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Mar
26

Intranet e il catalogo (sognato) degli skill

A pensarci bene, di fronte al – frequente – problema di “mappare le competenze e gli skills” delle persone in azienda mi sento un po’ come Sant’Agostino di fronte al concetto di tempo (Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo soConf.  11, 14,1 7).

Insomma, siamo tutti d’accordo che avere una “mappa” dinamica di quello che le persone sanno fare, magari associata  al loro profilo personale e ricercabile per parola chiave, sia una cosa ottima per tutti, ma quando cominciamo a riflettere su cosa siano e come debbano essere raccolte queste competenze cominciano i problemi.

Fate questo esperimento: mettetevi davanti ad un foglio bianco, spegnete il computer e il cellulare, concentratevi e provate, in 5 minuti, a scrivere i vostri skill sul foglio. Fatto? Non è un gran risultato, vero? Magari avete una conoscenza perfetta delle strade di Barcellona, ma non vi è venuto in mente di scriverlo. E così. Se però vi chiedo di elencarmi i vostri skill sugli applicativi grafici, sulle tecniche di meditazione, sulle lingue straniere o sui sughi col pomodoro ecco che la vostra mente comincia a ritrovare degli elementi. Una specie di archeologia dei saperi (scusate il gioco di parole foucaultiano).

Il fatto è che le competenze si comportano come il linguaggio, nel modo in cui Wittgenstein lo raffigurava nelle Ricerche filosofiche in un celebre passo (ecco un riferimento tra i tanti):

Il nostro linguaggio può essere considerato una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi. (Ric. Fil, oss. 18)

Esistono skill perfettamente definibili, perché appartengono a una qualche pratica specialistica dominata da sottocodici linguistici (i sobborghi con le strade dritte nella metafora di Wittgenstein) e una propria storia consolidata nel tempo (pensiamo alla divisione accademica dei saperi). Ma ne esistono altri che possono emergere solo laddove una qualche forma di “contesto” ne ritagli  il profilo: conoscere perfettamente le strade di Barcellona è uno skill – eccome – per un pony express catalano.

Si potrebbe continuare a divagare, ma vorrei invece fermarmi per osservare come, in questo terreno così scivoloso e pieno di trappole si siano create nel tempo  due strade, una antica, l’altra recentissima, che affrontano il problema da due punti di vista diametralmente opposti:

  • l’approccio top-down, rappresentato da tutti i progetti più o meno tradizionali di skill matrix, ovvero la definizione delle competenze come un catalogo precostituito associato al proprio ruolo, secondo il tradizionale approccio dello skill management;
  • l’approccio bottom-up, rappresentato oggi nella sua forma migliore dalla sezione skills di Linkedin, non a caso una sezione definita sperimentale, che consiste nella mappatura degli skill a partire da una raccolta non regolata di tutti gli utenti.

Le due strade per mappare le competenze

Il primo approccio è piuttosto semplice (e anche divertente) perché prevede una sequenza di passi piuttosto chiara:

  • definire i ruoli organizzativi nell’organizzazione;
  • associare le competenze richieste per ciascun ruolo;
  • mappare le competenze (in genere con un grading da 1 a 5);
  • predisporre le necessarie azioni di sviluppo per coprire i “buchi” di competenze nei diversi ruoli.

Di seguito alcuni esempi, più o meno “evoluti”, di questi approccio:

mappatura_skill_top_down

 

sungard_avantgard_skillmatrix_reporstartscreen_web

Il primo esempio è tratto da un progetto che ho seguito personalmente per operatori di call center: potete notare, nella versione aggiornata dell’applicazione, che a fronte della competenza mappata dalla persona vengono proposti, in modo automatico, dei contatti che hanno competenze simili e dei materiali formativi a supporto.

Il secondo appartiene invece ad una intranet che ha vinto un premio nel 2009 nel contest di StepTwo.

 

Ora, paragoniamo questo approccio a quello che vediamo all’opera in Linkedin:

Skill Linkedin 01

 

Skill Linkedin 02

 

Quali sono le differenze? Elenco le principali:

  • Le competenze non sono legate al ruolo: posso essere esperto di giardinaggio e di Photoshop;
  • le competenze sono un catalogo dinamico che si alimenta man mano: ogni nuova aggiunta diventa così una possibilità da selezionare per chi viene dopo;
  • le competenze diventano Tag, che vengono  associati da basso in base alle associazioni che gli utenti stessi fanno (è probabile che se sono competente in “intranet strategy” lo sia anche in “intranet portals”, semplicemente perché gli utenti tendono ad associare il possesso di queste competenze);
  • le competenze vengono valutate dagli altri, che possono confermarne il possesso, aggiungendo così anche un meccanism,o di gioco e relazione, oltre che di filtro e selezione;
  • sono le persone stesse ad aiutarsi nel definire quali competenze mettere, grazie al semplice meccanismo di autocomplete che il sistema propone.

Vi confesso che trovo questo esperimento di Linkedin di un’importanza cruciale e penso che chiunque si occupi di competenze in azienda dovrebbe seguirlo con attenzione. Credo che questo esperimento (che forse solo Linkedin poteva fare, sia per il volume di utenti sia per la sua natura come social network) ci dica molto già adesso su quali siano i meccanismi necessari per creare sistemi simili in azienda.

Da parte mia vedo almeno due azioni indispensabili affinché queste iniziative non si rivelino un buco nell’acqua:

  • creare sempre un contesto, ovvero un insieme di “categorie” che aiutino le persone a fare mente locale su quali siano le competenze da elencare. Le categorie dovrebbero essere aperte e dinamiche come gli stessi skill, ma dovrebbero costituire un nucleo di partenza
  • creare un bacino, ovvero permettere alle competenze già inserite di fare da guida per i colleghi, ad esempio attraverso i sistemi di autocomplete.

Aggiungiamo, come sempre, una buona dose di pazienza e umiltà: la partecipazione degli altri è sempre un regalo, non dimentichiamolo.

Nov
15

Intranet 2.0: il libro è disponibile, e ora viene il bello :-)

copertina del libro intranet 2.0Cari amici, lettori, blogger complusivi, donne e uomini di azienda, questa è una comunicazione di servizio per avvisarvi dell’uscita in libreria della mia nuova fatica editoriale, ovvero “Intranet 2.0. Gestire la collaborazione e creare community interne con forum, blog, wiki e social network“, edito da Tecniche Nuove.

Il libro raccoglie tutte le mie riflessioni sul tema, a partire da ciò che ho scritto in questi anni su questo blog (i lettori assidui possono quindi astenersi dal comprarlo), arrichite di esempi nazionali e internazionali che ho raccolto sul campo oppure che ho ottenuto grazie all’immensa cortesia di tanti amici e di tante organizzazioni che mi hanno dato una mano in vari modi.

Voglio ringraziare, in ordine sparso: Roberto Bernabò, Ernesto Capozzo, Gigi Cogo, Milco Forni, Massimo Mortini, Francesco Paradiso, Alessandra Pelagallo, Anna Pizzolato, Luca Ribani, Tamara Scapin, AUSL di Bologna, Assifero, Camst, Enel, Honda Italia, Iks-Coreconsulting, Polizia di Stato, Sea, Telecom Italia, Zambon, Cristiano Siri, Michele Melis, Anna Lapenna, Giuliana Mason, Luisa Carrada, Fausto Liberini, Beatrice Monacelli, Marco Lotito.

Un grazie riconoscente ad Alberto Mucignat ed Emanuele Quintarelli, per aver arricchito il libro con le due preziose appendici in calce al volume.  Un grazie a Patrizio Di Nicola e Marco Stancati per aver accettato di scrivere, rispettivamente, la prefazione e la postfazione al volume.

Per chi fosse interessato, ho creato una pagina dedicata al libro (che contiene la quarta di copertina e l’indice) e una pagina di dettaglio con tutti i link citati nel libro.

Per i più avventurosi c’è anche una pagina su Facebook dedicata al libro (non ci siamo fatti mancare niente).

Il libro è un manuale di gestione: non troverete quindi indicazioni tecnologiche specifiche, e nemmeno (troppi) grafici e indicazioni di scenario.  Spero invece che il libro possa darvi una mano a realizzare concretamente questi progetti dentro la vostra organizzazione.

Un saluto a tutti, e fatemi sapere che ne pensate :-)

Lug
23

Taggo o non taggo?

La questione sta diventando spinosa, e me ne sono in parte occupato su questo blog, ma man mano che passa il tempo diventa sempre più urgente una soluzione percorribile (e esportabile). Sto parlando del difficile rapporto, nelle intranet, tra tassonomie e folksonomie e mi sembra che in giro soluzioni standard a cui fare riferimento non ce ne siano.

La cosa mi torna in mente leggendo un recente post di Toby Ward, dal titolo “Taxonomy driven folksonomy“. Toby mette bene in luce i termini della questione:

“There are of course pros and cons for both arguments. The major advantage to the corporate taxonomy is that it represents a single policy for all, presumably driven by experts that should know how to classify content. However, such an approach cannot take into account the full nomenclature and cultural nuances of an entire organization, and all of its teams, nationalities, and roles. However, user content tags (metadata) can be determined by anyone, but can be subjective, inconsistent, and often lack objectivity, or worse are flat-out wrong.”
Una cosa è certa: una soluzione definitiva ancora non c’è, perché se è vero che ormai indispensabile trovare nuovi sistemi di classificazione che ci facciano uscire dalla soffocante selva di categorie, sottocategorie, sottosottocategorie ecc (insomma, il portal-style ancora imperante in molti sistemi di KM e intranet), è anche vero che una folksonomia pura può rivelarsi un rischio rispetto ad un’utenza non particolarmetne sofisticata e magari poco propensa a fantasiose classificazioni dal basso. Non possiamo chiedere troppo alla sora Lella.
E allora che cosa fare? La soluzione che da più parti viene avanzata è quella di trovare dei sistemi ibridi, con tutto il carico di ambiguità, ma anche di aprertura, che questo comporta. Toby ne cita uno, ma non è certo l’unico.

tassonomie e folksonomie in intranet

Quello che si è capito è che il principio, in generale, dovrebe essere quello di fare riferimento ad una tassonomia generica, ma flessibile (chiamiamola griglia euristica) di classificazioni, generate dall’alto (esperti, progettisti, content owner…) che sccessivamente va ad arricchirsi e a raffinarsi con i tag generati dal basso. In questo modo si stabilisce un equilibrio che, pur facendo fuori i vecchi sistemi di classificazione rigidi e piramidali, conservi il meglio di questo approccio accogliendo le nuove tendenze.

Questo il principio generale: le soluzoni tecniche saranno ovviamente materia di interessanti discussioni nei prossimi mesi/anni.

Feb
12

Come se foss’antani del tag tassonomico

Non lo dite in giro ma io il metodo descritto da questo simpatico tipo per la classificazione tassonomica dal basso non l’ho mica capito…

Gen
7

Enterprise bookmarking

A vuole capire come può funzionare un sistema di social bookmarking in intranet consiglio di guardare questo video, prodotto da una delle più attive società che commercializzano sistemi di questo tipo.

Ott
17

Sul tagging e la partecipazione

Partiamo dalla nota regola dell’1%: in genere in internet solo l’1% delle persone crea contenuti, mentre il 9% li modifica e li commenta. E il restante 90%? Sta a guardare. In termini più precisi la situazione è questa, secondo Forrester Research:

La partecipazione_al_web_per_forrester_research

In questo rticolo si riassume la situazione, con un occhio alle intranet.

Com’è la situazione in azienda? Ho chiesto un parere al mio ex colloga, compagno di tante battaglie e oggi impegnato a lottare contro alcuni flamer negli spazi di community sulla intranet, limitandomi al fenomeno del tagging. Mi ha risposto così:

“Dopo un mesetto si sperimantazione sulla nostra community fotografia (tipo Flikr) mi sono accorto che ci sono almeno 4 tipologie di utilizzatori di TAG (calcolando pure che l’ho messo come campo obbliatorio!):

gli “esperti” che mi inseriscono anche 10 TAG

gli “interessati” che ne inseriscono 2 o 3 magari sbagliando la forma

gli “scazzati” che ne inseriscono 2 o 3 a vanvera

gli “scocciati” che mi chiedono di eliminare l’obbligo di inserimento

e pensare che stimo parlando di una gestione dei TAG a livello social !!!

Ho anche dato loro una spiegazione di come funzionano e anticipato che a breve saranno visibili nella home racchiusi in una TAG Cloud, etc…

Evidentemente in azienda non c’è quello spirito “libero” che si ritrova su internet e per cui c’è voglia di mettersi in mostra utilizzando al meglio gli strumenti messi a disposizione dai siti 2.0.

Qui (in azienda) sono diversi i motivi per cui le persone usano la community. Si… ci sono anche coloro che sono frequentatori dei social web su internet (e si riconoscono lontani un miglio) ma sono comunque una percentuale ridotta del bacino totale. Le altre due fette di popolazione sono o coloro che la usano perchè non altro di meglio da fare o coloro che hanno scoperto questo “mondo” ma non hanno tempo per stargli dietro con i dovuti accorgimenti…”

Come fare? Proporrei alcune ipotesi:

1) Avere un insieme di tag ufficiale a monte

Avere un sistema di tag definiti (ma “espandibili”) che chiunque pubblica può utilizzare all’occorrenza. Non è certo il social tagging che conosciamo, ma è comunque un passo in avanti perché le informazioni sono inserite in modo “multidimensionale”, ovvero non solo in una sezione specifica, ma in varie situazioni diverse (ad esempio un materiale su una sperimentazione di un nuovo servizio che coinvolge i colleghi lo si potrà mettere “tipicamente” sotto “risorse umane”, ma si potrà aggiungere anche il tag “sperimentazioni” e “nuovi servizi”, permettendo ai colleghi di trovare meglio il materiale. In questo modo vengono fuori anche, alla fine, insiemi di oggetti più coerenti tra di loro.

2) Quali tag ufficiali?

Si potrebbero inserire tag riguardanti le business unit/dipartimento interessato, oppure altri tag riguardanti il tipo di formato o il marco-argomento generale. Come dicevamo, deve però essere possibile utilizzare più tag, cercando di venire incontro alle molte possibili navigazioni

3) Tag “ufficiali” e tag “liberi”

Come dicevamo, ogni contributore dovrebbe essere “costretto” a utilizzare uno o più

tag “ufficiali” (se no la notizia non appare), ma deve essere incentivato ad utilizzare anche tag liberi. Quali? Gli si può proporre un menù che fa apparire i tag che sono stati usati fino a quel momento. E infine come ulteriore scelta gli si dice: non ti soddisfano questi tag? ok, aggiungine tu uno nuovo. In questo modo si facilita l’insrimento e allo stesso tempo si limita la proliferazione

4) Gli utenti che non taggano

Ok, ci sono ovviamente gli scazzati. Va bene, si può lasciare comunque il vincolo di almeno un tag obbligatorio, avvisandoli che se no il contenuto non appare oppure che quei contenuti speriranno ben presto e non saranno più rintracciabili dagli altri.

Sono ovviamente ipotesi: i lavori sono in corso e quando avreo qualche esperienza più stabile ce la racconteremo.

Ciao

***************************************************

Integrazione su tassonomie, tag ufficiali, tag liberi e Folksonomie

Nei commenti a questo post, Gigi ha inserito il link a un suo interessante lavoro sulle folksonomie, che vale la pena di segnalare (ecco il PDf da scaricare).

Al suo interno si trovano degli esempi (che lui ha realizzato in ambito e-learning) di coesistenza tra tag ufficiali e tag generati dagli utenti.

doppi_tag_1

doppi_tag_2

Ago
10

Tag e nuvole di pioggia

Una delle cose che più mi lasciano insoddisfatto, di tutto questo 2.0 è la maniera ancora grezza con cui vengono trattati i tag. Non è certo una notizia: che quello della classificazione sia un problema reale, del quale i tag costituiscono solo una soluzione parziale è risaputo, e chi troverà la soluzione ottimale diventerà probabilmente miliardario.

Rimane il fatto che con i tag le ricerche sono sempre o troppo generiche o troppo specifiche. Almeno, se continuiamo a cercare usando un tag alla volta. Ma perché questo vincolo? Chi lo ha stabilito? Insomma,  mi chiedo perché non viene mai applicata la semplice logica booleana alla ricerca dentro i tag.

Mi spiego: mettiamo che abbia 10 oggetti:

– 4 di questi decido di taggarli come “web

– 3 decido di taggarli come “Web” e come “Comunicazione

– 2 due decido di taggarli come “Comunicazione” e come “internet

– l’ultimo decido di taggarlo con tutti e tre i tag.

Ora, a questo punto se cliccassi sul tag “web” troverei 8 oggetti, se cliccasi sul tag “comunicazione” troverei 7 oggetti e se cliccassi sul tag “internet” troverei 3 oggetti (fidatevi, ho fatto i conti). Ma non avrei nessun modo per estrarli tutti e 10.

Quello che vorrei, tanto per cominciare, è la possibilità di fare due tipi di estrazioni:

– dammi tutto quello che è taggato “web” O “comunicazione” O “internet” (10 oggetti)

– dammi tutto quello che è taggato “web” E “comunicazione” E “internet” (1 oggetto)

Insomma, la possibilità di estrarre sia l’unione (eliminando i doppioni) che l’intersezione tra gli insiemi di oggetti denotati dai tag. In questo modo avremmo uno strumento per bilanciare la vaghezza e l’ambiguità dei tag, potremmo fare ricerche multiple e selezioni molto più raffinate.

Ora, non riesco a proprio a capire perché nessun servizio 2.0 proponga una soluzione del genere (almeno che io sappia). L’unica spiegazione che mi dò è questa: i tag sono visti ancora come una cosa alla moda e non un reale strumento di ricerca. E allora vaaai con le tag cloud. Anche se queste nuvole, mi sembra, cominciano ad annunciare pioggia….

(Ehm, si nota che qui a Roma oggi è piovuto?)

Apr
3

Prove generali di social bookmarking

Credo che tra tutte le possibilità di 2.0 che si offrono alle intranet quella del social bokmarking sia la migliore in termini di rapporto utilità/facilità di realizzazione.

Credo anche che il social bookmarking possa davvero costituire una nuova frontiera e un nuovo scenario di possibilità per una collaborazione generosa e una condivisione di conoscenze tra dipendenti. Mettendo a fattor comune, In modo naturale ed efficace, quello che ciascuno di noi fa quotidianamente quando lavora: trovare, produrre, elaborare, archiviare informazione.

Ora, attraverso il bellissimo blog di Andrew McAfee vengo a sapere che alla Honeywell stanno progettando un sistema interno di social bookmarking per permettere ai dipendenti di condividere e classificare i link interni ed esterni.

Il progetto è realizzato da una società americana che ha già adottato al proprio interno un sistema del genere (nel blog di Rich Hoeg potete trovate i dettagli e alcuni screenshot del loro sistema interno)

social_bookmarking_intranet

Credo proprio che questa sarà una delle prime cose che proverò a realizzare nel prossimo progetto intranet che mi affideranno (sempre che …)

:-)

Apr
2

Intranet 2.0 in biblioteca e altre amenità

Vi segnalo, tramite l’ottimo blog della bibliotecaria geek, una interessante presentazione di Luca rosati sull’integrazione di Tassonomie e folksonomie  (la presentazione la scaricate da qui)

La presentazione è stata fatta un convegno dell’AIDA che si è appena concluso (questi dell’AIDA sono degli autentici folli, li ho conosciuti qualche tempo fa. Persone simpaticissime…).

Ma vi voglio segnalare anche la presentazione di un progetto di intranet 2.0 in bliblioteca, (folksonomie, blog, social bookmraking), realizzato a livello sperimentale dalla stessa Bonaria. Come tutti i progetti sperimentali credo sollevi molte domande, ma personalmente lo trovo visionario, coraggioso, innovativo. I miei complimenti all’iniziativa. (scaricate le slide da qui.)

Mar
26

I migliori sistemi di ricerca in intranet

Per ora lo segnalo, poi proverò anche a leggerlo (c’è anche una parte sulle classificazioni a facette)…

:-)

Nov
13

Metti un tag nella tua intranet

Il concetto di “tag” è alla base delle maggiori applicazioni del web 2.0 in giro per la rete. Ma se mi chiedete come questo concetto sia applicato concretamente nelle intranet italiane, beh devo dire che mi sembra ci sia un vuoto sconsolante (e mi sembra che questo vuoto sia qua e là confermato anche dal collega Roberto Cobianchi nel suo bellissimo blog).

Mentre consulenti come Jane McConnell macinano survey nelle quali si evidenzia un’evoluzione profonda verso questa modalità di approcciarsi ai contenuti, in Italia ci barcamenianmo ancora con gli elefantiaci  “Enterprise portal”. Mah.

Suggerisco due possibili applicazioni, di facile implementazione. Chi riuscisse a realizzarle per favore me lo segnali su questo blog che lo mettiamo a fattor comune.

1) Le notizie e i documenti su intranet non vengono più archiviati in sezioni specifiche (ad esempio Risorse Umane, Amministrazione, novità contrattuali, casi di successo, ecc), ma vengono “tagghizzate”, esattamente come fa, ad esempio “Punto informatico“.  Così, una stessa informazione può essere classificata in vari modi ed essere ritrovata in più punti a seconda delle diverse “mappe mentali” del dipendente. Una stessa news potrà avere, ad esempio, una collocazione nella pagina tagghizzata “documenti normativi”, una in “Risorse umane”, una in “Formazione” ecc. Ecco fatto.

2) A questa classificazione “dall’alto” (anche se multidimensonale) ogni dipendente può aggiungere i suoi tag, che permettono così di rilcassificare le informazioni secondo un criterio “dal basso” (creando di fatto una folksonomia sulle notizie e i documenti). Ovviamente si potrà poi cercare all’interno di questa folksonomia secondo gli ormai consolitati criteri dei tagi più battuti, più visitati ecc…

Fatelo: vi risparmierete imbarazzanti discussioni medioevali su dove classificare l’ennesimo ornitorinco documentale e farete un passo in avanti verso una intranet veramente collaborativa.

Ott
1

Blog, folksonomie e egocentrismi organizzativi

L’amministratore Delegato mette su il blog in intranet e i dipendenti lo ricoprono di insulti. E’ successo alla Siemens (l’articolo è qui). Notate che per commentare bisognava autenticarsi (e quindi identificarsi). Perché è succsso? Sembra che l’azienda sia in fase di ristrutturazione e non tiri una bella aria. Nonostante il risultato, certamente ambiguo, io continuo a difendere esperimenti come questi.

Intanto all’IBM provano le folksonomie su intranet (all’IBM sono veramente avanti…). Che cosa significa? Che i dipendenti possono boookmarkare specifiche pagine direttamente su intranet, aggiungendo i loro tag personali. Sembra che questo sistema sia diventato una necessità per una intranet che ha ormai migliaia di pagine. Capito? Una necessità.

Infine, Gerry McGovern ci ricorda l’errore madornale di organizzare i contenuti della intranet seguendo a occhi chiusi l’organizzazione formale e non i task prioritari degli utenti. In questo articolo ci spiega perché è meglio dimenticarsi (almeno in parte) dell’organigramma.

Set
14

La Killer Application di Jerry

Mi ero dimenticato di segnalare un numero della newsletter di Jerry McGovern dedicata (nientemeno che) alla killer application di intranet. Avete cliccato? Ebbeni si: è il cercapersone.

Su questo blog parliamo da tempo immemorabile del cercapersone come fattorre strategico (ad es qui) e sono lieto che anche Jerry sia dei nostri. In realtà la posta in gioco è più ampia e ha a che fare con la necessità di costruire qualche cosa gestisca le due cose più importanti in un’azienda (aggiungo: in’un’azienda innovativa): la conoscenza e relazioni. In effetti il cercapersone (in una versione, spero più evoluta che non la semplice rubrica telefonica) può essere utile in questo senso, e si candida ad essere la base dati più importante dell’organizzazione. L’unica?

Chissà: vorrei provare a lasciare andare la fantasia e provare ad immaginare altre aplicazioni che mettano al centro le due parole chiave: conoscenza e relazioni. Forse sono applicazioni e progetti che ancora non esistono da nessuna parte, ma credo che la posta in gioco sia troppo alta per lasciare che venga dispera con quisquilie da realisti.

1) A domanda rispondo.  Avete presente Yahoo Answers? Dateci un’occhiata, almeno per capire il meccansimo. Beh, pensate a quello che succederebbe se lo metteste in azienda. Ovviamente i migliori andrebbero premiati per il loro contributo, e non cazziati perché non lavorano. Sembra una cazzata, ma invece è l’inizio di una piccola rivoluzione, perché entriamo, almeno un poco, nel regno del dono, o quantomeno in una regione  sottratta in parte al meccanismo (apparentemente) spietato dell’economia classica e della legge di mercato

2) Reti  relazionali delle competenze. Tipo Linkedin, ma più strutturato per competenze. Attenzione: dico competenze e non ruoli organizzativi, dei quali non mi frega una cippa, con tutto il rispetto. Nulla vieta di partire da un set di competenze predefinite dall’azienda e poi di estendere questo meccansimo con competenze proposte dai dipendeti (anche frivole, non importa)

3)  Wikipedia aziendale. Ma che ve lo dico a fare? Ovviamente con collegamento alla base dati del cercapersone e con un meccanismo incentivante (capito parrucconi del Personale?) per i maggiori contributori. stessa cosa per i blog, ma questo è più difficile perché per i blog bisogna avere alla base un progetto ben definito e degli attori ben indentificati.

4) Folksonomie. Avete presente Ajax e xml? hei ragazzi, non avete idea di quello che si può fare con questi arnesi, ma tipo che le informazioni sulla intranet vengono riclassificate dal personale stesso, oppure possiamo attaccare al cercapersone un “cercasedi” sul modello di Google maps.

Queste cose le ho raccolte in 15 minuti. Che dite? Qualcuno vuole aggiungere idee più meditate?

Mag
20

Classificazioni pigliatutto

Una delle attività più alte di un uomo, almeno da Aristotele in poi, è quelle di saper classificare le cose in insiemi di cose, e di saper quindi attribuire delle proprietà agli enti. Questa è un’attività in senso proprio filosofica, perché concerne unicamente i concetti e le loro relazioni reciproche.

Bene, quest’attivtà, che ha sempre trovato solidi sostegni pratici nella tradizione e nelle abitudini classificatorie proprie di ogni disciplina,  è stata in questi anni messa a dura prova dal web: come classificare i contenuti? Che cosa appartiene a che cosa? Come etichettare questi insiemi? Insomma, come fare un menù di navigazione decente? Un vero rompicapo.

Oggi questo rompicapo, irrisolvibile secondo parametri, diciamo “tradizionali” del meodo “fisico” di classificare le cose (come in biblioteca) sembra trovare una soluzione, che usa la natura stessa della Rete per risolevere un problema che nella Rete stessa ha trovato la sua espressione più matura: la classificazione a faccette. Leggete, è interessante.

La cosa, assolutamente nuova se guardiamo al modo tradizionale di disporre gli oggetti in un insieme, è in fondo di una banalità sconcertante se consideriamo il mondo digitale (e il linguaggio XML in particolare): ogni oggetto appartiene a diversi insiemi ed è classificato in insiemi diversi secondo il grado di maggiore o minore pertinenza a questi insiemi. Si chiama classificazione mutlidimensionale.

Certo, a pensarci è una cosa ovvia: la bottiglia di Vino è classificata per annata, regione, colore ecc…Ma, a pensarci bene, ci sono volute ben due rivoluzioni perché accettassimo queso fatto come un fatto ovvio: la smaterializzazione dei dati, prorpia della clutura digitale, e la relativizzazione delle nostre gerarchie e categorie, propria della clutura post-moderna. Solo i filgi di queste due rivoluzioni potranno godere di questa multidimensionalità senza sentirsi in imbarazzo né, tantomeno, sensa sentire di avere tradito qualche cosa.

Apr
28

Deliri tassonomici in azienda

I sistemi documentali sono dei simpatici depositi online dove i colleghi inseriscono e cercano documentazione. Sono sistemi che (almeno in teoria) velocizzano l’attività, arricchiscono le informazioni a disposizione e permettono lo scambio e la condivisione dei saperi.

In teoria. Sì, perché in realtà la cosa funziona così: qualcuno, senza consultare chicchessia (figuriamoci gli utilizzatori) crea una specie di machina da guerra informatica, piena di criteri selettivi, specifiche, indici, ecc. E poi aspetta che qualcuno inserisca i documenti. Cosa che, ovviamente non spetta a lui. Eh già.

Un piccolo assaggio dei parametri tipici di questa ridicola e bizantina indicizzazione: Titolo, Codice primario, Codice secondario (?) Funzione emittente, sigla emittente, Funzione proprietaria, sigla proprietaria, approvatori, tipologia primaria, tipologia secondaria, tipologia integrativa, famiglia professionale, tipo di documento, lingua del documento, emesso il…, approvato il… decorrenza dal…, Inserito il…, ricerca nelle parole. Eccetera eccetera eccetera.

Bello vero? E con questo apparato da guerra che razza di mosche dovremmo prendere? Poi, se si prova ad usare veramente tutti i criteri indicati (ma anche solo la metà), generalmente non si trova un bel niente. Eh già.

Si, perché, come spesso accade, i documenti sono meno delle categorie che dovrebbero contenerli. Ma guarda un po’. Senza contare che questo “delirio tassonomico” spaventerebbe anche il più fanatico degli ingegneri occhialuti con sei penne nel taschino della camicia. Figuriamoci il povero impiegato che sta umilmente cercando il documento sulle nuove specifiche del prodotto.

Senza parlare di chi i documenti dovrebbe inserirli, (o “uploadarli”), ovvero, si presume, molti, molti colleghi, al quale è richiesto un lavoro di catalogazione degli stessi che probabilmente non viene effettuato neanche alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Il risultato? Generalmente un buco nell’acqua. Ma molto, molto, sofisticato.

E allora proviamo a dare qualche consiglio per la creazione di sistemi documentali umani e percorribili. Certo, non è una ricetta buona per tutte le occasioni: ma generalmente va bene per la maggior parte.

  1. Interrogate preliminarmente le persone potenzialmente interessate per capire qual è l’elenco principale delle categorie (le Funzioni aziendali? La tipologia di prodotti? Il tipo di progetto? Le aree territoriali?) Cercate di creare questo elenco principale rispettando la “mappa cognitiva” dei colleghi, ovvero il modo di suddividere le cose che loro usano abitualmente
  2. create le sottocategorie. E fermatevi lì. Non è opportuno avere più di due livelli di catalogazione, specialmente se i criteri tassonomici sono “vaghi” e non precisi (come le date o l’alfabetico, ad esempio)
  3. per creare le categorie usate un metodo “genetico”. Se l’azienda è complessa è impossibile categorizzare tutto. Fatevi suggerire dai colleghi eventuali aggiunte alle categorie
  4. ora, le persone che inseriranno i documenti dovranno solo indicare categoria, sottocategoria (in un menù a tendina), altri (max. tre) parametri di indicizzazione, e un abstract del documento con tante keyword per il motore di ricerca
  5. per la ricerca nei documenti userete quindi tre criteri alternativi tra loro: la possibilità di navigazione all’interno delle categorie, la possibilità di fare query sulla base di max. tre parametri (es. funzione, formato, scopo), la possibilità di effettuare ricerca full text con un motore di ricerca nel testo degli abstract.
  6. non è finita: nella home page del documentale, oltre ai criteri sopra elencati (categorie, query, motore) saranno presenti, in bella vista i documenti più importanti, quelli più recenti e quelli più scaricati.

E ora il consiglio principale: prima di creare questi sistemi, assicuratevi di avere la documentazione che li giustifica oltre a una buona “massa critica” di colleghi che siano disposti a collaborare. In caso contrario potete fare quello che vi pare: avrete comunque costruito una cattedrale nel deserto.

Mar
29

Se Aristotele ci incontra esce pazzo…

Oggi mi sono dovuto inventare di sana pianta le categorie di classificazione per un sistema documentale del marketing. A loro non veniva in mente nulla.
Visto che la cosa mi è riuscita nel giro di dieci minuti mi domando: è l’eccessiva vicinanza alle cose che impedisce la loro classificazione? Voglio dire: l’eccesso di connotazione vanifica le possibilità denotazione? Troppe proprietà e nessun genere? O quelli del marketing sono senza fantasia? O io ho lavorato troppo ed è meglio che me ne vada a casa?

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede