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Dic
26

Intranet: sotto il segno della paura

Jason Averbook ha scritto un post molto divertente e un po’ polemico sulle intranet di vecchia generazione e l’arrivo delle intranet sociali. Lo stile è diretto e incisivo, per cui mi sono preso la briga di tradurlo (spero di esserci riuscito).

Credo che Jason sia troppo severo verso le “vecchie” intranet così come credo sia un po’ troppo ottimista sul “nuovo”, ma il tema della paura, che domina da sempre le aziende e le loro scelte, è centrato perfettamente. Buona lettura.

Intranet 2.0: questa volta è personale – di Jason Averbook

Vi ricordate le intranet? Quelle reti interne private, cool e onniscienti dove si poteva accedere a tutte le conoscenze aziendali, tenere sotto controlli i progetti, leggere i regolamenti e le policy e, naturalmente, accedere al cercapersone.

Ricordate le riunioni (oh, le riunioni) per decidere che cosa dovesse andare sulla intranet, chi dovesse essere autorizzato a fare cosa, e la paura (oh, la paura) di permettere commenti “anonimi”, o di permettere commenti tout court. Se non avete mai partecipato a queste riunioni siete fortunati, ma state sicuri che in giro ne hanno fatte parecchie.

Una volta lanciata (per la fine dell’anno, promesso), si potranno diffondere messaggi ai colleghi, postare domande nel forum “chiedi al management”, o aggiornare i propri skill nella propria personalissima scheda personale. Si potrà…ma non verrà fatto.

Non rammaricatevi, nessun altro lo fa.

I processi formali per creare, pubblicare e gestire contenuti diventano troppo onerosi, e alla fine molte intranet escono da una pianificazione organica.

Ok, ora c’è molta gente che discute, là fuori, di rimpiazzare questi vecchi dinosauri obsoleti con qualcosa di più nuovo, ricco ed efficace. La intranet sociale.  Se questo vi richiama alla mente cose come: “fico, tutti i colleghi potranno avere il loro blog”, o “il team di sviluppo potrà avere il proprio wiki” dovete pensare più in grande – i blogger stanno già bloggando e i tipi-da-wiki stanno già wikificando.

C’è dell’ironia in tutto questo…Molto temono che la intranet sociale poterà i dipendenti a usare gli strumenti in modi inappropriati, o a ledere la cultura aziendale “dicendosi delle cose”.

Voi saprete che all’inizio le e-mail sono state esaminate così a fondo, quando sono apparse per la prima volta sulla scena aziendale, che sono state date solo a pochi eletti per paura che gli impiegati “si dicessero delle cose”.

Inoltre, durante il primo periodo di mania per intranet, alla fine degli anni ’90, molti CEO, dipartimenti HR e tizi della comunicazione interna erano paralizzati dalla paura che se i dipendenti avessero potuto pubblicare informazioni, queste sarebbero state errate o obsolete. Inoltre avrebbero potuto “dirsi delle cose”.

E questa è la principale ragione per cui nessuno usa le intranet oggi: è, allo stesso tempo, piena di informazioni errate e obsolete, e mancante di informazioni critiche.

Questo è il bello della intranet sociale – non c’è bisogno che ci sia qualcuno incaricato di tenere i contenuti aggiornati. Ah, e per la cronaca, i dipendenti stanno, alla fine, “dicendosi delle cose”. L’intranet sociale permette nuovi livelli di sef-service e  scatena la condivisione della conoscenza in nuovi efficaci modi. Penso che vedremo una crescita di queste nuove realtà nelle aziende, consentendo questa volta alle cose di crescere più organicamente.Se seguite questo blog sapete che parliamo spesso di governance. Quando tutte le discussioni sulle intranet sociali diventeranno azioni, la governance di questi ambienti sarà il pezzo mancante che li renderà contagiosi, facendo perdere terreno alle intranet tradizionali.

Governance non significa controllo, ma collaborazione. Non riguarda tanto lo stabilire regole quanto farle capire e accettare da tutti. Sarà interessante seguire l’evoluzione e vedere come le aziende “sociali”permetteranno di esserlo ai loro impiegati.

Lug
7

Babbo Natale e l’Enterprise 2.0

Bertrand Duperrin ha scritto un bel post provocatorio sul crepuscolo dell’enterprise 2.0. e l’emergere della socializzazione dei processi. Il senso è che tutte le discussioni tra specialisti che facciamo a riguardo sono e resteranno, per le aziende, dei discorsi vaghi e accademici finché questi sistemi non dimostreranno il loro valore. Ed è su questo che bisogna puntare. Il resto sono pippe.

Cito dal post:

Many people complain about companies who don’t understand enterprise 2.0, say that managers should by dictionnaries, that we may have to wait for an entire generation do retire (or die) to get to something. I don’t subscribe to this point of view. More, I think it traduces a total lack of humility : it’s enterprise 2.0 that has to learn to speak the enterprise language, because even if we change the way things are done, there are structuring realities that are unchanging.

[…]

Of course, some may prefer the “believe in Santa Claus” attitude. Complain about being misunderstood. Repeat endlessly that ROI is not the point. Wonder if Sharepoint is an enterprise 2.0 platform or not. Say we have to believe. Tearing one’s hair out because nobody understands it’s about people and not about technology. Wonder what a community is. Wonder about what email is worth. Say it’s not a revolution but an evolution (or the contrary). Make it a religious case and burn heretics. But, in this case, we may go round in circles for many years without making any kind of progress.
Successful companies didn’t lose their time on this kind of questions. They wanted to create value and tackled the way value is actually created. They took into account the fact they had to adress people’s daily tasks and concerns, make sense regarding to collective and individual issues, position their 2.0 project on a strategic point so that they couldn’t afford failure. In short : they took enterprise 2.0 out of its traditional sanitized zone an applied it to what determines and structures the company’s activity.

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Vi segnalo anche un’altra risorsa critica (questa volta in generale), che parla della noiosità dell’eneterprise 2.0. e mi sembra uno dei pochi articoli intelligenti scritti sul tema.

Gen
28

Enlarge your ranking with…Repubblica.it

Il mio amico, nonché coautore del nostro prossimo libro (in uscita a giorni) nonché ex collega Paolo Artuso è finito su Repubblica.it con il suo lavoro fotografico sulle pubblicità. Gli ha mandato una mail e questi gli hanno detto: ok, mandacele subito. Tanto di cappello. Il suo è un lavoro davvero originale, di cui mi aveva parlato a suo tempo e che finalmente posso ammirare. Sono curioso di sapere come un fatto del genere aumenterà il suo ranking su Google.

E se lo merita davvero, anche se quella colonna del sito è sempre stata un vero puttanaio. Del resto Repubblica.it si avvia a diventare il campione italiano dei treni persi (blog, citizen journalism, tagging, accesso alle fonti, ecc). Eravate dei pionieri, siete diventati dei pizzicagnoli e vi state facendo battere persino dal Corriere e da Panorama. Ma non vi dispiace un po’?

Va beh, chiusa parentesi. Sono sicuro che ad Alcatraz si leverà il solito coro di  “ma tu sei sprecato qui dentro”.  Lo so, ma è duro rinunciare a questo…Dai Paolo, ce la puoi fare…

Gen
4

Dada Da-da, Tata Ta-Ta, Dada-dada Da-dà

Ormai è una specie gara a chi la lancia prima (la intranet 2.0) o a chi la spara più grossa (la notizia).

Va beh. insomma, mò è il turno di Dada che, secondo l’autorevole (?!?) Mytech ha “lanciato la intranet 2.0“. E come no (si metta in coda, prego… ).

Il nome è nientemeno che Tata 2.0 e lo screenshot è qualcosa che fa onore al miglior giornalismo d’assalto.

Ott
29

Il link? E che devo fà tutto io?

Metti che uno legge su Repubblica questa notizia, che parla del vortice di spazzatura che infesta un’area poco frequentata del Pacifico.

Se ha un minimo di interesse farà una breve ricerca e troverà che questa cosa è conosciuta e, ad esempio, che Greenpeace fornisce una mappa interattiva del fenomeno e che Wikipedia ha una voce dedicata alla corrente che produce questo vortice disgustoso. Su alcuni blog ci sono anche delle foto, come qui.

Ok, fermiamoci qui. La mia domanda è: che cosa impedisce a un giornalista come Luigi Bignami, autore dell’articolo, di corredare il suo pezzo con questi materiali? Forse dovremmo considerare il suo articolo l’alfa e l’omega dell’informazione? O come un implicito spunto da cui partire per farci – da soli – le nostre ricerche? O come una cosa che Luigi Bignami ha saputo in esclusiva perché si è recato sul posto?

La cosa mi inquieta un po’ perché una delle cose che sentiamo dire (e che diciamo) in giro frequentemente è che quello che distingue il miglior giornalismo online dal giornalismo tradizionale è l’accesso diretto alle fonti e agli approfondimenti: scrivo il pezzo ma ti segnalo anche degli approfondimenti fighi, le fonti online da cui ho tratto la notizia, delle immagini o dei disegni che ho trovato in giro e che mi sembrano interessanti. Certo, mi prendo un impegno verso questi link che metto: ma è proprio per questo motivo che questa è una parte integrante dell’attività editoriale del giornalista, il cui valore si misura, come in ogni brava dinamica di rete, anche dalla qualità di link che segnala. E non è un optional: se sei bravo lo devi fà. O no?

Al di là delle polemiche mi piacerebbe sapere se tutto questo corrisponde ad una precisa policy editoriale (e credo di si) e in base a quale logica è stata redatta. Perché, ragazzi, qui stiamo parlando proprio dell’abc.

In ogni caso, per il momento darei un consiglio a Repubblica.it: di mettere alla fine di ogni articolo un piccolo disclaimer che reciti: “Ti intetressa questa notizia? Cercati pure altro materiale su Google e buona fortuna!.”

Set
23

Grandi novità, anzi no

Per quanto tempo ancora dovremo sorbirci questa nenia insopportabile? Un consiglio a tutti i siti che si occupano di Business nelle PMI: fate una moratoria nella quale vi astenete dal dare notizie sul mondo delle tecnologie nelle aziende fino a quando non ci sarà una novità positiva. Ok?

Apr
17

Gusti e cultura nella coda lunga

Ci sono molti modi per capire quando una teoria è una buona teoria.
Una teoria è buona se riesce a spiegare in modo semplice ed unitario una massa enorme di fenomeni eterogenei (potere esplicativo delle teorie). Inoltre è molto buona se è capace di ampliare la gamma di previsioni che possiamo fare sui fenomeni futuri (potere previsionale delle teorie). Ma non basta: generalmente una teoria veramente buona è capace di ristrutturare l’intero campo dei fenomeni che descrive (potere ontologico delle teorie).
Insomma, dopo l’apparizione di una buona teoria è la nostra stessa realtà ad apparire diversa (pensate, tanto per fare esempi noti e vicini a noi, all’interpretazione dei sogni di Freud, alla teorie del linguaggio di Saussure o di Chosmsky, alla Teoria dell’Informazione di Shannon, alla teoria del calcolo di Turing, alla teoria della post-modernità di Lyotard  e così via)
Che si rivelino, alla lunga, totalmente giuste o in parte sbagliate, la loro stessa formulazione riorienta gestalticamente la nostra esperienza delle cose.
Il potere della coda lunga
Quando una buona teoria  appare sulla scena, dunque, abbiamo molti motivi per essere felici uniti a qualche comprensibile motivo di preoccupazione, legato per lo più alle derive e sovrainterpretazioni a cui la teoria stessa da luogo. E’ il caso della teoria della “coda lunga” di Chris Anderson.
COpertina_coda_lungaUna teoria potente, alimentata da un’immagine altrettanto potente, ovvero quella strana curva che ormai abbiamo visto tante volte e che descrive il modo nel quale si distribuiscono i comportamenti delle persone in rete o, più in generale in ogni situazione dove domini l’abbondanza e non la scarsità di risorse. Anderson mostra come nei mercati in rete siano le nicchie a costituire l’ossatura del mercato e come la rete stia progressivamente polverizzando il mercato dei consumi di massa dominato dai media mainstream.
Non entrerò nei dettagli della teoria (peraltro, del rapporto tra le intranet e la coda lunga ho già parlato qui e qui): la maggior parte dei frequentatori della rete la conosce a grandi linee; inoltre, quell’immagine è davvero capace, da sola, di esprimere in modo completo il senso di questa idea così affascinante
Potere euristico (e seduttivo) delle buone immagini.
Consiglio vivamente a tutti di leggere il libro: è un raro esempio di come si possa fare dell’ottima divulgazione unendo capacità comunicativa e rigore scientifico. La ricchezza degli esempi, la precisione dei dati, la vividezza delle immagini, la ricchezza delle metafore e la quantità di storie che Chris ci racconta sono davvero impressionanti e meritano la lettura di chiunque voglia capire qualche cosa di più sul nuovo mercato della rete e sui fenomeni che abilita.
Detto questo, vorrei modestamente spiegare (innanzitutto a me stesso) perché la teoria di Chris è un’ottima teoria del mercato in rete e una pessima teoria della cultura (esito al quale la teoria sembra approdare).
Culture e tribù
Leggendo il libro ho pensando al mio rapporto con i media di massa e con la “cultura di massa”. C’era qualche cosa che non mi tornava in tutto questo discorso. In fondo, mi sono detto, io, come molti altri, non mi sono mai sentito totalmente aderente alla mia cultura “mainstream”, qualsiasi cosa questo significasse. Anzi, ho sempre avvertito il disagio di una non-appartenenza e ho vissuto, come molti altri, una costante (e castrante) dialettica tra l’ebbrezza di una certa libertà e disinvoltura e la nostalgia della “normalità” e del  “gruppo”.  Ma l’arrivo delle “code lunghe online” non ha mitigato questo disagio, e non ha per nulla risolto la dialettica. Dove sta l’inghippo?
Oggi posso agevolmente scaricare la mia musica di nicchia, guardare i miei programmi di nicchia e incontrare altre persone che condividono questi interessi. Ma questa enorme disponibilità non costituisce affatto un passo in avanti verso la creazione di una nuova “sottocultura di nicchia”.
Certo la coda lunga strappa il velo di Maya che ci voleva tutti omologati nella fruizione degli stessi contenuti e svela che ciascuno di noi ha gusti più sofisticati e diversificati. Certo, in rete questi gusti diversificati trovano la loro dignità e il loro spazio, ma questo fa fare dei pass in avanti alle nostre identità e alle nostre appartenenze? Scopriamo di appartenere a tante diverse “tribù” e certamente mi iscriverò ai servizi online per guardare le puntate di “Spazio 1999”, “Il prigioniero” e vecchie interviste ai filosofi degli anni ’70. Ma continuerò a vivere con disagio il pranzo di Natale.
Il fatto è che la cultura di un gruppo, sfortunatamente, non si costruisce solo in base all’insieme ordinato e filtrato delle nostre scelte d’acquisto, non è la sommatoria dei nostri oggetti culturali di nicchia.
Forse la cultura è l’insieme delle nostre prese di posizione rispetto ad un insieme eterogeneo di oggetti e comportamenti che “circolano” nel sociale, sia di nicchia che “mainstream”. Da “Fiends” alla religione cattolica, dal parlare a voce alta in treno al modo nel quale reagiamo ai lavavetri al semaforo, da Emilio Fede ai Dico, dal pranzo di Pasqua al Grande Fratello. Ed è nel senso complessivo che ciascuno di noi assegna questo insieme di cose che si esprime la nostra “cultura”, ovvero i meccanismi di appartenenza e di identità, che sono qualche cosa di molto diverso dalla “comunità guardaroba” di cui parla Bauman e che, francamente, assomigliano molto alle microculture di cui parla Anderson.
Date un po’ di tempo a un gruppo di individui e questi costituiranno delle comunità. Date un po’ di tempo a queste comunità e queste costruiranno delle culture, ovvero dei meccanismi semiotici che diano senso a quello che le circonda. Oggi, peraltro, dopo la fine delle grandi narrazioni, questo meccanismo è più potente e necessario. Essere Italiani non ci basta, ma nemmeno essere juventini o essere amanti della musica hip op. Abbiamo bisogno di storie, grandi e piccole, che diano senso al nostro agire. Storie che stiano dietro di noi, e ci diano quel significato di cui sempre siamo alla ricerca.
Forse non ho capito il senso e le conseguenze del discorso di Anderson, forse sto travisando, ma paradossalmente, il mondo del “filtraggio collaborativo” descritto da Anderson assomiglia più alla dinamica dell’amicizia che a quella della cultura, E’, insomma., un meccanismo che riproduce più la dinamica delle relazioni individuali che delle relazioni collettive.
Gusti = cultura?
Credo che Anderson abbia risolto troppo in fretta l’equazione gusti = consumi = cultura. Personalmente, per riprendere un mio post precedente, ho vissuto un periodo nel quale l’ascolto di un cantautore come Claudio Lolli faceva parte di una certa cultura giovanile. Sia chi amava alla follia Claudio Lolli sia chi lo detestava a morte apparteneva, più o meno alla stessa cultura e io mi sarei sentito molto più affine a chi odiava Claudio Lolli che non a chi non ne aveva mai sentito parlare. Nel mondo delle aggregazioni online e dei filtri collaborativi queste due categorie di consumatori non si incontrerebbero. Nel mondo reale della costruzione condivisa di una cultura invece si.
Avere gli stessi gusti specifici, condividere una nicchia di consumo non significa ancora appartenere ad una cultura condivisa , a meno che questa nicchia non sia investita semioticamente nella dinamica delle relazioni sociali (pensiamo ai gruppi di acquisto sul cibo biologico).
Fine della macchinetta del caffé?
La prova del nove dei risultati discutibili di questa catena argomentativa sta nella pittoresca immagine della “boccia dell’acqua” (da noi si direbbe la “macchinetta del caffè”). Nel mondo delle code lunghe, per Anderson, saremo sempre meno legati a momenti come questo, che per l’autore sono il segno inequivocabile di una cultura di massa nella quale tutti siamo costretti a vedere e sentire le stesse cose: semplicemente, la frammentazione dei nostri comportamenti di consumo prosciugherà le occasioni di cui parlare in questi luoghi abbia un senso.
Ora, per quale motivo questa previsione ha un’aria cosi sbagliata? La ragione è che le micro-culture organizzative non si formano (solo) sulla base dei programmi televisivi che abbiamo visto la sera prima e i nostri gusti in fatto di programmi in prima serata non spostano le ragioni per le quali abbiamo bisogno costantemente di stabilire e negoziare la nostra gamma di simboli globali e locali che, tutti assieme, chiamiamo cultura.
Da una parte, dunque abbiamo il fruitore di massa, che condivide oggetti culturali massificati e che nel mondo delle code lunghe ritroverà i suoi gusti più “veri”. Ne sono convinto e Anderson ci ha spiegato benissimo la dinamica con cui questo avverrà. Elaborerà anche nuove appartenenze? Agirà nuovi comportamenti? Prenderà nuove posizioni? Ne dubito.
Dall’altra parte abbiamo il gruppetto di ragazzi della panchina che per anni vive in gruppo e che elabora nel tempo una propria cultura locale “forte”con la quale filtra tutto quello che avviene all’esterno, dall’11 settembre al Grande Fratello al caratteraccio del barista di quartiere. Perché le culture, e i meccanismi di appartenenza che veicolano, sono questioni serie, a volte sono questioni di vita o di morte. I ragazzi della panchina sono la “coda lunga” della cultura. E potete stare certi che non si sono ritrovati su Itunes.

Feb
24

Lettera aperta al redattore di Italia.it

Caro redattore di Italia.it
mi rivolgo a te personalmente perché in questi giorni sarai stato certamente sotto pressione.

Dicono che questo portale sia costato 45 milioni di euro. Caro Redattore di Italia.it, sono sicuro che solo un’infima parte di questo denaro sarà finito nelle tue tasche, caro redattore, e di questo mi dispiaccio, perché sono sicuro che tu fai il tuo mestiere e sono anche certo che in riunione più di una volta ti sarà venuto da vomitare.

Quanto fango, caro redattore, sarai stato costretto ad ingoiare mentre qualcuno diceva “si, wow, l’introduzione con Simil-Pavoarotti”, “si, le animazioni in flash in ogni pagina”, “si, il data base degli alberghi”, “si, gli spazi della home occupati da sfilate di moda e sci italiano!!!”.

Caro redattore di Italia.it, che tristezza deve essere stata per te riempire di contenuti top down l’ennesimo portatone turistico mentre ovunque si parla di contenuti generati dagli utenti, di 2.0, di social tagging, di feed RSS, di podcasting, di architettura a faccette.

Caro redattore di Italia.it, so che ti rendi perfettamente conto che se sono tedesco e ho un camper e voglio arrivare a Palermo non ci riuscirò tanto facilmente consultando il tuo sito, che se ho un cane o sono gay avrò qualche difficoltà a trovare un agriturismo adatto a me, e che se oltre a dormire voglio anche mangiare è meglio che mi porti la colazione al sacco.

Caro Redattore di Italia.it non è certo colpa tua se molti dei contenuti sono lacunosi o vaghi, o se le informazioni sono vecchie e non aggiornate, ma tu capisci che è un problema se molti dei cinema che segnali sono chiusi da anni.

Caro redattore, io vedo e, ti assicuro, apprezzo veramente lo sforzo che hai fatto per segnalare tutti gli alberghi possibili e immaginabili sul nostro territorio, ma ti informo che io, personalmente, non mi baso solo sulle stelle dell’hotel per decidere dove dormire, ma guardo ad esempio dove è collocato rispetto al centro città e cerco anche di farmi un’idea di come sono fatte le camere e cerco anche di capire chi c’è dall’altra parte. Caro redattore, io non sono una macchina che fa il filtro nel data-base. E in genere cerco la qualità, e non la quantità.

Caro redattore, sono sicuro che anche tu capirai che ho delle difficoltà a percepire la differenza tra “Visita l’Italia”, “Organizza il tuo viaggio” e “Itinerari” E che etichette come “Unesco” dentro la sezione: “Visita l’Italia” potrebbero non dirmi assolutamente nulla sui contenuti che troverò all’interno.

Caro redattore, se sono un utente spagnolo e voglio andare a Sarzana a vedere il marcato dell’antiquariato, ma non so che Sarzana si trova in Liguria e in provincia di La Spezia, mi spieghi cortesemente come faccio ad arrivarci?

Caro redattore di Italia.it, ma non ti viene il mal di mare a vedere tutta sta roba che si muove sul sito? Perché a me, caro redattore, dopo 5 minuti è venuta un po’ di nausea, e te che ci lavori da mesi penso non starai tanto bene.

Caro Redattore di Italia.it, ti faccio i miei auguri e ti do la mia sincera solidarietà, anche se ti devo proprio dire che questo sito che avete messo in linea un po’ mi ha offeso e mortificato. E come me tanti altri professionisti che, nel nostro Paese, cercano di portare un po’ di innovazione onestamente, tenendosi aggiornati e cercando di fare quotidianamente un buon lavoro, rispettando gli altri. Gli utenti prima di tutto. A volte ci riusciamo, a volte meno.

In ogno caso, in bocca al lupo per tutto.

Feb
23

Italia.it

Arrivateci da qui. Proprio da qui ci dovete arrivare, senza sconti. Mentre noi cercheremo in tutti modi di andarcene. Costo: 45 milioni di euro.

Ah che bel vivere, che bel piacere…

p.s. ehm, per gli animi più “accesi” la discussione continua qui

Feb
22

Libri utili e libri inutili

Ecco due liste in ordine sparso di libri (quello delle liste di libri è un mio pallino inestinguibile). Una è quella dei buoni, l’altra è quella dei cattivi.

I libri che vorrei avere scritto

Lista non ragionata di libri che consiglio a chiunque si occupi di intranet, content management, scrittura e nuove tecnologie.

Jonathan e Lisa Price
Hot text. Scrivere nell’era digitale – Mc Graw Hill
E’ ancora uno dei testi miglior e più completi riguardo alla scrittura “tradizionale” sul web.

Tommaso Raso
La scrittura burocratica – Carocci
Un manuale dotto e chiaro, che mantiene le promesse

Cristina Zucchermaglio – Francesca Alby
Quando i workplace studies antropologici incontrano le nuove tecnologie. Ottimo per capire come i gruppi danno senso alle tecnologie e non viceversa.

Giuseppe Granieri
Blog generation
So che c’è chi detesta quelli che fanno “teoria dei blog”, ma questo è veramente un libro intelligente.

Franco Carlini
Parole di carta e di web- Einaudi
Franco Carlini, per me, resta il migliore giornalista e divulgatore di cultura digitale nel nostro Paese. Franco, a quando un nuovo libro?

Etienne Wenger
Comunità di pratiche – Cortina
Come direbbe Kuhn, è la nascita di un nuovo paradigma. Indispensabile.

Daniel Cohen
I nostri tempi moderni. Dal capitale finanziario al capitale umano. – Einaudi
Il titolo lo penalizza. In poche pagine una sistemazione intelligente e profonda del rapporto tra economia, sapere, occupazione

Sofia Postai
Web design in pratica – Tecnichenuove
Sofia è sempre brava, anzi bravissima, a spiegare cose complicate in modo chiaro, e a far solo trapelare una profondità  molto maggiore rispetto alle cose di cui scrive.

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I libri che non vorrei avere letto

Ovvero, come le librerie online possano fregarti

Carla Bertolo
L’interfaccia e il cittadino. Comunicazione pubblica, tra tecniche e riflessività –
Guerini e Associati
Di interfaccia c’è solo quella di bronzo dell’editore e del curatore (pubblicato nella collana @lfanet. Il che è veramente tutto dire. Ma mi faccia il piacere, signora mia…). L’autrice ha citato tutti, da Giddens a Habermas, da Talete all’esistenzialsmo. Sul web riserva 4 righe per dire che tutto questo web, insomma, proprio non la convince. Corbezzoli. Oibò. Acciderbolina.

Angelo Roma

In-formare. Tecniche di scrittura per la comunicazione interna – Franco Angeli
E’ come disse Fantozzi della corazzata Potemkin…. Complimenti alla casa editrice Franco Angeli, che si distingue sempre nel panorama dei libri pagati dall’autore…

Marco Pratellesi
New journalism. Teorie e tecniche del giornalismo multimediale – Mondadori Bruno

Uscito nel 2004, sembra stato scritto nel 1996. Ambizioso, parte da Adamo ed Eva (e lì si ferma). Sono sicuro che Pratellesi può fare di più.

Emilio Carelli
Giornali e giornalisti nella rete – Apogeo
Si, la rete dei fessi che lo leggono…

Luca Toschi
Il linguaggio dei nuovi media – Apogeo
C’è poco da dire: è semplicemente inutile. Uno dei saggi, poi, fa un ambizioso e velleitario parallelo tra la costruzione delle pagine web e quella di una sceneggiatura cinematografica. Da morire dal ridere…

J. Nielsen
Web usability 2.0 – Apogeo
Di 2.0 non c’è neanche l’aroma. In compenso si torma a parlare di frame. Da non crederci.

Ok, qui mi fermo. Se avete da aggiungere libri alla prima o alla seconda lista, vi prego di farlo, così facciamo anche un servizio ai tanti ggiovani che ci leggono…

Gen
30

Il nuovo “portal-mondo”

Siccome ho smesso di fumare e mi devo tenere impegnato, oggi sono stato qui (ero incuriosito dal roboante titolo:  “Content 2.0 – La gestione dell’informazione, la sfida organizzativa e i modelli evolutivi nell’era del Web 2.0 – rumore di tuoni in lontananza”).

E chi non si sarebbe incuriosito con un titolo del genere? (Ma sarò fesso?)

Insomma, mi metto la maschera del giornalista freelance e parto verso il nuovo mondo della gestione ”enterprise” dei contenuti.

E’ stato un viaggio brevissimo. E non solo perché la sede era a centro metri casa mia (se no col cavolo che ci andavo).

La sala era zeppa di superspecialisti incravattati delle maggiori aziende, pronti a illustrarci il nuovo mondo del contenuto digitale e della sua gestione tramite i CMS di nuova generazione.

All’inizio ero a disagio lì in mezzo a tutti questi specialisti del content management; e poi ho anche lasciato il mondo aziendale, e chissà che passi avanti hanno fatto mentre io non c’ero eh…

Ho dovuto ricredermi: affrontare questo tema non è affatto difficile anche se, guardando le slide, sembrerebbe il contrario.

Le slide, come nelle migliori tradizioni consulenziesi, erano illeggibili e piene di schemi a blocchi complicatissimi. Chiunque, di fronte a quelle slide tipo “astronave di Vega” , non può che sentirsi un cretino.  Ma siccome sono abbastanza allenato, sono in grado di fornirvi un modello comune semplificato:

Schema_CMS

E poi non dite che questo non è un blog di servizio.

Decine di slide par raccontare le infinite varianti di questo schema. Stavo per svenire sulla sedia.

Eppure avrei dovuto capire tutto fin da quando il secondo relatore ha chiesto se qualcuno conosceva (udite udite) You Tube. Il suo tono era apocalittico: aveva capito che siamo nel mezzo di una rivoluzione.

Poi qualcuno parla di blog. Ehi, dico, la mattinata si anima finalmente. Poi chiede chi tra i presenti ha un blog: zero mani alzate. Chiede se qualcuno legge ogni tanto un blog: p. Pochissime mani alzate.

Ok, da questo capisco che in questa sala si sta veramente facendo la Storia.

Qualcuno parla di 2.0. Un bell’intervento su dati e metadati, una slide tipo astronave di vega per parlare dell’interoperabilità dei vari linguaggi e poi i CSS e l’XML e AJAX e mia nonna in carriola.

Poi fa vedere un esempio di sito costruito con il loro superfico CMS superaccessibile.

Ok, tenetevi, perché il sito è questo.

E con questo la mattinata è finita in bellezza. Mi sembrava di essere nel 1997.

E pensare che se non mi spacciavo per giornalista, questa roba me la facevano pagare 1200 euri.
Chiaro?

Gen
9

Contro il neo-determinsimo tecnologico

Ma perché la discussioni che vorrei si sviluppassero sul mio blog attecchiscono invece sempre nei blogghe dell’altri?

Mistero. Ad ogni modo, vi invito a seguire questa discussione (post e commenti) perché credo che sia istruttiva. Le posizioni mi sembrano abbastanza composite ma chiare. Personalmente ripeto quello che ho sostenuto lì, ovvero: non credo al potere salvifico delle tecnologie in quanto tali, ancorché tecnologie 2.0.

Certo, devo ammettere che un wiki, rispetto ad un mega-portale, consente una maggiore “flessibilità interpretativa” da parte delle comunità di utilizzatori, ma il punto non è questo. Il punto è che a essere deterministi, con la tecnologia, si rischia di fare veramente i conti senza l’oste.

Nov
9

Giornalisti noi siam, e a casa ritorniam…

Questo me lo ha segnalato Stefano, il vivace tesista che ho aiutato a suo tempo e che ora è un vivace laureato semi-disoccupato. E’ interessante perché la dice lunga sul livello di cultura media dei nostri giornalisti (purtroppo, a quanto sembra, anche di quelli specialistici). Leggiamo da Repubblica un articolo di Gabriele di Matteo, da cui riporto un gustoso estratto:

Marco Testa, presidente di Assocomunciazione, tira fuori una teoria di grande effetto: “I mercati sono conversazioni, quindi Intenet è il media più moderno in assoluto […]”

E bravo Gabriele. Proprio di grande effetto questa teoria. Chissà come gli è venuta in mente al Marco Testa eh…

Nov
7

L’usabilità di mia nonna

Mi sono letteralmente scaraventato sull”ultimo libro di Jacob Nielsen uscito di recente in Italia, dal pretenzioso titolo di “Web usability 2.0“, per ricevere in cambio una delusione senza precedenti. Speravo che, effettivamente, venissero afforntate questioni nuove rispetto alla “vecchia” disciplina (che, detto per inciso, potrei recitare a memoria come una poesia di Carducci).

E invece, al di là di qualche approfondimento sulla presentazione dei prodotti e sui sistemi di ricerca, il panorama di contenuti esplorato da Nielsen è rimasto pressoché lo stesso (con qualche tiepida analisi dei sistemi multimediali. E vorrei anche vedere…). Io mi sono sempre ritenuto un “nielseniano” convinto (della prima ora, peraltro) ma speravo proprio che, al di là della più volte ribadita importanza dell’usabilità e dei test empirici per il business dei siti web (concetto ripetuto nel libro fino alla nausea), venissero afforntate altre questioni riguardanti, appunto il “web 2.0” e dintorni.

Ad esempio: come la mettiamo con la classificazione a faccette? Come integrarla “usabilimente” in un sito di e-commerce?  Come scrivere correttamente i tag xml nei social network di qualsivoglia tipo? E” corretto, poi, che i tag più “battuti” nei sistemi folksonomici siano scritti più in grande degli altri? Come scrivere correttamente in un corparate blog? Dove è meglio posizionare i feed RSS in un sito di news? I commenti sui blog è meglio appaiano in pop-up o di seguito ai posto? Ed è meglio che appaiano in ordine crescente o decrescente? Ci sono regole di usability per i wiki? Sono solo degli esempi.

Di tutto questo non si fa parola: per Nielsen il web non è cambiato: certo, Nielsen riconosce che è migliorata la tecnologia (leggi: connettività) e che anche il design è più consapevole di 5 anni fa, e ammette anche che gli utenti sono molto cambiati (più esigenti). Ma i contenuti analizzati, quelli, sono rimasti, per il buon jacob, esattamenti gli stessi del 2000. E (grazie al cielo) non è così (blog in primis).

Forse Nielsen pensa che tutte queste siano cose da smanettoni, che non riguardano la stragrande maggioranza degli utenti web. BehForse è vero e forse no. Ma di una personalità che si fa vanto di sfornare report specifici (a pagamento) per ogni fascia di possibile esigenza web mi aspettavo qualche cosa di diverso rispetto a un mutismo teorico che è a dir poco imbarazzzante. Con buona pace di Nielsen e soci,  il web non è fatto solo da Amazon e Google. Con tutto il rispetto.

Mag
18

Davide batte Golia 1-0

A volte la Storia ci dà torto, a volte ci dà ragione. Io ho lavorato come Intranet manager per anni all’interno di una grande azienda, Alcatraz. In questa azienda non ero l’unico a occuparmi della cosa: C’erano anche tanti altri settori e professionisti, gente con molto potere e molti soldi da spendere. E quando si parla di intranet viene sempre fuori la questione delle piattaforme, ovvero quegli oggetti che servono a gestire i contenuti. Ora, queste volpi dei Dirigenti IT volevano a tutti i costi stupirci con effetti speciali e con nuovi strabilianti oggetti.

Ed ecco che salta fuori la nuova super-piattaforma, chiamiamola “Macigno-costoso”. Ad ogni riunione si partiva magnificando le caratteristiche di Macigno-costoso, la Grande Piattaforma Universale dalla performance strabilianti. Certo, ci volevano 18 server e un team di gestione di 40 persone, ma la piattaforma era ottima. Solo che crashava ogni 4 minuti. Dopo due anni giravano le barzellette come con i carabinieri. Ad ogni riunione erano sempre tutti più incazzati. Specialmente noi, specialmente io, che nel tempo avevo costruito una piattaforma alternativa, chiamiamola “economica-piuma”. Io di piattaforme chiavi-in-mano ne avevo già fatta fuori una e mi sono sempre arrangiato costruendo e facendo costruire degli oggetti su misura.

Certo niente di stravolgente, ma stava su di un solo server e se qualche cosa non funzionava si cambiava e via. Niente: ci voleva Macigno-costoso. E giù a spiegare che noi eravamo dei dilettanti, che le aziende serie usavano piattaforme serie. “Certo”, dicevano, “oggi Macigno-costoso“ ha dei problemi, ma domani avremo l’integrazione universale dei dati. E poi ha molti vantaggi in più. Quali? Non si è mai saputo.

Ma intanto non funzionava neanche a calci nei polmoni, e anche la versione 6.0, quella che doveva risolvere tutto, si è trasformata nell’ennesimo buco nell’acqua. Ma non si poteva dire, perché se no i Dirigenti si arrabbiavano e si intristivano. Tre anni. Tre anni di schermaglie nelle quali mi sono giocato la carriera per dire cose che stavano sotto gli occhi di tutti. Ok, storia passata, io me ne sono andato e voi tenetevi Macigno-costoso.

Oggi vengo a sapere che il responsabile IT di Alcatraz (non un pisquano qualunque, ho detto il responsabile IT di un’azienda di 100.000 persone) ha riconosciuto che Macigno-costoso era una cazzata. Sembra che abbia detto: quelli di economica-piuma hanno delle performance migliori e non potremo mai competere: tanto vale che andiamo tutti su economica-piuma abbandonando macigno-pesante.

E tutti i Dirigenti e quadri, nel frattempo, quelli che dicevano cose come “Ma dove vuoi andare oggi, se non hai una cosa come Macigno-costoso” a dargli ragione,  a dire “e beh, ma questa cosa non è accettabile adesso basta non ne possiamo più e così via”. Gli stessi con i quali litigavo all’epoca. Domanda: ma perché abbiamo perso tre anni a litigare? Perché avete speso milioni di euro (milioni) e fatto perdere tempo a decine di persone e reso inefficiente un oggetto che doveva servire a 100.000 colleghi? Qualcuno pagherà per questo?

Va beh, oggi è un grande giorno per me. Ciao

Gen
27

Ma tu, sei multi-skilled?

E’ sempre divertente leggere gli articoletti di i-drome, quotidiano sull’e-business per le piccole e medie imprese; si possono trovare delle autentiche perle come questa:

Poiché la nostra azienda continua ad affidarsi su persone multi-skilled, la necessità di collaboration è in rapida crescita”, oppure: “La Collaboration è una tecnologia edificante”. Come si dice a Roma: “E mecojoni…”

Peraltro, quando si va a vedere quali siano queste tecnologie di “collaboration” si scopre che, per i direttori finanziari intervistati da Easynet, sono costituite dalla posta elettronica e dalle riunioni faccia a faccia. No, aspetta, forse non ho mica capito: hanno detto proprio cosi? Le riunioni faccia a faccia?

Pregevole anche la foto, nel più puro stile business-impegnato-manageriale-patinato-senza-significato.
Ragazzi, complimentoni come sempre. Ma la verità è che la colpa non è mica vostra, che date voce a ‘ste “ricerche”: semmai è dei direttori finanziari. Eh..

;-)

Dic
5

Non vi ci affezionate troppo

Le aziende sono morte, ma ancora non lo sanno, e fanno i business plan come se nulla stesse succedendo. Ma restano dei morti.  Le aziende sono morte e nessun patto con il diavolo, nessun mesmerismo organizzativo potrà resuscitarle. Non fatevi ingannare dei professionisti che parlano al telefono in modo concitato e serio mentre timbrano il cartellino, guardate più in là delle donne con il tailleur e il pc portatile che parlano al telefono sul Pendolino, esaminate in filigrana i consulenti con il vestito nero, la camicia bianca e le scarpe a punta. Andate oltre le pubblicità e il marketing che ci informa che “tutto è intorno a noi”. Provate a leggere in controluce i loro comunicati stampa. Sono tutti morti che camminano.

Le aziende sono morte da tempo, con tutto il loro apparato da guerra. Con le loro piramidi infinite, con le loro cordate, con i loro manager che parlano senza sapere che cosa stanno dicendo sulla pelle di migliaia di persone con un brivido di sudore freddo, con i loro progetti senza capo né coda, con le loro slide, con le loro parole d’ordine che nessuno ha mai seguito, con i loro house organ, i loro comunicati falsi, con i loro capi incompetenti e presuntuosi, con i loro dipendenti di cui si sono sempre fregate, con la loro sensibilità da schiacciasassi, con i loro dirigenti con la quinta elementare che bacchettano i loro collaboratori plurilaureati, con il loro tran tran che poco a poco ti svuota dentro, con la loro arroganza, con la loro viltà, con la paura folle che governa tutte le loro scelte, con la loro ipocrisia che ci contamina tutti, con i loro talenti che scappano, con i loro mediocri che invece restano, con i loro impiegati che resistono, con i loro aspiranti manager che aspirano senza respirare. Con la loro impunità.  Con la loro incapacità genetica di sviluppare il meglio di ciascuno di noi. Con le loro procedure, con i loro riti stanchi, con le loro ricorrenze stantie, con la loro meschinità, la loro disgustosa prudenza, con il loro invischiarsi, con il loro invischiarci. Con il loro infischiarsene, con la loro folle corsa al ribasso, con il loro linguaggio ottocentesco, con i loro sprechi, la loro miope e tristissima visione d’insieme, con la loro ideologia disgustosa, con il loro “orientamento al cliente” che non hanno mai voluto conoscere, con la loro “trasparenza” che si guardano bene dal praticare, con la loro “velocità” e “efficienza” di cui si infischiano.

Tra vent’anni al massimo tutto questo non esisterà più. Ma non li sentite gli scricchiolii, non avvertite gli spifferi dai quali sta entrando quel vento gelido che si chiama di volta in volta lavoro immateriale, rete, economia cognitiva, gestione dinamica della conoscenza e soprattutto quella cosa che si chiama mercato, così dannatamente distante dal fantasma immaginato nelle stanze dei bottoni che governano questi dinosauri che si chiamano aziende. Ma non sentite il lamento di decine, di centinaia di migliaia, di milioni di persone che sono stufe di essere trattate come minorati mentali, che vogliono decidere, che vogliono mettersi in gioco,  che vogliono fare, finalmente, le cose come vanno fatte?

So a che cosa state pensando: ma come faremmo senza le aziende? Chi ci darà tutti i prodotti e i servizi che ci allietano la vita tutti i giorni? Come faremo a sopravvivere senza un sistema di produzione? Pensateci un po’ su: tutto questo oggi esiste nonostante le aziende e non grazie ad esse. L’innovazione e la capacità di produrre qualche cosa di nuovo non nascono dentro le aziende: si insinuano, semplicemente, nelle loro maglie. Sono in realtà dei sottoprodotti  di un prodotto principale che si chiama autoconservazione,  ogni giorno sempre più difficile.

No, non resisteranno, non c’è alcun motivo plausibile che giustifichi la persistenza di un dispositivo che produce così tanta insoddisfazione all’interno e così tanta inefficienza all’esterno.
Le aziende moriranno: se ne andranno così, semplicemente, senza clamore, come una cosa naturale. Si scioglieranno come neve al sole e a noi rimarrà solo il  vago ricordo della loro patetica  presenza. Ci ricorderemo di loro come di una coda in autostrada: oppressiva e senza scampo finché ci siamo dentro, assolutamente inutile e gratuita una volta sciolta.

Non possiamo sapere che cosa le sostituirà: forse qualche forma di cooperazione locale, forse un mondo di liberi professionisti collegati tra di loro, forse il ritorno a qualche forma di artigianato diffuso. Quello che so è che qualsiasi forma prenderà il lavoro quando avremo seppellito questi mostri produttori di infelicità e frustrazione sarà dominato dalla passione, dal sogno, dal gioco, dalla cooperazione, dalla voglia di fare qualche cosa di buono e dal desiderio di essere padroni del nostro sapere.

Quello che so è che le aziende, queste aziende, sono un prodotto umano, che ha avuto un inizio e avrà una fine. Le aziende non sono la migliore delle organizzazioni possibili, e mai come oggi si sente il bisogno di una nuova utopia capace di immaginare che cosa accadrà.

Non sappiamo quando, non sappiamo in che modo, ma accadrà.

P.S. Per qualche mistica ragione, parte della discussione su questo post si è svolta qui. Siccome sappiamo che in Rete il testo è formato da: testo + link + arricchimenti + discussioni, lo riporto per completezza.

Lug
15

Divagazioni sul due di picche

La ragazza del due di picche non ride mai, e nessuno l’ha mai vista piangere. Però sa sorridere. Come una Gioconda, ci guarda in modo enigmatico e resta – spinozianamente – in ascolto del Mondo intero, mentre annuisce leggermente con la testa, in modo molto composto. La ragazza del due di picche è molto, molto, composta. E ci ascolta parlare, tra una telefonata e l’altra, facendoci domande appropriate.

Volenterosa ma distante, con un appena accennato senso dell’ironia, ci lascia soltanto intuire una qualche profondità d’animo, che mai darà alla luce qualche cosa di più di un vago assenso alle nostre sudate cavalcate interiori. Solo per educazione prova a lasciaris contagiare dai nostri entusiasmi terrestri, che in breve tempo riesce da trasformare in poveri giochi per minorati mentali. Una volta liquidati e ridotti alla loro nudità può appropriarsene, rendendoli parte del suo mondo, un mondo inabitabile per chiunque altro.

Generalmente conformista e scarsamente interessata a ciò che la circonda, la ragazza del due di picche non esprime alcun vero talento, né alcuna genuina passione, ad eccezione di una sorta di “capacità di assorbimento” che è la sua unica, autentica inclinazione.

La ragazza del due di picche sogna l’ultimo moicano e generalmente sposa un commercialista. Nel frattempo, vive in una terra di mezzo scossa da continui movimenti tellurici, che poco alla volta radono al suolo ogni cosa. La donna del due di picche desidera un uomo deciso. Ma non troppo. Ama i cuccioli, le tenerezze, l’acqua minerale non gasata, le bancarelle. Non si veste in modo vistoso. Non ha desideri, se non quello di essere eternamente desiderata. Qualunque persona sana di mente intuirebbe, in questa posizione, una sorta di inferno esistenziale. Tuttavia, questa condizione di perenne insoddisfazione, di totale e a mala pena trattenuta instabilità viene attribuita, dalla donna del due di picche, ad una sorta di fatalità naturale, legata ad apocalittici episodi del suo passato che, la rendono, a suo dire, incapace di amare veramente.

Nel contempo, però, la ragazza del due di picche sfodera un imperturbabile e angelico visino, con il quale viene a cercarci come un animale ferito. Ha continuamente bisogno di essere protetta, stabilendo in questo modo la sua superiorità su di noi. Questa protezione serve, alla ragazza del due di picche, per trovare la forza di condividere con noi tutti i suoi drammi, come quello di non sapere chi ella sia veramente. Nel frattempo si concede, ampiamente ma con circospezione, a persone che non hanno la minima idea di che cosa le passi per la testa, cosa della quale la ragazza del due di picche è contenta.

La ragazza del due di picche è, ovviamente, troppo distante da se stessa per poter essere avvicinata da chicchessia: in questo le nuove tecnologie vengono in aiuto della ragazza del due di picche. Grazie a mail, messaging ed sms è in grado di conservare semi-rapporti per un tempo indefinito. Come Penelope, imbastisce e distrugge storie nel giro di una giornata a colpi di emoticons, puntini di sospensione e punti esclamativi. Scatena tempeste, allevia ferite, racconta bugie e si muove enigmaticamente come in un teatro dell’assurdo. Nel momento in cui nessuno degli attori in scena è più in grado di capire come stiano le cose è arrivato, per la ragazza del due di picche, il momento di una nuova avventura.

Il più delle volte è frigida.

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede