccia, ovviamente, scimmiottano un po’ i social network mainstream, ma nel complesso è interessante. C’è qualcuno che vuole fare una prova un po’ più intensiva con un gruppo di colleghi un po’ numeroso? Sarebbe interessante…

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede