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Gen
7

Due libri, due alleati per l’intranet manager

Credo di non aver ancora mai segnalato due pubblicazioni piuttosto recenti che, insieme, costituiscono un po’ il punto di riferimento sui progetti intranet di nuova generazione.

Come sapete la letteratura, nazionale e internazionale, è piuttosto avara di risorse, (qualcosa c’è, ma non focalizzato) in particolar modo di quelle che si concentrano sugli aspetti realizzativi e metodologici di questi progetti.  Proprio per questo ogni nuovo arrivo nel panorama editoriale, specialmente se ben fatto, va tenuto da conto come un bene prezioso.

Designing intranets: creating sites that workIl primo volume è “Designing intranets” di James Robertson, un libro che fornisce una metodologia dettagliata per i progetti intranet basata sull’esperienza di Step Two, l’azienda australiana capitanata da Robertson che è oggi uno dei punti di riferimento a livello mondiale.

Chi segue il blog di Robertson riconoscerà molto materiale già pubblicato nel tempo, ma il valore del libro risiede nell’approccio sistematico che ha saputo dare al materiale, corredandolo di molti esempi e screenshot. Particolarmente utili le parti relative al design vero e proprio, oltre che i riferimenti alla metodologia di User centred design che da sempre caratterizza l’azienda australiana. Non un “libro spot” dunque (come ce ne sono tanti in giro), ma una vero manuale a cui fare riferimento.

intranet_management_handbookIl secondo volume, “The intranet management handbook“, di Martin White,vi confesso di non averlo ancora letto, nonostanta sia sulla mia scrivania da parecchi mesi. Tuttavia l’ho sfogliato a fondo, apprezzando la profondità con cui vengono affrontati i diversi passi metodologici di un progetto intranet.

Il libro è davvero un manuale metodologico completo, senza screenshot ma con alcuni utili schemi e molte schede di approfondimento (ad esempio sulla gestione dei blog o su come fare le interviste preliminari agli stakeholder).

Un’intera sezione è dedicata alla governance, e un capitolo alle gestione dei progetti con Sharepoint. White fa parte della società inglese intranetfocus, e mette in questo libro tutta la sua esperienza nella gestione di progetti intranet realizzati per lo più in ambito britannico.

Due libri che, insieme, vi aiuteranno a fare da soli e a rendere inutile il lavoro di persone come me. :-)

Dic
29

Correva l’anno 2003

Nel 2002, anche su consiglio di Luisa (che ringrazio ancora per questo), scrissi il mio primo libro, che si intitolava “intranet”, e si basava quasi interamente sulla mia esperienza, alquanto avventurosa di content manager in una grande azienda. Il libro uscì nel 2003, con una bibliografia ridotta al minimo e un impianto metodologico un po’ scricchiolante (c’era davvero poca letteratura all’epoca).

Copertina di IntranetE’ inutile ribadire quanto tempo sia passato da allora e quanti cambiamenti siano avvenuti nel frattempo. Tuttavia, sfogliandolo recentemente mi sono reso conto di come alcune intuizioni che avevo avuto all’epoca abbiamo resistito alla forza del tempo.

Il libro è fuori catalogo da tantissimo tempo, ho chiesto all’editore se aveva intenzione di farci qualcosa e non ho avuto risposte chiare. Ora, dato che capita ancora che qualcuno me lo chieda e dato che alcune parti, relativamente agli aspetti di governance, restano a mio parere ancora valide, ho deciso di metterlo a disposizione dei miei lettori (sempre che l’editore non si manifesti bellicosamente).

Non ho il PDF dello stampato, ma solo il testo grezzo che ho mandato all’editore, quindi dovrete accontentarvi :-)

Ecco il PDF del libro, buona lettura.

Nov
15

Intranet 2.0: il libro è disponibile, e ora viene il bello :-)

copertina del libro intranet 2.0Cari amici, lettori, blogger complusivi, donne e uomini di azienda, questa è una comunicazione di servizio per avvisarvi dell’uscita in libreria della mia nuova fatica editoriale, ovvero “Intranet 2.0. Gestire la collaborazione e creare community interne con forum, blog, wiki e social network“, edito da Tecniche Nuove.

Il libro raccoglie tutte le mie riflessioni sul tema, a partire da ciò che ho scritto in questi anni su questo blog (i lettori assidui possono quindi astenersi dal comprarlo), arrichite di esempi nazionali e internazionali che ho raccolto sul campo oppure che ho ottenuto grazie all’immensa cortesia di tanti amici e di tante organizzazioni che mi hanno dato una mano in vari modi.

Voglio ringraziare, in ordine sparso: Roberto Bernabò, Ernesto Capozzo, Gigi Cogo, Milco Forni, Massimo Mortini, Francesco Paradiso, Alessandra Pelagallo, Anna Pizzolato, Luca Ribani, Tamara Scapin, AUSL di Bologna, Assifero, Camst, Enel, Honda Italia, Iks-Coreconsulting, Polizia di Stato, Sea, Telecom Italia, Zambon, Cristiano Siri, Michele Melis, Anna Lapenna, Giuliana Mason, Luisa Carrada, Fausto Liberini, Beatrice Monacelli, Marco Lotito.

Un grazie riconoscente ad Alberto Mucignat ed Emanuele Quintarelli, per aver arricchito il libro con le due preziose appendici in calce al volume.  Un grazie a Patrizio Di Nicola e Marco Stancati per aver accettato di scrivere, rispettivamente, la prefazione e la postfazione al volume.

Per chi fosse interessato, ho creato una pagina dedicata al libro (che contiene la quarta di copertina e l’indice) e una pagina di dettaglio con tutti i link citati nel libro.

Per i più avventurosi c’è anche una pagina su Facebook dedicata al libro (non ci siamo fatti mancare niente).

Il libro è un manuale di gestione: non troverete quindi indicazioni tecnologiche specifiche, e nemmeno (troppi) grafici e indicazioni di scenario.  Spero invece che il libro possa darvi una mano a realizzare concretamente questi progetti dentro la vostra organizzazione.

Un saluto a tutti, e fatemi sapere che ne pensate :-)

Lug
26

I social network interni secondo Ross Dawson

Continua la pubblicazione a puntate del libro di Ross Dawson dedicato all’enterprise 2.0. Da qualche giorno è disponibile un assaggio del capitolo 11, dedicato ai social network dentro le organizzazioni. Come sempre gli schemi di Ross sono molto belli e chiari:

Intranet_social_network_schema

Il testo è pubblicato su Scribd

IE2 Sample Chapter 11

_______________

Purtroppo il volume intero costa 195 dollari ma sono molto tentato di acquistarlo (e in ogni caso se lo fate voi, o lo fate fare alle vostre aziende,  mi raccomando fatemelo sapere, mi raccomando…:-)

Lug
28

Segnalazioni editoriali

Che dite, ce lo compriamo?

copertina del libro enterprise 2.0

O sarà la solita bufala? :-(

Mar
4

Libri fichi su web, intranet, comunità organizzative e dintorni

Ovvero libri che vorrei aver già finito di leggere e che invece mi guardano minacciosi dai più diversi angoli della casa (ma che cosa volete bastardi? Lo avete capito o no che la mia vita è cambiata? E’ inutile che reclamiate la mia attenzione, è patetico il vostro enigmatico mutismo. Ce l’avete con me? Ma come cacchio faccio, bastardi, ma non vedete? Lo so, lo so,  HO CAPITO, ma voi cercate di capire me. Soffro più di voi, credetemi.

Ma arriverà, lo so, il giorno del Grande Ricongiungimento, quando io, voi, la mia vita, il mio lavoro, i miei desideri e le mie ossessioni saranno finalmente allineate come pianeti. Nel frattempo posso solo elencarvi e guardarvi da lontano (questo post si è modificato sotto le mie mani mentre lo scrivevo).

Seward Mader – Wikipatterns

Daniel M. Brown – Communicating Design – Peachpit press

Hanry Jenkins – Cultura convergente – Apogeo

Loretta Frabbri – Comunità di pratiche e apprendimento riflessivo – Carocci

Attila Bruni/Silvia Gherardi – Studiare le pratiche lavorative – Il mulino

Nel frattempo un blogger a cui ho inviato il mio ultimo libro mi ha recensito.

Moltissime grazie, davvero.

Feb
8

Eccolo.

(bieca informazione pubblicitaria)

Ok, l’ho visto su IBS e allora ci credo (IBS rappresenta per me il fondamento ontologico della realtà editoriale). Insomma, ecco qui il mio terzo libro, scritto assieme ad un filosofo della scienza amico mio (Paolo Artuso), nonché compagno di tante battaglie e frustrazioni varie in quel di Alcatraz..

E’ un libro sulla comunicazione interna nella aziende e, a dire il vero, pubblicarlo è stato difficilissimo (non ci filava essuno). Alla fine Franco Angeli (chissà perché) ci ha detto sì.

A scanso di equivoci, e per non generare false aspettative, ci tengo a precisare di che cosa non parla questo libro:

  • Non è un libro di management aziendale
  • Non un libro di consgli su come fare una buona campagna di comunicazione interna
  • Non contiene decaloghi o elenchi puntati che diano passo passo le indicazioni per fare qualcosa
  • Non contiene tecniche o consigli pratici
  • Non contiene casi di studio, veri o finti che siano.

Che cos’è non è chiaro nemmeno a me: probabilmente una serie di sassolini che mi portavo dentro da tempo, uniti a una serie di riflessioni che ho maturato in 2 o 3 anni di attività e di studio. Sicuramente è il libro più – passatemi il termine – filosofico che ho scritto fino ad ora (e forse sarà anche l’unico).

Il risultato è forse un po’ disomogeneo, ma tant’è…In ogni caso riporto l’indice, che è una cosa che mi rassicura sempre.

La nuova comunicazione interna
Reti, metafore, conversazioni, narrazioni

Introduzione. Comunicazione interna in cerca di cure

Parte I. Malattie


1) Tutti comunicatori. Misticismi e mistificatori sulla comunicazione interna
(Uomini per tutte le stagioni; Mestieri, pratiche, competenze; Tassonomia provvisoria)

2) Tirannia del codice. Dal modello trasmissivo al modello inferenziale
(Egemonia del pacco postale; Problemi del modello trasmissivo; Indizi, inferenze e interpretazioni; Menzogne e fraintendimenti; I vantaggi del modello inferenziale)

3)Discorsi in cerca d’autore. La scomparsa dei soggetti
(Metterci la faccia; Anonimi mittenti, anonimi destinatari; Conversazioni calde e comunicazioni fredde; I marziani dell’internal marketing)

4) Metafisiche influenti. Metafore, cambi di prospettiva e trappole concettuali
(Metafore organizzative; Questioni di coerenza; Metafore e cambiamenti concettuali; Metafore legate al lavoro; La metafora dell’azienda come sistema olistico; Uscire dalle trappole)

5) Sintomi rivelatori. Pratiche in cerca di cura
(L’illusione del controllo; L’enfasi sugli strumenti; Dimenticare l’house organ; Abbandonare la Carta Valori; Disertare le convention)

Parte II. Terapie

6) Reti. Tecnologie non neurali
(Reti di colleghi; Network, organizzazione e coda lunga; Comunione fàtica; Il posto delle tecnologie; Comunicazione, conoscenza, rappresentazioni; I dilemmi del knowledge management)

7) Pratiche. Comunità e rappresentazioni
(Il fattore Gino; Caratteristiche della Comunità di Pratica; Epistemologia delle Comunità di Pratica; coltivare le comunità)

8) Storie. Racconti, vissuti, oralità
(Raccontarsi delle storie; Verità narrative; Imparare dalle storie)

9) Aperture. Curare la comunicazione interna
(Carenze di codifica, eccessi di codifica; Dal pacco postale alla caccia al tesoro; Dai dipartimenti alle persone-che-lavorano; Il nuovo ruolo del comunicatore; Il nuovo ruolo della comunicazione interna)

Conclusione. Quanta comunicazione possiamo permetterci

Bibliografia

Un ringraziamento a Claudio, Cristiano e Veronica per la loro lettura e il loro incoraggiamento. Un grazie particolare a Luisa che, come sempre, ha saputo darci molto più di qualche consiglio.

Dic
31

Libri che ho maneggiato in questi giorni di festa, alcuni leggendoli, altri scorrendoli, ma sempre con un peso nel cuor e forse ne parlerò e forse no, ma intanto faccio questo post sotto forma di titolo perché oggi mi sento uno sperimentatore che cerca il limite e cammina sul crinale dove forma e contenuto passano l’uno nell’altra (è un famoso crinale che sta in Friuli, credo) e insomma se invece di fare queste puttanate mi dessi da fare sarebbe meglio. Speriamo nel 2008 (si dice così, in questi giorni)

Community Management. Processi informali, social networking e tecnologie Web 2.0 per coltivare la conoscenza nelle organizzazioni

Emanuele Scotti, Rosario Sica

Apogeo

L’italiano dei giornali

Riccardo Gualdo

Carocci

Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita

Giulio Cesare Giacobbe

Ponte alle Grazie

Plasmare il web. Road map per siti di qualità

Roberto Polillo

Apogeo

Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità

Luciano Gallino

Laterza

Cultura convergente

Henry Jenkins

Apogeo

Ma libera veramente. Trent’anni di Radio Popolare: voci, parole eimmagini.

Kowalski

Trilogia della città di K.

Agota Kristof

Einaudi

Manuale di redazione

Mariuccia Teroni

Apogeo

La saggezza della folla

James Surowiecki

Fusi Orari

La lettera uccide

Giovanni Lussu

Nuovi Equilibri

Per la verità. Relativismo e filosofia

Diego Marconi

Einaudi

Buon anno a tutti!

Ott
29

Open source cognitivo all’italiana

La lettura di Wikinomics mi scatena parecchi pensieri. Uno di questi è legato al fatto che noi abbiamo un esempio concreto, nel nostro Paese, di open soruce cognitivo nei processi produttivi.

Questo esempio è stato studiato in tutto il mondo negli anni scorsi e, anche se può sembrare bizzarro, è all’origine del fortunato termine “post fordismo”. Mi sto riferendo come ovvio ai distretti industriali.

Leggete questo breve passo del grandissimo Enzo Rullani, tratto dal suo “La fabbrica dell’immateriale“. E poi ditemi se non vi suona stranamente familiare.

Se una grande impresa di abbigliamento deve prevedere il colore che andrà di moda quest’anno, il suo metodo di risposta al problema è quello tipicamente razionalistico, dello studio e comprensione ex ante. Si comincia a fare un certo volume di ricerche di mercato (da tenere ovviamente riservate), si consultano esperti e distributori, si sceglie una soluzione e si progetta una risposta corrispondente. A questo punto, sono passati mesi, il prodotto non è ancora sul mercato e i consumatori non hanno ancora avuto la ventura di vederlo o di sentirne parlare. Ma il futuro produttore è già fuori con qualche milione di euro di spese “preventive”. Se poi, una volta messa la soluzione trovata alla prova, ci si accorge di aver sbagliato, il milione è perso e diventa difficile immaginare di ricominciare daccapo. Comunque, se si decide di cambiare rotta, la cosa non si compirà in breve tempo.

In un distretto industriale le cose funzionano in tutt’altro modo. Prima di tutto non ci sarà un solo sperimentatore, ma cento, che andranno in ordine sparso e possibilmente all’insaputa l’uno dell’altro ad esplorare cento possibili strade (colori). Siccome ciascuno sa di poter adattare la soluzione inizialmente trovata, non ci saranno né ricerche di mercato, né grandi investimenti preventivi, né mesi di attesa perché la conoscenza emerga. Al contrario, usando le tecniche dell’apprendimento evolutivo, si andrà avanti senza copione e senza modello. Cento imprese proveranno, e una di queste avrà scovato (per caso o per intuito) la soluzione giusta. Non sono passati mesi ma giorni. E nessuno ha immobilizzato forti somme nell’esplorazione delle possibilità, avendo ciascuno soltanto “provato” una delle cento soluzioni. Una volta emersa la soluzione vincente, grazie al meccanismo della cooperazione involontaria, tutti saranno

in grado di sapere la risposta al problema in poco tempo e a basso costo. E potranno rapidamente adeguarsi.

Il risultato è che, se tutto va come deve andare, l’innovatore avrà speso poco, fatto presto ma avrà soltanto un lieve vantaggio (di settimane) nei confronti degli altri. Chi deve imitare, avrà anche lui speso poco (o niente), ma sa che non verrà tagliato fuori: la propagazione (involontaria) della conoscenza che serve basterà a tenerlo in gioco. Alla fine, gli investimenti e i rischi dell’esplorazione saranno limitati per ciascun concorrente, ma l’apprendimento realizzato da uno diverrà ben presto – con un lieve distacco – apprendimento di tutti (gli interni).

Nel distretto l’apprendimento avviene mediante una rete di imprese ciascuna delle quali ha la propria strategia e autonomia, ma ciascuna delle quali dipende dall’evoluzione dell’insieme per la produzione della propria conoscenza. E’ una rete cooperativa se si guarda alla funzione svolta, che mette i singoli apprendimenti in sinergia (spesso involontaria); ma è anche una rete competitiva se si guarda all’autonomia rivendicata da ciascuna impresa nel suo stare nella filiera.

Le due strategie – quella etichettata come cooperation e quella, canonica, della competition – in realtà coesistono, dando luogo ad un ibrido (co-opetion?) che consente alle singole imprese di crescere più velocemente e con meno rischi forzando in questa o quella direzione, a seconda delle circostanze, un rapporto che resta comunque multidimensionale.

Se vi interessa, l’intero capitolo del – bellissimo – libro di Rullani (Capitolo dal titolo “il territorio come mediatore cognitivo”) è scaricabile da qui.

Ago
1

Letture utili su conoscenza e organizzazione

Va beh, proviamo a dare un senso ad Anobii e segnaliamo un po’ di libri sui processi di acquisizione e diffusione della conoscenza nei contesti sociali (organizzazioni, ma non solo).

Immagine di La fabbrica dell'immateriale

Immagine di Gruppi e tecnologie al lavoro

Immagine di Coltivare comunità di pratica

Immagine di Storie comuni

Immagine di Apprendere nelle organizzazioni

Immagine di L' apprendimento situato

Immagine di Apprendimento in rete e condivisione delle conoscenze

Apr
17

Gusti e cultura nella coda lunga

Ci sono molti modi per capire quando una teoria è una buona teoria.
Una teoria è buona se riesce a spiegare in modo semplice ed unitario una massa enorme di fenomeni eterogenei (potere esplicativo delle teorie). Inoltre è molto buona se è capace di ampliare la gamma di previsioni che possiamo fare sui fenomeni futuri (potere previsionale delle teorie). Ma non basta: generalmente una teoria veramente buona è capace di ristrutturare l’intero campo dei fenomeni che descrive (potere ontologico delle teorie).
Insomma, dopo l’apparizione di una buona teoria è la nostra stessa realtà ad apparire diversa (pensate, tanto per fare esempi noti e vicini a noi, all’interpretazione dei sogni di Freud, alla teorie del linguaggio di Saussure o di Chosmsky, alla Teoria dell’Informazione di Shannon, alla teoria del calcolo di Turing, alla teoria della post-modernità di Lyotard  e così via)
Che si rivelino, alla lunga, totalmente giuste o in parte sbagliate, la loro stessa formulazione riorienta gestalticamente la nostra esperienza delle cose.
Il potere della coda lunga
Quando una buona teoria  appare sulla scena, dunque, abbiamo molti motivi per essere felici uniti a qualche comprensibile motivo di preoccupazione, legato per lo più alle derive e sovrainterpretazioni a cui la teoria stessa da luogo. E’ il caso della teoria della “coda lunga” di Chris Anderson.
COpertina_coda_lungaUna teoria potente, alimentata da un’immagine altrettanto potente, ovvero quella strana curva che ormai abbiamo visto tante volte e che descrive il modo nel quale si distribuiscono i comportamenti delle persone in rete o, più in generale in ogni situazione dove domini l’abbondanza e non la scarsità di risorse. Anderson mostra come nei mercati in rete siano le nicchie a costituire l’ossatura del mercato e come la rete stia progressivamente polverizzando il mercato dei consumi di massa dominato dai media mainstream.
Non entrerò nei dettagli della teoria (peraltro, del rapporto tra le intranet e la coda lunga ho già parlato qui e qui): la maggior parte dei frequentatori della rete la conosce a grandi linee; inoltre, quell’immagine è davvero capace, da sola, di esprimere in modo completo il senso di questa idea così affascinante
Potere euristico (e seduttivo) delle buone immagini.
Consiglio vivamente a tutti di leggere il libro: è un raro esempio di come si possa fare dell’ottima divulgazione unendo capacità comunicativa e rigore scientifico. La ricchezza degli esempi, la precisione dei dati, la vividezza delle immagini, la ricchezza delle metafore e la quantità di storie che Chris ci racconta sono davvero impressionanti e meritano la lettura di chiunque voglia capire qualche cosa di più sul nuovo mercato della rete e sui fenomeni che abilita.
Detto questo, vorrei modestamente spiegare (innanzitutto a me stesso) perché la teoria di Chris è un’ottima teoria del mercato in rete e una pessima teoria della cultura (esito al quale la teoria sembra approdare).
Culture e tribù
Leggendo il libro ho pensando al mio rapporto con i media di massa e con la “cultura di massa”. C’era qualche cosa che non mi tornava in tutto questo discorso. In fondo, mi sono detto, io, come molti altri, non mi sono mai sentito totalmente aderente alla mia cultura “mainstream”, qualsiasi cosa questo significasse. Anzi, ho sempre avvertito il disagio di una non-appartenenza e ho vissuto, come molti altri, una costante (e castrante) dialettica tra l’ebbrezza di una certa libertà e disinvoltura e la nostalgia della “normalità” e del  “gruppo”.  Ma l’arrivo delle “code lunghe online” non ha mitigato questo disagio, e non ha per nulla risolto la dialettica. Dove sta l’inghippo?
Oggi posso agevolmente scaricare la mia musica di nicchia, guardare i miei programmi di nicchia e incontrare altre persone che condividono questi interessi. Ma questa enorme disponibilità non costituisce affatto un passo in avanti verso la creazione di una nuova “sottocultura di nicchia”.
Certo la coda lunga strappa il velo di Maya che ci voleva tutti omologati nella fruizione degli stessi contenuti e svela che ciascuno di noi ha gusti più sofisticati e diversificati. Certo, in rete questi gusti diversificati trovano la loro dignità e il loro spazio, ma questo fa fare dei pass in avanti alle nostre identità e alle nostre appartenenze? Scopriamo di appartenere a tante diverse “tribù” e certamente mi iscriverò ai servizi online per guardare le puntate di “Spazio 1999”, “Il prigioniero” e vecchie interviste ai filosofi degli anni ’70. Ma continuerò a vivere con disagio il pranzo di Natale.
Il fatto è che la cultura di un gruppo, sfortunatamente, non si costruisce solo in base all’insieme ordinato e filtrato delle nostre scelte d’acquisto, non è la sommatoria dei nostri oggetti culturali di nicchia.
Forse la cultura è l’insieme delle nostre prese di posizione rispetto ad un insieme eterogeneo di oggetti e comportamenti che “circolano” nel sociale, sia di nicchia che “mainstream”. Da “Fiends” alla religione cattolica, dal parlare a voce alta in treno al modo nel quale reagiamo ai lavavetri al semaforo, da Emilio Fede ai Dico, dal pranzo di Pasqua al Grande Fratello. Ed è nel senso complessivo che ciascuno di noi assegna questo insieme di cose che si esprime la nostra “cultura”, ovvero i meccanismi di appartenenza e di identità, che sono qualche cosa di molto diverso dalla “comunità guardaroba” di cui parla Bauman e che, francamente, assomigliano molto alle microculture di cui parla Anderson.
Date un po’ di tempo a un gruppo di individui e questi costituiranno delle comunità. Date un po’ di tempo a queste comunità e queste costruiranno delle culture, ovvero dei meccanismi semiotici che diano senso a quello che le circonda. Oggi, peraltro, dopo la fine delle grandi narrazioni, questo meccanismo è più potente e necessario. Essere Italiani non ci basta, ma nemmeno essere juventini o essere amanti della musica hip op. Abbiamo bisogno di storie, grandi e piccole, che diano senso al nostro agire. Storie che stiano dietro di noi, e ci diano quel significato di cui sempre siamo alla ricerca.
Forse non ho capito il senso e le conseguenze del discorso di Anderson, forse sto travisando, ma paradossalmente, il mondo del “filtraggio collaborativo” descritto da Anderson assomiglia più alla dinamica dell’amicizia che a quella della cultura, E’, insomma., un meccanismo che riproduce più la dinamica delle relazioni individuali che delle relazioni collettive.
Gusti = cultura?
Credo che Anderson abbia risolto troppo in fretta l’equazione gusti = consumi = cultura. Personalmente, per riprendere un mio post precedente, ho vissuto un periodo nel quale l’ascolto di un cantautore come Claudio Lolli faceva parte di una certa cultura giovanile. Sia chi amava alla follia Claudio Lolli sia chi lo detestava a morte apparteneva, più o meno alla stessa cultura e io mi sarei sentito molto più affine a chi odiava Claudio Lolli che non a chi non ne aveva mai sentito parlare. Nel mondo delle aggregazioni online e dei filtri collaborativi queste due categorie di consumatori non si incontrerebbero. Nel mondo reale della costruzione condivisa di una cultura invece si.
Avere gli stessi gusti specifici, condividere una nicchia di consumo non significa ancora appartenere ad una cultura condivisa , a meno che questa nicchia non sia investita semioticamente nella dinamica delle relazioni sociali (pensiamo ai gruppi di acquisto sul cibo biologico).
Fine della macchinetta del caffé?
La prova del nove dei risultati discutibili di questa catena argomentativa sta nella pittoresca immagine della “boccia dell’acqua” (da noi si direbbe la “macchinetta del caffè”). Nel mondo delle code lunghe, per Anderson, saremo sempre meno legati a momenti come questo, che per l’autore sono il segno inequivocabile di una cultura di massa nella quale tutti siamo costretti a vedere e sentire le stesse cose: semplicemente, la frammentazione dei nostri comportamenti di consumo prosciugherà le occasioni di cui parlare in questi luoghi abbia un senso.
Ora, per quale motivo questa previsione ha un’aria cosi sbagliata? La ragione è che le micro-culture organizzative non si formano (solo) sulla base dei programmi televisivi che abbiamo visto la sera prima e i nostri gusti in fatto di programmi in prima serata non spostano le ragioni per le quali abbiamo bisogno costantemente di stabilire e negoziare la nostra gamma di simboli globali e locali che, tutti assieme, chiamiamo cultura.
Da una parte, dunque abbiamo il fruitore di massa, che condivide oggetti culturali massificati e che nel mondo delle code lunghe ritroverà i suoi gusti più “veri”. Ne sono convinto e Anderson ci ha spiegato benissimo la dinamica con cui questo avverrà. Elaborerà anche nuove appartenenze? Agirà nuovi comportamenti? Prenderà nuove posizioni? Ne dubito.
Dall’altra parte abbiamo il gruppetto di ragazzi della panchina che per anni vive in gruppo e che elabora nel tempo una propria cultura locale “forte”con la quale filtra tutto quello che avviene all’esterno, dall’11 settembre al Grande Fratello al caratteraccio del barista di quartiere. Perché le culture, e i meccanismi di appartenenza che veicolano, sono questioni serie, a volte sono questioni di vita o di morte. I ragazzi della panchina sono la “coda lunga” della cultura. E potete stare certi che non si sono ritrovati su Itunes.

Mar
23

Giornalismo autoriflessivo

Copertina_libro_sabadinFinalmente un libro serio, documentato, intelligente sull’editoria cartacea e sui cambiamenti che le nuove tecnologie, le nuovi generazioni e i nuovi stili di vita impongono al mestiere del giornalista. L’ultima copia del New York Times. Il futuro dei giornali di carta non è il solito manuale per fare il giornalista nell’epoca di internet, con quattro consigli appiccicati presi dalla letteratura corrente.  E’ un vero libro-inchiesta, aggiornato e preciso, con numeri e citazioni di fonti interessanti e pertinenti.

Insomma, il libro di un giornalista che sa fare il suo mestiere e non prova a fare il mestiere degli altri per essere alla moda. E che ci regala un’analisi completa di un fenomeno che è sotto i nostri occhi da troppo tempo perché possiamo inquadrarlo con precisione.

Vittorio Sabadin ci fa fare un passo indietro e analizza la crisi dei giornali cartacei da tutti i punti di vista, a partire dalla rivoluzione dei formati, passando per la guerra strisciante con i giornali gratuiti e la “free press” fino ad arrivare a internet, ai blog e al citizen journalism.

Sabadin è un giornalista tradizionale, della “vecchia guardia”, che conosce benissimo vizi, virtù e abitudini dei suoi colleghi. E in fondo è proprio a loro che  parla, per avvertirli, dati alla mano, che nessuno, oggi, può ancorarsi al passato in nome di una professione che deve ritrovare un suo statuto e una sua collocazione.

Un libro che si legge come un romanzo e che, pur mostrando una perfetta conoscenza delle nuove tendenze, non concede nulla alla terminologia e alle facili euforie del momento. Sabadin, da giornalista “tradizionale”, sa guardare al nuovo senza tabù ma anche senza la superficialità e la presunzione di chi è salito sul carro dei vincitori e sente la Storia dalla sua parte.

Un libro che ci fa capire, indirettamente, che di giornalisti seri ce n’è ancora bisogno. Eccome.

Mar
5

Io l’ho comprato

Poi vi dico, ma promette bene…

Feb
22

Libri utili e libri inutili

Ecco due liste in ordine sparso di libri (quello delle liste di libri è un mio pallino inestinguibile). Una è quella dei buoni, l’altra è quella dei cattivi.

I libri che vorrei avere scritto

Lista non ragionata di libri che consiglio a chiunque si occupi di intranet, content management, scrittura e nuove tecnologie.

Jonathan e Lisa Price
Hot text. Scrivere nell’era digitale – Mc Graw Hill
E’ ancora uno dei testi miglior e più completi riguardo alla scrittura “tradizionale” sul web.

Tommaso Raso
La scrittura burocratica – Carocci
Un manuale dotto e chiaro, che mantiene le promesse

Cristina Zucchermaglio – Francesca Alby
Quando i workplace studies antropologici incontrano le nuove tecnologie. Ottimo per capire come i gruppi danno senso alle tecnologie e non viceversa.

Giuseppe Granieri
Blog generation
So che c’è chi detesta quelli che fanno “teoria dei blog”, ma questo è veramente un libro intelligente.

Franco Carlini
Parole di carta e di web- Einaudi
Franco Carlini, per me, resta il migliore giornalista e divulgatore di cultura digitale nel nostro Paese. Franco, a quando un nuovo libro?

Etienne Wenger
Comunità di pratiche – Cortina
Come direbbe Kuhn, è la nascita di un nuovo paradigma. Indispensabile.

Daniel Cohen
I nostri tempi moderni. Dal capitale finanziario al capitale umano. – Einaudi
Il titolo lo penalizza. In poche pagine una sistemazione intelligente e profonda del rapporto tra economia, sapere, occupazione

Sofia Postai
Web design in pratica – Tecnichenuove
Sofia è sempre brava, anzi bravissima, a spiegare cose complicate in modo chiaro, e a far solo trapelare una profondità  molto maggiore rispetto alle cose di cui scrive.

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I libri che non vorrei avere letto

Ovvero, come le librerie online possano fregarti

Carla Bertolo
L’interfaccia e il cittadino. Comunicazione pubblica, tra tecniche e riflessività –
Guerini e Associati
Di interfaccia c’è solo quella di bronzo dell’editore e del curatore (pubblicato nella collana @lfanet. Il che è veramente tutto dire. Ma mi faccia il piacere, signora mia…). L’autrice ha citato tutti, da Giddens a Habermas, da Talete all’esistenzialsmo. Sul web riserva 4 righe per dire che tutto questo web, insomma, proprio non la convince. Corbezzoli. Oibò. Acciderbolina.

Angelo Roma

In-formare. Tecniche di scrittura per la comunicazione interna – Franco Angeli
E’ come disse Fantozzi della corazzata Potemkin…. Complimenti alla casa editrice Franco Angeli, che si distingue sempre nel panorama dei libri pagati dall’autore…

Marco Pratellesi
New journalism. Teorie e tecniche del giornalismo multimediale – Mondadori Bruno

Uscito nel 2004, sembra stato scritto nel 1996. Ambizioso, parte da Adamo ed Eva (e lì si ferma). Sono sicuro che Pratellesi può fare di più.

Emilio Carelli
Giornali e giornalisti nella rete – Apogeo
Si, la rete dei fessi che lo leggono…

Luca Toschi
Il linguaggio dei nuovi media – Apogeo
C’è poco da dire: è semplicemente inutile. Uno dei saggi, poi, fa un ambizioso e velleitario parallelo tra la costruzione delle pagine web e quella di una sceneggiatura cinematografica. Da morire dal ridere…

J. Nielsen
Web usability 2.0 – Apogeo
Di 2.0 non c’è neanche l’aroma. In compenso si torma a parlare di frame. Da non crederci.

Ok, qui mi fermo. Se avete da aggiungere libri alla prima o alla seconda lista, vi prego di farlo, così facciamo anche un servizio ai tanti ggiovani che ci leggono…

Nov
16

Pratiche e piramidi

Mi rendo conto che faccio pubblicità, ma quando ci sono dei buoni contenuti è anche giusto dare visibilità alle aziende che li pubblicano (anche perché li pubblicano apposta…) E quindi vi segnalo questo articolo sulle “Comunità di pratica” (altri articoli interessanti li trovate qui).

Un assaggio:
“James Eucher, vice presidente della divisione ricerca e sviluppo della Nynex, incominciò a studiare queste comunità nel momento in cui si accorse che un gruppo di lavoratori della stessa azienda erano più veloci di altri nell’utilizzare le nuove tecnologie. Dallo studio risultò che il gruppo che impiegava più tempo era quello che non intratteneva alcuna comunicazione informale, a differenza dell’altro che in soli tre giorni, attraverso una reciproca condivisione di idee, aveva imparato e già impiegato il nuovo sistema tecnologico di amministrazione dei dati”.

Ne riparleremo (oh, se ne riparleremo). Queste cose sono più importanti di quanto appaiano: sono arciconvinto che chi si impadronirà di tecniche di implementazione e “coltivazione” delle comunità di pratiche, nei prossimi anni avrà tanto, ma tanto lavoro da fare. E forse questo concetto, così semplice e così potente, è la vera chiave per smontare dall’interno i vecchi modelli organizzativi e comunicativi piramidali tipo “Alcatraz”.  Ricordiamoci sempre che le piramidi erano delle tombe.

Sapete com’è, siccome sto laggendo questo libro e oggi sono un po’ invasato…

Nov
7

L’usabilità di mia nonna

Mi sono letteralmente scaraventato sull”ultimo libro di Jacob Nielsen uscito di recente in Italia, dal pretenzioso titolo di “Web usability 2.0“, per ricevere in cambio una delusione senza precedenti. Speravo che, effettivamente, venissero afforntate questioni nuove rispetto alla “vecchia” disciplina (che, detto per inciso, potrei recitare a memoria come una poesia di Carducci).

E invece, al di là di qualche approfondimento sulla presentazione dei prodotti e sui sistemi di ricerca, il panorama di contenuti esplorato da Nielsen è rimasto pressoché lo stesso (con qualche tiepida analisi dei sistemi multimediali. E vorrei anche vedere…). Io mi sono sempre ritenuto un “nielseniano” convinto (della prima ora, peraltro) ma speravo proprio che, al di là della più volte ribadita importanza dell’usabilità e dei test empirici per il business dei siti web (concetto ripetuto nel libro fino alla nausea), venissero afforntate altre questioni riguardanti, appunto il “web 2.0” e dintorni.

Ad esempio: come la mettiamo con la classificazione a faccette? Come integrarla “usabilimente” in un sito di e-commerce?  Come scrivere correttamente i tag xml nei social network di qualsivoglia tipo? E” corretto, poi, che i tag più “battuti” nei sistemi folksonomici siano scritti più in grande degli altri? Come scrivere correttamente in un corparate blog? Dove è meglio posizionare i feed RSS in un sito di news? I commenti sui blog è meglio appaiano in pop-up o di seguito ai posto? Ed è meglio che appaiano in ordine crescente o decrescente? Ci sono regole di usability per i wiki? Sono solo degli esempi.

Di tutto questo non si fa parola: per Nielsen il web non è cambiato: certo, Nielsen riconosce che è migliorata la tecnologia (leggi: connettività) e che anche il design è più consapevole di 5 anni fa, e ammette anche che gli utenti sono molto cambiati (più esigenti). Ma i contenuti analizzati, quelli, sono rimasti, per il buon jacob, esattamenti gli stessi del 2000. E (grazie al cielo) non è così (blog in primis).

Forse Nielsen pensa che tutte queste siano cose da smanettoni, che non riguardano la stragrande maggioranza degli utenti web. BehForse è vero e forse no. Ma di una personalità che si fa vanto di sfornare report specifici (a pagamento) per ogni fascia di possibile esigenza web mi aspettavo qualche cosa di diverso rispetto a un mutismo teorico che è a dir poco imbarazzzante. Con buona pace di Nielsen e soci,  il web non è fatto solo da Amazon e Google. Con tutto il rispetto.

Set
18

Tecnologie tribali. Su “Il cantiere e la bussola”

Possiamo metterla come vogliamo, ma resta il fatto che il libro di Giuseppina Pellegrino: Il cantiere e la bussola. Le reti intranet tra innovazione e routine è la descrizione di un fallimento.

Proviamo a vedere perché: partendo dall’idea, mutuata da Bijker e dal modello SCOT, che “il puramente teconolgico in quanto tale non esiste” e che ogni nuova tecnologie è in qualche modo “costruita” socialmente da una comunità di utilizzatori/interpreti, la Pellegrino prova a osservare quali fattori sociali entrino in gioco nell’utilizzo/rifiuto di una intranet, studiando il caso di un’azienda italiana e di una britannica..

In questa analisi entrano in gioco i concetti di “gruppi sociali rilevanti” (ovvero le “tribù” di utilizzatori che assegnano alcuni specifici valori alla specifica tecnologia), flessibilità interpretativa (ovvero la capacità della tecnologia di venire significata in vari modi a seconda dei gruppi nei quali viene co-costruita. Pensiamo, ad esempio al telefono, che non ha oggi il significato che ha suo tempo gli assegnarono i progettisti), quadro tecnologico (ovvero scopi, teorie, pratiche d’uso, routine consolidate degli utenti, pratiche di test, ecc). La tecnologia, ogni tecnologia, è insomma il risultato di una processo di stabilizzazione e negoziazione tra gruppi sociali.

E qui casca l’asino. Perché, ovviamente, una intranet entra a far parte di un’organizzazione specifica, con i suoi gruppi sociali rilevanti, un suo quadro tecnologico. Inoltre intranet, come tutte le tecnologie web, è “plastica” per definizione, e quindi aperta ad una flessibilità interpretativa pressoché infinita.

Ed ecco che, in un contesto assolutamente non deterministico (dove per “deterministico” intendiamo: creo la intranet, accendo il bottone e tutto funziona a meraviglia) si consumano gli errori (e gli orrori) che la Pellegrino bene descrive nel corso della sua analisi etnografica. (E ovvio che per l’autrice questi non sono “errori”: sono solo risposte che la tribù dà ad uno specifico evento tecnologico).

Primo errore: la lotta delle definizioni. I casi descritti dalla Pellegrino sono significativi: nel momento in cui il management (gruppo sociale arci-rilevante) le assegna alla intranet in significato/ ruolo di vetrina promozionale, questo viene vissuto come disturbante dalla popolazione aziendale, specialmente per coloro che la vedono invece come punto di accesso al nuovo e alle conoscenze

In questo contesto le visioni dei diversi gruppi sociali rilevanti, non analizzate, restano marginali e non entrano in gioco nella progettazione

Secondo errore: mancato coinvolgimento. Gli spazi sono progettati in modo da veicolare una particolare visione, ma questa visione non è condivisa degli utilizzatori. E se c’è una eccessiva distanza tra produttori e fruitori ci sarà anche tra reciproche rappresentazioni dell’artefatto. La Pellegrino descrive bene, nelle discussioni del gruppo di progetto, la paura e lo scetticismo verso un’eccessiva apertura della intranet alle reali esigenze della popolazione aziendale. Valga per tutti questo dialogo:

– “E se si interpellassero le persone?”

– “E che fai un referendum?” (scettica)

Risultato: non uso.

Terzo errore: riduzione della flessibilità e divieto di “derive. Se una tecnologia (e tantopiù una tecnologia web) è “platica” nel senso che è aperta a possibili interpretazioni, che diventano altrettante “incorporazioni” (un gruppo prende un artefatto e lo inserisce in modo nuovo in una sua routine), la cosa peggiore che puoi fare è vietare queste “derive” in nome di un “utilizzo corretto”, che è corretto solo nella testa del progettista. In qusta strada la intranet viene vista come un ennesimo esercizio di potere dei gruppi elitari dell’azienda (manager, tecnici…)

Quarto errore: effetto “tabula rasa”: una intranet si inserisce in un tessuto di pratiche e tecnologie preesistensti (mail corridoi, videoconferenze, telefonate, ecc). Pratiche e “generi comunicativi pre-esistenti si rivelano un fattore di resistenza al cambiamento. Se non si prevede un’integrazione tra queste pratiche il risultato è che verranno messe in atto “strategie di aggiramento”. E’ quello che è successo nei casi studiati

Quinto errore: community di plastica. Non basta affidare alla retorica della intranet e della comunicazione in rete il compito di creare/consolidare community professionali. Esiste un terreno di pratiche e di comunità di pratiche preesistenti delle quali tenere conto nella progettazione. Le comunità esistono già nella reale vita dell’organizzazione: la tecnologia deve cercare di saldare questi legami e non crearne ex novo con il solo ausilio dei supporti tecnologici e del vincolo gerarchico. Inoltre, questo approccio sconta il prezzo di una rappresentazione troppo riduttiva della conoscenza, come sapere perfettamente discretizzabile ed esplicitabile. In questo senso è votata al fallimento (non uso, aggiramento)

Che cosa può dire questo studio etnografico a noi, poveri specialisti/consulenti/formatori che lottano tutti i gironi per affermare le possibilità di intranet contro le resistenze culturali e le vecchie (cattive) abitudini manageriali? Credo che possa dirci molto.

Le aziende hanno una storia, delle regole scritte e non scritte. Le persone hanno dei legami, delle abitudini, delle rappresentazioni condivise dei problemi. I gruppi si costituiscono (e difendono la loro identità) secondo logiche che resistono alla più pervasiva e dirompente tecnologia. Dobbiamo imparare ad ascoltare queste voci, a farci carico delle loro specifiche interpretazioni, a negoziare i significati.

E dobbiamo farlo “prima” di fare qualsiasi scelta tecnologica. Senza questa operazione ogni artefatto tecnologico, intranet compresa, assomiglierà al monolite di “2001: odissea nello spazio.”

Ago
17

Che cosa c’è di nuovo? Quasi nulla. Sul continuismo di Fiormonte

Una volta finito il libro di Domenico Fiormonte “Scrittura e filologia nell’età digitale” l’impressione fiormonte_libroè di disorientamento. Una rassegna vastissima, una bibliografia sterminata ci accompagna in un percorso storico e teorico, come si diceva una volta “di ampio respiro”. Nulla, o quasi nulla viene tralasciato: la filologia, la critica letteraria, gli studi sui media, lo strutturalismo, il post-strutturalismo, gli studi sulla scrittura, le scienze cognitive, la web usability, i linguaggi di marcatura, la teoria del romanzo, la semiotica, l’ermeneutica, l’etica hacker e molto altro.

Il tutto per raccontare una storia dei media elettronici un po’ diversa dalla vulgata tradizionale, una storia contrassegnata dalla ricerca genealogica, dalla scoperta delle affinità, dal sogno di una continuità sostanziale della scienza e soprattutto della pratica dei testi che non manca di riservare sorprese.

Genalogie non banali

Gli ipertesti narrativi richiamano gli assemblaggi futuristi, i web designer sono gli eredi dei copisti calligrafi del rinascimento, la scomparsa dell’autore è un fatto vecchio e va retrodatata quantomeno alla comparsa del primo word processor, l’ipertestualità era già stata pensata e praticata da Genette, Bachtin, Foucault e dal romanzo moderno europeo.

L’interattività? Basta pensare alle avanguardie artistiche o al teatro di Grotowski. L’apertura del testo? Era già nel romanzo combinatorio di Quenau, di Butor, di Perec. L’idea stessa del WWW era già stata tratteggiata dai critici della letteratura nell’idea di semiosi illimitata. Per non parlare della multimedialità (già presente in Mallarmè o Zavattini) o delle nuove discipline come la web usability e il web writing, eredi diretti della retorica antica e del design industriale.

Smontare l’apocalisse

Si potrebbe continuare, ma credo che il senso sia chiaro: il tentativo di Fiormonte, tentativo perseguito con tutti i mezzi teorici (a dire il vero assai vasti) a sua disposizione, è quello di tracciare una linea continua che depotenzi, almeno in parte, la portata del nuovo “paradigma” elettronico e lo riporti nell’alveo della produzione culturale che appartiene alla tradizione. O quantomeno di mostrare come il paradigma digitale porti allo scoperto tensioni e problemi già presenti nel mondo della produzione cartacea tradizionale.

I motivi di questa operazione sono in parte espliciti e in parte intuibili, e in ogni caso sono condivisibili: costringere gli umanisti tradizionali a guardare alle nuove tecnologie con fiducia, provare a gettare un ponte tra campi teorici all’apparenza estranei, spingere le scienze legate alla filologia a confrontarsi serenamente con le nuove possibilità, offrire una sorta di genealogia che faccia anche da cassetta degli attrezzi per coloro che vogliono lavorare in questo campo.

Tuttavia, come spesso accade, i tentativi eccessivamente totalizzanti rischiano di portarsi dietro alcune forzature, specifici fraintendimenti e qualche necessaria omissione, e per questo vorrei provare a fare alcune osservazioni, dettate meno da spirito di polemica che dalla sincera volontà di mettere un po’ d’ordine nella massa di suggestioni che il libro generosamente propone. Sono osservazioni modeste, solo abbozzi di osservazioni, ma mi piacerebbe comunque condividerle con voi.

Prima osservazione: ogni innovatore produce i suoi precursori
Questo fatto non è, come noto, una cosa nuova: come osservava Borges, è solo perché è esistito un Kafka che possiamo andare a caccia di figure “kafkiane” nella storia della letteratura. Ed è ovvio che quello che sta succedendo nell’editoria elettronica e nella scrittura in rete stimola in modo evidente la “caccia ai precursori”, che solo in virtù del nuovo “paradigma” trovano, diciamo così nuova cittadinanza teorica e nuova legittimazione nelle pratiche (discorsive e non). Può darsi che oggi molti neo-scrittori professionali o comunicatori in rete si avvicinino a Quintiliano, Aristotele, Munari, al post strutturalismo, alla retorica nuova e vecchia e al Bauhaus. Ma questo avvicinamento può avvenire solo perché un nuovo paradigma, o quantomeno un nuovo insieme di scopi e pratiche discorsive portano allo scoperto una serie di attrezzi che giacevano da anni nel dimenticatoio. E a volte si può anche usare un apriscatole per aprire una bottiglia. Con tutto il rispetto.

Possiamo ovviamente, considerare ogni disciplina che si proponga come nuova o ogni pratica che affermi di aprire nuovi campi di studio con gli occhi e il linguaggio dei campi disciplinari già collaudati e preesistenti. Possiamo dire “l’usabilità non altro che il design industriale in una nuova variante”, oppure “la scrittura per il web non è altro che l’antica retorica subdolamente reintrodotta all’interno dei media digitali”, oppure, volendo essere più audaci e disinvolti “la multimedialità l’ha inventata Zavattini”, o “il WWW non è niente altro che il sogno della semiosi illimitata di Calvino” e via dicendo.

Ma dobbiamo chiederci quel è il prezzo teorico da pagare. E io ne vedo almeno due, entrambi abbastanza salati: il primo (potremmo chiamarlo di “perdita ontologica”) è quello di perdere, in quest’opera di “traduzione” di un linguaggio “nuovo” in uno vecchio, il campo stesso dei fenomeni che si pretende di descrivere. Può darsi che concetti come “affordance” o “mapping culturale”, propri della web usability, siano, alla fin fine traducibili (ma resa da vedere l’autorevolezza del “dizionario” utilizzato) nel linguaggio del design industriale, ma se poi non siamo più in grado di rendere conto dell’insieme di pratiche che questi linguaggio specifici organizzano e disciplinano abbiamo perso il bambino con l’acqua sporca.

Se volessimo prendere sul serio questo programma e non considerarlo come una legittima serie di evocazioni metaforiche, dovremmo dire che traducendo il linguaggio delle nuove discipline in quello già ben conosciuto delle teorie tradizionali e collaudate rischiamo di perdere di vista i fenomeni stessi che il linguaggio descriveva. E non è una questione di mode terminologiche.

Il secondo prezzo da pagare è quello di un a volte inaccettabile idealismo, ovvero di considerare le teorie come meri algoritmi che mettono in gioco e relazione una serie di concetti e di non considerare le pratiche sociali che queste teorie sorreggono. E’ ovvio che i consigli di “buon web writing” hanno senso solo se teniamo in considerazione il medium come oggetto tecnologico, gli usi che di questo medium vengono fatti da ampie fasce di popolazione, la “retorica” che si è sviluppata su questo medium negli anni, il tipo di “autori” che lo utilizzano e i loro scopi, eccetera. E allora vediamo che non avrebbe senso dire ad un giovane “impara le regole dell’inventio, della dispositio e dell’elocutio” e vai tranquillo. Perché il giovane in questione non deve difendersi in tribunale o fare discorsi epidittici (salvo forse il giorno della tesi di laurea).

A questi prezzi aggiungerei un pericolo che sempre grava su qualunque operazione “a ritroso”, ovvero di introdurre una sorta di arbitrarietà nei riferimenti. Perché mai gli “antenati” segreti dell’usabilità sarebbero la retorica antica e l’industial design e non, poniamo, la psicologia della Gestalt o l’architettura veneziana del ‘700? E poi perché mai la retorica di Quintiliano e non quella di Aristotele o di Port Royal? Perché l’archeologia dell’ipertesto andrebbe cercata negli assemblaggi futuristi e non, poniamo, nella deriva situazionista? Perché l’idea del WWW starebbe nell’idea di semiosi illimitata e non nel sincretismo mistico rinascimentale?

E’ ovvio che questa vaghezza, questa libera carrellata di associazioni libere, diventano un “pericolo” solo quando si vogliano prendere sul serio e non, ovviamente, quando la ricerca genealogica abbia una funzione, diciamo così ironica, o quando le si attribuisca il compito di illuminare metaforicamente un campo teorico che presenti oscurità irrisolvibili al suo interno.

Terza osservazione: come la mettiamo con mia cuginetta di 13 anni?
Perché una teoria possa essere considerata un dispositivo semiotico efficace dovrebbe essere in grado di spiegare una massa maggiore di fenomeni delle teorie che l’hanno preceduta. In caso contrario diventa una teoria regressiva e va abbandonata. Ora, considerare la testualità, tradizionale ed elettronica, online e offline, come un insieme di pratiche teoriche e discorsive all’interno di un continuum tutto sommato neutrale può forse tranquillizzare molti della “vecchia guardia”, ma lascia irrisolti una marea di problemi. Perché se è vero che mia cuginetta di 13 anni scrive mail, chatta, partecipa ai MUD e cambia i tag HTML dei testi con la stessa facilità con la quale io mi stappo una birra tutto questo non può essere fatto passare come una semplice variante tra le mille varianti della storia del testo scritto. Io sono ovviamente d’accordo con le intenzioni “tranquillizzati” di Fiormonte e condivido parte delle sue osservazioni sulla “continuità” tra vecchi e nuovi media. Ma non posso neanche fare finta di non vedere che siamo seduti su di una polveriera.

E quindi? Forse dobbiamo ammettere, in maniera aperta, che uno studio puro e semplice, per così dire “anestetizzato” della testualità, oggi, non ha alcun senso, perché non permette di cogliere gli evidenti aspetti di discontinuità che caratterizzano il modo di trattare i testi di milioni di persone. Va detto che questo appello all’interdisciplinarietà è fatto proprio dallo stesso Fiormonte e tutta la sua ricerca ne è, del resto, un’eloquente testimonianza. Ma l’impressione, forse non voluta, è quella di farci capire che non è dalla filologia che arriverà una teoria capace di farci capire qualche cosa.

Continueremo, come sempre, ad “abitare la rete”, magari più consapevoli dei debiti che abbiamo con Valery, Bachtin, il Futurismo, Genette, Foucalult, Barthes, Derrida, il teatro di Grotowski. Ma conservando gli stessi dubbi e le stesse ansie sul nostro lavoro di comunicatori in Rete.

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Grazie mille per la pazienza. E' l'Europa che ce lo chiede